L'immobiliarista (di PaoloF.)

Occorre un certo sforzo per girare la chiave nella toppa. Albert è tentato di aiutarsi con la mano sinistra, tanta fatica fa la sua destra. Non è un semplice girare, ma è un tirare la chiave e trascinare i meccanismi in giù con i suoi denti, per poi prenderli di nuovo e spingerli in sù e poi ricominciare.

E ogni movimento qualcosa batte, qualcos'altro scatta e tante cose ticchettano dentro il cuore della pesante porta blindata, così forte che si sentono rimbombare per l'androne delle scale dall'altro lato.

Albert sfila la chiave dalla toppa, la guarda, poi si volta e va verso la finestra più vicina. La spalanca, lanciando con tutta la forza che riesce l'intero mazzo di chiavi.

Non che ci sia una qualche ragione per quello sfoggio di potenza. Anche se avesse semplicemente lasciato cadere il mazzo aprendo la mano sul vuoto, Albert avrebbe ottenuto il medesimo risultato: far finire le chiavi al di fuori della sua portata.

Qualunque cosa succeda, non vuole poter cambiare idea.

La forza gli è servita semplicemente per tentare una qualche forma di sfogo, come una bestemmia in forma di gesto.

L'aria che scivola dentro dalla finestra è fredda lì al decimo piano, così Albert la richiude e va a sedersi in un angolo di quella stanza grande con il parquet. Ottima per ricavarne un ingresso living con cucina a vista e parete attrezzata di ultima generazione. L'esposizione a nord e la soluzione della parete completamente finestrata, con gli infissi che già montano la predisposizione per la gestione domotica di tende e tapparelle, la rende luminosissima.

Il sole però in questo momento è già molto basso sullo skyline davanti a lui e delle tende, come di qualsiasi altro suppellettile o pezzo di mobilio, non c'è alcuna traccia per l'intero appartamento, che è parzialmente da ristrutturare ma libero subito.

Presto sarà buio. Un'ora, forse due al massimo.

Tempo sufficiente per rimuginare su quanto le dannate ciambelle non sempre escano con il dannato buco.

E magari verificare se è il contesto è davvero signorile e silenzioso.

 

Gregor De Morius ride sguaiatamente, seduto sulla sua sedia di pelle, in giacca, camicia, cravatta e mutande, mentre scorre sullo schermo del computer la lunga sequenza di post. Insulti, escalation, duelli tra scettici accomodanti o blastatori e ottusi creduloni. Ogni insulto che chiama in causa lui e la De Morius immobiliare gli fa scappare uno nuovo rigurgito di ilarità. Ogni commento negativo, ogni attacco, ogni pessima recensione, incrementa i suoi sghignazzi. De Morius arriva a sussultare sulla sedia al punto da preoccuparsi dell'arrivo di una sincope.

Le lacrime agli occhi, Gregor afferra il mouse, scuotendo la freccina sullo schermo per diversi secondi prima di riuscire ad individuarla. Quando finalmente riconosce il movimento sullo sfondo e ne capisce la posizione, la trascina fino a ridurre a icona la finestra internet.

Non c'è nessun interesse sociale, personale o antropologico dietro questa nuova abitudine di lettura del fondatore della De Morius immobiliare, e, seppure l'uomo provi un innato e ben esibito spregio nei confronti di chiunque sia ad un livello sociale più basso di lui, il divertimento che ne ricava non arriva da quella che lui considera manifestazioni di pura idiozia che si fa veleno nella sua direzione. No. Quello che lo fa sbellicare fino a farsi partire qualche fitta dalla sciatica, sono tutti i soldi che ognuno di quei singoli insulti, ognuna di quelle folle e patetiche accuse gli stanno mettendo in tasca.

La cosa che lo fa più ridere in assoluto? Quando qualcuno evoca chissà quali arcaici collegamenti tra il nomignolo che gli ha affibbiato una volta uno stupido giornalista e gli ultimi fatti.

Gregor De Morius, lo "Strappanime".

Si era arrabbiato, parecchio, la prima volta che lo aveva letto. Che lo insultassero e gli affibiassero nomignioli faceva parte del gioco e non gli dispiaceva affatto. Spesso era una manifestazione della sua forza e i riferimenti al cinismo e alla spietatezza con cui affrontava il mondo degli affari per lui non erano altro che ragione di vanto.

La spudoratezza di certi pennivendoli lo infastidiva, è vero, ma il reale motivo della sua bile era quella leggera suggestione soprannaturale. De Morius è abbastanza intelligente da sapere che le parole, soprattutto quelle giuste o nei giusti contesti, possono avere un peso e conseguenze importanti.

Il mondo degli affari e della finanza, nella freddezza dei suoi numeri, sa però essere spesso molto superstizioso. Un nomignolo del genere avrebbe potuto lavorare al di sotto dei suoi radar e prolificare come una nidiata di scarafaggi. E quando cominci a vederne uno, sei certo che nel buio ne brulicano già decine.

E invece.

E invece proprio la superstizione avrebbe fatto un grandissimo regalo alla De Morius, e attraverso un tramite che aveva realmente sorpreso il suo fondatore.

Chi avrebbe immaginato che quella creatura moscia di suo figlio avesse un simile potenziale?

Certo, la creduloneria patetica delle masse era il vero motore del successo in cui oggi naviga la De Morius mentre la maggior parte delle aziende concorrenti arrancano o collassano sotto il peso della crisi immobiliare. Ma che il rampollo sapesse come sfruttarlo, alimentarlo e farlo fruttare era una sorpresa gradita e inaspettata.

 

Case stregate. Pensa te se un magnate del suo livello doveva trovarsi a fare soldi perché la gente ha iniziato a credere che la De Morius commerciasse in case infestate.

Oh all'inizio pareva brutta. Gregor aveva sputato bile e rabbia e si era quasi mandato di traverso un sigaro temendo il contraccolpo che lo avrebbe potuto mandare a gambe all'aria. E all'inizio la flessione negativa era stata brutta. Ma poi il piano di Albert era diventato sempre più evidente. E dire che li era arrivato persino sul punto di diseredarlo!

Come poteva uno come lui pensare che il mondo fosse così pieno di mentecatti capaci di trasformare nuovamente in una moda l'idea di case maledette?

 

 

«Cioè, capisci? Gli sto facendo guadagnare un sacco di soldi. È arrivato persino a chiedermi scusa! Mio padre! Scusa hai capito? Non pensavo nemmeno sapesse che esiste quella parola!»

 

Albert è ancora seduto sul parquet, le braccia mollemente appoggiate alle ginocchia alzate, che parla con trasporto all'aria nella stanza.

 

«Per tutta la vita mi ha trattato come un peso. Un peso idiota. Mi ha umiliato, ha distrutto qualsiasi forma di autostima potessi avere e ha bruciato qualsiasi sogno. E poi che fa? "Devi fare gavetta come tutti Albert!" dice. Io. Il figlio del capo, buttato a fare il più scemo dei lavori! Ma lo sai quanto può essere umiliante suonare ai campanelli per elemosinare attenzione e qualche scema informazione? "Salve, sono della De Morius immobiliare. Per caso lei o magari qualcuno dei suoi vicini ha intenzione di vendere un appartamento? Mi schifavano più dei testimoni di Geova, altro che gavetta!»

 

Albert è di nuovo teso. Se avesse qualcosa con sé ripeterebbe quello che ha fatto con il mazzo di chiavi. Ma non ha nulla oltre ai vestiti e in casa non c'è nulla che lui possa rompere. Gli tocca ingoiare quella stizza feroce, ma almeno ha la consapevolezza che tra poco succederà qualcosa. Che tra poco potrà essere punito...

 

«Era un piano perfetto, dannazione, perfetto! Lo avrei colpito nell'unico posto dove tiene le sue emozioni, il conto in banca. Avrei distrutto il suo vero figlio, questa fottuta azienda che dovrebbe essere già mia e dove invece c'è gente che si permette pure di farmi i cazziatoni! "Non hai raggiunto il goal del mese!" "il tuo rendimento non è all'altezza della tua call!" "Non sei abbastanza skillato!" "Non rispetti le tue task!" So io dove gli infilerei tutte le loro task!»

 

Anche il bagno dell'appartamento è vuoto. Rimane giusto un vecchio lavandino. Acqua, corrente e gas non sono allacciati, in attesa di un nuovo proprietario. Lenta, come solo una manifestazione di agonia può essere, una goccia si forma sulla bocca del rubinetto. Monta, cresce e poi precipita sulla ceramica macchiata. Plic. È solo la prima. E non è acqua.

 

«E invece lui ci fa i soldi! L'azienda cresce e batte la crisi! Io faccio di tutto per farlo soffrire e fargli venire un cazzo di infarto e lui diventa pure più ricco! Cazzo! Sono io ad essere maledetto, altro che i nostri cazzo di appartamenti.»

 

Nonostante lo scarico sia completamente libero, inutilizzato da anni, il sangue che gocciola dal lavandino non defluisce, ma continua ada accumularsi. Plic. Plic. Plic. Le gocce cadono lente, ma inesorabili, riempiendo l'intera casa, le cui pareti vuote diventano cassa di risponanza, del riverbero dell'irritante gocciolio. Plic. Plic. Plic. Sono pochi minuti in cui le lente gocce scendono, eppure il lavandino è già pieno e comincia a tracimare. Il sangue è denso, grumoso. Le piccole cascate rosse che iniziano a spandersi sulle piastrelle del pavimento fanno emergere ciocche di capelli disordinate e stoppose.

 

«Ma lo sai quanto ho faticato? Cioè, non è una cosa che metti in piedi dall'oggi al domani. Avevo motivazione, certo. Ma è stata comunque una faticaccia!»

 

C'è una mano che emerge dal lavandino e si afferra al suo bordo. Una mano impossibile, perchè il braccio spunta fuori come se stesse uscendo dal piccolo buco dello scarico. Il sangue deborda in grossi flutti sul pavimento, mentre il braccio emerge trascinandosi dietro una spalla. E alla spalla segue una testa. E alla testa segue un corpo.

Poi un piede nudo, lurido di sangue e di chissà cos'altro, si poggia sul pavimento del bagno vuoto.

 

Albert stringe i pugni e sibila insulti e parole velenose al padre, come se le stesse sputando, la faccia deformata dalla rabbia nervosa.

 

Emettendo un lungo rantolo, la figura di una donna, vestita più dal sangue che la ricopre che non da quel che rimane di una vecchia camicia da notte, arranca per il breve corridoio che conduce al disimpegno, che divide la zona giorno dalla zona notte.La sua testa è leggermente piegata di lato, gli occhi vitrei, quasi lattei. Una delle mani si allunga in avanti, mostrando l'orrore delle dita a cui sono state strappate malamente le unghie.

Quando la presenza raggiunge la stanza con il parquet e il suo occupante, la bocca si apre, lanciando un grido acuto, inumano e terribile.

Albert alza la testa, gli occhi spalancati.

 

«Sei qui finalmente...»

 

Albert si alza in piedi, quasi di scatto, quasi volesse accogliere l'essere, poi ha un moto di perplessità. L'essere avanza alzando entrambe le braccia. Come volesse abbracciarlo. O forse come volesse strangolarlo.

 

«Aspetta. Un momento...non sei tu!»

 

Albert si batte la mano sulla fronte.

 

«Oddio! Mi sono confuso con l'attico! E certo, sempre decimo piano. Ma dove ho la testa!»

 

L'apparizione si trascina avanti, ormai a pochi passi da Albert. Dietro di lei una scia di sangue e rifiuti organici. La bocca spalancata per emettere gemiti animaleschi.

 

«No, guarda scusa, capisco il tuo impegno, capisco la tua rabbia, ma non cercavo te.»

 

Il volto sanguinante dello spettro è ad un palmo dal viso di Albert e lo fissa, occhi vitrei negli occhi vivi.

 

«Guarda, senti, senza offesa. Ho sbagliato, succede. Era quello là, quello dell'attico che cercavo, mica te. Quello là potrebbe davvero farmi qualcosa. Capisci? Può interagire, fisicamente dico! Quello sì che può farmi del male! capisci?»

 

Lo spettro è scomparso, ma non dalla stanza. Ora si trascina a quattro zampe in un altro punto, sporcando un'altro angolo del parquet. Albert si risiede, cercando di utilizzare un angolo della parete per trovare una posizione comoda.

 

 

«Mi metto qui, mi faccio un pisolino e domani mattina faccio un po' di rumore e mi faccio aprire. E domani vado finalmente nel posto giusto. Bello sai eh?, Fai una bella scena. Però sono urla, un po' di sangue, strepiti. Non è che puoi sperare di inquietarmi sul serio. Magari nemmeno te lo ricordi, ma ti ho fatto io sai? Cioè, ora che ti guardo bene ci sta che non ti ricordi. Ci sono andato giù pesante, non c'eri più molto con la testa verso la fine. Sai che cosa ho fatto per infestare tutti quegli appartamenti? Guarda, bello, ma quel sangue lì non è nulla. Ne ho fatto molto di più. E ne ho messe insieme di ben più cruente di immagini. È stata dura. Ho fatto un sacco di ricerche e un sacco di esperimenti. Cioè, non è che ammazzi male uno e quello lì poi infesta la casa, non credere! Per fortuna ho il fondo di papà e gli appartamenti per sperimentare non mi mancavano. Ci ho messo un sacco per farne uno che potesse anche interagire sai. L'attico cazzo, è l'attico. Come ho fatto a sbagliare?»

 

Albert continua a mugugnare alcuni minuti, mentre lento scivola nel sonno e lo spettro continua a infestare la casa con il suo sangue, i suoi strepiti e le sue impossibili manifestazioni.

Commenti

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao Paolo, hai sfruttato l'incipit in maniera egregia, mi è piaciuta molto la storia che hai costruito. Una storia un pò sfortunata visto che il giovane Albert voleva solo distruggere il padre/padrone ma in realtà ne aumentò solo le ricchezze.

Se non ho mal interpretato, Albert prova sollievo con il dolore e la trovata di avergli fatto sbagliare appartamento ha smorzato un pò gli animi e il ritmo. Anche se vista e rivista mi è piacuto come hai descritto l'entrata in scena del fantasma attraverso il lavandino, la mia domanda è perchè proprio dal lavandino? Era forse stata maciullata e scaricata dentro il lavandino dopo l'omicidio?

Per il resto il racconto fila, ha una sua struttura e logica, qualche errore di distrazione.

Molto carino come racconto.

Ritratto di masmas

La trama non mi chiarissima, ma non sono un lampo nelle trame alternate... tra l'altro le interlinee di separazione non aiutano troppo...

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Anche io mi sono, non dico confuso, ma stranito un pochino. Hai usato bene l'incipit, forse anche troppo,nel senso che lo hai ripetuto. Forse hai dedicato troppo spazio alla spiegazione iniziale e poco all'azione davvero interessante (gli omicidi). Era una scelta, comunque. Potevi puntare sull'horror, sul thriller, o sul comico. Con la storia dell'errore io penso sia una storia più comica che paurosa.

Ritratto di LaPiccolaVolante

A me è piaciuto. Non mi è dispiaciuta neanche la scelta di allungare in favore della caratterizzazione dei personaggi. Alcuni dubbi sorgono, ma alla fine sono smussature che un buon editing può aggiustare. La gestione del soggetto per me è riuscita. Si mi è piaciuto.

Ritratto di Seme Nero

Al primo impatto mi ha lasciato perplesso, il finale mi ha divertito.

Riletto, consapevole della chiave grottesca, mi ha convinto. C'è qualche piccolo difetto ma l'ho trovato un racconto divertente e godibile. Complimenti!

Ritratto di DBones

Secondo me è scritto bene. Manca forse di un'anima: comico, thriller, horror, non sono riuscito a capire quale vuole essere quella dominante. Comunque buon gioco.

Ritratto di Borderline

Epilogo molto intressante! come qualcuno ha già detto, forse c'è un tempo d'attesa troppo marcato dall'incipit fino a metà racconto, in cui non essendoci un colore (come ben dice DBones) è un po' difficile appassionarsi. Sicuramente con più spazio e più elementi avresti migliorato la dinamicità, ma comunque resta un buon racconto.