Varg - di Filippo Sgarbi

Se ne stava lì, seduto, in mezzo alla sabbia che gli si infilava tra le fessure dei possenti arti metallici che ormai erano una parte di lui, il braccio e la gamba sinistra. La poteva sentire polverizzarsi tra gli ingranaggi, ad ogni movimento, e la cosa gli piaceva.

Alla cintura portava l’elsa di una spada, senza lama, che il suo maestro un tempo gli aveva donato. Quante cose avrebbe avuto da dire a quel vecchio che, forse, in un’altra vita avrebbe chiamato “padre”.

Senza quasi rendersene conto, mosse il braccio sinistro, scostò il mantello e afferrò il ciondolo a forma di sfera che indossava al collo. Logoro e arrugginito, un tempo avrebbe brillato anche sotto quei timidi raggi di sole che filtravano tra le nuvole, ma ora no. Un tempo esseri potenti avrebbero commesso stragi per averlo, per avere ciò che conteneva, ma ora non restava più niente al suo interno, privato della vita che custodiva, proprio come la donna da cui l’aveva avuto. Forse, in un’altra vita, l’avrebbe chiamata “amore”.

Non in questa. Che cosa rimaneva di lui? Non lo sapeva. Non aveva il coraggio di chiederselo. Adorava la sabbia tra gli ingranaggi, poiché era l’unica cosa che ancora era in grado di sentire. Nessun dolore lo poteva scalfire, non più. Nessuna paura poteva turbare il suo animo. Non aveva più nulla, e nella disperazione tutto sfuma, si attutisce.

A cosa serviva il suo grande potere, se non era stato sufficiente a proteggere le uniche persone che aveva amato? A cosa serviva la forza, senza un nemico da combattere? A cosa serviva la vittoria, senza amici con cui condividerla?

Si alzò in piedi. Continuare a camminare era l’unica cosa che gli paresse sensato fare.

Verso la prossima città, alla ricerca di peccati da estirpare, alla ricerca perpetua di un male da combattere, di un senso alla sua esistenza. Di un colpevole. Forse per quello gli sarebbe bastato trovare uno specchio. In quegli occhi stanchi e spenti, lì avrebbe visto l’unico colpevole della sua miseria. Aveva pensato tante volte di farla finita. Di lasciare che l’artiglio acuminato di una belva gli aprisse il torace, senza difendersi, senza urlare, ma ogni volta il suo istinto gli imponeva di difendersi, quasi contro la sua volontà. Sentiva dei fili invisibili muovere i suoi muscoli, si sentiva un burattino degli dèi. E lo odiava. Cosa volevano ancora da lui? Non aveva forse assecondato ogni loro capriccio? Non era forse già stato torturato abbastanza? I loro giochi non erano forse durati abbastanza? Perché? Perché non poteva trovare riposo? Perché la sua battaglia non poteva, semplicemente, finire?

Il tiepido sole stava per tramontare. Le belve non avrebbero tardato ad arrivare. Strinse l’elsa che teneva in cintura e da essa scaturirono vivaci lingue di fuoco. Voleva essere certo che l’avrebbero visto arrivare.

La prima lo attaccò alle spalle; Varg nemmeno si voltò, la colpì con un secco pugno sul muso e questa rimase a terra, distrutta, con la stessa facilità con cui si accartoccia una scatoletta di fagioli prima di buttarla.

Molte altre lo attaccarono, ma i suoi movimenti erano così rapidi e precisi, che nessuna riuscì nemmeno a toccarlo. Qualche boato e parecchie scintille più tardi, e di nuovo il silenzio tornò ad essere il suo unico compagno di viaggio. Raccolse alcuni pezzi di quelle belve meccaniche, li avrebbe venduti a qualche mercante, per guadagnare qualche spicciolo con cui sopravvivere.

“Ingrata la vita, non trovi?” Varg udì una voce di donna. “Salvi il mondo dalla rovina e ti trovi a vagare solo, per intere settimane, in questo schifo di deserto.”

Si guardò intorno. Nessuno. Come sempre. Quella voce era così familiare, eppure ormai estranea, appartenente ad un’altra realtà, ad un’altra vita, ad un’altra storia. Era dentro di lui, dentro la sua testa, ma ogni volta la poteva udire, come fosse lì, accanto a lui. Come una volta.

“A volte penso che avrei fatto meglio a lasciarlo marcire. L’avresti distrutto, con le tue mani, e io sarei rimasto a guardare. Allora mi sarebbe parso un tremendo delitto, ma ora…”

“Sei troppo giusto per lasciarlo morire. Troppo buono per non lottare, finché una scintilla di vita ancora ti darà la forza di reggere la spada.” Ora, poteva quasi vederla.

“Anche con la consapevolezza che non servirà a niente.”

“Ma con la speranza che non sia così”

Il vento cominciò a danzare davanti a lui, sollevando la sabbia da terra. Fissandola attentamente poteva vedere le sue forme, i suoi capelli volare e la sua bocca muoversi, mentre udiva quella dolce melodia.

“È buffo. Un tempo eri tu a scappare ed io ad inseguirti. Eri tu ad avere una miriade di dubbi ed io ad avere le risposte. Che sciocco!”

Ad un tratto, il vento cambiò e quella forma così perfetta, svanì. Varg fece un passo, per cercare di afferrarla, ma cadde in ginocchio, stremato. Gli occhi si chiusero e cedette al tenero abbraccio dell’oblio, sperando, in fondo al cuore, di non svegliarsi mai più e passare l’eternità a sognarla.

Come ogni mattina, invece, riaprì gli occhi, deluso e più stanco di quando li aveva chiusi.

 

Master – Ma guardati! Uno degli ultimi SeedStoler striscia sulla sabbia che neanche uno stercorario! Neanche il più umile dei MicroCoprys si sognerebbe di piangersi addosso tanta acqua, in mezzo al deserto. Sprecone.
Sai che non siete stati i primi a battervi per i semi? Sai che non sarete stati gli ultimi? Perché voi vi prendeste qualche minuto di gloria sulla tavola del tempo di questo universo, Anni dopo la fine della seconda grande guerra di legno e di sangue, dopo la caduta dell'ultima regina di legno, dopo l'evoluzione dei Silmehej su quella tavola, qualche casella più indietro, sono nate le Gilde Rosse e i ladri stanno combattendo per trovare e mettere al sicuro tutti i denti delle cose cattive, ora li chiamate semi. Sta succedendo proprio ora. I ladri combattono e i ladri muoiono. Come avete combattuto e siete morti voi SeedStoler. Siete morti tutti? Neanche i ladri. E ora sono in questo tempo, nel tuo, in questo mondo, tra la ruggine e ciò che resta dell'erba.
Lubrifica quell'ammasso di ferraglia che sta masticando sabbia da troppo tempo e torna a Vemana. Se fin lì non morirai, e se non morirai una volta arrivato, e se non morirai prima di riuscire a contattarli, fai di tutto per farti notare. Hanno occhi su ogni lamiera. Ti incastreranno loro per benino! I ladri son tornati, la Gilda Rossa dalla quale discendete ha ancora segugi attivi.

 

Turno II

 

 

Camminò, per tre giorni e tre notti, senza sosta, spinto dal vento come una nave alla deriva e vide, in lontananza, la sagoma di Vemana.

Tanto peregrinare per poi trovarsi sempre lì. In quell’ammasso di ferro, plastica e rottami.

Sarebbe tornato, decise. Aveva provato a scappare, ma non sapeva dove altro andare.

“Abbiamo fatto un bel casino, l’ultima volta, ricordi?” La voce gli parlò ancora, mentra la sabbia cominciava a danzare attorno a lui.

“No, TU hai fatto un bel casino.”

“Ahahahah! Hai ragione... Ma era così che doveva andare.”

“E chi l’avrebbe deciso? Parli sempre come se tutto ciò che è accaduto fosse un destino ineluttabile, ma è davvero così?”

“E chi lo sa? Forse sei TU che vuoi pensare che sia così.”

“Cosa vuoi dire?”

“Dovresti saperlo, d’altronde sono una voce nella tua testa, non esisto per davvero.”

“Tu mi farai diventare matto.”

“Sei sulla buona strada già per conto tuo, non serve che io faccia altro.”

“Sto parlando da solo, nel deserto, con una voce nella mia testa. Potrebbe andare peggio di così?”

“Decisamente si.”

“Tu credi?”

“Certamente.”

“E in che modo?”

“Ad esempio, lo vedi quel proiettile che si sta per conficcare nel tuo occhio? Se non lo eviti immediatamente prevedo per te una brutta giornata!”

Varg mosse la testa verso destra, un proiettile sibilante, gli sfiorò la faccia, rigandogli la tempia metallica.

La sabbia intorno a sé si diradò. Si trovava alle porte di Vemana. Quattro uomini stavano fermi davanti a lui e gli puntavano addosso la pistola.

“Ma allora è vivo!” disse uno di loro, ridacchiando.

“Quando un gentiluomo ti rivolge la parola, è buona educazione rispondere!” Disse il secondo. “Te lo ripeto di nuovo, dacci i soldi e tutti i pezzi che hai con te e avrai salva la pelle! Quella che ti rimane, almeno!” Il gruppo rise fragorosamente.

Varg rallentò per un momento il passo, alzò leggermente la testa per vedere chi fossero quegli uomini, ma passò oltre senza fermarsi. Uno di loro levò il calcio della pistola e provò a colpirlo, ma Varg gli afferrò il polso col suo braccio meccanico e gli spezzò le ossa senza troppi complimenti. Questo scatenò la reazione degli altri tre che si misero a sparare come pazzi, ma in pochi secondi si ritrovarono tutti riversi a terra, barbaramente massacrati di botte.

Varg non si preoccupò nemmeno di controllare se fossero vivi o morti, gli bastava essere certo che non si muovessero più, almeno finché lui era a tiro.

Clap! Clap! Un tizio appollaiato su un cumulo di rottami poco distante, applaudiva. Varg non l’aveva notato, assorto com’era nei suoi pensieri, prima, e nel duello, poi. Cercò di ignorarlo, ma quel suono lo infastidiva oltremodo.

“Che cosa vuoi? Vuoi fare la stessa fine?” gli disse indicando i resti umani ammassati dietro di lui.

“Oh, sono abbastanza saggio da sapere che è meglio non infastidire un deicida!”

“Allora vattene, e lasciami in pace.”

“Stiamo andando nella stessa direzione, permettimi di accompagnarti per un po’. La strada è lunga ancora, ma in compagnia passerà in un attimo!”

Varg annuì rassegnato. La figura davanti a lui gli porse la mano. Aveva lunghi capelli neri, lisci e ribelli, una faccia segnata dal sole e dalla sabbia e, nonostante il torrido caldo, indossava un lungo cappotto di cuoio rosso, logoro e consunto. Alla sua cintura penzolava una spada vecchia e malandata. Un anello al suo anulare recava un simbolo familiare: “Sei un ladro”, disse, lapidario, Varg.

“Solo un altro sognatore, che vede ancora qualcosa di buono oltre questa coltre di smog”, rispose, con voce impostata.

“Lasciami indovinare, un futuro radioso…? L’ho già sentita. E non è finita bene.”

“Radioso? Non credo. Ma si, vedo un futuro. E di questi tempi, non è cosa scontata.”

I due, intanto, camminavano spediti verso la città.

“Avanti, dimmi. Cosa vuoi da me? Ho visto cose davvero incredibili nella mia vita, ma credere che tu mi abbia incontrato qui per caso, trascende anche la mia più fervida immaginazione.”

“Davvero non lo immagini? Sta per iniziare una guerra. E tu ci sei dentro fino al collo, anche se continui a scappare. Ti vogliamo con noi.”

“Ne ho avuto abbastanza di guerre, di morti, di dèi traditori. Voglio che mi lasci in pace. Voglio che il mondo si dimentichi di me.”

“Eppure, la guerra ti cerca ovunque. Non eri forse alla foce del fiume quando i robot attaccarono l’alleanza? Non eri forse alla città del Sole quando l’ira degli dei quasi la rase al suolo? Non eri forse qui, a Vemana, quando le fiamme della battaglia per poco non la ridussero in cenere?”

“Ed ogni volta una parte di me è morta. Non resta nulla ormai, solo un guscio vuoto.”

Garth si fermò.

“Quando lei, qui, ti ha detto le sue ultime parole, credeva in te. Vedeva in te la speranza che lei aveva perso. Vuoi forse deluderla? Rendere vano il suo sacrificio?”

Varg alzò gli occhi. I suoi demoni lo aspettavano, davanti a quella piramide di pietra e metallo, lucida come uno specchio ma annerita dalle fiamme. Senza nemmeno rendersene conto, aveva camminato fino a lì. Cominciò a tremare. “Non nominarla nemmeno”, disse, stringendo i pugni, “TU NON SAI NIENTE!”.

Master – “C'è poco da sapere, RottamEmo. Quello che sapeva tutto era DoorTime, ma è morto per portare gli ultimi dieci ladri qui da voi. Si pensa sempre che per cambiare il futuro in meglio occorra rivivere il passato. Noi siamo scappati nel futuro per portar via quelli che chiamavamo “i denti di tutte le cose cattive” lontano da chi li avrebbe utilizzati per far del mondo il proprio canile privato. Pensa che sorpresa, per noi, passar l'ultima porta e scoprire che siete riusciti a rovinare comunque tutto anche senza i Semi. E trovarvi a piagnucolare come femminucce Emo, poi!”

L'uomo non camminava, Era la sabbia a portarlo, come un nastro trasportatore. Pavement. L'uomo che controlla ogni cosa che è Terra, Mondo, ambiente inanimato. Con lui la pietra prende vita, la dimensione si capovolge, la percezione del contesto svanisce. Un soffitto diventa pavimento e un pavimento soffitto. Se non vuole stancarsi, Terra, sabbia, roccia camminano per lui.

“Quindi, robottino, facciamo che quello che non so di lei o di te non importa une bel niente. Dati una svegliatina, fatti di ogni droga che vuoi, se ti serve, ma per favore non farmi tornare dai miei con le mani vuote. Siamo arrivati in dieci, ma qui la situazione è peggio del nostro passato e non bastiamo. Quando siamo arrivati abbiamo perso i Semi, se non li ritroviamo, pensa, neanche la sua voce ti rimarrà per trastullarti!”

Pavement ridacchiò indicando la mano del deicida che si sfregava sulle sue parti intime.

“I tuoi ingranaggi sono così pieni di sabbia, che al momento sono più miei che tuoi.”

Scimmiottò un atteggiamento sensuale.

“pensa, è come se ti stessi toccando io ora!”

Rise e la sabbia lo trascinò lontano.

“Ti ordino qualche schifezza alcolica, alla prima bettola che incontro! Muoviti!”
 

 

 

 

 

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Ritratto di Eliseo Palumbo

Pieno di demoni questo Varg, vediamo se andrà in contro a un riscatto o sarà sopraffatto dal passato

Ritratto di Rev

E questi sono solo quelli che non ha ancora ammazzato! XD