Il mazzo di carte

Un racconto di Rev

Traccia 5: Nela mangiava mandorle secche sulla panchina del cortile nella cittadella universitaria. Un fante di denari svolazzò sotto i suoi piedi e lo afferrò. Cinque chilometri più a sud, Il Signor Rupperporte scese dal trattore per sgranchirsi la schiena. L’angolo sporco e rovinato di un asso di cuori sbucava da una zolla smossa dal vomere. Incuriosito lo raccolse. Sulla riva appena smossa da debole mare Luisa guardava un due di picche galleggiarle vicino ai piedi. Benzo provò a baciarla. Lei lo raccolse e divertita e perfida glielo consegnò, scappando via. Benzo lo rigirò tra le dita, dandosi del cretino, e decise di conservarlo. Shira tornava da scuola. Sola come sempre, in un paesone di sedicimila abitanti. In mano teneva una copia dell’Isola del Tesoro. Una regina di fiori, che per Shira era bellissima, teneva il segno della lettura immersa per metà dentro le pagine. Un anno prima un mazzo di carte era stato sparso per tutta la nazione per motivi che al momento ci sono sconosciuti…

Theodore Rupperporte era solito passare ogni venerdì sera dal bar della cittadina di Pinewood, con i vestiti ancora impolverati dopo dieci ore di lavoro nei campi fuori dal paese. Aveva sessantadue anni e, da almeno quindici, ogni santo venerdì annunciava agli avventori di quel bar che a fine stagione sarebbe finalmente andato in pensione.
Seduta in quel bar, in un tavolo a circa cinque metri dal banco, dove il signor Rupperporte sorseggiava la sua birra scura, si era seduta, per caso, Nela. Non era mai stata in quel bar prima, si era fermata per caso per riposarsi e bere una coca, prima di rimettersi in viaggio verso Londra. Era partita nel primo pomeriggio, e le mancavano ancora due ore prima di arrivare. Notò incuriosita l’aspetto trasandato del vecchio, ma pensò tra sé che fosse normale per quei bifolchi andare in giro vestiti come straccioni. Guardandosi ancora intorno si sentì per un momento fuori luogo, con i suoi abiti alla moda, che costavano quanto una delle auto parcheggiate fuori, ma notò che non era la sola ad avere un po’ di stile in quel tugurio. Un uomo, sulla cinquantina, seduto ad un altro tavolo, sorseggiava un cognac. Indossava una giacca nera, stretta sui fianchi, e un paio di occhiali tondi. La sua analisi, però, venne bruscamente interrotta dal rumore di un boccale che si fracassò al suolo. Il Signor Rupperporte, nel plateale gesto di estrarre il portafoglio, forse per pagare una scommessa, ne aveva urtato uno appoggiato sul bancone. Anche il suo portafoglio era caduto a terra, spargendo ovunque il suo contenuto.

L’uomo distinto si chinò per raccogliere alcuni pezzetti di carta che erano arrivati vicino ai suoi piedi e notò, tra questi, un vecchio e logoro asso di cuori. Lo porse a Theodore, sorridendo: “Mi ricordi di non giocare mai a carte con lei!”

“Che intende dire?”, chiese Theodore, con aria perplessa.

“Smocking Aces, serie vintage 1880, le carte preferite dai bari e dai prestigiatori! Sono mazzi introvabili ormai, fuori produzione da almeno vent’anni.” L’uomo girò la carta e mostrò una piccola irregolarità sulla trama del retro della carta. “Questa carta è segnata, vede?”

Theodore guardò incuriosito: “Non me ne ero mai accorto… Ma lei come lo sa?”

L’uomo ridacchiò: “Faccio il prestigiatore, nel mio tempo libero, e per un momento ho pensato di aver incontrato un collega!”

“Mi dispiace deluderla, ma non sono un prestigiatore.”

“E se fosse un baro, sarebbe il peggiore di tutto il mondo!” Urlò un tizio dietro Theodore, prima di scoppiare in una fragorosa risata, “Quanto hai perso a carte, solo questo mese, tremila?”

“Non sono cazzi tuoi, stronzo!” Rispose il signor Rupperporte.

Nel frattempo, la donna, che aveva assistito alla scena, si avvicinò all’uomo distinto e gli porse un’altra carta, un fante di quadri. “Saprebbe dirmi se anche questa è dello stesso tipo?”

L’uomo la guardò, sorpreso, e fece cenno di si con la testa: “Potrei quasi azzardare a dire che si tratta dello stesso mazzo.”

“Curioso”, commentò la donna.

“Decisamente”, ribatté l’uomo, “Dove avete trovato queste carte, se posso chiederlo?”

Nela raccontò di aver trovato quella carta in un parco vicino all’università dove studiava, da ragazza, a Londra. Era solita fermarsi lì ogni giorno verso le 14, prima di riprendere a lavorare. Era stato circa un anno fa. Anche il signor Rupperporte raccontò di averla trovata circa un anno fa, in mezzo ad un campo che stava lavorando.

“Davvero una coincidenza curiosa”, commentò l’uomo, “Sembra quasi che qualcuno le abbia messe apposta lì per farvele trovare.”

“Ridicolo…” disse la donna, chi mai potrebbe farlo?

“Qualcuno che vi conosce bene, mi verrebbe da dire.”

“Che cosa intende?” chiese Nela, un po’ inquieta.

“Conosce i tarocchi?”

“Per niente.”

“Porta un fante di quadri, nei tarocchi è il messaggero, portatore di grandi notizie, notizie che cambiano la vita in meglio… Da come è vestita immagino stia viaggiando, magari per consegnare qualche importante documento… Buone notizie, giusto? Una domanda di adozione, accolta!”

L’espressione di Nela mutò dal sorpreso al terrorizzato.

“Ho fatto centro!”, esultò l’uomo. “Mentre lei…”, si rivolse a Rupperporte, “…mi sembra ovvio sia un contadino. L’asso di cuori rappresenta il connubio tra l’arcano del Mondo e gli Amanti… Lei ama davvero la terra che coltiva, ci ha dedicato la vita, è il suo vero amore. Non si è mai sposato, giusto?

“Si… Ma non capisco dove vuole arrivare…” disse Rupperporte, perplesso.

“Sto dicendo che non credo sia un caso che abbiate trovato quelle carte. Qualcuno le ha lasciate dove le avete trovate di proposito, perché voi, e solo voi le trovaste.”

“Ma, a quale scopo?” Chiese la donna.

“Vorrei davvero scoprirlo!”, disse l’uomo, “anzi, che ne direste se vi aiutassi ad indagare?”

“Perché mai vorrebbe farlo?”, chiese Nela.

“Sono uno scrittore, viaggio da mesi alla ricerca di qualche storia da raccontare, e sento finalmente di averne trovata una!”

“Questo spiega come possa immaginarsi tali intrecci…” Nela era dubbiosa, “ma di certo vorrei saperne di più di questa storia. Le sue parole mi hanno fatto paura.”

“Non si preoccupi, non credo che questa persona voglia farvi del male. Semplicemente, se avesse voluto, l’avrebbe già fatto. Signore, che ne dice? Posso indagare per lei su questo mistero?”

“Faccia quello che vuole.”

***

Passarono alcuni giorni. L’uomo aveva dato appuntamento a Nela e Rupperporte in quello stesso bar circa due settimane dopo, per aggiornarli su “incredibili sviluppi”, queste le sue parole, sulla vicenda.

Nela non era per nulla entusiasta di tornare in quel posto, un po’ per la grande distanza che avrebbe dovuto percorrere, un po’ perché si sentiva davvero fuori luogo in mezzo a quella gente, che lei riteneva eccessivamente “semplice”. Anche a Rupperporte non andava un granché di essere in quel bar, perché non era venerdì e lui andava lì sempre e solo di venerdì. Eppure, entrambi quella sera arrivarono in anticipo all’appuntamento.

Insieme a loro c’erano anche altri due individui, un uomo sulla trentina, non molto attraente, ma tutto sommato ben curato e una ragazza, appena ventenne, dai lunghi capelli scuri, raccolti in una coda.

Lo scrittore arrivò pochi minuti dopo Nela e Rupperporte: “Che piacere vedervi! Immagino abbiate già conosciuto Benzo e Shira? No? Beh, allora è il caso che faccia qualche presentazione!”

“Chi cazzo sono questi?” Chiese Rupperporte, già un po’ brillo.

Lo scrittore fece un cenno con la mano e i due mostrarono una carta ciascuno, dello stesso mazzo di quelle di Nela e Theodore. Benzo mostrava non troppo fiero un due di picche piuttosto stropicciato, mentre Shira sventolava una donna di fiori perfettamente conservata, come appena uscita dalla scatola.

“Sono sorpresa, come li hai trovati?” Chiese Nela.

“Nella maniera più scontata, ho messo un annuncio su internet. Ho promesso cento sterline a chiunque mi avesse portato una carta di quel mazzo… ed eccoci qui! Certo, per ora siete solo quattro, ma è qualcosa.”

“Hey, mi stai dicendo che la storia delle cento sterline era una cazzata?” Lo interruppe Shira.

“Avrai le tue cento e forse molte di più, se questa storia va come deve.” Rispose lo scrittore.

“Non voglio cazzate.”

“Ragazza mia, credo che ci troviamo al principio di una storia che farebbe impallidire anche il caro vecchio Stevenson…”, disse lo scrittore indicando la copia dell’Isola del tesoro che la ragazza aveva appoggiato sul bancone, “per cui fidati di me e vedrai.”

“Mmph” La ragazza bofonchiò qualcosa di incomprensibile, “l’importante è che non provi a fottermi.”

“Perché siamo qui?” chiese Benzo.

“Perché voglio esaminare le vostre carte. Ho un’ipotesi, ma non posso basarmi solo su due carte per verificarla. Potendo vederne quattro… forse posso farmi un’idea più precisa.”

Lo scrittore ordinò da bere per i suoi ospiti e, armato di lente d’ingrandimento, cominciò ad esaminare il retro delle carte. Passò quasi due ore a guardarle e a fare scarabocchi, apparentemente senza senso, su un foglio di carta. Alla fine si alzò in piedi e annunciò: “Come pensavo!”

Shira lo guardò con un’espressione come a dire “quindi?”, ma lo scrittore esitava, come a voler creare pathos.

Anche Nela era piuttosto curiosa, ma cercava di nasconderlo fingendosi distaccata.

Theodore, invece, era già troppo sbronzo per sopportare quella tensione, per cui decise di interrompere quel silenzio di piombo, con un sonoro rutto.

Lo scrittore sgranò gli occhi in un’espressione di sorpresa, scosse la testa, e cominciò a parlare: “Credo, anzi, sono piuttosto certo che i segni sulle carte non abbiano uno schema.”

I quattro lo guardarono con aria interrogativa.

“Certo, scusate… la cosa è strana perché in teoria dovrebbe esserci. Immaginate di essere un baro, o un prestigiatore. Non potete certo ricordare i segni su ciascuna carta… ecco perché i mazzi segnati hanno uno schema. Un segno al centro che indica il seme, un segno esterno che indica il numero, ad esempio un puntino sull’intersezione tra la settima riga e la settima colonna della filigrana, indica un sette. Semplice, intuitivo. Richiede solo un buon colpo d’occhio, ma va bene come sistema anche per chi ha poca memoria. Certi mazzi hanno schemi più complessi, certi meno, in questo mazzo non trovo uno schema, ed è abbastanza inusuale.”

“Cosa può voler dire?” Chiese Nela.

“Mi viene da dire che potrebbe essere legato al fatto che ogni carta potrebbe avere impresso un messaggio più complesso, piuttosto che il semplice valore della carta, ma per ora non riesco a capirlo.”

“È in braille.” Disse Benzo, che nel frattempo si era avvicinato al blocco note dello scrittore.

“Ne sei certo?” chiese lo scrittore.

“Abbastanza, lo schema a sei punti è quello del braille, su ogni carta c’è una lettera o un numero. Faccio l’insegnante di sostegno, lo conosco a grandi linee.”

“Potrebbe essere qualcosa di legato al valore della carta?” Chiese Nela.

“No, non mi sembra… Sul fante di quadri c’è una C, sull’asso di cuori e sulla mia una W e su quella di Shira una O. Non c’è alcun nesso evidente.”

“Siamo punto e a capo…” Disse Nela, sconsolata.

“Dobbiamo trovare tutte le carte del mazzo… è l’unico modo per scoprire qual è il messaggio”, disse lo scrittore.

“Ci potrebbero volere anni…”, obiettò Benzo, “potremmo non riuscirci mai…”

“Non ho tutto questo tempo da perdere…” disse Nela.

Benzo bevve un sorso di birra, poi alzò il boccale: “Però, voglio provarci”

“Fanculo, ci sto”, disse Shira alzando a sua volta il boccale che aveva davanti a sé.

Anche il vecchio Rupperporte si unì al brindisi senza nemmeno preoccuparsi troppo del motivo e anche Nela, travolta da quell’improvviso entusiasmo brindò a quella pazza e incredibile avventura.

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7 commenti su “Il mazzo di carte”

  1. La storia non finisce certo quì, il soggetto potrebbe essere ben sviluppato e tirare fuori dal cilindro un bel capolavoro. I dialoghi non mi sono sembrati eccezionali, nonostante ci siano alcune battute che provano a delineare il carattere di alcuni personaggi (vedi Shira e Theodore). Benzo che conosce il braille mi è sembrato troppo telefonato o comunque frettoloso. Poi non ho capito se il protagonista sia uno scrittore o un prestigiatore o entrambi. Avrei dato spazio anche all’annuncio riportandolo, per capire magari cosa si sia inventato il protagonista per attirare l’attenzione.
    A ogni modo spero di leggere presto il continuo!
    Buona giornata e buone feste

  2. La storia potrebbe fare incipit per qualcosa di più ampio, ma come racconto fine a sé stesso lo trovo un po’ carente. Il narratore è molto distante, che ci può stare, ma nonostante ciò il feeling di “raccontato” è preponderante e lascia poco spazio di manovra al lettore. Mi ha interessato il discorso legato ai prestigiatori e alle carte (ogni tanto guardo video sul tubo a riguardo). Il testo presenta anche poco conflitto e poco “movimento” narrativo. Alcuni scambi di battute sono carini e fanno un buon lavoro di esposizione del personaggi.

  3. Il mistero si infittisce!
    Ben costruito e anche la caratterizzazione mi sembra molto buona pur essendo poco lo spazio per tanti personaggi.
    Unico neo: un paio di sbavature di correzione di bozza.
    Davvero una bella prova, Rev. Complimenti!

  4. L’atmosfera che hai saputo creare mi ha coinvolto fin dalle prime righe. Mi ha colpito la cura e la ricerca dei dettagli; ognuno di essi è necessario e aggiunge una pennellata al quadro della storia, rendendola molto credibile. Ora però ho bisogno di sapere ogni segreto di quel mazzo di carte: come la mettiamo ^_^ ?

  5. A me il soggetto piace. I modi sono lineari e semplici senza troppi ghirigori stilistici. Un giochino che mi ricorda strutture da “il segreto del millennio”. Non giudico i tempi veloci, perché sono scontati in questi giochini, ma gestito con più calma sulle caratterizzazioni e sugli artefatti narrativi, potrebbe venir fuori un gioco interessante davvero.

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