Paolo (di MasMas)

Paolo era un nano da giardino che vestiva classico: cappello a punta color mela, maglia girasole e calzoni cobalto. Cinturone di maglie di catena color ruggine, per via della pioggia.

Vedeva da due rondelle rivettate, sopra il bullone per naso, il volto di ferro incorniciato da catene bianche penzolanti. Ma il sorriso impostato nei denti a pistoni non rifletteva ciò che provava il suo piccolo cuoricino cardanico: Paolo era triste.

Passava giornate tutte uguali, a guardare sempre e solo i quattro gemelli nel suo campo visivo. Senza potersi voltare, o cambiare posizione, o chiudere gli occhi o muovere. Quel giardino gli stava stretto.

Così, quando qualcuno arrivò a girare la chiave che accese i suoi ingranaggi, non si preoccupò d'altro che correre, quanto le sue gambette e i piedoni gli permettessero, via da lì.

Corse, i giunti nel petto vorticanti all'impazzata, per strade, tra case, e poi tra campi e terre brulle. Si riempì di tutto il movimento che poté, si riempì di libertà.

Quando ridusse i giri, reincontrò i gemelli. Quelli del suo giardino, e quelli di altri. Tutti i nani, tutti quelli come lui, erano stati liberati.

Si contarono, si conobbero, provarono la gioia.

Ma già qualcuno lamentava una mancanza.

Chi era stato più fortunato di lui, nell'immobilità, aveva guardato per tutto il tempo lei: Bianca.

Anche Paolo sapeva chi fosse. I suoi ingranaggi e il suo telaio lo sapevano per istinto. Bianca, la loro ragazza, la loro amica, un po' sorella un po' mamma.

Cominciarono grida, sconcerto, delusione, man mano che la consapevolezza si diffondeva.

Dove era rimasta? Cosa le era successo? Nessuno ne trovava nessuna.

Vide gruppi di nani accasciarsi sulle rocce, sorregersi per le spalle, scuotere le teste, stillare grasso dalle rondelle.

Ascoltò i loro lamenti: "Senza di lei siamo perduti!" Un altro: "Chi ci stirerà le camicie?" Rispose che erano di ferro inchiavardato ai loro telai, ma in fondo li comprendeva.

Apparve allora un nano, più alto degli altri. Lo sguardo deciso, il portamento eretto, altri nani al seguito.

Lo raggiunse: "Ciao, il mio nome è Paolo."

Quello lo squadrò, poi rispose con un vocione potente: "Nome? Come tu hai nome?"

Paolo si strinse negli snodi clavicolari: "Ce l'ho, e basta. Tu non hai un nome?"

"No."

Guardò i nani dietro: "Nemmeno voi, fratelli?"

Quelli scossero la testa.

Il grosso tornò a tuonare: "Tu, parli bene. Tu, parlerai per noi. Insegnare noi parlare."

Paolo tentennò: "Ma, sei sicuro?"

"Sì."

Guardò dietro, teste affermavano. Tornò al capo: "Ci serviranno dei nomi. Posso chiamarti Maiuscolo?"

Quello incurvò i pistoni d'angolo in su: "Piace."

Dietro dei sì.

“Ma prima,” riprese Maiuscolo “cercare Bianca. Tu parla bene, tu andare, chiedere.”

Paolo tentennò di più: “Ma, dico, sei, sei sicuro?”

“Sì.”

Dietro, le teste affermavano. Di più, più teste.

Fu così che Paolo dovette partire.

 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Eeeevvvvabbè! Mas volta pagina e cambia ancora. Leggerti non sarà mai scontato!
Jeremia non ha mica capito cosa chiederà di preciso questo nanetto, ma, vi assicuriamo che sta ridacchiando: adora i clienti puri di cuore! eheheh!