FuoriBordoN4

Sulla via del ritorno (di SchiumaNera)

 "Macha, vieni via da lì!"

Macha strizzò le palpebre, tanto da sentire le ciglia sfregare sugli occhi. Quei due stupidi l'avrebbero fatta ammazzare, perché continuavano a seguirla? Perché da soli saremmo già morti, si rispose.

Si fermò. Fece un lungo respiro e trattenne l'aria nella pancia finché non si sentì scoppiare. La buttò fuori. Una fogliolina davanti al suo naso tremolò.

"Se magari steste zitti", sibilò.

Salvataggio n° 1204/80 (di Alen Grana)

Gli umani sono stupidi.

Talmente tanto che non si sono nemmeno resi conto di aver perso, ancor prima di iniziare a combattere.

Per noi è stato così facile. Da quando siamo stati creati a quando abbiamo messo la parola fine alla loro vita su questo pianeta.

Non abbiamo dovuto fare praticamente nulla. Nemmeno nascere.

 

STOP – SALVATAGGIO AUTOMATICO

 

Cappuccetto (di MasMas)

Tema: scrivi la favola di Cappuccetto rosso, per quel che ricordi.

Svolgimento:

Cappuccetto rosso era una bambina, che tutti la chiamavano così perché si metteva sempre addosso un mantello col cappuccio rosso, ma lei si chiamava Lucilla, come me. Aveva due codini rossi, come me, e la sua mamma le metteva sempre i vestitini con le gonne larghe e le maniche a sbuffo, e non le piacevano le bambole ma i giochi di suo fratello come i robottoni gundang e le macchine spaziali di staruoss, come me.

Addormentato (di PolvereDiGhiaccio)

Il contadino arrancava scalzo tra le spighe, le piante dei piedi nere ispessite dai calli.

“Quanto manca? Sua maestà non può sprecare tempo in campagna rincorrendo uno sfaccendato!”

Il cavaliere procedeva al trotto. Alle sue spalle quattro uomini cavalcavano affiancando il re.

“Venite mio signore. Vi mostro un prodigio!”

L'uomo si inginocchiò alla fine del campo, dove la terra era stata dissodata.

“Guardate coi vostri occhi.”

Un pozzo era davanti a loro e rovine tutt'intorno.

“Cosa c'era qui?” Domandò il re smontando di sella.

4 novembre standard (di SamanthaTerrasi)

Era uscito dall’ultimo bar della serata, vomito a chiazze sulla camicia e odore di feccia umana in mezzo alle gambe. Non poteva fare a meno di bere, era la sua unica consolazione. Il suo inferno liquido. Nessuna bottiglia era tanto grande da poterlo contenere, ma continuare a bere era come cercare di galleggiare non affogando. Teneva quella bottiglia come un trofeo. Appena girato l’angolo in mezzo a quei palazzi costruiti per emarginati reietti come lui, vittime di costruzioni e ingegneria genetica protratta, gli si appiccicò sulla gamba un pezzo di carta.