Cleia

Cleia cacciatrice di tesori

L’occhio giallo di Ser Benfield si era adattato alla mia pelle. Le radici, in profondità, erano ambra incastonata nella cavità orbitale.

«E tutti pensano di vedere davvero il mondo...» Così iniziava ogni volta a parlare, quando lo incontravo, prima che la mia avidità ponesse fine al suo chiacchiericcio. «Ma nessuno l’ha visto come me».

Disse qualcosa di simile anche l’ultima volta, quando il suo occhio giallo si posò su di me: «Se qualcun altro potesse vedere il mondo come lo vedo io. Cleia, passami uno specchio».

Così quel giorno io lo uccisi. Lo feci per il suo occhio, sì, il suo meraviglioso occhio giallo, ma più di tutto per quello che, diceva, avrei potuto vedere. Per lui era una condanna quell’occhio. Questo mi dicevo, per far morire, con lui, anche il mio senso di colpa.

Cleia non ha rimorsi. Cleia non deve chiedere perdono. Cleia è una cacciatrice, una cacciatrice di tesori.

«Posso vedere tutti i tesori...», diceva Ser Benfield prima che io lo uccidessi. E io ero Cleia, la cacciatrice di tesori.

«Con il mio occhio posso vederli tutti. Dovresti portarmi con te, in un viaggio».

Avevo estratto la boccetta argentata del prezioso liquore nero e ne avevo lasciata cadere qualche goccia nel boccale di rame di Ser Benfield. E lui aveva bevuto, avido, fino all’ultimo sorso.

«Dove l’hai trovato, Cleia?»

«Oh, è un segreto. È uno dei miei tesori. L’ho preso durante una missione nelle terre dell’Est, tanti anni fa».

Ser Benfield aveva annuito, poi aveva portato una mano alla gola.

«Ha un retrogusto for...», poi aveva tossito. Il sangue era colato giù dalla bocca, e dal naso, e persino dagli occhi. Sembravano lacrime le sue, e moccio, e saliva, ma era solo sangue, sangue e veleno.

Cadde e io mi avvicinai. Mi chinai, gli carezzai i capelli. Capì di star morendo, ma non chiese aiuto. Chiuse l’occhio buono, lasciando aperto quello giallo. Continuai a stringerlo, con dolcezza, finché non smise di sanguinare.

«Potrò vedere tutti i tesori...», gli sussurrai, carezzando dolcemente un’ultima volta i suoi capelli bianchi.

 

***

 

L’occhio giallo si era adattato perfettamente alla mia pelle. Sembrava vero, intendo, sembrava davvero mio. Giù, al porto di Miles mi conoscevano tutti come Cleia fondo di bottiglia, perché gli avevo detto che veniva da lì: un brutto incidente, un occhio perso e uno strano impianto con un vetro giallo. A Miles non esistevano bottiglie gialle, e i marinai talvolta borbottavano che in tutte le terre del Sud e dell’Est non avevano mai visto oggetti di quel colore.

«Oh, ma viene da più lontano, da Ovest. Da un piccolo villaggio di pescatori oltre le nuvole dell’Ovest». Alcuni se la bevevano, altri alzavano le spalle e se ne andavano sputando per terra. Solo uno di loro, quello con la gamba di rame e di legno, un giorno, mi disse: «Non mi piaci, Cleia fondo di bottiglia. Non mi piace il tuo occhio, non mi piace come mi guardi». Pregai che quelle fossero le sue ultime parole, e qualcosa vibrò nella mia tasca. Non la boccetta di liquore nero, ma la piccola scatola rossa. C’era una polvere, una polvere strana, invisibile a occhio nudo. Con l’occhio di Ser Benfield, però, io riuscivo a vederla. Era un mio vecchio tesoro e aveva il potere di far perdere la memoria a chiunque la respirasse. Così aspettai che il marinaio dalla gamba di rame e di legno si voltasse, ed estrassi la scatola.

«E va bene, hai ragione tu», gli dissi. E lo storpio si voltò, con gli occhi che brillavano di curiosità. Erano belli i suoi occhi, di quel blu così intenso da sembrare nero. Prima che potesse parlare, soffiai un po’ della polvere su di lui.

«Maledetta! Maledetta...»

Si fermò, senza aggiungere altro, guardandomi come fosse la prima volta.

«Le auguro buona giornata, signore».

«Buona giornata a lei, signorina...»

 

***

 

La ferita era guarita subito, certo, ed ero ansiosa di provare il potere che Ser Benfield tanto vantava di quell’occhio giallo. Certo, arrivare a quel momento non era stato facile: avevo dovuto superare alcune piccole difficoltà tecniche che richiedevano un’abilità discreta con le lame. Non facevano per me, non ero brava a manipolare armi. Quelle che usavano erano silenziose, invisibili, spesso insapori. Avevo gridato, pianto, sanguinato. Avevo urlato e bestemmiato. Erano trascorsi diciassette cicli di sole da quello che oltre la benda potevo percepire. I miei occhi erano entrambi coperti, per non affaticare troppo l’occhio vero, quello inutile. Per abituarlo a coesistere con l’altro, a diventare compagni nella mia ricerca. Ero guarita, non sentivo più dolore. Il sangue non usciva più, ma i contorni delle cose, adesso, erano diversi.

Avevo perso qualcosa nella percezione della profondità: vicino e lontano non erano poi così diversi, per cui all’inizio mi ero riempita le gambe di lividi mentre mi trascinavo tra le strade del porto, e lungo le scale della locanda. Poi, il diciottesimo giorno, erano arrivate le ombre.

Le avevo chiamate così, ma erano simili a nuvole di vapore: scure, evanescenti e persistenti, come il cattivo odore di una ferita infetta che permea il vestito di festa. Erano comparse per la prima volta mentre guardavo una nave che stava per salpare nell’ora dolce del tramonto. Ed ecco, proprio alla mia sinistra, avevo visto qualcosa, come il fumo scuro di tabacco d’importazione. Ma non c’erano profumi, lì. Non c’era nessuno. E quando successe di nuovo, alla locanda, mentre Polish serviva la sua zuppa di pesce fredda, iniziai a pensare che qualcosa nel mio nuovo occhio non andasse.

Così mi avvicinai al bancone, nascondendo le mani che tremavano sotto il mantello nero. Ero un’accozzaglia di stili, ero creta informe piena di desideri. L’occhio giallo brillò riflesso nel calice di peltro che Polish stava pulendo.

«Nuovo?»

Annuì.

«Servimi dello spush».

Mi guardò, Polish, avvolto dalle mie ombre. E mentre stava per chiedermi perché lo volevo o come sapessi che nello scantinato c’erano bauli pieni zeppi della droga, ecco, io vidi un punto nero sottile sottile materializzarsi proprio sopra il filtro del labbro superiore. Il vecchio Polish iniziò a parlare subito dopo, ma tutta la mia attenzione era per quel punto, che a ben guardare era marrone scuro, no, nero, no rosso, e a ben guardare non era neppure fermo, ma si muova con lentezza e poi, zac!, di colpo saltò via, fuori dal mio campo visivo.

«Una pulce!», urlai.

«Ah, maledette! Te le trovi ovunque. Colpa di quelli là, quei mercanti dell’Ovest».

Poi Polish mi guardò, come quando si aspetta una risposta.

«Allora? Dieci?» mi chiese.

«Dieci andranno benissimo...»

«Torno subito...»

Polish non tornò. Dissero che fu un incidente, una brutta caduta dalle scale. Lo trovarono dopo qualche minuto, caldo, circondato da una pozza di sangue, urina e spush.

Allora mi chiesi cosa avessi visto, se ci fosse qualche legame con il mio nuovo occhio e con quella pulce che avevo visto saltare proprio su di lui, sulla sua bocca. Rimasi chiusa nella mia stanza a rimuginare per alcuni giorni, senza vedere nessuno. E le ombre, effettivamente, non si manifestarono, né gli strani punti, né le pulci. Così mi feci coraggio e l’ottavo giorno uscii.

Percorsi le viuzze del porto, pagai in contanti per la prima barca in partenza e quando stavo salendo a bordo, ecco, di nuovo, quella strana visione: una pulce nera, più grande dell’altra, sopra la bocca, intenta a solleticare in gran segreto la bocca del capitano. Non dissi niente, mi coricai nella cabina che mi era stata assegnata, e poi fui svegliata da un trambusto. Il mare in furia, l’equipaggio in fermento, la barca e il naufragio.

Ecco, è giunto quel giorno, è arrivata la mia ora.

E il capitano morì in quell’incidente, ma io mi salvai.

 

Così mi aggiro tra queste strade nuove, straniere, dove nessuno conosce il mio nome, né il mio tesoro, né il mio segreto.

Difficilmente esistono le coincidenze, soprattutto quando si ha un occhio impiantato, giallo, capace di scovare tesori.

In fondo, io sono Cleia, la cacciatrice di tesori. E la morte, e la vita, te lo sussurro, sono i beni più preziosi.

 

Master

“Ha perso un occhio?”

“Ha perso un occhio!”

La Stella Mattutina si agitò scocciato sullo scranno.

“E allora? Gliene rimane uno! Per la partita gli basta e gli avanza!”

 

Ardad non trattenne una risatina, sbragandosi sul tavolo.

 

“L' aiuteremo a cercarlo domani. L'avrà perso in qualche girone, cercando qualche anima di carne con cui divertirsi insieme a Sitri! Dai ditegli di sbrigarsi.”

Lucifero maneggiò sicurezza come un esperto giocoliere e si posizione ansioso di fronte al suo sacchetto di dadi. Verrine bettè le mani, contenta di iniziare la nuova campagna.

“Dai ragazzi andate a prendere il gattaccio!”

“Ehem...”

Lucifero, Verrine e Pruslas accentuarono la delusione di vedersi fuggire la soluzione tra le dita. La stella alzò gli occhi al cielo, ovviamente maledicendolo, li riabbassò in segno di resa e chiese

“Mi dite cosa gli è successo davvero, ragazzi?”

Agares, indispettito dalla certezza che l'appuntamento sarebbe saltato sbottò.

“Non lo ha perso tra i gironi, Lù!”

tutti mugugnarono un “Porcatroiaoravainfiamme!”

“Lo ha perso tra i vivi e quelli si stanno massacrando per averlo ognuno per sé.”

Lucifero immobile sembrava non aver afferrato.

“ha perso il suo occhio tra i vivi...”

S'alzò.

“Nessuno tocchi il tavolo. Andate a prendere quel disastro di behemoth e preparatevi il pranzo al sacco.”
“E dove vai adesso?”

Il diavolo cominciava a assumere un'incandescenza preoccupante.

“A farmi un giro tra i preti pedofili... o preferisci e mi sfoghi qui con voi?”

“Tra cinque minuti siamo pronti, Lù!”

“Bene!”
“Fico, ragazzi! Erano secoli che non si andava in bella rissa tutti insieme!”

Sorrise soddisfatto Pruslas.

 

 

Il giocatore non può utilizzare i demoni del master. Loro troveranno il suo personaggio a tempo debito. La caccia all'occhio di behemoth e al suo illegittimo possessore è iniziata.

 

Turno II

 

 

 

Non sono sempre stata così, così sola, mi verrebbe da dire. C’è stato un tempo, un breve e bellissimo tempo, in cui eravamo in due a cacciare, insieme. E poi è successo ciò che accade sempre quando due cacciatori devono spartire la stessa preda, magari troppo piccola: si litiga, si strappa in due il bottino, si minaccia quello che era il nostro compagno e in quel momento, in quel preciso momento, ci sembra diventare un estraneo, no, peggio, un nemico. Chi è? Perché è lì, in piedi, di fronte a noi? Cosa divide con noi oltre alla stessa porzione d’aria, di cielo? Vuole ciò che vogliamo noi, non possiamo permetterglielo.

Così se ne era andato Amos, scivolando via tutt’altro che in silenzio, portandosi via un pezzo della stola turchese che tenevo ancora a fasciare il seno. Si diceva che avesse il potere di impedire al respiro e al cuore di fermarsi, che la sua trama fosse stata intrecciata con il filo dorato dell’immortalità. Ma la stola era stata strappata, e con lei un pezzo del mio cuore. L’avevo amato, Amos, l’avevo amato ma non era bastato. Non basta mai l’amore, vince sempre la solitudine. E poi anche la solitudine diventa insopportabile e si cerca la compagnia. Così ero arrivata a bussare alla porta di Ser Benfield, in cerca di lavoro, in cerca di un tesoro, di quel tesoro. Ma più di tutto in cerca di qualcuno.

Adesso non c’era, non c’era più. L’avevo perso, un po’ come Amos, ma in modo più delicato. Sì, perché se la morte è redenzione, dare la morte è un atto di amore, no?

Cleia non ha rimorsi. Cleia non deve chiedere perdono. Cleia è una cacciatrice, una cacciatrice di tesori.

 

Avrei dovuto scegliere una stanza migliore. Le pareti non sono bianche, negli angoli hanno macchie scure. È colpa della muffa, nei posti di mare è normale che sia così. Anche se fossero state bianche, bianche-per-davvero, io non lo avrei notato. Da quando ho l’occhio giallo anche la percezione dei colori è cambiata: non vedo uniformità, ma insieme di puntino. Così il bianco è formato da minuscoli puntini rossi e blu e gialli. Non esistono altri colori, solo l’unione puntiforme di questi tre.

Dalla finestra entra odore di pesce e di piscio, faccio ancora fatica a distinguere l’uno dall’altro.

Lo spush sta per fare effetto, perché sta sparendo tutto, tutti i pensieri, i ricordi.

Forse non sono più lucida, forse sono leggera.

Eccomi, sto volando. Possibile? Possibile sfiorare le ali di un gabbiano? No, di un pipistrello. Non credevo ce ne fossero al porto.

E mentre volo, una fitta, una fitta forte proprio al petto, mi sembra che la stola stia stringendo. Mi sbilancio, perdo l’equilibrio, sono di nuovo nel letto, nella stanza della locanda, in quella peggiore, la più economica. Le pareti hanno le macchie di muffa ai lati, non sono bianche. Sono pareti di fumo, e fumo entra dalla finestra chiusa e dalla porta. Non sento odore di bruciato.

È l’occhio.

C’è fumo intorno a me e io non vedo più niente.

È l’occhio.

 

 

Master

“Chi cavolo ha messo fuoco alla stanza?”

Asmodeus aveva altri progetti, ma il peggio di loro lo danno quando sono insieme i demoni perché si mettono d'accordo non più di due alla volta.

Ose e Ardad se la ridacchiavano.

“Andiamo, Asmo, ti pesa solo non guardarle il culo, con tutto sto fumo!”

“E poi non è fuoco vero, daremmo troppo nell'occhio in questa locanda! Lo vede solo lei. È un'allucinazione... così per ridere un po'!”

“E poi siamo demoni! Facciamo perdere l'equilibrio mentale alle persone noi!”

Conlcuse Ardad. Asmodeus non sembrava molto soddisfatto dalle argomentazioni.
“proprio con voi due mi toccava fare squadra!”

“Peggio per te che hai fatto perdere tutti quei punti di esperienza a Lu', la settimana scorsa!”

Asmodeus sbuffò.

“Sentite, tenetela d'occhio e guardate dove va. Io vado ad avvisare Pruslas, Verrine e Sitri che l'abbiamo trovata! Non fate casini o di fronte alla Stella mattutina io darò tutte le colpe a voi!”

“infame!”

Gli rispose Ardad.

Ose invece si mise a ridere.

“Fai con calma, tanto ora le faccio venire voglia di trastullarsi con qualche oggetto!”

Asmodeus ringhiò furioso.

“E non potevi farlo prima del fumo?!”

“Perché, se potevamo fare un dispetto anche a te!”

hihihihi – sghignazzarono.

 

 

 

Il giocatore ha diritto a una soluzione, ma non può ancora interagire con nessun demone. Non può sapere che è in preda alle allucinazione causate da Ose, deve barcamenarsi in fatti che, pur strani, riguardano solo lei.

 

Turno III

 

Scendo dal letto, forse cado giù. Mi trascino verso quello che dovrebbe essere l’angolo della finestra ma che no, non lo è. Batto il ginocchio contro qualcosa, scivolo, mi rialzo, infilo il piede in qualcosa di bagnato. Acqua, sudore, saliva, urina, sangue, impossibile da dire al buio.

Mi bagno le mani, gli occhi pizzicano. Struscio e bagno ancora, forse tornerò a vedere. Lo spush si dissolve, sento il suo effetto scorrere via insieme al resto. Apro gli occhi e vedo, qualcosa vedo.

C’è acqua nel secchio, acqua pulita. E il mio riflesso. Forse è il mio occhio a spingere lì il mio sguardo, ma non vedo pulci saltare sopra il mio labbro.

Questa non è la fine, no, non è la mia fine.

 

Ho ancora tesori da cacciare, non sarà un po’ di fumo a fermarmi.

Ho la mia spilla da qualche parte. Quella che una spilla in realtà non è, anche se sembra. Una chiave magica, in grado di sciogliere ogni serratura. Dove l’ho lasciata? Sì, ora ricordo, è lì a chiudere il mantello, ai piedi del letto. Sono stanca, ma posso riuscirci. Trascino una gamba, quella che ho colpito. Muovo le mani in fretta ed ecco, la spilla è tra le mie dita. La porta è a tre passi, non è difficile raggiungerla. Tocco la maniglia, cerco la fessura e infilo la spilla dentro. Sento click, ma non ricordo di essermi chiusa dentro, e poi non ho mai avuto la chiave.

La porta si apre, forse cigola. Esco fuori nel corridoio e non c’è fumo, ma luce. Tanta, troppa luce, e io devo coprire gli occhi con un braccio. Mi lascio cadere a terra, il legno è freddo.

E poi rido. Rido così forte da grattare la gola. Rido, e non riesco più a fermarmi.

 

Master

“ok, è tirata abbastanza a scema! Prendiamole l'occhio!”

Ardad muove un passo frettoloso per dar un taglio alla faccenda e tornare al tavolo a giocare. Ose a malincuore è costretto a fermarlo.

“Sta buono, Ard! Arriva gente!”

Un uomo alto, bruno, spalle larghissime, labbra che se lo vedesse Asmodeus ci farebbe tre pensierini anche per lui si getta spaventato sulla ragazza.

“Oh cavolo! Signorina!”

invisibili al resto del mondo e pure alla vittima i due demoni zampettano nervosi e scocciati.

“Porcaccia!”

“Uccidiamolo, questo, prima che arrivi Asmodeus con gli altri! Prendiamo l'occhio lasciamo un cadavere e una orba e alla malora sta terra di stupidi!”

“FERMI!”

Verrine e Sitri sono comparsi alle loro spalle!

“Eccoli! EAsmodeus e Prurlas dove sono?”

“Arrivano dopo, hanno da fare! Dobbiamo andarcene, sta arrivando una decina di checche celesti, il vostro scherzo puzza di zolfo per miglia!”

I due maledicono il cielo fissandolo con disprezzo!

“Certo che per le cose che non gli riguardano sono pronti sempre eh!”

“Avessero mai fermato una catastrofe nucleare, invece!”

Si lamentano Ose e Ardad.

“Andiamo!”

Ose indica l'uomo che sta soccorrendo la loro preda.

“Anche quello è un celeste?

Sitri gli da dello stupido.

“Ti avrebbe visto e ti avrebbe preso a calci se lo fosse. È solo un uomo che cavalcherei molto volentieri!”

Ufff

 

i quattro si dileguano e rimangono solo Cleia e le braccia forti del soccorritore.

 

Il giocatore può inserire l'uomo tra i suoi personaggi e utilizzarlo. Il Master concede.

 

Turno IV - Cleia

 

È bello. È l’unica cosa a cui riesco a pensare.

Lo so, dovrei pensare che sono viva, ma per un attimo mi sento solo al sicuro. Braccia larghe, così larghe che potresti davvero credere di voler star lì dentro tutta la vita. Potresti, se tu non fossi me.

«Si sente bene, signorina?»

Mi sforzo di sorridere, di apparire in me. Di apparire quella che non sono. Alzo lo sguardo, cerco il suo. È il mio occhio giallo a trovarlo, o è questo sconosciuto a trovare lui. Mi vergogno, mi vergogno del mio occhio giallo.

«Posso fare qualcosa, signorina?»

Continua ad abbracciarmi, ma suonerebbe patetico. Mi libero da quella che adesso mi sembra una morsa, chino la testa in avanti per ringraziarlo. Faccio due passi avanti, poi mi volto e torno indietro. Estraggo da una tasca del mantello una piccola tavoletta di legno. Ci sono incisioni di caccia, d’amore, di fuga. In poco più della lunghezza di una mano è raffigurata tutta la mia vita.

«Per ricambiare il favore», gli dico.

Mi guarda, forse non capisce.

«Spezzala se ti senti in pericolo».

Gli mostro una tavoletta identica, ancora nella mia tasca. Vorrei aggiungere è magica, ma preferisco tenere questo piccolo segreto per me.

«Perché?», mi chiede.

«Solo se ti senti in pericolo».

Sbircio sotto i suoi capelli scuri, cerco di memorizzare i lineamenti fini del suo volto. E spero che la spezzi quella tavoletta, e che la magia sia vera. Mi dico che è per sdebitarmi, sdebitarmi per la sua gentilezza, ma la verità, forse, è diversa da quella che mi racconto. È bello stare tra le sue braccia. È bello e sicuro.

Tolgo la polvere da sopra il mantello, lascio che diventi liscio sotto la mia mano. Faccio un respiro profondo e mi allontano.

«Signorina...?»

«Cleia», gli rispondo, senza voltarmi. Non dice altro, forse aspetta che dica qualcosa in più o che gli chieda il suo nome. Allora vinco la reticenza e, mentre mi allontano di qualche altro passo, rispondo con la stessa domanda alla sua domanda.

«Signore...?»

 

Master

Oh, Giocatore, spetta a te il nome di questo personaggio:

 

Verrine è la prima a imprecare.

“Sia maledetta ogni ora di luce! Le vedete?”

Ose guarda Verrine impaziente e scocciata dal dover aspettare un uovo momento.

“Che cosa?”

“Le sue spalle, scemo!”

Lo rimprovera Ardad.

Ose guarda meglio qualche secondo e muto si schiaffeggia la fronte.

“Cazzo!”

“E cazzo sì!”

“Un Cherubino!”

“Non ci resta che fare rapporto a Lu'!”

Sitri arreso si massaggia il sesso per consolazione.

“Siamo quattro, non possiamo ucciderlo ora e ciccia?”

è la voce di Pruslas, arrivato saltellante come un pugile alle spalle degli altri.

“daidaidai!”

Sitri lo manda a cuccia e decide per tutti.

“ne arrivano altri, abbiamo fatto troppo fumo. Dobbiamo andare. Non siamo qui per una guerra ma per recuperare l'occhio di behemoth! Torniamo a fare rapporto alla Stella del mattino!”

Verrine non si arrende subito.

“Ma che cazzo, ragazzi, se questa gli sfiora appena appena l'uccello lo sapete che succede?”

“Sono d'accordo con Verry!”

interviene Pruslas.

“Chi la tocca poi una “Beata” per riprendere l'occhio?”

“Vi toccherà Lucifero se non mi date retta e aprite una guerra con i cherubini adesso!”

E sbuffando scorreggiarono tutto lo zolfo possibile per infastidire il bellimbusto e sparirono.

Turno V

 

 

Cleia – Turno V

 

Il Signor Zeno è seduto davanti a me. Lascia uscire dalla bocca dello spush, poi chiude gli occhi. Le sue spalle larghe si rilassano, l’aria sembra più rarefatta.

La sala da pranzo della locanda è spoglia, come le camere. Arriva puzza di zuppa, zuppa di pesce, pesce in umido, pesce al guazzetto, pesce affogato in brodaglia mista. Si mangia solo pesce, qui. Il pesce mi disgusta.

Zeno non sembra farci caso. Non so quasi niente di lui, tranne il suo nome e il fatto che ha delle belle spalle, ma dopo aver riaperto gli occhi mi fissa con i suoi occhi quasi neri e mi dice: «Cleia che cosa stai cercando?»

Sembra conoscermi molto più di quello che credevo. E fingo di non cogliere, di non capire, ma lui aggiunge: «Insomma, a quale tesoro stai dando la caccia stavolta?»

Lo spush adesso è una nuvola fuori dalle mie labbra e resto in silenzio.

«Ho una missione per te».

Vorrei fuggire lontano, dai suoi occhi, dalle sue spalle, dalla sua conoscenza.

«Devi recuperare un oggetto per me».

«Non lavoro per gli altri».

«Potremmo dividere».

«Lavoro da sola, ormai».

«Farai un’eccezione».

«Non credo...»

Zeno tira fuori la tavoletta di legno e la accarezza.

«Oh, sì. Sono certo che la farai».

 

Master

“Ooops!”

Ardad sorride e batte le mani entusista.

“Alla fine anche questa è una partita niente male!”

La Stella del Mattino a capotavola riguadagna un alto buon umore andato perso per la partita della campagna de La Guerra dei Teschi andata a male.

“vedi Lu', ogni tanto fa bene cambiare gioco!”

Lucifero si arrende alla ragione di Astaroth porgendogli un pollice alzato e un broncio da “no bad” con un lungo annuire.

“Non è un gioco! Stramaledetti voi! Quella stronza ha il mio occhio! E voi qui a sollazzarvi di ruolo!”

Le lamentele di Behemoth si trasformavano sempre più in lagne insopportabili.

“Piantala di frignare, micino! Stiamo provando a darti una mano nel casino che hai combinato da solo! Fossi nel regno dei cieli ora ti starebbero strappando le ali! Quindi goditela e stai buono!”

Behemoth si imbroncia sulla sedia, schiacciato dai rimproveri del reggente.

“La signorina ha fatto il primo errore!”

“Chiudiamo la partita qui? Un bel colpo secco e ciccia, boss?”

“Che dici, Agares? Ora che la cosa si fa divertente! No, no!”

Gli risponde Lucifero.

“Concediamole una casella in più!”

“Ma se ne ha lasciato venti vuote tutte per noi! Non sappiamo come sono arrivati al tavolo, che è successo, è un ristorante? Sono a casa di lui? Di lei? Sono andati al cinema, prima? Gli ha regalato un mazzo di fiori? Magari è gay, o forse è una donna mascherata da cherubino! Possiamo riempire tutte 'ste caselle noi e vincere la partita! Andiamo Lu'! Boss! Abbiamo la partita in mano!”
Belzebù come sempre preferisce tutto e subito.

“Invece no! E siamo mica celestiali tiranni noialtri! Alziamo un bel cartellino giallo di ammonimento e aspettiamo, come bravi, pazienti arbitri e ce la godiamo ancora sta partita! Lasciamo un'altra possibilità a questa dannata! Susu!”

concluse Lucifero, sorridendo sullo scranno d'ossa e teschi.

 

Turno VI

 

E come c’eravamo arrivati lì, a sedere uno davanti all’altra, a parlare di una missione segreta e importante? A discutere di lavoro, anzi, a pretendere che io mi mettessi ai suoi servizi.

«Signore… Signor Zeno», aveva detto, quando gli avevo chiesto chi fosse. Non aveva aggiunto nient’altro, ma il suo nome mi era sembrato strano. Aveva un che di magico, come il profumo che mi pareva di sentire, sempre più, anche se adesso eravamo più distanti; anche se, purtroppo, ero libera dal suo abbraccio.

Non c’era più fumo nel corridoio, le pareti non erano bianche perché erano solo sporche, e nell’aria c’era odore di muschio. Eravamo io e lui, e una serie di porte in legno chiuse. Le scale, là in fondo, lasciavano salire i rumori della locanda che iniziava sempre più ad animarsi. Doveva essere ora di cena. Forse di pranzo.

Lì, davanti a quello sconosciuto che aveva detto di chiamarsi Zeno, mi sentivo quasi nuda, in imbarazzo. Non era piacevole quello che avvertivo: era simile a quello che provavo da bambina quando combinavo qualche guaio e cercavo di nascondermi. Avevo paura di essere scoperta, punita. Mi vergognavo. Poi ero cresciuta, e avevo trovato gusto nello sbagliare. Fino a quel momento, in cui Zeno, di fronte a me, si aspettava che dicessi qualcosa, mentre io restavo in silenzio. Con i suoi occhi quasi senza pupilla continuava a fissarmi senza parlare. Era tutta colpa di quella fragranza che emanava e che, a ben annusare, mi ricordava qualcuno che in quel momento faticavo a identificare. Quel profumo era come un’ombra tra i ricordi, un viso dai lineamenti offuscati che sembra avere qualcosa di famigliare, sì, ma nulla di più. Niente di definito.

Quando mise la tavoletta nel suo borsello di pelle logora, si avvicinò di un passo e il suo odore mi si attaccò al mantello. Capii. Era semplice, troppo, e spiegava l’attrazione che avevo subito provato nei suoi confronti. Il suo profumo aveva qualcosa di quello di Amos, anche se non erano del tutto uguali. Erano la pelle, il sudore e la saliva a fare la differenza.

«Sembra affamata, signorina Cleia».

Mi piaceva il modo in cui l’aria del mio nome usciva dalla sua bocca. Nella parte finale, poi, assomigliava a un sospiro.

«Posso chiamarti solo Cleia?»

Un tocco della lingua sul palato, poi l’aria soffiata fuori dalle labbra.

Aveva posato una mano sulla mia spalla, appena prima che accettassi la sua offerta. Mi aveva spinto, con leggerezza, verso le scale. E mentre scendevo i gradini, e la fragranza di muschio si mescolava a quella di pesce della taverna, ecco, aveva sussurrato al mio orecchio: «Ho sempre sognato di vedere tutti i tesori…»

Mi ero bloccata e, così il piede, il respiro, il cuore. Mi ero voltata verso di lui, ma stava guardando verso un angolo della sala, dove c’era un tavolo ancora libero. Poi i suoi occhi incrociarono il mio occhio giallo, e lui sorrise.

«Andiamo a sederci».

Poi c’era stato lo spush, l’aria rarefatta. E poi la zuppa di pesce, e il silenzio rotto dalle sue parole.

«Ho una missione per te».

 

Zeno sa tutto di me, e io niente di lui. E profuma di Amos, e parla come Ser Benfield.

«Ti senti bene, Cleia?», mi dice. Non aspetta la risposta, ma imbocca: «Questo spush è una bomba. Forse è troppo forte…»

Sono una cacciatrice di tesori, sono poche le cose a farmi paura. Ciò che mi inquieta, spesso, è ciò che mi affascina. I riccioli scuri del Signor Zeno adesso sembrano serpenti intenti a leccare la mia zuppa di pesce. E dell’odore di muschio non rimane niente, ma le mie narici sono punzecchiate da quello di fumo. Le pareti sono nere, nebulose, sottili, e il tavolo è pieno di pulci. Penso al mantello, poi mi ricordo dell’occhio.

«Sì, decisamente troppo forte», conclude.

Quando mi risveglio sul tavolo, nella taverna è rimasto solo l’oste.

 

Master

 

Nel frattempo Ardad ti ha impicciato i legacci dei calzari per farti cadere al primo passo e tu cadrai, e sai già da dove ricominciare a raccontare. Heheh

 

Ardad, Pruslas e Verrine siedono sui muri. Invisibili anche al tuo occhio. Sono comparsi appena il tuo Zeno e la sua puzza celeste sono svaniti e attendono.

Attendono, perché neanche loro sanno cosa si stia davvero muovendo sul tavolo da gioco e un errore, La Stella de Mattino, non lo avrebbe accettato.

Attendono. Aspettano che qualcosa t faccia. E non puoi farla contro di loro. Tu non li vedi e non sai che sono lì.

Sei in mezzo all'eterno dispetto tra demoni e cherubini. La palla è tua ora, vediamo come la giochi