Un racconto di Ser P.

Annabel, la piccola Annabel, rotea le spalle e torce il busto in un perfetto swing. La mazza di legno fende l’aria, fischiando. L’esecuzione è perfetta, da applausi. E la signora Grandorecchia lo farebbe – potesse! – ma ha mani e piedi legati con filo spinato, e polsi e caviglie lacerate dai tentativi frustarti di liberarsi da quel giogo. Gli occhi non sono bendati. Una cortesia – le ha detto la bambina. Così può vedere la testa di suo marito incrinarsi, quando l’arco dello swing è completo. Il suo collo torcersi, la lingua sibilare fuori dalla bocca, come una bandierina spastica, l’occhio destro allungarsi oltre l’orbita per poi penzolare accanto al naso.

Home run! Home run! Yeahhh! – esulta Annabel, saltellando in cerchio attorno al corpo ormai senza respiro del signor Grandorecchia, imprigionato sulla sedia, levandosi il cappellino dei Buffalo e gettandolo a terra in segno di giubilo.

Abbiamo vinto! Abbiamo vinto! – si avvicina a stringere le guance impietrite della signora Grandorecchia – Sei contenta, nonna?

Ω

J sta seduto. In silenzio. Pensa. Pensa al passato. O forse al futuro. Non riesce a capire a cosa sta pensando. La sua mente è vuota. Il suo animo pieno. Il suo cuore carico di tristezza. Di sofferenza. E’ solo. Solo. Come sempre è stato. Solo ha passato tutti i giorni di tutti i suoi anni di vita. Solo. Lui e sé stesso. Sé stesso e lui. Sé stesso è lui. E gli altri? Dove sono? Ma quali altri? Come quali altri?! I miei amici. Io, io non ho più amici. Non ho mai avuto amici. E i miei familiari? Dove sono?

Ω

Attraversando il vicolo buio, sulla sinistra della Grande Strada, illuminata a giorno quella, cieco come non esistesse il sole l’altro, cammina leggermente incerta, ma esaltata.

J! J! Dove sei? Non si vede nulla qui! – chiama a gran voce.

Annabel sente un leggero latrare, si ferma e si volta verso la sua destra: ci sono come due puntini luminosi nel buio, che poi si fa penombra, sino a che la vista non si adegua, e riesce a distinguerne i contorni.

Umhf, ancora con quella stai? – Sbuffa disturbata la bambina, indicando un lupo grigio, emaciato e tisico, che sta accanto all’uomo, appoggiato al muro, quasi a nascondersi.

J, io ho fatto tutto quello che mi hai detto di fare, ma ho ancora fame! Non passa, non riesco a farla star zitta! – gli urla contro, il lupo ringhia sommessamente.

Sta zitta, tu, inutile cagnaccia! – le tira un calcio e la bestia guaisce di dolore.

Lo vuoi capire che è morta chissà dove? Quello è un cane! Ti stai perdendo. E noi ci stiamo perdendo con te! – Annabel sputa catarro rosso, poi lo guarda schifata – Ne parlerò con gli altri, ma credo che in pochi saranno disposti a seguirti ancora.

Solleva lo sguardo e lo poggia su una scritta sul muro: una J che campeggia su uno sfondo di bambini armati che assaltano un asilo.

Pensare che hai creato tutto questo, e ora guàrdati! – Detto questo, si allontana dal vicolo, lasciandoli da soli, nel buio e nel silenzio.

Ω

J sa di essere tutta la sua famiglia. Se mai ha avuto un padre e una madre, questi si sono liberati di lui e poi hanno scordato di averlo fatto. Lo hanno cagato dentro un grosso cesso di porcellana arruginita e hanno tirato la catena. Sente nel cervello il gorgoglio dell’acqua che scende. Lo sente ogni volta che chiude gli occhi. E ogni volta che li tiene aperti. Ben presto si accorge che nulla cambia. Nero. Davanti a lui. E quando il rumore dello sciacquone si fa più forte, si tappa le orecchie. Ma il rumore continua a sentirlo. E’ nella sua mente. Il rumore. Ma quale?! E’ inutile che si tappi le orecchie. Se schioccasse le dita non sentirebbe lo schiocco. Se schioccasse le dita: quali?

Ω

J attraversa il viale mentre tutt’attorno orde di bambini devastano vetrine e automobili, e trascina per i capelli uomini e donne coi visi incrostati dal proprio sangue rappreso. E’ notte fonda, ma tutto è illuminato a giorno da roghi ovunque. Si sentono grida di allarmi, di sirene e di adulti in preda al panico.

Accanto gli cammina il lupo, sulle sue quattro zampe smunte, trascinandosi come un’attesa annoiata.

Guarda cosa abbiamo creato. Guarda com’è andato tutto in rovina – sorride alla bestia – Mi manchi, Lilibeth.

Nello stesso istante, Annabel prende la parola di fronte al nugolo bambino che ha riunito, scompostamente seduto sugli spalti di un teatro all’aperto abbandonato, antica rovina di un mondo in rovina.

Lilibeth è morta! – annuncia e un brusio di sconcerto si leva sino alle volte celesti.

Ma noi siamo ancora vivi! Noi abbiamo ancora fame! Non abbiamo ancora trovato la risposta che ci fu promessa! L’abbiamo trovata, forse? – chiede al suo pubblico.

Noooo! – risponde all’unisono l’orda dei pargoli, mentre ciascuno accarezza la propria arma.

J non può più aiutarci, è perso anche lui dietro alla sua maledizione. Dobbiamo liberarci da soli, e liberare questo mondo malato. Romperlo e aggiustarlo! – fa una pausa drammatica – Chi è con me?

Io! Io! Io! Io! – una miriade di voci accompagna un battere di piedi e scheggiare di lame e pistole.

Annabel gongola abbracciata da quell’acclamazione.

Ω

J alza il polso destro, ma non la mano destra. Alza il gomito sinistro, ma non l’avambraccio sinistro. Spalanca la bocca. Forte. Così forte che gli angoli delle labbra si strappano e dietro a loro le guance. E la sua bocca si fa sempre più larga. Il suo sorriso sempre più grande.

Che cazzo hai da ridere? – chiede il Re di Picche al Jolly.

Io rido perché mi pagano per questo, sire.

No – lo interrompe il Poker d’Assi, quattro voci parlano all’unisono – Tu ridi perché dentro muori. Tu ridi perché sei un buffone.

Ω

J sale l’ultimo gradino e si ritrova in cima al colle che sovrasta la città. Da quel punto è possibile osservarla in cerchio sino ai suoi confini. Come dalla pupilla osservare iride e sclera puntate di rossi capillari.

Brucia, Lilibeth. La nostra città brucia! – sospira accarezzando la lupa al suo fianco. Lei risponde alla carezza strofinando la nuca sulla sua coscia.

La guarda pietoso, cercando nei suoi occhi il ricordo di una voce che non può sentire, il soffio di un’anima che non accetta sia svanita. Ha giocato male le sue carte, ha sfidato un potere più grande, troppo più grande, ha scommesso e la sua maledizione lo ha colpito. C’era una bambina, poi aveva un buco sulla fronte, poi arrivò una lupa.

Il Mercante – si morde le labbra – Che sia dannato!

Ω

J arranca ansimante in avanti. Muove la coscia sinistra, ma non il polpaccio sinistro. Si alza con immane fatica sul piede destro. Si appoggia al muro. Nel suo ventre le interiora fluttuano libere nell’acqua. Striscia contro il muro per non perdere l’equilibrio. Trascinandosi a piccoli salti. Sente una lieve corrente d’aria, su tutto il nudo corpo. Gocce di sangue gli colano dagli squarci nelle guance, giù per il mento, sul collo. Ogni tanto prova dolore, quando con la punta del piede si schiaccia il glande.

Ω

La polizia aziona gli idranti, che disperdono il gas dei fumogeni, lanciati per disperdere le bande organizzate come legioni manipolari, che proseguono nella loro avanzata, incuranti di ogni reazione, di ogni ostacolo, di ogni caduto tra le proprie fila.

Le alte sfere, dal Comandante delle Forze dell’Ordine, al Sindaco, al Presidente del Consiglio, sino ai Generali delle Forze Armate intervenute a supporto, si scontrano a lungo sulla tattica da affrontare.

Sono bambini! Sono soltanto bambini! – obietta il General Cantore.

Ma quali bambini! Sono demoni! – sbatte il pugno il Sindaco.

Non possiamo sparare, non possiamo ucciderli! C’è qualcuno che li manovra. Dobbiamo trovare il vero colpevole! – insiste il Ministro delle Pari Disparità.

Se non li fermiamo adesso, questa follia si propagherà in tutto il mondo! – dice con serietà assoluta la Dottoressa Placenta, convocata quale esperto in Psicopatologia infantile – Ora stanno vivendo in un limbo, un sogno indotto. E’ tempo di svegliarli da quest’incubo. E’ venuto il momento di rispondere alle loro domande.

Ω

J non sa dov’è. Non sa chi è o cos’è. Prova qualcosa. Un sentimento intenso. Forte. Indecifrabile. Incomprensibile. Aria. Bisogno d’aria. La corrente si fa sempre più forte. Più vicina. Ancora un altro paio di salti. Ancora un paio di salti. Un altro paio di salti. Ancora un …pai…

La sua bocca si chiude. Il suo grande sorriso si fa sempre più triste. Finché non diviene muto. J il mostro cade a terra. Sente la corrente vicina farsi sempre più distante. Lontana. Irraggiungibile. Se avesse gli occhi, J potrebbe piangere. Se avesse occhi. Se fino a oggi potesse dire di aver vissuto, potrebbe dire che sta morendo.

Ω

Ti ho promesso che avremmo trovato le risposte. Che saremmo riusciti a riempire quel vuoto opprimente. – J guarda la lupa con gli occhi che brillano di lacrime – Ma ti ho tradita. Li ho traditi tutti. Non volevo vendetta, non volevo distruzione. Volevo solo una risposta a una semplice domanda.

Urla. Grida talmente forte che la sua voce sovrasta i ruggiti omicidi e voraci dei bambini, che si bloccano, tutti contemporaneamente, alzando gli occhi verso quell’uomo in cima alla collina, a ergersi sulla città in fiamme, sui cadaveri adulti sgozzati o crivellati, sulle ossa frantumate, sul terrore atterrente attanagliante.

Ω

Quando suo padre decise di assistere al parto non avrebbe mai immaginato. Quando il dottore lo estrasse dall’utero della madre non volle credere ai suoi occhi. Quando la madre lo vide, svenne; e quando si risvegliò la sua testa era immersa nel vomito.

Un essere ripugnante. Deforme oltre l’inverosimile. Un difettoso jolly in un mazzo di carte perfetto.

Sette persone assistettero al parto. Sette persone lo dimenticarono. Una persona entrò nel bagno col ripugnante essere tra le mani. Schifosamente molliccio. Come gommapiuma. Si contorceva tra le mani del padre. Muoveva la bocca ma non emanava nessun rumore. Lo lasciò scivolare dentro la tazza. Tirò l’acqua. Una, due, tre volte. Nonostante il corpo molliccio, l’essere opponeva resistenza. Era scivolato nel cesso solo per metà. Un secchio! Pieno. Sollevalo! Una. Due. Tre secchiate. Un vomitevole gorgoglio.

Una persona gettò tre secchiate d’acqua. Una persona non avrebbe mai dimenticato. Una persona se ne sbatté altamente i coglioni!

J è a conoscenza di tutti questi fatti. J è consapevole del suo orrore. J non è. J non è mai stato. Desidera solo un po’ d’aria.

Ω

Lo meritavo? – come un boato, l’eco trascina la sua dolorosa richiesta, come increspature d’acqua in superficie.

Lo meritavo? – come vibrazioni telluriche, che scuotono il centro della terra, si propaga penetrando nei corpi immobili, interrotta la battaglia, pronti a uccidersi, dentro le armature antisommossa, dentro i mirini di precisione, dentro la volontà di sterminio degli innocenti, come tanti Erode sanguinari.

Lo meritavo? – come un imprinting genomico, a modificare il retaggio d’orrore insinuatosi nella carne bambina e nel sangue capriccioso, di pianti incompresi, di regole da non rispettare, di capezzoli negati, di non toccare, non fare, non si dice, attento, non ce la fai, smettila, non piangere, non ti volevo, era meglio se non nascevi.

Come grandine, si deposita con scorbutici incastri sopra i combattenti, attirando attenzione, dolorosa al tatto, costringendoli a gettare le armi, per ripararsi, come gli perforasse il cervello.

Annabel si volta a cercare qualcuno, lobotomizzata la furia che le prudeva le viscere. Li cerca tra i resti umani e i vetri in frantumi, tra le lamiere mozzate e i fumi tossici. Così, meccanicamente prima e infusi di sentimento poi, tutti gli altri bambini scrutano attorno, alla spasmodica ricerca dei propri cari. E si ricongiungono, con lacrime stringenti, con singhiozzi consolanti, con basi risarcitori.

Dall’alto della collina J osserva quelle gocce di mercurio fondersi tra loro, amalgamarsi, restituendosi l’un l’altro, rincasando tra sorprese da scartare, cartoni animati, pigiamini decorati. Elicotteri e carri armati voltano il loro incedere, le truppe si ritirano, l’acqua degli idranti ora spazza via sangue e denti e materie cerebrali, a celebrare la fine delle ostilità. La lupa gli lappa il dorso della mano, lui sorride carezzandole il collo sotto il mento.

Andiamo – le dice.

Hai ancora fame?

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3 commenti su “Lost Children”

  1. Avevo apprezzato molto “Bad Childern” e anche il tuo “Lost Children” non è da meno. Ho trovato alcune immagini molto “visibili”. Mi è piaciuto il ritmo, mi è piaciuto come hai scritto e ho la curiosità di conoscere di più di questi bambini, cattivi e/o persi che siano. Per me è un’ottima prova. Ho apprezzato particolarmente l’incipit oltre che alcuni passaggi del testo. Un inchino a Ser P.!

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