Un racconto di Mirihele

Inspiri, passo e respiro regolari, il busto inclinato appena, ma abbastanza perché il sudore si raccolga in piccole gocce che, dal naso, si perdono verso il basso. Senti l’impulso di tergerti, lo freni: la salita non è ripida, ma è lunga, se vuoi superarla con agio non puoi perdere il ritmo; solo raggiunta la sommità ti concedi un piccola pausa per raddrizzare lo zaino e guardarti intorno.

L’orizzonte del pianoro è indistinguibile dal cielo, che solo adesso inizia a virare dal bianco ai toni rosati della tarda aurora; nel silenzio che anticipa il giorno, giureresti di poter sentire il rumore delle gemme che si spaccano sui rami ancora spogli. La primavera esplode nel resto del Paese – ma lì, in montagna, dorme ancora sotto la coltre della neve.

Nel pieno dell’estate, quando il ghiaccio si scioglie ed erbe e fiori colorano i declivi, è impossibile non incrociare qualcuno; ma adesso… adesso la montagna è solo tua.

Come a darti torto, senti il fruscio di qualcosa che si muove alle tue spalle; ti volti, ma non c’è nulla.

Sarà stato il vento? Magari qualche piccolo roditore. Non conosci benissimo la zona, ma non ci sono grossi mammiferi, qui, se non ricordi male. Ti guardi attorno a disagio, ma no: non c’è nulla. Solanto tu e un perfetto tappeto candido e compatto, a malapena intaccato dai tuoi sci.

C’erano, ovviamente, altri turisti sul treno e altri appassionati – un sacco di persone con prole al seguito: è per evitarli che sei sceso prima del previsto, quasi lanciandoti col mezzo ancora in marcia, in una stazione deserta spersa nel nulla. Ti rendi conto dell’assurdità della tua reazione, è chiaro, ma…

Ti lasci sfuggire un grugnito, cui segue un grosso respiro, e spingi da parte certi pensieri ripetendo fra te e te la rima che i tuoi ti hanno insegnato fin da bambino – un mantra che ti accompagna in ogni escursione; poi, con un gran sorriso sul volto, ti rimetti in marcia, cambiando passo per aumentare la velocità.

Qua e là ci sono tracce di vita animale – impronte che rompono la crosta gelata, tane, il volo lontano di un uccello sconosciuto – ma sono solo input visivi: non ci sono odori molesti, qui, ma soprattutto nessuna sirena o vociare di ragazzetti. Un vento leggero ti soffia in faccia aria pulita e qualche cristallo di ghiaccio, null’altro. Sei solo, gloriosamente solo, e nella pace che ti circonda riesci finalmente a sentirti, a raggiungere quella consapevolezza di sé per cui altri, nel mondo, pagano mediocri guru. Ma tu sei più furbo di così.

Aumenti ancora il ritmo, lasciandoti dietro il fiordo gelato e le case ridotte a bozzi irriconoscibili. Perfino gli alberi scarseggiano, macchie rade aggrappate ai pendii. Usi il sole appena spuntato e viri leggermente verso sud: per quanto basso, splende già abbastanza da lasciarti un fastidioso alone quando sbatti le palpebre. Sul frigo hai lasciato l’itinerario che vuoi seguire e non intendi sgarrare più di quanto tu abbia già fatto.

Chissà se Oskar è già sveglio e l’ha visto…

Dovresti chiamarlo? Sai già di non avere rete in quella zona, però, se puntassi a ovest …

… significherebbe incrociare qualcuno che viene dalla stazione principale, magari quelle famiglie con bambini. E per nessuna ragione vedrai allegre famigliole, oggi. Non nel tuo ultimo week end di pace prima che il disgelo ti costringa in casa per mesi – mesi di telefonate dai suoceri, entusiasmo simulato, fine settimana passati a guardare tuo marito e i suoi amici sbronzarsi dopo cena e ridere di battute sulla famiglia che non capisci, oppure in negozi di mobili e giocattoli a sopportare le sue frecciatine sull’avere una certa età e il desiderio dei vostri genitori di avere dei nipoti.

La pace di quest’alba è tutto quello di cui ha bisogno per prepararti a tutto questo: non tornerai indietro soltanto per chiamarlo.

Aumenti il passo e lasci che la fatica consumi il fastidio che quei pensieri hanno evocato; del litigio, parlerete poi, al rientro.

Cerchi di rimetterti nel giusto spazio mentale per affrontare un’altra salita, e lo senti: uno scricchiolio.

Un rumore che, nella tua mente, fa balenare l’immagine di mille documentari, del predatore acquattato e pronto a saltare.

Reagisci senza nemmeno rendertene conto: ti accosci, mollando i bastoncini e proteggendoti la testa, un urlo strozzato in gola.

Ma nulla ti attacca – anche perché non c’è erba, lì attorno, o vegetazione dietro cui nascondersi. Solo neve immacolata, le tue tracce e irregolari sul manto a tratti gelato.

Ti rialzi, guardandoti per bene attorno, dandoti dello stupido per aver reagito così – per cosa? Un rumore?

“Sono un cretino”, ti dici alta voce. Uno stupido spavento, una stupida reazione; ma il disagio che ti si agita nello stomaco non si placa, anzi, si amplifica quando noti il modo in cui l’aria pare assorbire le tue parole, cancellandole appena uscite dalle tue labbra. Gridi, irrazionalmente e senza scopo, a spregio delle paure che ti stanno assalendo. Quanto è spaventoso il silenzio di queste zone?

Spaventoso e irreale, una assenza così totale da sembrare una pressione fisica sulla pelle.

Sbuffi, la concentrazione ormai spezzata: tanto vale approfittarne per una pausa. Sarà la stanchezza della notte passata in bianco che inizia a farsi sentire. Un sorso d’acqua, una barretta, magari qualche foto col cellulare, per giustificare con te stesso il fatto di controllarlo e vedere se c’è campo; e poi mappa e occhiali, che oramai il sole ha lasciato l’orizzonte e la giornata è così tersa che ogni movimento oculare porta a piccole esplosioni di puntini scuri. Sfili uno spallaccio, abbassi lo sguardo, la mano già allungata verso il marsupio, le dita che si chiudono nel vuoto.

Resti a fissarti il bacino col cuore che torna a galoppare, poi frenetico ti guardi in giro, smanacciando lungo il corpo come se potesse essersi nascosto dentro i pantaloni e sotto la giacca, la mente slegata che ripercorre le ultime ore.

Ti volti a fatica, abbozzi qualche passo cercando di capire. L’hai forse allacciato male? È caduto? L’avresti sentito cadere. Quel fruscio di poco prima…? Ma lo vedresti, così colorato. Deve essere per forza caduto durante la salita. L’hai chiuso male quando sei sceso alla stazione. Hai visto il treno rallentare, deciso di impulso di non aspettare la fermata corretta, hai preso lo zaino dalla cappelliera, gli sci e i bastoncini dal deposito … e hai lasciato il marsupio sul sedile accanto al tuo.

Lo vedi chiaramente nel ricordo, rosso contro il grigio smorto della seduta.

Eri così preso dal fastidio per i ragazzini che non te ne sei nemmeno accorto.

Quanti chilometri hai percorso? Dove sei?

Butti lo zaino a terra e inizi a frugare all’interno, sentendo il battito pulsare dietro agli occhi, pregando di esserti sbagliato, di aver messo la mappa insieme al cambio e alle razioni per cena. Di avere almeno un paio di occhiali da sole. Ma davvero ci speri? Sai benissimo di aver gettato alla rinfusa quelle cose che ritenevi assolutamente indispensabili alla gita, mentre Oskar batteva i pugni contro la porta della vostra camera. Se non fosse attaccata al collo, avresti dimenticato anche la testa, ti direbbe tua madre.

Il pensiero di lei che ti guarda con sdegnosa sufficienza riesce a ridarti un po’ di calma.

Non c’è motivo di lasciarti sopraffare dal panico. Sei in una brutta situazione, sì, ma non sei in qualche sperduta terra artica in epoca vittoriana: sei nel ventunesimo secolo e ti basterà semplicemente ripercorrere i tuoi passi o proseguire puntando alla prossima stazione della ferrovia per incontrare qualcuno. Male che vada dovrai passare cosa, una notte in più all’aperto? Ma per allora Oskar avrà mobilitato i soccorsi e le tue probabilità di essere trovato saranno persino aumentate. Testa sulle spalle, ragazzo.

Respiri profondamente, cercando di darti delle priorità. Devi capire esattamente dove ti trovi. E trovare un modo di coprire gli occhi.

Dio quanto ti danno fastidio, adesso. Continui a sbattere le palpebre cercando di mantenerli umidi, stringendo i pugni per non alzare le mani, ripetendoti che non hai davvero qualcosa nell’occhio, è l’irritazione e sfregarli peggiorerebbe le cose.

Devi assolutamente iniziare da quelli.

Ti maledici per non aver preso almeno una cuffia o una fascia con te, ma certi pensieri alimentano nuovi picchi di panico e gran parte delle tue energie son dirette al mantenimento della calma. Devi concentrarti.

Devi tornare alla stazione.

O meglio proseguire verso la successiva?

Cosa cazzo devi fare?

Gli occhi. Puoi sciare tenendoli chiusi, almeno per un po’. E se torni indietro, sempre dritto, arriverai al fiordo e vicino alle case magari avrai segnale telefonico. E comunque, una volta raggiunto il fiordo, vedrai la stazione. Ecco il piano.

Ripensi con un brivido a quel rumore, al tuo scatto immotivato.

E se qualcosa ti stesse seguendo? Un ghiottone magari? Porti una mano alla fronte e socchiudi gli occhi, scruti lo spazio attorno a te: non ci sono macchie di vegetazione che potrebbero nascondere un predatore; e non ci sono ombre, adesso che il sole si avvicina allo zenit e ogni scheggia di luce sembra riflettersi nei tuoi occhi come il raggio concentrato da una lente d’ingrandimento molesta.

Hai ancora otto ore prima del tramonto. Quasi le stesse trascorse da quando hai lasciato Oskar addormentato sul divano. Pensando a lui chiudi gli occhi, inspiri e inizi a muoverti cercando di ripercorrere le tue tracce già svanite, andando sempre dritto.

Inizi a credere che tutto finirà bene – che nemmeno dovrai parlarne a qualcuno, che resterà uno degli umilianti segreti che tutti abbiamo sepolti nella memoria – e sarà questa consapevolezza, saranno le endorfine dovute al movimento meccanico, ma ti trovi a sorridere.

All’aperto non si può essere preoccupati. Finché si è in movimento, tutto in qualche modo si sistema.

Procedi in questo modo per un po’, il rumore degli sci e il respiro del vento che ti cullano mentre inizi a fantasticare di quando rientrerai e, dopo una birra, racconterai di quanto sei stato sbadato a lasciare le cose sul treno. Forse non servirà nemmeno passare dal pronto soccorso, basterà di certo un antiinfiammatorio e una bella notte di riposo nel letto.

Ti arrischi a socchiudere gli occhi, macchie scure che danzano davanti al tuo campo visivo. E il respiro ti si mozza. C’è qualcosa, là davanti. Non riesci a vederlo bene a causa delle lacrime e di quel fastidioso, continuo movimento, ma c’è.

“Via”.

Vorrebbe essere un urlo, ma le tue orecchie sentono un pigolio che non somiglia nemmeno alla tua voce e che ti atterrisce quanto la figura che ti scruta immobile.

Inghiotti.

“Va’ via!”.

Pesti un piede, agiti le braccia. Pensi di lanciare uno dei bastoncini, ma all’ultimo capisci che rischieresti di non ritrovarlo più, affondasse nella neve – e allora come ti sposteresti?

La figura davanti a te non si muove. Ti avvicini, pronto a difenderti in qualche modo, il battito del cuore che annulla qualsiasi altro suono. Allunghi un bastoncino. Affonda, finché non tocca la roccia.

Spolveri con le mani quella che si rivela essere una pila di rocce incastrate, uno sbaffo di vernice rossa sulla cima. Ancora una volta il tuo cuore si placa – santo dio, quanta adrenalina può sopportare il tuo organismo?

È un segnale. Se riuscissi a trovarne altri, ti porterebbero in una zona sicura. “È un’ottima notizia” ti dici ad alta voce, per dare più forza all’affermazione.

Perché lo è, è una notizia eccellente. Ma allora perché all’andata non l’hai notato? Stai seguendo una strada diversa?

Tentenni, le gambe pesanti non solo per la fatica.

All’aperto non si può essere preoccupati… all’aperto tutto va per il verso giusto. Ma qualcosa in quel ragionamento adesso non quadra e quell’isolamento che hai bramato ti sembra un peso che ti schiaccia in basso e ti impedisce di respirare.

Sei da solo. E ti sei perso.

“Se ho trovato il segnale non mi sono perso. Devo solo cercare gli altri, sotto la neve. Quindi devo guardare dove vado. È semplice”.

Sai che sarebbe stato più logico guardare dove andavi fin dall’inizio e seguire le tracce, per quanto scostanti e leggere. E se avessi perso la vista?

“Non si diventa ciechi sulla neve. Non per sempre. Poi passa”.

Spalanchi gli occhi, guaendo per il dolore che ti provoca, e cerchi di guardarti intorno, sperando di individuare qualcosa che ti permetta di orientarti, di capire. Sono alberi, quelli? Se sì, sono troppo a est. Hai attraversato degli alberi, venendo via dalla stazione? Non lo ricordi. Non ne sei sicuro.

Il tuo campo visivo si restringe e non riesci a capire se è la nuova ondata di panico o la luce a lasciarti quelle ombre scure. Decidi di puntare gli alberi, sperando in altri segnali. Negozi un accordo con te stesso: una sbirciata ogni quattro passi; inizi a muoverti, sgraziato, le falcate irregolari, il fotogramma delle alture candide che ti tormenta in negativo anche dietro le palpebre chiuse.

Sudi, molto. Vorresti fare una pausa, ma ne hai il coraggio? E se davvero qualcosa ti attaccasse?

Ma è possibile che una bestia possa attaccarti, quando sei a pochi chilometri dalla ferrovia, dalla civiltà? Eri sul treno poche ore fa. Eri a casa con tuo marito, cristo santo, nemmeno un giorno fa, e non l’hai nemmeno baciato prima di uscire.

L’enormità della tua idiozia ti fa rabbrividire mentre acceleri il passo, come se potessi sfuggirle – alla stupidità? Alla bestia?

Ma non ci può essere nessuna bestia. Non può. Nulla ti sta cacciando.

Quando raggiungi gli alberi sei talmente sfiatato che non puoi non fermarti. Getti lo zaino a terra e ti ci siedi sopra, respirando a grandi boccate, cercando nel contempo di limitare al minimo ogni rumore.

È neve che cade, quella? È qualcosa che si muove? Rifiati e appena possibile ti rimetti in piedi.

Quanto puoi andare avanti?

Ti muovi, i rametti che graffiano e strappano il tessuto tecnico, ma te ne accorgi appena.

Entrare nel bosco è stato un errore, ci sono troppi scricchiolii, qui, troppi movimenti che non capisci se siano reali o se…

È lì, cristo santo.

È lì, all’angolo dell’occhio, quella dannata cosa.

Volti la testa per vederla, ma è sparita. Ne percepisci, però, lo sguardo attento addosso.

Non stai impazzendo.

È lì, con te, e il fatto che tu non riesca a vederla non significa non ci sia.

Non capisci come possa nascondersi, dato che il sole non concede nemmeno un’ombra, ma così è.

Oppure un colpo di sole ti sta uccidendo. O la disidratazione. Hai bevuto, da quando hai capito di esserti perso? Quante ore sono passate, quanti chilometri hai percorso?

E la tua mente si spegne. È l’unica spiegazione, perché il bianco attorno a te si fa, se possibile, più bianco e il silenzio viene coperto da un sordo, continuo pulsare e non senti null’altro, non vedi nulla, non potresti urlare nemmeno mettendoci ogni goccia di volontà che possiedi.

La tua mente si spegne e quando ne diventi consapevole ti sei già inoltrato fra gli alberi e sei salito di quota e nemmeno ricordi di aver affrontato la salita.

Ma forse è stato un bene, perché là, all’orizzonte, fra le macchie in movimento e le fronde, noti un profilo stranamente squadrato e innaturale che si staglia contro l’azzurro assoluto del cielo: la stazione. Non sai quanto distante, ma una volta notata spicca così tanto rispetto al resto che è impossibile perderla di vista. Ti lasci cadere sulle ginocchia, incredulo e incapace di fare qualsiasi cosa. Poi inizi a urlare e ti rialzi di slancio. Devi letteralmente solo andare dritto e superare gli alberi. Tornare a casa, chiedere scusa a tuo marito, passare i prossimi fine settimana di tutta la tua vita per negozi. Continui a gridare, versi inarticolati che sono pura gioia.

Un cumulo di neve cade da un ramo sulla tua destra ed è un attimo: sobbalzi e gli sci si incrociano, rovini a terra e un intenso dolore alla testa è l’ultima cosa che senti.

Resti lì, incapace di muoverti.

Il profilo della stazione che ancora si intravede dietro gli alberi.

È lì.

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12 commenti su “Ut på tur”

  1. I mostri “personali”, le follie, la psicosi… Mmmm grazie,@Mirihele, per averci ricordato così bene che per fare paura, basti davvero poco. Bastiamo noi. Ho adorato il dettaglio in particolare in cui cerca il mostro spingendo gli occhi oltre lo sguardo, come se volesse spingere fisicamente i bulbi oculari fuori dalle orbite. L’ho trovata un’immagine ben riassuntiva e dimostrativa di questo horror. In casa Prime video sarebbero contenti di te.

  2. Capitana Borderline

    La seconda persona, il tu, nella narrazione, è un azzardo. Difficile da gestire perché non ha la forza introflessa dentro il personaggio della prima persona, né l’incedere che consente al lettore di scoprire le cose lentamente che ha la terza persona. Inoltre, in questo caso è difficile capire se il protagonista è un uomo o una donna. Dai pronomi, ovviamente si capisce sia un uomo, ma alcuni passaggi, come i nipoti “pretesi” dai suoceri, o le serate del marito “con gli amici” farebbero pensare a una donna e questo “tu” non fa che confondere il lettore, che non riesce a immedesimarsi perché non trova un punto fisso. Nel complesso, il racconto scorre, regge la tensione, ma a mio parere avrebbe guadagnato in suspense con un una terza persona, tralasciando un po’ di avverbi e invertendo la visuale marcando un solo senso. Nel tuo caso hai usato la vista, ma con uno scenario di questo tipo, sarebbe stato una bomba avessi usato più sensazioni uditive, in alcuni passaggi hai avuto questa intuizione, marcando ancora l’avresti reso più “orrorifico”. In ogni caso, buona prova! Benvenuta a bordo, spero di rileggerti presto 🙂

    1. Mi dispiace che risulti confuso, nella mia testa era così chiaramente un uomo che non mi son posta il problema che la sua “quotidianità” potesse risultare confusionaria. magari dipende anche dal setting? Per me è chiaramente la Norvegia (perchè lo so, per il titolo e quello che significa), ma mi accorgo ora di non averlo scritto da nessuna parte – e là matrimonio e adozione per coppie omosessuali son legali.

      … non mi spiace, invece, di aver calcato poco sui suoni. Il silenzio è assolutamente consapevole. Probabilmente hai ragione che usare più “rumori interni” avrebbe mostrato il panico senza raccontarlo, ma quando si sta in posti con la neve alta è inquitante proprio il fatto che tutto paia assorbito.

      Grazie del benvenuto <3

  3. Oh, ecco l’altra soluzione. Presente ma guarda un po’, il narratore si rivolge al protagonista. Notate come qui non sembra affatto preoccupato a descrivere al lettore cosa succede, ma invece impegnato a dire al protagonista cosa gli succede.

    In definitiva per tutta la lettura mi son sentito un giocatore di ruolo di fronte a un Master che mi sorride perfido. Ho fatto la mia mossa, ho scelto di andare in montagna da solo, ora la parola è del Master e io sono in balia della sua volontà.

    Un giochino ben riuscito, davvero. Volontario, inconsapevole, non importa, ben riuscito. E da oggi, se questa non era l’originale intenzione, sai qual è la chiave che gira dentro questo meccanismo.

    1. È uno dei motivi per cui, personalmente, amo la seconda persona – da un lato tiri per la giacchetta il lettore, dall’altro hai la sensazione che il narratore stia contemporaneamente parlando a te/si stia disinteressando di te e questo mi dà sempre l’impressione di rendere ciò che accade se possibile, più ineluttabile.
      Son contenta che questo intento sia passato ^^

  4. Finalmente sono riuscita a leggere anche l’ultimo racconto.
    Che dire? L’ho adorato. Ansia che cresce, il dubbio che sia follia, insolazione o qualcos’altro, ma che importa? Importa quello che si sente e qui eccome se si sente!
    Mi piace la seconda persona e l’uso che ne hai fatto. Alimenta l’ossessione in chi legge.
    Ho notato un paio di refusi, ma sono davvero poca cosa, non rompono la magia che crei.
    Secondo me, davvero, una grande prova.

  5. Mi è piaciuto molto!
    L’uso della seconda persona è raro, ma l’ hai usato bene, non è straniante quanto ci si aspetterebbe.
    L’ansia cresce lenta e regolare, e apprezzo molto che in pochi accenni tu sia riuscita a darci un quadro del contesto precedente alla narrazione.
    Complimenti ^_^

  6. Mi aspettavo davvero la bestia, devo dire che l’avrei preferita, anche se capisco la scelta di non essere scontato. Forse un animale avrebbe dato un tocco più horror.
    Abbiamo usato un po’ la stessa idea, di far credere che ci sia qualcosa di insidioso, che poi non esiste. Non so se la resa sia davvero horror, ma questo è un dubbio che ho anche sul mio testo.
    Infine, l’ho trovato ben scritto. In qualche punto avrei fatto scelte diverse, ma ci sta.

    1. Grassie 😉 sì, ho notato che abbiam giocato sulla stessa cosa.
      Che invece, in realtà, non si capisca se davvero qualcosa c’è o se è tutta insolazione, suggestione o follia è una delle cose che preferisco – adoro ogni forma di horror, gli splatteroni con mostri tantissimo… ma il fascino di cose come L’incubo di Hill House è tutta un’altra storia!

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