Eric Creim Richardson

Un racconto di: Eliseo Palumbo

Eric Creim Richardson sedeva sulla seggiola di legno scheggiato sotto le corde. Fumava e guardava l’ennesimo incontro identico. I giudici emanavano il verdetto. Segnò il punteggio sul suo blocchetto. Numeri simili alle dieci serie precedenti. L’arbitro sollevava il braccio al vincitore, ma sorrideva solo lo sconfitto. Aveva giurato che non avrebbe più accettato più incarichi che lo incuriosissero. Ma, si prese in giro, non lo avrebbe pagato nessuno per quella strana attrazione, quell’enorme sconfitto sorridente, quindi non sarebbe stato lavoro. Si alzò e andò a ritirare la sua vincita.

Turtle City era agitata, in subbuglio. Quella era la settimana del grande incontro. Un continuo via vai di camioncini color crema con il logo ovale blu della ditta di pubblicità stravolgeva costantemente la vita quotidiana dei cittadini. Gli operai, in tinta con i loro mezzi, sudavano sotto il sole affissando dappertutto i manifesti dello scontro: il “pugile perdente” sfiderà il detentore del titolo mondiale dei pesi massimi.

La città non era solita ospitare eventi sportivi così importanti, tuttavia il campione incarica propose agli organizzatori del match di sfidare l’avversario nella sua città.

I giornalisti trasmisero la notizia come segno di benevolenza, in realtà era puro egoismo intriso in una ciotola di cattiveria. Il campione del mondo voleva essere il primo a sconfiggere con un KO il “pugile perdente”, in casa sua per giunta. Non voleva farsi sfuggire quell’occasione, che avrebbe portato un vanaglorioso vanto nel suo, ormai, strapieno palmares di trofei.

I bookmakers fecero lievitare la quota di vittoria del pugile di Turtle City, instillando negli incauti scommettitori la falsa speranza di una vittoria: «Questa è la volta buona! Vincerà!»

Il più famoso degli allibratori di Turtle City riceveva i suoi “clienti” al Bourbon Restaurant, poco dopo gli orari di chiusura. Tra le sedie rivoltate sopra i tavoli, bianche tovaglie disordinate striscianti per terra, sotto l’attento e vigile sguardo di un cameriere intento a lucidare bicchieri, da dietro il suo bancone dentro la sua camicia bianca, tenuta stretta da due bretelle nere, e con un fucile a canne mozze ben saldo sotto il piano di marmo rosa.

Gli incontri non duravano molto, anzi erano abbastanza veloci: il giocatore entrava, toglieva il cappello, il contrario sarebbe stata una mancanza di rispetto con conseguenza pedata in culo per farlo tornare da dove fosse venuto, poggiava i soldi sul tavolo, spesso vicino a un bel piatto di spaghetti al pomodoro ancora fumanti o a un piatto sporco di sugo, pronunciava la scommessa accompagnato dal proprio nome e cognome, attendeva che l’allibratore l’annotasse e contasse i soldi, poi spariva come se nulla fosse. Tuttavia, ogni tanto, al bookmaker, specie se fosse di buon umore, faceva piacere scambiare alcune parole con lo scommettitore.

Il giorno precedente l’incontro, in tarda serata, dopo appunto la chiusura del Bourbon Restaurant, la porta del ristorante fece suonare il campanellino appeso in alto. L’uomo appena arrivato si tolse il suo borsalino in feltro blu, sfoggiando una capigliatura che iniziava a diradarsi e ingrigirsi. Si spogliò del suo soprabito, ripiegandolo sul proprio avanbraccio. Da sotto il baffo, ben curato, spuntò il più cordiale dei sorrisi e, senza proferire parola alcuna, con un gesto eloquente chiese il permesso di potersi accomodare.

«Eric! Ma che piacere! Parlavo proprio di te, oggi, con Burton.» Il cameriere fece scivolare veloce una mano sotto il bancone dopo l’impercettibile gesto dell’allibratore.

«Ah sì? E come mai? A cosa devo tanto onore?» Eric Creim Richardson si sbottonò la giacca mettendo in bella vista le due Colt che pendevano sotto le ascelle.

«Siedi, siedi, ti spiego tutto.» Con un cenno della mano ordinò a Burton di chiudere la porta.

Richardson sistemò delicatamente il suo soprabito sullo schienale della sedia, si sedette, portò con un gesto deciso una gamba sul ginocchio opposto, sistemò l’orlo dei pantaloni, frugò all’interno della giacca e cacciò fuori un pacco di sigarette senza filtro. Ne imboccò una, avvicinò il pacchetto al suo interlocutore, che rifiutò alzando dal posacenere il suo sigaro.

«Dicevamo.»

«Era strano che non fossi ancora venuto. Domani è il gran giorno. Sicuramente vedremo un KO.»

«Sicuramente? Non credo proprio. Nel gioco d’azzardo non c’è niente di sicuro, altrimenti avrebbe un altro nome, non credi?»

«Pesante. Lo sei sempre stato. Ok, mettiamola così. Diciamo che le probabilità di una sconfitta per KO da parte del “nostro” Patrick sono alte.»

«Secondo quale teoria?» Il fumo iniziava a pervadere la sala. Richardson aveva già in mano la seconda sigaretta prima ancora che l’altra fosse già spenta.

«Andiamo, Eric. Il campione del mondo detiene il record per KO. Patrick è un buon incassatore, non lo può negare di certo nessuno, tuttavia non può cedere a tanta furia. Inoltre, mi hanno detto», l’allibratore si avvicinò a Richardson, come per non farsi sentire da altri nonostante fossero solo in tre in quella stanza, «che il campione del mondo vuole distruggerlo proprio a casa sua, per questo ha proposto Turtle City come sede dell’incontro. Ci sarà da divertirsi, ne sono certo.»

Gli occhi smeraldo di Eric Creim Richardson fissavano, furbi, la grassa e sudicia figura davanti a lui: «Fammi vedere la lavagnetta con le quote.»

L’allibratore cacciò fuori da sotto il tavolo la tavoletta verde con le scritte in gesso bianco. Richardson diede una rapida occhiata. Infilò la mano nella tasca del suo soprabito. Burton impugnò il fucile con entrambe le mani pronto a sganciarlo e a far fuoco. Un cilindro di banconote stretto da un elastico nero fu lanciato sul tavolo «Sono diecimila, vittoria ai punti del campione del mondo con una media sui cinque giudici di 111 punti. A quanto me la piazzi?»

«Be’, è una puntata insolita, non saprei. Non rientra nemmeno in quelle che avevo previsto.»

«Quindi? Non farmi perdere altro tempo, sono in servizio in teoria. Un’auto mi aspetta qui fuori.»

«Facciamo +400?»

«La quota più alta che hai nella tua tabella è +300 ed è un risultato di gran lunga più fattibile rispetto al mio, dovresti impegnarti un po’ di più.»

«+500, non posso di più.»

«Scrivi +1000, ti conviene.»

«Mille? Ma sei impazzito? Vuoi mandarmi in bancarotta?»

«Bancarotta? Questa sarebbe un’attività lecita? Non credo, quindi come sarebbe possibile?»

«Il Bourbon è un’attività eccome.»

«Allora impara a dividere i tuoi affari loschi, da quelli puliti. In ogni caso chiunque sa che il ristorante è solo una copertura, chi verrebbe mai a mangiare quello schifo che spacci per spaghetti?»

«Cosa? Fermo lì, non ti azzardare a criticare la mia cucina.»

«La pasta è scotta, il pomodoro acido, i basilico congelato, sei un insulto alla cucina.»

«Esci dal mio locale Eric Creim Richardson!»

«Non prima che tu abbia accettato la mia scommessa.»

«Bene, e così sia. Buttali via come vuoi i tuoi fottuti soldi. Adesso fuori dal mio locale.»

«Ho detto scrivi!» Le mani di Richardson fecero tremare il tavolo. Un click alle sue spalle gli fece capire che era arrivato il momento di ricomporsi. Burton stringeva forte e deciso la sua arma, attendeva solo un altro passo falso, dopodiché Richardson sarebbe ritornato in commissariato come caso su cui indagare.

«Campione vincente ai punti, media di 111, +1000, giocati diecimila. E.C. Richardson.» La voce, dal tono seccata, ripeté minuziosamente tutto quello che la mano scriveva «Adesso fuori dai coglioni.»

Burton con ancora il fucile in braccio aprì la porta mentre Richardson indossava il cappotto e posizionava il borsalino sul capo.

La notte fu lunga e il ticchettio delle lancette era l’unico compagno di Eric Creim Richardson, chiuso nel suo ufficio avvolto da una cappa di fumo. I mozziconi delle sigarette non trovavano più spazio tra la cenere. L’uomo si alzò dalla sedia in legno per sgranchirsi le ossa, portò le mani dietro la schiena intrecciando i polsi, fece un giro attorno alla scrivania fissando il pavimento, poi si fermò davanti la parete cosparsa di foto e articoli di giornali collegati tra loro da spaghi di diverso colore perdendosi fra mille congetture.

Il tiepido sole mattutino illuminò la camera, Richardson indossò il cappotto e lasciò l’ufficio, tentò di chiamare un taxi, erano tutti pieni, decise dunque si fare quattro passi a piedi. Tagliò per il parco, si concesse qualche secondo per osservare gli scoiattoli saltare da un ramo all’altro. Raggiunto il palazzo residenziale dove abitava, fece un cenno di saluto sbrigativo al portiere, intento a spazzare le foglie cadute dagli alberi. Aprì la porta a libro dell’ascensore, pigiò il tasto nero del piano corrispondente e si fece trasportare per qualche secondo tra i rumori poco rassicuranti degli ingranaggi intenti a far muovere le corde della scatola di legno.

L’appartamento era pulito e in ordine, d’altronde passava pochissimo tempo in quella abitazione, il tempo di lavarsi e a volte dormire, la sua vita si svolgeva interamente tra le strade di Turtle City e all’interno del distretto di polizia. Quella giornata non sarebbe stata diversa, ci concesse un sorso d’acqua aromatizzato con cetriolo e limone, una doccia calda, lavò accuratamente i denti. La pulizia orale fu resa inutile dalla sigaretta che si accese immediatamente dopo.

Tornò per le strade in cerca di indizi sull’ultimo caso cui stava lavorando, tuttavia non era lucido al cento per cento, la sua mente si distraeva facilmente, mancavano uno o due pezzi, quelli fondamentali per poter collegare tutto, quel pugile gli puzzava troppo e lo distraeva. Sapeva che ci fosse qualcosa in lui che non andasse, lo sentiva dentro, ogni sua cellula sapeva che era così, in ogni modo era una sua fissa, aveva del lavoro da svolgere, e il pugile non rientrava tra i casi che doveva risolvere.

Come negli ultimi dieci incontri del “pugile perdente”, Richardson arrivò in largo anticipo sul luogo dell’incontro per assicurarsi uno dei posti migliori, si sedette sulla seggiola di legno scheggiato, posizionò il suo blocchetto sulla coscia e iniziò a fumare aspettando l’inizio del match.

In poco tempo la sala era ghermita, un continuo vociare incitava i pugili che non avevano ancora fatto la loro entrata in scena. Quando arrivò il campione del mondo un boato fece tremare le membra. L’atleta si atteggiava come suo solito, saltellava, salutava, mandavi baci nelle più disparate direzioni. Il pugile di casa fu accolto con meno clamore, tuttavia anche lui fece una bella scorta di adrenalina grazie all’incitamento del pubblico.

Il presentatore del match indicò i colori dei calzoncini, l’angolo e il peso dei due contendenti, poi il gong diede il via al primo round.

Tutto come previsto: il campione del mondo attaccava, il “perdente” incassava. Eric Creim Richardson annotava i colpi vincenti e le pochissime irregolarità. Erano giunti al dodicesimo round, l’ultimo. Il campione del mondo partì deciso con alcuni dritti, l’avversario indietreggiò fino alle corde, il campione provò a colpirlo con un paio di montanti seguiti da un gancio. Nulla di fatto, Patrick continuava a schivare, a proteggersi, a respingere i colpi, di rado mimava un tentativo di attacco. I tre minuti passarono. La campanella sancì la fine del match. L’arbitro alzò il braccio del vincitore, deluso, mentre lo sconfitto sorrideva, sembrava quasi felice.

Richardson lasciò scivolare il blocchetto nella sua tasca, si alzò e si lasciò il quadrato alle spalle. Camminò lungo la via centrale di Turtle City, poi prese un paio di scorciatoie per raggiungere il Bourbon Restaurant. Non c’erano auto né passanti, erano tutti nei pressi del centro. Il silenzio fece da sfondo al tintinnio di un campanellino, una figura correva nella direzione opposta a quella di Richardson. L’uomo accelerò il passo. La porta del ristorante era aperta. Impugnò una delle sue Colt, con la spalla diede una spinta, qualcosa ostacolava l’ingresso. Richardson abbassò lo sguardo e poté riconoscere Burton sdraiato a terra in una pozza di sangue con ancora in mano il suo fedele fucile a canne mozze. Richardson fece attenzione a non calpestare il liquido cremisi e a non lasciare tracce. Guardingo raggiunse l’ultimo tavolo della sala: l’allibratore era seduto con la testa rivolta indietro, oltre lo schienale, tra le dita ancora il sigaro fumante. Richardson si avvicinò con cautela: la faccia della vittima era solo un ricordo, completamente spappolata da un colpo di fucile.

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1 commento su “Eric Creim Richardson”

  1. Ottima inaugurazione del nuovo laboratorio, Eliseo! Le storie di pugili hanno sempre il loro fascino e a parte qualche refuso iniziale (affissando invece di affiggendo, incarica per in carica) non ci sono grandi distrazioni. Forse qualche aggettivo possessivo di troppo che poteva essere levato per rendere la storia più scorrevole e compatta, ma l’atmosfera puzza di sigaro e sudore come è giusto che sia, bravo 😉

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