Un racconto di DBones

Traccia 2: “Non volare” disse la madre al bambino. “Non volare mai!” lo minacciò con un paio di forbici in mano. “Non saltare neanche!”. Puoi camminare, meglio strisciare. “Striscia i piedi, sii pigro, pesante. Se scoprono che sai volare ti uccideranno. Non subito, non presto, ma ti guarderanno finché non darai loro una scusa per farlo. Quel giorno lo faranno. Venerano le mura. I muri sono Dei. Non salire mai più in alto di un Dio. Non oltraggiare il Dio, non volare, non imparare, non scoprire.”

Ascolto il pianto del bambino. I singhiozzi scemano.

«Mamma, il gioco della palla è divertente?»

«Il gioco della palla?»

Il bambino annuisce. «Il signor Camillo mi ha detto che gli altri bambini ci giocano tutti insieme. E si divertono moltissimo!»

Nello spazio angusto della stanza, sediamo per terra, la pelle nuda a contatto con le piastrelle. Bianche. Gli accarezzo la nuca, i capelli corti mi pizzicano i palmi. Le mie mani scivolano fino a sfiorare la base del collo, le spalle ossute. Il tremolio del suo corpo è energia statica nei miei polpastrelli.

«So che vorresti giocare con loro, ma…»

«Sono stanco, uffa!»

«…prima devi guarire.»

«Ma sono solo!»

«Non è vero. Ci sono io, e c’è anche il signor Camillo.»

«Sì, ma non guarirò mai!»

«Devi avere pazienza, bambino. In un modo o nell’altro, tutti guariscono.»

Afferro le sue ali con delicata fermezza. Intrappolo le piume candide nei miei pugni.

«Sei pronto?»

«Mi prometti che questa sarà l’ultima volta, mamma?»

«Sei pronto?» ripeto.

Un lampo di rabbia screzia l’azzurro dei suoi occhi.

«Ahia! Mi fai male. Lasciami.»

«Va bene.» Mi allontano, le braccia sollevate in segno di resa. «Pensavo volessi farlo.»

Si alza in piedi. Il suo sguardo fisso sembra perdersi nel grigiore del soffitto. Muove le ali. Privo di grazia. Un battito. Due. Si solleva da terra, ma il cielo rimane distante, al di là del cemento. Precipita. Sputa un gemito. Asciuga le lacrime nei polsi, rubando un filo di moccio che stava penzolando da una narice.

«Non ce la faccio, queste stupide ali…le odio!»

«Devi solo dare tempo al tempo.»

«Voglio giocare con moltissimi e moltissimi bambini.»

Mi bastano tre passi per tornare da lui. Per abbracciarlo.

«Quando sarai guarito, giocherai.»

«Mamma?»

«Dimmi, bambino.»

«Tu mi vuoi bene, magari mi vorranno bene anche gli altri.»

Lo stringo un po’ più forte. Non troppo.

«Gli altri non capirebbero quello che sei. Ciò che è diverso li terrorizza.»

«Mammina,» riesco a sentire i brividi, lascito del suo dolore, riempire le mie braccia, «non voglio essere diverso!»

Resto in silenzio. Quando riprendo a parlare lo faccio con un filo di voce.

«La normalità che desideri ha un prezzo, e tu lo sai bene.»

Le piume delle sue ali adornano il pavimento.

«Sì, mammina, voglio giocare al gioco della palla. Prendi le forbici e taglia!»

Afferro le ali; stringo all’altezza dell’attaccatura con le scapole, sotto le piume tocco consistenza di cartilagine. Il bambino geme, ma le mie orecchie si fanno sorde a ogni lamento, è così che dev’essere.

«Basta tagliare. Meglio strappare alla radice!» dico mentre lui vomita il suo strazio. E tiro.

***

L’ometto rotondo ondeggia, il deretano che straborda da una seggiola di legno. Chiuso in un gabbiotto di due metri per due, disegna semicerchi invisibili nell’aria viziata. Accanto alle sue scarpe laccate di vernice nera, giace una bottiglietta vuota. Bruciabudella da pochi spicci. Espelle una sorta di grugnito alcolico, mentre le brache si gonfiano degli effluvi di un peto sonoro.

«Assistente!» Una voce femminile lo fa trasalire. Picchetta sul vetro della guardiola.
L’ometto trotterella fuori dalla sua tana. La donna che si trova davanti è una biondina occhialuta con una frangetta sbarazzina a mitigare l’espressione severa del volto.

«Comandi, dotttoresssa!» Si esibisce in un sull’attenti poco credibile.

«Immagino che lei sia il sostituto del signor Camillo.»

«Esposito Alfonso, apppena trasferito dal reparto Tecnologie Greeen.» Un inchino storto.

La biondina lo gela con uno sguardo torvo. Accartoccia le labbra.

«Non fatico a comprenderne il motivo…»

Alfonso scuote la pappagorgia. Spalanca la bocca per fiatare nelle mani a coppa. «Dotttoresssa, non deve pensare…vabbbuò, sto zittto.»

«Direi che è la cosa migliore; non tiriamola per le lunghe» lo interrompe secca. «La stanza diciannove ha bisogno di una pulita.» Gli porge una tessera che lui infila in una tasca della sua tuta da lavoro blu elettrico.

«La diciannnove? Nesssun problema, piglio stracccio e spazzzetttone e mi fiondo.»

«Si fionda?! Va bene, signor Esposito, si fiondi subito a fare quanto le ho chiesto.»

«Agli ordini, dotttoresssa?»

Ma lei si sta già allontanando, elegante su scarpette viola che fanno capolino dal camice bianco. Alfonso aguzza la vista; il camice non è affatto bianco, non solo almeno. Macchie rossastre gocciolano dai lembi. Potrebbe essere uno scherzo dell’alcol, ma hanno tutto l’aspetto e il colore del sangue. Fresco. Comunque sia non ha voglia di rimuginarci su. Si guarda attorno, il lungo corridoio che ha davanti si perde nella penombra.
L’eco di una voce in lontananza. «Alfonso, veda di non dimenticare che i laboratori Brixiani non le daranno altre possibilità.»

Dopo l’ennesimo rutto a labbra serrate, l’ometto rientra nella guardiola. Sulla scrivania, accanto a un computer vetusto che fa da soprammobile cattura polvere, c’è un foglio A4 plastificato. Lo afferra e comincia a studiarlo. Percorre ogni angolo con la punta dell’indice grassoccio. Diciannove stanze.

Secondo la planimetria, il ripostiglio dovrebbe trovarsi a pochi passi da lì. Ma per un uomo un po’ alticcio, pochi passi possono rivelarsi una distanza non indifferente.
Sbaglia corridoio, non meravigliandosi del fatto di non incrociare anima viva. Giunto a destinazione, prende il carrello per le pulizie, indifferente all’odore di disinfettante misto umidità. Chi ben comincia è a metà dell’opera, non resta che trovare la stanza diciannove.

Trascorre un’altra mezzora, forse qualche minuto di più, barcollando tra le luci al neon di cunicoli sconosciuti. Si dà dello sciocco per non aver portato con sé il foglio plastificato; un uomo di quasi sessant’anni non dovrebbe fare troppo affidamento sulla memoria.

Una stanza, due stanze, tre; porte d’acciaio. Nei pressi della quarta porta, la curiosità costringe Alfonso ad avvicinare l’orecchio, restituendogli solo il suono ovattato dei battiti del suo stesso cuore.
Cinque, sei, sette. All’altezza della porta numero otto, la curiosità muove la sua mano facendogli afferrare la tessera che aveva riposto in tasca. Striscia la barra magnetica nell’apposito lettore. Il colore rosso è un chiaro rifiuto.
Porta numero diciannove, o diciannnove come direbbe Alfonso a causa del suo difetto di pronuncia. Non ha nulla di diverso dalle altre. La luce è verde. Aperta.

«La mamma è una bugiarda!» piagnucola il bambino rannicchiato in un angolo. «Aveva promesso.»

Minuscole ali angeliche spuntano dalla sua schiena nuda, attorno a lui si spalanca la follia di un quadro surrealista. La vernice è il sangue.

«La odio.»

***

Ascolto il pianto del bambino. Ancora.

«Mamma, lo sai che ho giocato al gioco della palla con il signor Alfonso?»

«Davvero? Ti sarai divertito moltissimo.»

Non sembra convinto. «Il signor Alfonso mi ha detto che i bambini dovrebbero giocare con gli altri bambini.»

Avvicino il mio corpo al suo, nudi oggi come ieri. «Sembra molto saggio il signor Alfonso! Però non ti conosce quanto ti conosco io.»

«Tu mi conosci davvero?»

«Hai qualche dubbio? Io sono mamma.»

Gli angoli della sua bocca tremano e le gocce dai suoi occhi si fanno copiose; prego Iddio che il suo dolore non sfoci nell’isteria, detesto chi fa i capricci.

«E allora lasciami giocare!» Tira su con il naso. «Voglio correre e lanciare la palla assieme a tanti amici.»

Sfioro le sue ali; sembrano più grandi rispetto alla volta scorsa. Bene.

«Quando sarai guarito, giocherai.»

Muove le scapole; è il suo istinto, la sua natura. Non si può fuggire da ciò che si è.

«Ma io voglio giocare adesso!» Si lascia cadere, nel nulla asettico della stanza.

«Allora sai già quello che dobbiamo fare.»

«Sì, mammina, lo so! Un’ultima volta e poi sarò guarito, vero? Potrò uscire da questo posto, e tutti mi vorranno bene perché sarò un bambino normale. Promettimelo!»

«La normalità che desideri ha un prezzo, e tu lo sai bene.»

«Sì, mammina.»

La punta delle piume mi solletica i palmi. Brividi ed eccitazione. Afferro la cartilagine. Avvicino le labbra.

«Strappare alla radice» sussurro. E tiro.

***

Mi piace il signor Alfonso. Quando pulisce la mia stanza dopo quella che mamma chiama terapia dello Strappo, non dice molte parole. Quando mi accompagna al Buco della popò resta proprio zitto, e lo capisco perché la puzza dà molto fastidio. Invece al signor Camillo piaceva moltissimo parlare; mi raccontava del mondo esterno. Ma il signor Camillo non c’è più. Entrambi amano il gioco della palla, ma solo Alfonso mi fa giocare. Non spesso, a volte.

Ho sonno. Mi rannicchio nel mio angolo e chiudo gli occhi. Le luci non si spengono mai e le ali non smettono di crescere. Mamma è una bugiarda; presto arriverà per lo Strappo e glielo dirò: “Sei cattiva, non ti voglio più bene!”

La porta si apre. «Mamma!» Mi tremano le labbra.

«Buongiorno, angelo, mi spiace ma non sono mammma.»

Angelo. Il signor Alfonso mi chiama così, non so che vuol dire. Non ha la palla con sé. Che delusione!

«Buongiorno, signore.»

Allunga la mano. Non me l’aspettavo. Non so che fare.

«Alllora, angelo? Andiamo o no?»

Usciamo dalla stanza e camminiamo per i corridoi.

«Il Buco per la popò è dall’altra parte!» gli faccio notare.

«Devi fare la caccca?»

«No, io…»

«Bene.»

«Mamma non vuole che esco, mi sgriderà!»

«Lei adessso non ci sta.»

«Ma…»

«Shhh.»

Al signor Alfonso non piace parlare.

Tengo la testa bassa, ho paura e non capisco perché.

Qui la luce è diversa. Io sono diverso. Mi fanno male gli occhi. Chiudo le palpebre.

«Angelo, che stai a fa? Guarda.»

Seguo il suo consiglio. La luce brucia. Sono abituato al dolore.

«Signor Alfonso, non capisco.» Davanti a me c’è un muro. Io vivo tra i muri.

«Lasssù.»

Sollevo la testa e in alto, troppo in alto, c’è l’azzurro. Più azzurro dei miei occhi. Splendido e terribile.

«Bello il cielo! Il signor Camillo me ne parlava spesso.»

«Bravo il signor Camilllo, ma ti ha dettto chi ci sta in cielo?»

«Bambini che giocano a palla?»

«Ci sta Dio!»

«Dio?! Che cos’è?»

«Uno che può farti diventare un bambino normale.»

«Un. Bambino. Normale.»

«Mo che aspetti? Vai! Sbattti ‘ste ali. Vola, angelo, vola!»

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12 commenti su “Stanza 19”

  1. Ciao Dario! A me non piace il passaggio da terza a prima persona nello stesso racconto, ma è semplicemente un mio gusto personale. Qualunque cosa sia successo a il signor Camillo mi dispiace, ma permettimi di dire per fortuna! Così il signor Alfonso ha potuto far evadere “Angelo”.
    Ho avuto come la sensazione che la madre in realtà non volesse liberarlo dalle ali e una frase mi ha suggerito che forse più le strappa e più folte crescono. Forse avrebbe voluto usare il figlio come via di fuga in volo? Chissà.
    Buona prova in ogni caso

  2. Forse la caratterizzazione dei personaggi meritava qualche battuta in più, un buon accenno di personaggi comunque.
    una volta che il contesto e il soggetto son chiari non incalzateli troppo, dedicate una buona fetta ai personaggi. È una impresa quasi impossibile, oggi, tracciare una storia originale: la bravura sta nel innestare interazioni e caratterizzazioni irresistibili, nella storia.
    Fatto quello, saranno i personaggi a smussare la trama. 🙂

    1. Ciao Capitano, hai ragione. Purtroppo non sono riuscito a rendere quel che avevo in testa. Magari nel prossimo lab riuscirò a tirar fuori qualcosa di meglio (lo spero). L’idea della madre che strappa le ali al figlio (penso che mi conosci abbastanza da intuire che non esiste legame di parentela tra i due. Ahahah) mi affascina; la terrò in serbo…

  3. Di questo racconto mi ha toccato il punto di vista del bambino e il suo modo “puro” di esprimere il disagio e la delusione. Fa venire voglia di spiccare il volo e lasciarsi alle spalle tutti i filtri e le sovrastrutture del mondo adulto. Bello!

  4. Il passaggio da prima a terza persona si nota appena: sia la prima che la terza hanno circa lo stesso ritmo, e la prima persona (di solito molto immersa e a contatto con le emozioni del personaggio) è distante e non mi ha fatto immedesimare. Le situazioni riportate sono chiare, si capisce cosa sta accadendo, ma mi è mancato quel senso di “cosa c’è in gioco qui?”. La parte col punto di visto del bambino è giù più carina. Un dubbio solo: non è chiaro in cosa consiste questo “difetto di pronuncia”.

  5. Ero molto curiosa di conoscere come sarebbe stata affrontata questa traccia dall’altro giocatore che l’aveva scelta.
    A livello emotivo, questo testo mi è arrivato tanto. Anche in questo caso, come in un’altra storia che ho letto, vorrei approfondire, saperne ancora di più.
    Personalmente l’ho molto apprezzato.

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