Un racconto di Ser P.

Traccia 12: Era una star. Girovagava con due guardie del corpo per le strade della città, nel tempo libero. Tra un film e l’altro. Dedicava il suo tempo, così sosteneva, al popolo, come era giusto. Sosteneva, e percorreva un chilometro in quattro ore e sedici minuti, fermandosi a far foto, dare baci, firmare autografi ai fan che piangevano, provavano a baciarlo in bocca, lo toccavano e veneravano. Ma la bambina al novecentotredicesimo metro del percorso invece, estranea alla folla intorno a loro, consumava avida un chupachups alla fragola e fissava una Metal Edition del Flight System Mobil Suit Penelope sul trono della vetrina. La star avvicinò. – Ehy Piccola, vuoi fare una foto con me? La bimba si sfilo dalla bocca la caramella fradicia di saliva e con un cenno del mento, senza degnarlo di attenzione, gli indicò la Metal Suit in vetrina. – Che cosa cazzo me ne dovrebbe fottere di te, coglione? Come investito dall’onda d’urto di una detonazione nucleare, la star si consumò, strato dopo strato, pelle, muscoli, ossa organi interni lasciando di sé solo una pozzanghera organica maleodorante, tra il terrore e la disperazione della folla. Fredda, la bambina si rimise il chupachups in bocca e sorrise alla Suit.

L – Quanti ancora?

J – Fino a che non sarai sazia, gonfia e tronfia!

L – Satolla…

J – Cosa?

L – Una parola nuova che ho imparato a scuola.

J – Bene, l’istruzione è importante, è il fondamento della società.

L – Allora, vado, non sono ancora satolla.

J – Non ancora, aspetta un attimo, Lilibeth…

Lilibeth! LIlibeth! Aspetta un attimo! Lilibeth!

La chiamava con voce ansante la madre, inseguendola, mentre lei zampettava verso la fermata dello scuolabus.

La merenda – le disse, dopo averla raggiunta, porgendole un sacchetto di carta, profumato e unto di cucina casereccia – C’è anche il pomodoro, come piace a te!

Grazie, madre – abbozzò un sorriso la bambina, mentre sollevava i piedi uno dietro l’altro, scalando i gradini d’accesso al bus giallo.

Buona scuola – la salutò la genitrice.

La portina si chiuse e Lilibeth fece appena in tempo a sedersi al posto contrassegnato col numero ventitré, prima che il mezzo partisse.

Ore 8.10

Ingresso scuola: previsto ore 8.30.

Piove piove…

Il gatto non si muove.

Non una nuvola in cielo, ma comunque pioveva. Dalla canna dell’acqua veniva fuori uno zampillo che annaffiava e inondava il metro quadro di giardino all’inglese sul quale si affacciava la vetrata della porta finestra. Il gatto, placidamente disteso sul marmo della soglia, osservava con malcelato disinteresse le gocce riversarsi sul terreno, reso pozzanghera. Era più interessato allo sfrigolio luccicante.

Non si muoverà mai – disse Peter.

Oh, certo che lo farà, al momento giusto. – gli rispose Parker, stringendo il tubo dell’acqua con la mano destra. Nella sinistra un topolino di gomma.

Ore 8.12

Gianpol Beatifulword si alzò alle 8.15, puntuale come il suo orologio svizzero da 40 stipendi annuali da operaio, si tastò gli addominali, ammiccò allo specchio con il sopracciglio destro, pensando alla sessione di autografi in Sansuit Boulevard delle dieci e trenta.

Ehi – parlò come a un invisibile pubblico, sollevando il pollice sinistro. Quindi si accarezzò leggermente il glande con quello destro, prese la foto poggiata sul comodino, sorrise lascivo, afferrò il telefono e digitò un numero.

Dimmi – rispose secca la voce dall’altra parte della chiamata.

Ho scelto… Numero 23. La 22 di ieri non è stata troppo gentile… – parlava osservando gli effetti della manicure.

Ci ho già pensato io. Bene, solita ora, solito posto – concluse la donna al telefono.

Ore 8.17

All’interno dell’abitacolo, lo scuolabus era un brusio indistinto, come rumore bianco, con ottave e bassi baritonali che si sovrapponevano in frequenze sature, annullandosi.

Severio Nantucket stringeva alienato il volante. Dai suoi ventisette anni di esperienza, osservava quei piccoli mostriciattoli chiassosi saltare da un sedile all’altro, ruminare gomme che poi attaccavano sotto i sedili, pasticciare al color di viola e verde i pannelli e i finestrini, tirarsi addosso caccole e infantili stupidaggini varie.

Una vena gli pulsava repressa nel cervello. Era come il ticchettio di una bomba, come il timer di un forno. Sbuffava dalle froge nervose, sudando i palmi delle mani stretti al volante.

In quel momento Lilibeth si voltò verso la bambina che le sedeva accanto, sulla poltroncina numero 22. Le osservò curiosa un piccolo livido sul gomito destro e sulla coscia sinistra, come una bruciatura di sigaretta. Guardò poi il proprio orologio. Sul quadrante era raffigurata Penelope Servant, la protagonista del suo cartone animato preferito. Vide che erano appena scoccate le 8.20. Lo scuolabus si fermò, dalle portine che si aprirono cigolando salirono sulla vettura due bambini. Ciao, Peter! Ciao, Parker!, li salutò qualcuno.

Siriana Crisi sciacquò la tazzina del caffè per circa 10 secondi sotto un’acqua lievemente tiepida, senza una goccia di detergente. La ripose bagnata, rovesciata, a colare sui solchi della fragranite del lavello. Alzò il mento a osservare la grande sveglia del salone con angolo cucina. 8.21.

Aveva scelto quella casa perché era a due passi dalla scuola dove insegnava, quindi si asciugò le mani, afferrò la borsa, spensa la sigaretta e fece per raggiungere la porta di casa, quando vide che fuori pioveva.

Gianpol Beatifulworld si massaggiava la cute sotto la doccia. Nel mentre recitava a ripasso la scena del pomeriggio. Stava interpretando un boss della mala norvegese, a capo del racket del salmone essiccato. Una storia di sparatorie e combattimenti a colpi di pesce congelato e glima, la lotta norvegese degli antichi vichinghi, per la quale si era allenato nientemeno che con Karl Fredik Ericksen. Quando pronunciò la battuta della scena 127, erano le 8.23.

Severio Nantucket sudava freddo dalla tempia destra e schiumava bava dall’angolo sinistro della bocca. Si fissò gli occhi riflessi nello specchietto retrovisore e assomigliò sé stesso all’alieno macrocefalo dell’urlo di Munch. Nella sua testa vibravano pensieri al ritmo di quelle urla bambine. Mancavano due isolati alla fermata davanti all’istituto scolastico, la scuola elementare dove finalmente quei mostriciattoli sarebbero scesi e avrebbero smesso di essere un suo problema. La bomba nel suo cervello ticchettava sempre più forte. Abbassò il vetro del finestrino per inspirare a grandi boccate. Erano le 8.25. Fu in quell’istante che un pomodoro si frantumò contro il vetro anteriore, e la polpa rossastra gli schizzò in gola, dentro la bocca ansante.

Al telegiornale, un testimone raccontò di aver udito una lunga e sonora frenata.

Il topolino di gomma galleggiava solitario nella piccola pozzanghera che si era creata davanti alla porta finestra. Mentre la maestra Siriana Crisi apriva la vetrata, lo sfrigolio si faceva sempre più intermittente. Gli occhi del gatto restavano immobili. Bagnati, rossi e immobili. 8.26.

Gianpol Beatifulworld si strofinava l’ano con il guanto di luffa mentre giocava con la propria erezione. Erano le 8.27.

Sullo scuolabus, dopo la frenata, si sentirono altri rumori. Alla polizia, un testimone parlò di petardi. Il pomodoro spiaccicato sull’interno del parabrezza colava definitivamente sul cruscotto, lasciando una striscia di rosso vacuo, come un sugo allungato con troppa acqua. Come il sangue schizzato sui vetri laterali.

Lilibeth contò sette corpi alle 8.28, stesi sul corridoio del pullman, mentre Severio Nantucket ricaricava il suo fucile a pompa. Lo teneva nascosto sotto il sedile da quando, durante un servizio con i ragazzini delle medie, una baby gang composta da svizzeri e lussemburghesi gli incrinò due costole e la rotula destra.

L’autista li teneva sotto tiro, agitando freneticamente la canna, a volte appoggiandogliela sulla fronte, altre volte sparando un colpo in alto, a bucare la cappotta.

Zitti! Zitti, maledetti gnomi malefici! Non voglio più sentire nemmeno un respiro! – i bambini si accalcavano tutti sul retro del mezzo. Alcuni in piedi, qualcuno rannicchiato in posizione fetale, diversi piangenti, uno no. Provarono ad aprire la portina con la leva di emergenza, era bloccata.

Ci ammazza, ci ammazzerà tutti! E’ la nostra punizione! E’ tutta colpa sua! – lacrimava disperato Peter.

Sta zitto! Smettila di piangere! J. ci ha detto che non ci sarebbe successo niente! – cercava di tranquillizzarlo Parker, ma più che altro provava a farlo con sé stesso.

Lilibeth li guardava col sopracciglio sollevato, cercando di ascoltare i loro discorsi. Severio la notò e le si avvicinò con la testa che gli vibrava a scatti irregolari.

Che cazzo guardi, puttanella? – le graffiò la guancia destra col muso del fucile.

Lei sollevò il dito indice della mano sinistra, incerta, con gli occhi carichi di terrore.

Loro due… – indicò Peter e Parker.

Loro due? Questi due piccoli, insulsi stronzetti? – Severio, digrignò i denti, poi tirò fuori la lingua e la fece mulinare sulle labbra, lallando come un infante.

Alle 8.28, nello stesso istante in cui Lilibeth si era fermata a contare i corpi dei suoi compagni di viaggio stesi sul fondo del bus, Siriana Crisi, la maestrina delle elementari a cui nessun bambino avrebbe mai regalato una mela, toccò il pelo ritto e fritto di Crocchetta, il suo gatto, disteso con la bocca piena di bava giallastra in una piccola pozzanghera putrescente. Udì lo sfrigolio dei cavi elettrici immersi nell’acqua per pochi secondi, poi la scossa, piccola, sulle dita, e provò ad allontanare la mano, ma restava incollata al corpo del micio, mentre la scossa saliva dalle dita alla mano, e dalla mano all’avambraccio, e gomito, spalla, ventricoli, polmoni cuore, cervello. Le uscì fumo dagli occhi mentre cadeva al suolo, come una Torre di Pisa. I suoi muscoli continuarono a contrarsi involontariamente per alcuni secondi. Sino a che la sua vita si spense in quella folgorazione.

Più tardi, sul verbale, l’ispettore Risolvo Ioh, annotò il numero ventitré scritto a penna su un post-it, rinvenuto sul frigo della vittima.

Alle 8.30, Gianpol Beautifulworld si asciugava i capelli mentre mandava un messaggio vocale al proprio agente. Nello stesso istante, Peter e Parker giacevano con un buco sulla fronte, riversi nel proprio stesso sangue.

Sei contenta, ora? Stronzetta? Hai visto cosa mi hai fatto fare? Smettila di guardare! – Severio urlava contro Liliberth mentre le dava le spalle, osservando le sirene intermittenti di suono e luce blu e rossa che accerchiavano lo scuolabus.

Lascia andare i bambini! Esci fuori con le mani alzate! Arrenditi! – gli intimò un megafono. Severio Nantucket rispose facendo saltare un vetro laterale con un colpo di fucile.

Fottetevi! Io li crepo tutti questi mostriciattoli! Non ci credete? – l’agente che aveva parlato al megafono tremò.

Uno! – iniziò a contare Severio. Bang!

Due! – Bang!

Tre! – Bang!

Quattro! – Bang!

Sparate, cazzo! Fate fuocoooooo! – ordinò qualcuno da fuori.

Crivellarono di colpi il fianco del bus, i finestrini si sgretolarono, i proiettili saettavano. Lilibeth afferrò un bambino per il collo e se lo pose di fronte, a scudo. Fiotti di sangue, fibre tessili e muscolari lacerate, due denti, un occhio. Cadde Severio, cadevano bambini. Fu un massacro.

Quando i poliziotti sfondarono e salirono sul mezzo, increduli e trattenenti vomito e lacrime, videro Lilibeth che sulle ginocchia sussurrava qualcosa all’orecchio di Severio.

Grazie, mi avete salvata! – corse ad abbracciare il primo agente salito sul bus. Lui, dopo un attimo di incertezza, la strinse a sé.

Tranquilla, piccola. E’ tutto finito! C’è qualcosa che posso fare per te? – le chiese.

Vorrei un chupachups alla fragola… – sorrise lei con grandi occhi carichi di riconoscenza.

Fu poi accompagnata al pronto soccorso per accertamenti medici, mentre sua madre chiedeva venia alla polizia, rimandando eventuali richieste di testimonianza al giorno dopo, dato lo shock aveva bisogno di riposare e dimenticare, e aveva un appuntamento in Sansuit Boulevard a cui non si sentiva di farla rinunciare, soprattutto dopo un trauma del genere.

Notiziari e social parlavano senza sosta della doppia tragedia, di una strage su uno scuolabus con un’unica sopravvissuta, e di una maestra e un gatto morti fulminati in una pozzanghera. Due tg accennarono anche a uno scandolo per un giro di prostituzione minorile. Un solo tg mostrò l’immagine di una J su decine di muri della città.

Ore 10.27.

Disinteressati a tutto ciò, i fan di Gianpol Beautifulworld lo ammiravano attraversare la Sansuit Boulevard, divisi in due schiere, a destra e sinistra, come le acque da Mosè, bloccati da una fila di transenne, in attesa che gli passasse davanti, per chiedergli un autografo o una stretta di mano, adoranti.

Il suo agente si interrogò sull’opportunità di partecipare all’evento, ma lui rispose che i suoi fan lo bramavano, che lui non poteva deluderli, loro sarebbero stati lì per lui.

Tutti tranne una bambina, al novecentotredicesimo metro del percorso. Lei era girata di spalle, con la faccia e le mani poggiate sulla vetrina di un negozio di giocattoli, mentre consumava avida il suo chupachups alla fragola e fissava una Metal Edition del Flight System Mobil Suit Penelope sul trono.

Madre, la voglio! Compramela! – disse atona Lilibeth.

La donna le carezzò la testa – Certo, piccola mia! Tutto quello che vuoi! Oh, guarda, sta passando qui davanti!

La scosse leggermente per attirarne l’attenzione.

Gianpol Beautifluworld si fermò lì davanti. Notò la bambina voltata, che non lo guardava, che non lo venerava. Si morse un labbro.

Ehi Piccola, non vuoi fare una foto con me?! – disse con tono di voce alto, perché tutti lo sentissero.

Lilibeth si voltò, soppesandolo dalle scarpe al viso. Si avvicinò alla transenna. Si sfilo dalla bocca la caramella fradicia di saliva e con un cenno del mento gli fece cenno di avvicinarsi.

Prima un bacio! – disse facendo una mossetta coi fianchi a ondeggiare il vestitino da lolita.

Gianpol Beautifulworld sentì una leggera pressione sul pube. Con entusiasmo si chinò verso di lei.

Ma certo, mia principessina! –

La madre osservava la scena gongolando e dissimulando imbarazzo tra gli altri presenti.

La star schioccò le labbra sulla guancia sinistra di Lilibeth, lei gli cinse la nuca con la mano destra e poggiò la bocca sul suo orecchio sinistro, sussurrandogli qualcosa all’orecchio, mentre gli spingeva in gola il chupachups.

Gianpol Beautifulworld si alzò di scatto osservandola con stupore.

Ma… tu sei…la foto… – balbettò, cercando di strapparsi via la caramella che gli si era incollata alla lingua.

Come investito dall’onda d’urto di una detonazione nucleare, tra il delirio di terrore della folla, il suo corpo si consumò, strato dopo strato, pelle, muscoli, ossa, organi interni, lasciando di sé solo una pozzanghera organica maleodorante.

Lilibeth ghignò sollevando lo sguardo verso la madre.

Andiamo, io qui ho finito! Hai detto che me la compravi, no? – le indicò con imperio la vetrina.

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10 commenti su “Bad Children”

  1. Subito non ho capito la J e la L messe lì come sceneggiatura, ma alla fine del racconto ho capito che la madre (genitrice non mi è piaicuto personalmente) J ha probabilmnete un suo ruolo importante nell’unvierso di cui fanno parte tutti questi personaggi, che il numero 23 è un numero progressivo di una lista da cui vengono depennati (uccisi) esseri viventi. Ci sono stati troppi personaggi, tutti morti puntualmente.
    Lo stile narrativo non lo prediligo in un unico episodio, in qualcosa di lungo, invece, più filoni per creare curiosità, suspense o tenere il lettore attento e attaccato al libro li amo.
    Simpatici i nomi scelti per i personaggi.
    A presto

  2. Bello lo stile cronachistico (esiste questa parola??) arricchito da balzi avanti e indietro lungo la linea temporale che personalmente apprezzo molto. Sono piccoli “sgambetti” al lettore che però possono diventare piacevoli espedienti per dare mordente alla storia. Fantastici i nomi dei personaggi (con Gianpol Beatifulword sono morta :-D)

  3. Che dire, intuisco l’idea di base. Ci sono un bel paio di punti di vista, una narrazione che scatta da uno all’altro e a un certo punto ho davvero perso il filo del discorso. Mi sono un po’ aggrappato alla superstar pedofila, sapendo che era quello il plot di base che mi avrebbe condotto alla fine: però la fine non l’ho capita, temo di essermi perso qualcosa durante il tragitto. C’è anche una strana aria surreale, le scene sono molto “avant garde” se posso dire, che non ci stanno malissimo ma non aiutano a collegare i puntini. (Sospetto che la bimba sia la numero 23, della foto, ma non mi basta ad afferrare la storia temo).

    1. Alessandro Pilloni Ser. P

      Ciao, grazie innanzitutto! Eh, hai perso il filo? Croce e delizia del mio stile! I salti, temporali e di scena, sono il mio limite o pregio narrativo: vedo le scene come un film e le descrivo spoglie di ogni orpello, andando subito al sodo.
      Ci sto lavorando, ma credo alla fine mi piaccia così: alla fine, saprò solo io (forse) cosa avrò voluto raccontare. O meglio, lascio tanto di non scritto così che chi legge lo possa, se vuole, riempire. Ma sono conscio che non è agevole per il lettore. Sì, la bambina è la numero 23 della foto. Poi c’era J. che non ho approfondito. Magari in un secondo episodio.

  4. Ahahah. Folle ed estraniante, mi piace! E pure divertente, che non guasta. Personalmente non userei mai la parola “genitrice” ma, signor Pollini, questa è un’inezia. Ottimo lavoro.

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