Un racconto di Eliseo Palumbo

Traccia 7: Milian Retrò infilò la moneta nell’incavo. Digitò il codice del prodotto sulla tastiera e attese la sua bottiglia di acqua fresca. Ascoltò il ronzio della molla, guardò il prodotto cadere, ascoltò il tonfo della bottiglia dentro il cassetto, aprì lo sportello, infilò la mano, ma ci trovò solo un biglietto sciupato, vecchio di decenni. Uccideresti una brutta persona per me? Milian Retrò si guardò intorno, stranita. Sul display leggeva ancora la somma inserita per l’acquisto dell’acqua; era ancora disponibile. Riprovò. Infilò ancora la mano dentro il cassetto. Una altro bigliettino. Milian fissò pallida il distributore automatico.

I capelli rossi erano raccolti in una treccia. Gli occhi verdi sbarrati, le labbra carnose spalancate, alla ricerca d’aria. La chimica vuole che nell’acqua sia presente una molecola di ossigeno, tuttavia un essere umano non è in grado di usufruirne sott’acqua.

Milian Retrò tentava di fare forza con i bicipiti per tirare fuori la testa dall’acqua. Niente. Lui la sovrastava in forza fisica. La gola bruciava come non mai, un fuoco ardeva fino ai polmoni, l’ossigeno trattenuto negli alveoli sembrava prendesse fuoco.

Le dita dell’aggressore girarono veloci intorno alla treccia, tirarono forte la testa all’indietro. Milian schizzò acqua sul pavimento. La bocca emise un suono simile a un risucchio. Una manciata di secondi. Il tempo di una domanda.

«Chi ti ha mandata a uccidermi?»

Milian tenne gli occhi chiusi, le orecchie ovattate, l’udito era andato via. Non poteva sentire bene la domanda. Non disse nulla. Sprofondò nuovamente in quell’abisso alto pochi centimetri. L’abisso della morte. Lo trovava quasi divertente, ironico. Lei, grande appassionata di nuoto e snorkeling, stava per morire affogata in cinque centimetri di acqua calda spalmata sul fondo di un bidet. In ginocchio, con i muscoli doloranti, le ginocchia del suo aguzzino sulle regioni poplitee. Le dita affondate nel cranio come fosse cera ponga. Un alito caldo sul collo le generava disprezzo e disgusto. Le venne la pelle d’oca.

L’uomo la strattonò, ancora, per la treccia.

«È stato lui, vero? Ammettilo.»

Milian provò a colpirlo al volto. L’uomo, nonostante l’età, era agile, nerboruto. Il colpo non andò a segno.

«Mi lasci!»

«Non ci penso proprio.»

«La supplico.»

«Adesso mi supplichi? Dovevi pensarci prima, mocciosetta. Mi sei sempre stata sulle scatole, fin dai tempi della scuola. Ti ricordi quanti epiteti mi avete affibbiato tu e le tue amiche vipere, Milian? Ricordi? Piuttosto, chissà che fine hanno fatto quelle quattro poco di buono. Raccontami di loro. Avranno trovato un belloccio ricco, si divertono a fare le mantenute, a organizzare brunch, partite a bridge, aperitivi e partecipano a eventi mondani ogni sera. Non è forse così, piccola Milian?» I denti ingialliti facevano da cornice alla lingua che permetteva di pronunciare quelle parole. L’alito sapeva di pesce marcio, nauseabondo.

«Non lo so. Ci siamo perse di vista.»

«Oh, quanto mi dispiace. Ma che peccato. Eravate un bel quintetto. Come è potuto succedere? Vi divertivate così tanto a bullizzare le vostre compagne. Approfittavate del vostro status, per prendere in giro i professori. Tanto l’avreste sempre fatta franca, avevate le spalle coperte. Ma quella che mi faceva più schifo di tutte eri tu. Tu venivi da una famiglia normale, non eri ricca, non dovevi essere snob. Invece ti comportavi esattamente come loro, ti rifugiavi dietro la loro posizione e protezione.»

Milian non rispose. Lasciò la presa, i muscoli non erano più tesi, si era afflosciata. Chiuse gli occhi e si abbandonò al buio. Un vortice l’attirava sempre più giù, si perse nei meandri dei ricordi da bambina. Lei che correva felice nel giardino dei nonni. Lei che giocava con le sue sorelle e le sue cugine. Lei che piangeva tra le braccia di sua madre con le mutandine sporche di sangue. Lei che incontra le sue amiche dalle quali non si sarebbe più divisa fino all’ultimo anno di liceo. Lei che si prende gioco delle compagne grasse. Lei che ridicolizza ogni sfigato che provava un qualsiasi approccio nei suoi confronti. Lei che si ubriaca per la prima volta. Lei che viene abbandonata dal suo gruppo perché non è entrata all’università. Lei che supera il test d’ingresso all’accademia militare. Lei da sola, non ha idea di come debba relazionarsi con il prossimo. Adesso lei è l’altra faccia della medaglia, è lei quella strana, quella derisa, quella presa di mira, quella abbandonata. Nonostante tutto riesce a raggiungere il suo obiettivo finale. Lei con un pezzo di carta tra le mani, lei che inizia a lavorare in un distretto, in divisa, smista il traffico. Non il massimo. Lei davanti un distributore automatico.

L’uomo la scosse più volte, nessuna risposta motoria. Allentò la presa. Il corpo si piegava di lato. Lo sorresse per ben due volte, alla terza lo accompagnò fino al pavimento. Non respirava. Cercò il polso ma non riuscì ad avvertire nulla. Si alzò. La luce ovale della lampada appesa al muro disegnava sul cranio calvo una sorta di aureola. Quell’immagine era in netto contrasto con il sorriso malvagio che tagliò il suo volto ben rasato. Gli occhietti grigi acquosi, chiusi dentro una pronunciata arcata sopraciliare, brillavano di una luce scura, cattiva, sadica. Lavò con cura le mani, indossò la fede, che aveva poggiato sul lavabo prima di dedicarsi a Milian. Doveva prelevare un campione per la sua speciale e personale raccolta. La villetta a schiera in cui viveva nel quartiere borghese della città era provvista di un seminterrato, diviso in due grandi stanze da un tramezzo in cartongesso. Una delle due stanze era adibita a suo personalissimo rifugio. Impenetrabile, la porta era sempre chiusa a chiave, invalicabile. Lui era l’unico possessore, non ne esisteva una copia. Era lì che si nascondeva dopo ogni sua malefatta, dopo ogni giornata nera a lavoro, dopo ogni litigio con la moglie o con le figlie. Si sedeva sulla sua sedia in formica verde acqua e osservava la teca appesa alla parete. Guardava quelle ciocche catalogate con nome cognome e data. Quando era molto arrabbiato, apriva lo sportello, ne sceglieva una e l’annusava. L’odore di bagnoschiuma, balsamo o anche di sudore lo pervadeva allentando i sensi.

Lasciò la giovane donna distesa per com’era alla ricerca di una forbice. Scese al piano inferiore, rovistò tra sportelli e cassetti. Ne trovò una piccolina adatta alla pulizia delle unghie. Se la sarebbe fatta andare bene.

La scala in legno scricchiolava a ogni passo, l’uomo non ci fece caso. Era sereno, sicuro di sé, vittorioso, invincibile. Raggiunse la fine della scala, si diresse verso il bagno. Non fece in tempo ad accorgersi che il corpo di Milian non giaceva dove lo aveva lasciato che si sentì attaccare alle spalle. Una corda sottile a tre capi serrava la gola. L’uomo si dimenava. Provò a graffiare la donna, prima, a colpirla con la nuca e con le forbicine dalla punta arrotondata, dopo. I tentativi ebbero esito negativo. Tentò di raggiungere la parete per potersi dare una spinta all’indietro e liberarsi dalla presa.

Milian non glielo permise, tirò ancora di più, i capillari degli occhi scoppiarono colorando i bulbi di rosso, così come paonazzo divenne il volto. I polpastrelli erano diventati bianchi per la pressione esercitata sulla corda, nel vano tentativo di liberarsi da quello strumento che da lì a poco avrebbe messo fine al suo dolore, alla sua frustrazione e sofferenza. La morte sarebbe stata una manna per lui anche se non se ne rendeva conto. Voleva continuare a vivere, ad accontentarsi di quella misera esistenza, autoconvincendosi che gli stesse bene e che lo appagasse.

«Addio, professor Trimeton.»

La donna lasciò la corda, immobilizzò la testa del suo vecchio professore, gli spezzò il collo. Un tonfo sordo. Il corpo giaceva atterra in una posa innaturale.

Milian recuperò la sua pistola, mise la sicura, la fece scivolare tra jeans e maglietta. Si diede una sistemata al giubbotto di pelle. Dal taschino tirò fuori un rossetto rosso, se lo passò guardandosi allo specchio. Tolse i guanti in nitrile di colore viola riponendoli nella tasca posteriore dei suoi jeans. Lanciò un ultimo sguardo al cadavere ancora caldo, lasciò la casa, montò sulla sua anonima utilitaria, ingranò la prima e partì di gran carriera. Non si curò di quello che sarebbe successo quando la moglie o le figlie del professore Trimeton, allarmate per la sua assenza, lo avrebbero cercato e trovato nella loro casa di campagna. Non le riguardava. Era una brutta persona, diceva il fogliettino sgualcito. Tanto le bastò per commettere quell’atto dall’apparenza crudele ed efferato. Si era appena concluso il suo personalissimo battesimo da omicida. Non aveva tempo per pensarci. Adesso doveva concentrarsi, l’attendevano ore di studio serrato, aveva un esame da superare, doveva fare carriera. Non aveva tempo per gli uomini e per una famiglia tutta sua, le bastava essere la zia figa che catturava i cattivi, o li uccideva.

“Chissà chi era il lui a cui si riferiva il professore, saranno la stessa persona?”

La mente tornò indietro a una settimana prima.

*

Milian Retrò infilò la moneta nell’incavo. Digitò il codice del prodotto sulla tastiera e attese la sua bottiglia di acqua fresca. Ascoltò il ronzio della molla, guardò il prodotto cadere, ascoltò il tonfo della bottiglia dentro il cassetto, aprì lo sportello, infilò la mano, ma ci trovò solo un biglietto sciupato, vecchio di decenni. “Uccideresti una brutta persona per me?”

Milian Retrò si guardò intorno, stranita. Sul display leggeva ancora la somma inserita per l’acquisto dell’acqua; era ancora disponibile. Riprovò. Infilò ancora la mano dentro il cassetto. Un altro bigliettino. Milian fissò pallida il distributore automatico, il bigliettino recitava il nome di una persona, che lei conosceva abbastanza bene.

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13 commenti su “Fame d’aria”

  1. Bella l’interpretazione del tema. Qualche info autoriale rivolta al lettore di troppo, l’avrei preferita calata di più nel testo; lo stesso vale un po’ per i dialoghi, molto informativi ma che avrei mascherato meglio per non renderli così “espositivi”. Mi interessava la posizione narrante, esterna ma vicina a entrambi i personaggi; la parte in cui lei dovrebbe apparire morta ma poi torna in vita purtroppo mi ha dato un brutto scossone in termini di focus narrativo. Il tutto, narrato dal punto di vista di lui o di lei, avrebbe giovato moltissimo a un tipo di storia così “stretta”.

    1. Ciao! Parto dalla fine: a me non piace e soprattutto non so narrare in prima persona, quindi non rientrando nelle mie corde sarebbe venuto qualcosa di poco qualitativo proprio perché non lo so fare.
      Dispiaciuto che il colpo di scena non abbia sortito l’effetto desiderato, proverò a migliorarli in futuro.
      I dialoghi li ho usati in questo modo per raccontare la loro storia in “comune”
      Grazie per aver dedicato del tempo al mio racconto
      A presto

  2. Ciao Eliseo.
    Sono arrivata alla fine e, nonostante mi sia piaciuto, ho la sensazione che manchi qualcosa. La sensazione che ho provato leggendolo è quella di finire con la testa sott’acqua ma per pochi secondi. A più riprese, certo, ma senza mai finire davvero affogata. Forse questo sentire è dovuto, come alcuni hanno già espresso, al fatto che la protagonista risulti più tratteggiata che approfondita. La vedo nella sua macchina anonima, la vedo lottare e uccidere un uomo, la vedo anche impallidire, eppure mi risulta un po’ “impalpabile”. Era questo l’effetto che volevi? La storia mi sembra molto interessante, ma vorrei andare ancora più in profondità mentre la leggo. Mi è piaciuto, ma credo che potresti migliorarlo e renderlo ancora più godibile.

    1. Ciao! Be’diciamo che lei è quasi priva di emozioni adesso, quindi per come l’avevo immaginata io doveva essere così, quindi non so se ho centrato il punto, oppure no dato che non è stato percepito come voluto.
      Mi sono divertito a scrivere questa storia e piacerebbe anche a me in primis approfondirla e continuare a scriverla

  3. Sì è interessante vedere ribaltare la prospettiva dello stesso soggetto. Il killer donna ha un fascino suo, ma manca un accenno di studio del personaggio che lascia tutto un po’ freddo. Anche se per poche battute, dedicatevi alla caratterizzazione più profonda, un percorso fotografico pesa poco sul personaggio e rischia di togliere spessore ai gesti.

  4. Una delle tante cose che amo del gioco dei 15incerca è la capacità di interpretare un personaggio in modi incredibilmente diversi, come le “nostre” Milian, forse una il lato oscuro dell’altra. Interessante lo scambio di ruoli tra vittima e carnefice; riguardo alla caratterizzazione, ho avvertito più il rancore e i trascorsi del professore che, in questo senso, ruba un po’ la scena a Milian. Il flashback sul suo passato di bambina mi ha suscitato una certa curiosità su cosa possa averla trasformata nello spietato sicario che si rivela alla fine, mentre invece si può intuire come il professore deriso sia diventato la brutta persona che ha meritato quella fine. E naturalmente mi chiedo chi è “lui”… ce lo dirai vero 😉 ?

    1. Ciao! I loro destini erano intrecciati diciamo e quel determinato periodo storico ha dato l’inizio al loro cambiamento.
      “Lui” spero di avere modo di presentarlo in un prossimo laboratorio, anche se devo caratterizzarlo!
      Grazie per aver letto e a presto

  5. Ciao Eliseo, che bello rileggersi in un lab LPV! Interessante questa dark lady che proponi. Nella scena di apertura dell’acqua hai dato risalto alla descrizione dell’ evento. Io però non ho “sentito” le sensazioni della protagonista, non mi sono arrivate. Magari darei più risalto all’introspezione psicologica. Comunque sia, questa Milian è davvero cool!

    1. Le sensazioni non si sentono perché lei in qualche modo non è più in grado di trasmetterle, per tutte quelle cose elencate e che le sono successe! Però se non sono stato in grado di farlo capire mi sa che devo sistemare qualcosa allora.
      Grazie per essere passato! A presto 😊

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