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Un mare di guai

Licenziato!

Il direttore del museo ci teneva a dare messaggi diretti e inequivocabili. Quando convocò il custode nel suo ufficio, quindi, non ci girò tanto intorno.

«Signore, come può farmi questo?»

«Ironico che me lo chieda, Bob, quando ha ancora le briciole sui baffi!»

«Vorrebbe licenziarmi solo per aver fatto uno spuntino?»

«Uno spuntino in orario di lavoro, con tanto di tovaglia stesa sull’altare romanico? Proprio così! E mi permetto di ricordarle quel fiasco di vino rosso che troneggiava in guardiola la settimana scorsa e al suo sonnellino pomeridiano durante la visita della scolaresca.»

«è stato un piccolo colpo di sonno. Poteva capitare a chiunque.»

«Ma certo! A chiunque si fosse imbottito di succo d’uva fermentato per colazione, indubbiamente. Per non parlare dei pregevoli disegni anatomici che quegli angioletti ci hanno lasciato per ricordo, mentre lei pisolava. Non mi faccia perdere altro tempo Bob. Siamo ben oltre il terzo strike.»

«Il terzo cosa?!?»

«Oh, lasci stare! Ci siamo capiti.»

«Mi dia un’altra possibilità. Questo lavoro è tutto quello che ho.»

Fino a quel momento, il vecchio custode aveva rivolto lo sguardo ai suoi piedi, mortificato per non poter smentire le accuse. Ora, i suoi occhi celesti e annacquati fissavano quelli del direttore in un’ultima disperata supplica.

«Mi ascolti, Bob. Passerò questa sera in guardiola e, se troverò le sue dimissioni, eviterò di procedere con il licenziamento in tronco. Questo è tutto quello che posso fare per lei, oltre a fare finta di non sentire questa tremenda puzza di alcol.»

«Avrò almeno il mio periodo di preavviso?»

«Lo avrà. Ora vada, per cortesia. Il museo deve chiudere.»

Bob uscì barcollando dall’ufficio; il tremolio era dovuto sicuramente alle brutte notizie ricevute, ma anche ai postumi dell’ultima sbronza. Il discorso del direttore, tuttavia, aveva risvegliato in lui quel tanto di lucidità che bastava per mettere insieme un piano. Se il capo non voleva dargli un’ultima possibilità, se la sarebbe creata da solo, impegnandosi a rendere la sua ultima settimana di lavoro un fulgido esempio di professionalità.

E poi, chi avrebbe preso il suo posto? In un piccolo paesino come quello, immerso nel nulla, era già un miracolo che qualcuno sapesse dell’esistenza del museo. Di certo non ci sarebbe stata la fila per rimpiazzarlo. Mentre lo pensava, Bob si diede dell’idiota. «Ecco che cosa dovevo dire al direttore!», pensò tra sé e sé, «ma si ricrederà. Farò un ottimo lavoro e dovrà cambiare idea.»

Convinto di ciò, tornò in guardiola, si guardò di sottecchi nel riflesso del vetro e cercò di sistemarsi al meglio il berretto e il colletto. Alla divisa mancava un bottone e c’erano macchie di unto un po’ dappertutto.

«Nella penombra non si noteranno», si disse, cercando di ricordare l’ultima volta in cui aveva fatto il bucato.

«E ora mi darò da fare con le migliori pulizie mai viste in questo museo da due soldi! Si dovrà ricredere… ah se lo farà!»

Con la smania del suo ritrovato entusiasmo, afferrò il carrello dei detersivi e iniziò il giro delle sale. Sulle teche c’erano strati di ditate, indizio di pulizie non proprio assidue. «Brilleranno!», si disse, mentre aggiungeva nuove ditate tentando di levare quelle vecchie.

Il giro di pulizie proseguì maldestramente fino alla sala dei dipinti. Era un luogo in cui il vecchio Bob si soffermava spesso, incuriosito dalle stranezze di quei quadri. Erano insoliti, misteriosi, talvolta inquietanti per le atmosfere cupe che evocavano. Non erano i tipici quadri da catalogo d’arte e, del loro misterioso autore, si sapeva ancora meno. Nessuno conosceva il suo nome, ma solo le iniziali che campeggiavano in fondo alle sue tele: E.B.

Si vociferava addirittura che li avesse dipinti un uomo di fiducia del direttore, per rimediare alla penuria di opere d’arte nel museo e che questi avesse mantenuto l’anonimato per creare un alone di mistero.

Non era comunque questo a turbare il sonno di Bob, ora che il suo posto di lavoro era in pericolo. La mente era fissa lì e tutte le energie erano concentrate sull’obiettivo. «Andiamo a muovere un po’ di polvere!», si disse allora, ma non fece neanche il tempo a impugnare il piumino che una fitta lancinante al polpaccio destro lo mise a terra, con tanto di tonfo plateale sul pavimento.

Il dolore era giustificato: il polpaccio era dilaniato da una ferita che sembrava lasciata da artigli affilatissimi affondati con forza nella carne viva. Mentre il povero Bob la guardava sconvolto, un’ombra nera sfrecciò nella stanza, più rapida del suo sguardo.

«Chi… chi c’è?», chiese in pieno attacco di fifa.

La risposta gli apparve davanti. L’ombra nera diventò una presenza felina, che avanzava minacciosa verso di lui lasciando impronte indelebili dietro di sè.

Se prima Bob era intimorito, ora era letteralmente terrorizzato. Tutto ciò che riuscì a fare fu chiudere gli occhi e coprirsi il volto con le braccia, come era solito fare di fronte alle situazioni difficili.

Rimase così, immobile, in attesa di quello che doveva accadere, incapace di muovere un solo muscolo del suo corpo grassoccio.

Fu un’attesa breve, ma inconcludente. Passato l’attimo in cui si era rassegnato a rendere l’anima al Padreterno, riaprì timidamente gli occhi e guardò dagli spazi lasciati tra un dito e l’altro della mano.

Nulla. La belva era sparita, ma non del tutto, perché si si era riaffacciata alle finestre della sua memoria. Aveva già visto quel gattaccio nero e i suoi infernali occhi arancioni. Era in uno dei quadri della stanza, incorniciato da veli d’ombra e con le orecchie dritte: stesso sguardo, stessa minaccia.

Seguendo la scia di quel ricordo, Bob si trascinò per la stanza in cerca del quadro. Fece il giro tre volte senza trovarlo, finché capì che non c’era più. O, per meglio dire, il quadro c’era, con la cornice, gli sfondi e tutto il resto, ma il gatto mancava! Al suo posto c’era una sagoma grigia che sembrava tenergli il posto in attesa che tornasse da un improvviso impegno… fuori!

«Misericordia! Ora mi accuseranno anche di furto, o contraffazione di dipinti o qualunque cosa sia questa diavoleria!»

In effetti, ciò che era successo doveva essere proprio opera del demonio. I brividi aumentarono quando notò che non era l’unico quadro in cui il protagonista si era, per così dire “assentato”.

Insieme alla Gatta Schiaccianoci, l’opera incriminata, anche La Cacciatrice Incappucciata, il Mago Ribelle, Il Baleniere dei sette mari, Il Cuoco Pazzo e Gli Spaventapasseri Erranti erano deturpati da quelle grandi sagome grigie.

Ne mancava ancora uno da controllare, quello che lo aveva sempre inquietato un po’ più degli altri. Il passo, già rallentato dalla ferita, si fece ancora più incerto.

«Povero me: è sparito anche lui!», piagnucolò Bob, ormai completamente vittima degli eventi.

«Parli forse di me?»

Quella voce maligna che riecheggiò alle sue spalle gli gelò il sangue nelle vene.

Non fece in tempo a voltarsi che fu travolto da lui in persona. Era l’Oscuro Negromante, l’ultimo dei personaggi sfuggiti ai loro quadri. E dietro di lui accorsero tutti gli altri, ognuno con un carico di furia da sfogare sul vecchio custode.

«Che cosa volete da me? Che vi ho fatto?», gridava disperato, ma quelli non sentivano ragioni e continuavano a picchiarlo, con ferite che non lasciavano tracce di sangue, ma di vernice. Continuarono per un bel po’, finché il povero Bob non rimase tramortito in mezzo alla stanza, ricoperto di tracce di colore e circondato dalle sette tele abbandonate dai suoi aggressori.

Lo ritrovarono così, ancora privo di conoscenza. Quando il direttore lo svegliò con un secchio di acqua fredda non era solo.

«Questa volta l’ha fatta grossa, Bob!», mormorò, prima di lasciarlo all’ispettore.

«Grazie al cielo, siete qui. Sapeste che cosa mi è accaduto… dei vandali! Pazzi furiosi, incontrollabili… guardate come mi hanno ridotto!”

«Sssh… le conviene non dire altro», disse l’ispettore levandosi gli occhiali scuri.

«Faremo luce sull’accaduto, ne stia certo, ma per il momento le basti sapere che è in un mare di guai!»

8 commenti su “Un mare di guai

  1. Nonostante l’idea dei personaggi che escono dai quadri non sia una novità, il racconto mi ha divertita (soprattutto alcuni vocaboli). Nel complesso ho trovato il testo scorrevole. Una buona lettura bravo/a

  2. Bello! Mi è piaciuto molto sia per la stesura, che per il modo fluido con il quale tutti gli avvenimenti raccontati si susseguono.
    Forse, ma lo dico a titolo personale, avrei aggiunto una tocco più dark al finale. Anzi ci sarei andato giù pesante eheheh. Un bel finalone creepy alla “piccoli brividi”.
    Per il resto solo complimenti.

  3. Ebbene sì, il vecchio Bob è totalmente al servizio della storia. Paga le conseguenze della sua indolenza, che lo terrà sempre ai margini della storia degli altri e vittima disarmata di chi invece, nel bene o nel male, ha scelto di essere protagonista della propria.

  4. Ho apprezzato la pulizia del racconto in termini di lessico e di sviluppo della vicenda. Vero, questo guardiano rimane un po’ anonimo, senza entrarci dentro, a differenza dei graffi della Gatta. Aderente alla traccia nello sviluppo della storia. Piaciuto!

  5. IL protagonista, delle volte, è solo uno stratagemma. Un pretesto, un mero mezzo per raccontare la storia. Questo ne è un esempio. una narrazione sbilanciata verso ciò che succede, in cui il personaggio principale è minimamente affascinante, un qualunque mediocre qualsiasi e in effetti non serve ad altro se non come ingranaggio.

    Ci affezioniamo al custode? Io no, è una patetica, mediocre macchietta. Vogliamo conoscere l’evento. Retto da questa struttura, pur non essendo una traccia innovativa, è un esperimento interessante.

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