La lenta discesa (di SemeNero)

Costa non conosceva la sindrome di Ambras o l’ipertricosi congenita, sapeva solo che il nuovo arrivato era un freak e se ne sarebbe dovuto occupare lui. Lo fece uscire dalla gabbia, un metro cubo di legno, sbarre e paglia sporca di escrementi. Era vestito con un gilet di panno e calzoncini corti che lasciavano esposti ginocchia e polpacci. Gli mancavano giusto un fez, un organetto e una lunga coda per rientrare nel perfetto stereotipo della scimmietta da saltimbanco ambulante. Chiunque vedesse per la prima volta il ragazzo, col volto ricoperto di peli, i capelli arruffati e un’abbondante peluria sulle mani, lo giudicava come un animale particolarmente docile piuttosto che un umano rozzo e primitivo. La sorpresa nel sentirlo parlare, se così si poteva descrivere quel misto di mugugni e urla, esaltava il vocabolario ristretto di cui disponeva. Rispondeva laconico con sì o no, chiedeva “pappa” e “sete”. Era di gusti semplici, tutto era buono, schifo o merda. Salutava con un “ciao” o un insolito “salve bella gente”. Quasi nessuno si stupì che la parte più consistente e creativa del frasario fosse riservata a insulti e volgarità.

Conosceva il suo nome, Marko, ma non aveva ben chiaro il concetto di età. Doveva essere un ragazzetto di tredici anni o giù di lì. Il signor Kaczmareck, proprietario del circo, lo aveva ribattezzato Babu, “l’anello mancante tra uomo e scimmia”.

Costa gli fece fare un giro tra le tende e i carrozzoni, passando tra le gabbie dei grossi felini. Fatto curioso, per lui gli animali si dividevano in tre categorie: topi e gatti li riconosceva per quel che erano, ma qualsiasi animale di stazza più grande era automaticamente un cane. Solo sulle tigri sembrava incerto.

Tutti si voltarono a guardarlo al suo passaggio: chi rideva, chi restava a bocca aperta, chi sputava a terra schifato.

Costa non sapeva se era abituato al piatto o alla ciotola, se mangiava carne o avanzi. Aveva infine optato per una zuppa d’avena servita fredda. Curioso, gli aveva allungato un cucchiaio e il ragazzo lo usò, benché lo tenesse in maniera goffa.

«Non sei del tutto stupido, allora. Buono a sapersi.»

 

La novità scemò abbastanza in fretta. Bisognava trovargli qualcosa da fare, così i clown gli insegnarono a stare in pista. Gli cucirono addosso un piccolo numero per le prime apparizioni: poche frasi da ripetere, qualche capriola, il tutto contornato dalle battute di supporto dei clown. Una cosa semplice.

La prima uscita fu un disastro. Marko era terrorizzato, fece il giro della pista di corsa, a metà percorso si arrampicò sulla schiena di Costa e dovettero allotanarsi entrambi tra le risa e i fischi del pubblico. Al secondo tentativo qualcuno trovò un espediente pratico per alleviare la tensione del giovanotto. Quando scese in pista con un sorrisetto ebete era senza dubbio sbronzo. Fece il giro, salutò, fece le capriole. Schioccò anche qualche bacio col palmo della mano. Infine si avvicinò a una ragazzotta procace e si sporse per toccare “le poppe”. Così si concluse anche il suo secondo giorno di lavoro. La sera i clown se la risero fino a tardi, concordando però che non era il caso di ripetere l’esperimento.

 

Passarono i mesi e Marko prese confidenza con la pista. Le interazioni col pubblico diventarono più spontanee, il frasario venne ampliato e corretto. Con la scusa di insegnarli dei giochi di equilibrismo Costa partecipava sempre meno alle altre attività del circo. La cosa non passò inosservata ai compagni, ma lui faceva spallucce.

«Che posso farci?» diceva, lasciando intendere che la decisione cadesse dall’alto. Era vero, ma la mansione non gli pesava tanto quanto dava a vedere. Marko era sveglio e si impegnava, affascinato quando gli altri clown e i giocolieri facevano vorticare in aria le palline e le clave, facevano salti a scavezzacollo con lo slancio dei trampolini o si arrampicavano gli uni sugli altri in piramidi umane.

Capitava che Costa lasciasse il ragazzo chiuso nel carrozzone a fare pratica, mentre lui sgattaiolava al tendone principale dove si esercitavano gli altri artisti. Era interessato in particolare ai trapezisti. Aldo e Lena erano i Palombelli, nome d’arte derivato da quello di Aldo, Palumbo. Lena, sua moglie, era anche figlia di Kaczmareck. Erano le stelle del circo e senza dubbio meritavano la loro popolarità.

Costa non aveva mai avuto uno sguardo tanto appassionato come per i magistrali volteggi del duo. Prese mozzafiato senza rete di sicurezza, capriole e avvitamenti, e poi la meravigliosa chiusura di ogni numero: il bacio volante. Romantico, solo apparentemente banale, richiedeva precisione per evitare di sbattere la faccia e rompersi magari un labbro.

Il clown concentrava l’attenzione soprattutto su Lena. Era al centro dei suoi pensieri, dominava le sue fantasie, nelle quali volteggiavano assieme. Nel reame fantastico dei suoi sogni era lui a godere del privilegio di baciare le tenere labbra.

«Bella vola!»

Costa si sentì morire per lo spavento. Non seppe dire quanto tempo gli fosse servito per riprendere il controllo del proprio corpo. Marko guardava in su, estasiato. Costa lo capiva bene, ma non poteva fare a meno di disprezzarlo, per essersi intrufolato nel suo angolo segreto. Il ragazzo sorrideva e indicava le figure volteggianti, come se le avesse appena scoperte e volesse condividere la sua meraviglia con Costa. La rabbia, lentamente, scemò e l’uomo non poté trattenere un sorriso.

«Lo so» disse, tornando a guardare a sua volta. «Lo so.»

Prese per mano Marko e, non senza fatica, lo riportò al carrozzone.

 

Da quel giorno gli fu impossibile riuscire a sgattaiolare via per spiare l’amata Lena senza che Marko lo seguisse. Inutile chiuderlo a chiave: si metteva a sbraitare, col rischio di attirare qualcuno e far scoprire entrambi. Di tanto in tanto, quindi, andavano assieme, ma con sempre meno regolarità. Costa non riusciva più a godersi come prima quei momenti; l’intimità era stata violata. Alla fine smise del tutto di andarci, anzi, era costretto a lasciare andare Marko da solo, per qualche minuto, prima di andarlo a riprendere. Aveva rinunciato ai dolci sogni a occhi aperti che era solito concedersi nelle fughe solitarie e per riempire il vuoto lasciato beveva gin.

 

«Così non funziona. Non ho pagato per una scimmia vestita da clown, io voglio “l’anello mancante”!»

Costa e gli altri si guardavano perplessi. Non avevano idea di cosa passasse per la testa di Kaczmareck.

«Voglio vederlo camminare come una persona educata, voglio delle riverenze. Così è solo scimmia col trucco! Voi fate ridere ma lui deve stupire. Voglio vedere il pubblico con facce sognanti!» aveva tuonato Kaczmareck, prima di bocciare il numero. Ne voleva uno nuovo pronto entro la settimana.

Erano passati due giorni senza uno straccio di idea. Mentre gli altri erano affaccendati con gli animali o con le pulizie, Costa stava rintanato nel carrozzone dei clown, stravaccato a terra, con una bottiglia di gin mezza vuota in una mano, l’altra a sorreggere la testa pesante, gli occhi aperti sul nulla. Con lui c’era Marko che continuava a battere ora sulla porta, ora sulla finestrella posteriore. Costa era tentato di lanciargli addosso una delle clave: quel guaio era tutta colpa sua, dopo tutto. Gli aprì la porta per lasciarlo scorrazzare, covando l’inconfessabile speranza che finisse sotto gli zoccoli di un cavallo imbizzarrito.

«Fine dei problemi» biascicò, bagnandosi la bocca con un altro sorso.

Qualche minuto dopo una voce urlava il suo nome. Era quella di Aldo Palombelli. Costa si rimise in sesto alla meglio e uscì fuori veloce quanto glielo permetteva l’equilibrio precario.

«Razza d’imbecille, vedi di tenere la scimmia a posto! Mi sono quasi rotto l’osso del collo per colpa sua!»

Costa sbiancò. Faticava a mettere in fila due sillabe e la situazione peggiorò ulteriormente.

«Che succede qui?» chiese Kaczmareck.

«La scimmia è venuta a disturbare me e Lena durante le prove. Mi sono distratto e ho perso la presa!»

«Aldo calmati, sembra quasi tu non sia mai finito nella rete.» Lena era arrivata subito dopo e cercava di rabbonirlo.

«Non lo voglio più in mezzo ai piedi. Mi devo concentrare, io non lavoro bene con una scimmia che urla e balla sulla pista mentre sono per aria a rischiare la vita!» Aldo se ne andò impettito, con Lena sottobraccio. Kaczmareck si voltò con misurata lentezza verso Costa, frustino alla mano.

«Ti avverto, o lo metti in riga o ci penso io. A tutti e due.»

 

Era già sotto le coperte, assopito. Marko, seduto sul proprio giaciglio, giocherellava in silenzio. Un leggero bussare alla porta fu sufficiente a far scattare Costa, che si precipitò ad aprire. Restò di stucco: era Lena.

«Posso entrare?»

«Certo!» balbettò Costa, mettendosi addosso la giacca. Ringraziò il cielo di essersi messo a letto coi calzoni. Marko si avvicinò e la salutò con calore.

«Volevo scusarmi per la scenata di prima. In realtà non è successo niente di che. Babu… scusa tesoro, Marko ci ha solo fatto i complimenti. A modo suo» rise. «In questo periodo Aldo è molto nervoso. Ha spesso mal di testa e gli esercizi non riescono puliti e precisi come vorremmo.»

«Ma voi siete sempre bravissimi» si affrettò a dire Costa.

Lena sorrise. «Ero solo venuta a dirvelo. Non preoccuparti per papà, parlerò anche con lui e...» girò gli occhi un secondo, inseguendo un’ombra percepita con la coda dell’occhio. Si voltò verso Marko e ammutolì.

Costa, preoccupato, seguì lo sguardo di lei e soffocò a stento una parolaccia.

«Quando ha imparato a farlo?»

«Non ne ho idea.»

Marko aveva mischiato i trucchi di scena di Costa, e aveva cominciato a disegnare sulla superficie dello specchio. Il ritratto era grezzo, poiché disegnato con le dita, e nonostante ciò davvero accurato. I colori erano mischiati con una certa sapienza, qualcosa che andava oltre al semplice intuito.

Lena pareva incantata. «Quella sono io.» Accarezzò Marko sulla testa e lui l’abbracciò all’altezza della vita. «Domani… aspettami. Voglio farti un bel regalo.»

Costa tremava per l’emozione, si trattenne a stento dal correre verso Lena e abbracciarla a sua volta. «Che regalo, signorina?»

«Oh, vedrai! Credo che ne sarà entusiasta.»

Solo in quel momento Costa realizzò che il regalo non era per lui. Anche le scuse e le rassicurazioni di Lena erano per Marko. Doveva dire qualcosa per rompere il silenzio, il fastidioso stallo che si era formato in quel momento. Aveva bisogno di smettere di pensare a quanto si sentisse umiliato, doveva ricominciare a respirare. Non riuscì a spiccicare parola.

«E ti prego, non cancellare questo disegno. Ti farò avere uno specchio nuovo, intesi?»

«Certo signorina» sussurrò, roco.

Salutò e sparì. Costa richiuse la porta e cercò la bottiglia.

 

Arrivò verso le dieci del mattino, seguita da Piotr, che l’aveva accompagnata a fare spese in città. Poco dopo arrivarono anche Kaczmareck e Aldo, furioso con Lena per aver ritardato le prove del mattino. Costa e Marko provavano alcuni esercizi senza troppo impegno, quando Lena lì chiamò, facendo segno a Costa di accompagnarli nel carrozzone dei clown. Kaczmareck e Aldo videro il disegno, ma non dissero una parola. Lena, esasperata, chiamò Piotr e gli disse di montare il cavalletto, sistemare tela e sgabello, e preparare i colori su una tavolozza di legno.

«Marko, fagli vedere.»

Aldo sbuffò: «Stiamo perdendo tempo.»

Lena si rivolse al padre: «Hai detto di averlo comprato da un artista di strada. Era un pittore, giusto?»

«Sì, un olandese tutto matto. Ma che c’entra?»

Marko ci aveva messo un po’, messo sotto pressione dal piccolo capannello di gente accorsa, come il primo giorno. Poi aveva cominciato a disegnare. Guidava il pennello sulla tela come se non avesse fatto altro da quando era nato. Sfumava le tempere sulla tavolozza e stendeva i colori con gesti sicuri. Aveva tecnica, era innegabile. In pochi minuti, scanditi da imprecazioni soffocate e esclamazioni di sorpresa, aveva disegnato un bambino, vestito da marinaretto, con in mano una mela candita. Sullo sfondo un cielo terso e, abbozzate, balle di fieno e bancarelle: un mercato o una fiera. Gli occhi scuri del bambino erano fissi sullo spettatore.

Kaczmareck, dopo alcuni minuti di paresi, scoppiò a ridere.

 

Il nuovo tendone fu allestito nel giro di due giorni. Era di ripiego, basso e stretto, ma più che sufficiente a contenere lo spettacolo di Marko e un esiguo numero di spettatori, quanto bastava per non innervosire il ragazzo e perché si potesse apprezzare il suo lavoro.

“Babu” entrava con la solita mise, gilet, pantaloncini e fez, e faceva qualche versetto da scimmia, quanto bastava a radicare nello spettatore la convinzione di avere di fronte un essere primitivo che, pian piano, mutava sotto i suoi occhi. Toglieva il fez, si pettinava (cosa che faceva ridere un sacco il pubblico), poi indossava una piccola giacca scura, discretamente elegante. Da questo momento in poi Marko manteneva una postura più eretta e diceva qualche frase: «Benvenuti signori, grazie per essere qui stasera». Già questo bastava a sorprenderli. Poi Marko preparava su un tavolino un servizio da tè, in maniera ordinata. A lato c’era l’assistente, Costa, che sistemava il cavalletto con la tela e la tavolozza con le tempere. E poi avveniva la magia. Per velocizzare l’esecuzione, Marko ripeteva due o tre soggetti standard: un quadro coi clown che facevano volare le clave a bordo di monocicli; il domatore di leoni, con le belve che attraversavano le fiamme; infine il numero più famoso, il bacio volante dei Palombelli. Aldo, appeso al trapezio con le gambe, si allungava col collo per dare un bacio a Lena, lei con le braccia aperte come un angelo in volo, gli occhi chiusi e le labbra protese. Niente rete sotto di loro. La scena era vista dall’alto, non si scorgeva il trapezio che aveva ospitato Lena poco prima del salto, né si intuiva che subito dopo ci sarebbe stata una presa fulminea. La rappresentazione discostava dall’esecuzione vera e propria, raffigurava piuttosto la sensazione dello spettatore mentre guardava. Una domanda che ai più non veniva in mente di porsi era da quale posizione impossibile Marko avesse assistito alla scena. La prospettiva era eccellente. Sotto il tendone non si sentiva volare una mosca mentre Marko dipingeva.

 

Seguirono settimane liete in cui la fama del circo cresceva e il pubblico aumentava. C’era molto da fare, ma si percepiva serenità. Una sera d’estate il tendone era pieno, c’era gente a occupare ogni spazio possibile. L’applauso che seguì il numero dei Palombelli fu esplosivo, durò dieci minuti. Al momento dei saluti finali anche “Babu” fu chiamato a raccogliere la sua parte di acclamazioni. Quella notte si fece festa, si brindò fino a tardi e attorno al grande falò la famiglia del circo ballava e rideva. Aldo prese sua moglie in braccio tra le risa festanti, la baciò con passione, ricambiato. Poi la portò al loro carrozzone tra gli ululati maliziosi e gli applausi.

Finalmente soli, Aldo e Lena si unirono con ardore ritrovato e una audacia che non temeva giudizio.

Fuori, nell’ombra, Costa ascoltava gli amanti ansimare e godere. I suoi ansiti si sincronizzarono coi loro. Nelle sue oscure fantasie si sostituì al marito, e giunse a un amplesso fasullo.

 

Il giorno dopo i festeggiamenti Aldo aveva di nuovo avuto problemi nell’allenamento. Soffriva di un forte mal di testa, ma dava le colpa alla bisboccia della sera prima. Il malore continuò nei giorni seguenti e costrinse Aldo a letto, in preda a una forte febbre. Venne ricoverato alla clinica di Saint Étienne, a due giorni di viaggio. Lena volle accompagnarlo ma il rifiuto del padre fu categorico.

«Starà benone, noi abbiamo perso già troppo tempo e la prossima data è vicina. Ti eserciterai con tuo fratello. Lavora sul numero e fai quel che puoi. Andrai a trovare Aldo appena possibile.»

 

Il morale era basso, non lo si poteva negare, ma l’attività frenetica teneva occupati i pensieri. Gli spettacoli continuavano, sebbene il gradimento fosse minore. Lena era alla terza replica di fila, ma era abituata a lavorare sodo e non perdere la concentrazione, anche in quelle condizioni. L’allenamento continuo l’aveva forgiata e i suoi riflessi sapevano acuirsi nel momento del bisogno. Lo stesso non valeva per suo fratello Jan, che sostituiva Aldo al secondo trapezio. La stanchezza si fece sentire durante l’ultimo spettacolo: una flessione del busto meno energica del necessario fece ritardare l’oscillazione e al momento di prendere le mani di Lena Jan non era pronto. Le loro dita si sfiorarono, Lena proseguì la parabola verso il basso, giù nella rete. Il rimbalzo avvenne troppo vicino ai supporti, ne colpì uno con una gamba e cadde sulla polvere della pista. Caviglia slogata e un dito della mano rotto. Il circo aveva perso la sua seconda stella.

Il giorno seguente vi fu una processione al carrozzone di Lena, per portarle doni e conforto. Costa attendeva il suo turno, un mazzo di fiori in mano, quando Kaczmarek lo chiamò a sé: «Raggiungi Jan, pulite le gabbie degli elefanti, sono uno schifo.»

«Vado subito signor Kaczmarek, lasci sono che porti questi...» un colpo di frustino interruppe la frase.

«Ti do forse l’impressione che mi freghi qualcosa delle tue faccende, idiota? Muovi il culo!»

Costa, in silenzio, si allontanò. Sentiva il peso dello sguardo di Kaczmarek su di sé.

 

Jan le aveva portato la colazione. Aveva bussato, l’aveva chiamata, ma non aveva risposto, così si era deciso a entrare. Lena era a terra, in una posa scomposta. Gli occhi rossi e gonfi, le labbra cianotiche e inequivocabili segni sul collo.

 

Seguirono i giorni di lutto. Aldo, ancora convalescente, era una cerea marionetta senza vita, spinto su una carrozzella da Piotr. Diverse date erano state cancellate, ma presto ci si sarebbe messi in marcia. Alcuni degli artisti diedero le dimissioni e vennero rincorsi da Kaczmarek che brandiva il frustino come una clava. Altri scapparono di notte.

Costa passava quasi tutte le sue giornate rintanato nel carrozzone dei clown, sotto le coperte. I compagni avevano rinunciato persino a offenderlo, tanto li rimpugnava. La sua presenza era necessaria solo durante lo spettacolo di Marko, uno dei pochi ancora in piedi, che veniva allestito senza complimenti lungo le strade delle città di passaggio, per racimolare qualche soldo. Il livido sulla guancia era violaceo e ben visibile nonostante il trucco. Marko svolgeva il suo compito in maniera meccanica. Nemmeno l’ombra di un sorriso in volto.

Se ne stava in piedi imbambolato, in attesa che il ragazzo finisse l’ennesimo dipinto, allora lo sparuto pubblico avrebbe applaudito, lanciato qualche moneta e magari qualcuno si sarebbe fatto avanti per comprare il quadro. Non se ne accorse subito, ma c’era mormorio. Una donna prese per mano il figlio e lo strattonò via.

«Che razza di brutto scherzo è questo?»

Diverse persone spostavano lo sguardo da Costa al dipinto, così anche lui guardò. Era qualcosa di nuovo e inquietante. Una donna giaceva a terra e tentava di alzarsi, la bocca spalancata e gli occhi rivoltati. Le mani della donna strette sulle braccia di un uomo, che la sovrastava e le stringeva il collo. Aveva i pantaloni calati e le pudenda esposte. La faccia dipinta come un clown.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Semenero, non è un segreto che tu sia tra i miei giocatori preferiti, infatti anche questa volta l'idea mi è piaciuta. Però ho trovato alcune descrizioni parecchio prolisse in vari punti che non aiutano a focalizzare l'ambiente, infatti il racconto tornava a vivere nei momenti in cui c'era più azione.

Ritratto di Seme Nero

Cerco di sperimentare ogni volta che posso. L'ultimo racconto che ho scritto era il trionfo dello show don't tell, stavolta ho voluto concentrarmi sul raccontato, dove sono debole. Sto cercando un buon equilibrio, lavoro sullo stile insomma.

Lieto ti sia piaciuto :)

Ritratto di Pilgrimax

Ciao Semenero, è un piacere rileggerti. Io l'ho notato, che ti sei mosso nel cercare di trovare l'equilibrio giusto tra il raccontato e il mostrato. Del resto, come non ha senso un testo tutto mostrato (a meno che non si tratti di un racconto brevissimo, è inevitabile che ci siano passaggi secondari o transizioni di scena che è sacrosanto liquidare con due righe di raccontato perché poco funzionali alla storia), non ha nemmeno senso un testo tutto raccontato (i momenti chiave, quelli che devono far ribaltare il lettore, che devono farlo emozionare, è meglio farglieli vivere sulla pelle). E devo dire che ti sei mosso discretamente, nel senso che hai usato il raccontato dove bisognava raccontare e il mostrato dove bisognava mostrare. Quindi, in questo senso, il tuo esperimento è riuscito. Tuttavia, in parte mi associo a Ganamala perché dove racconti, secondo me, si poteva limare e rendere il tutto, sebbene raccontato, più immediato. Ma non credo che questo sia dovuto a una tua mancanza nello stile o nella tecnica (secondo me, uno come te sa bene cosa significa mostrare e cosa significa raccontare, e sa come fare entrambe le cose), credo più semplicemente che ti sia ritrovato in mano una storia che aveva bisogno di più spazio per suggestionare a pieno, nei vari spunti sparsi qua e là (per es., la morte di Lena passa troppo veloce, troppo indolore, quando invece, considerate le sue caratteristiche, il lettore si affeziona a lei ed era il caso di darglielo al lettore, il famoso cazzotto nello stomaco), prima del colpo di scena finale molto ben giocato. Insomma, bella prova ma sai che c'è? Ci hai abituati troppo bene e, quando si tratta di te, le aspettative sono alte ;-) Devo però attribuirti il merito di aver dato, sinora (mi mancano gli ultimi due racconti da leggere), l'intepretazione più "variopinta" della tela. È molto positivo che dal "semplice" dettaglio dei due acrobati nella tela tu abbia tirato fuori una storia ricca di personaggi, tutti sfaccettati, una storia, lo ribadisco, di ampio respiro. Lode quindi alla tua creatività!

Ritratto di Seme Nero

Grazie per le tue parole e, che dire, ci hai azzeccato su tutta la linea! Le idee mi sono esplose in testa e continuavo a ripetere "non ci sto dentro,non ci sto!"
Ho tagliato molto e avevo voglia di fare l'opposto, il risultato è un'ingiusta fretta nel narrare di Lena, come hai notato.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Attendevo il guizzo che poi è arrivato. Forse l'hai diluita un po' troppo. Però il mestiere è quello: di qualità. Bravo ma forse mi aspettavo qualcosa di ancora più. Ma non so bene cosa sia quell'ancora o quel più.

Ritratto di Seme Nero

Vi ho abituati troppo bene XD

Ritratto di LaPiccolaVolante

Non avevo dubbi che avresti spostato ettari di vegetazione per trovare un nuovo sentiero! L'idea mi è piaciuta, ma sai che adoro il tuo costante non bisogno di sperimentare!
Sai anche quanto ti inchioderei alla sedia per star dietro a un solo lavoro fino alla fine, ma credo che sarebbe (ancora e per il momento) come spuntarti el ali, e ti concedo ancora qualche ora di volo! hihi

Ritratto di DBones

Io di commenti tecnici non so una beata cippa, quindi baso tutto sulle emozioni che una storia riesce a trasmettermi. Ti confesso che all'inizio mi è saltato alla mente Bingo Bongo (qualcuno ricorda il film con Adriano Celentano?), perdonami ma non sono riuscito a evitarlo. Ahahah.
Scherzi a parte, i tuoi racconti non deludono. Questo manca forse di un guizzo che faccia cascare la mascella al lettore, forse alcuni punti avrebbero potuto essere limati, forse il tutto risulta un po' prevedibile. Tanti forse che non sminuiscono la tua abilità di narratore.

Ritratto di Borderline

Ovviamente scritto molto molto bene, curato in tutti i dettagli, perfino nell'allontanamento di Aldo affinché la storia finisse dove doveva finire. Un unico, minimo appunto, è proprio sulla scena finale, sulla prospettiva del quadro in cui si vede sia la donna di fronte, la bocca spalancata, gli occhi ribaltati e le braccia che cercano di fermare l'uomo, sia il volto dell'uomo truccato come un clown, che per logica non dovrebbe vedersi ma essere di spalle sulla scena. Forse un eccesso di spiegone, il lettore avrebbe capito anche senza quel particolare, pur impiegando qualche secondo in più magari, fidati di più di chi legge e continua così :)