Jolly Roger (di EliseoPalumbo)

Continente del Nord, Baia dei Superstiti, Locanda di Tuq.

Il perenne sole della stagione estiva illuminava, con i suoi freddi raggi, il massiccio legno d'olmo, struttura principale della locanda.

Tuq era, come suo solito, indaffarato nel curare carne di renna, nessuno in tutto il continente la sapeva cuocere come lui, era il suo cavallo di battaglia, motivo di visita da parte di tutti i viandanti, che per svariati motivi passavano dalla Baia dei Superstiti. Tuq era uno di quei superstiti, ciò rendeva la locanda ancora più affascinante.

Nonostante il sole illuminasse le lande ghiacciate, era ora di cena e la locanda brulicava di chiassosi mercanti di pellicce, pellegrini e marinai. Il sidro elfico, il più buono dei Nuovi Continenti, riempiva i boccali d'acciaio e gli effetti dell'ebrezza iniziavano lentamente a manifestarsi: un paio di marinai furono buttati fuori a calci nel sedere da Tuq per aver molestato le cameriere, due mercanti conclusero la contrattazione del prezzo delle pelli a colpi di coltellaccio proprio davanti l'ingresso principale e i beoni dalle guance rosse, abituali clienti, se la ridevano sotto i baffi.

L'unica tinta stonata di quel goliardico quadro era un gruppo di viaggiatori, quattro in totale, racchiusi nelle loro cappe bianche, che bevevano acqua mentre sbocconcellavano del pane accompagnato da una zuppa di legumi; i quattro osservavano la gente entrare, sbronzarsi, fare baldoria e uscire. Non una parola, nessun movimento sospetto, sembrava quasi che infondessero calma; “La calma prima della tempesta” pensava Tuq osservandoli da dietro il suo bancone con una mano sul folto e incolto baffo e l'altra sul cinturone che reggeva la pronunciata pancia. Per sua fortuna Tuq si sbagliò.

La serata proseguì senza troppi incidenti, a parte un paio di scazzottate per tenersi caldi. Le cameriere iniziarono a rassettare, diligentemente cominciarono a lavare le stoviglie, spazzare il pavimento e raccogliere il marciume che quei manigoldi avevano lasciato alle loro spalle uscendo dalla locanda. I beoni russavano prepotentemente con i volti appoggiati sul freddo bancone marmoreo, i quattro incappucciati fecero cenno di voler saldare il conto, Tuq iniziò a contare avvalendosi delle sue nove dita, uno fu il caro prezzo da pagare, che gli valse la nomea di superstite. Una gelida folata travolse la stanza, le candele e i lumini a olio furono privati delle loro tenui fiammelle, la locanda piombò nel buio, la porta fu spalancata e una figura, nera come il sottosuolo demoniaco, dai contorni astratti si palesò davanti a loro.

Tuq tirò fuori, da sotto il bancone, la sua ascia, i quattro viandanti portarono la mano sul fianco in cerca della loro arma, i beoni, svegliati dalle grida delle cameriere, terrorizzate si rifugiarono in cucina, non riuscivano a capire se fossero desti o meno. Uno schiocco di dita e le fiamme ripresero a bruciare; Tuq abbassò l'ascia e fece segno ai suoi commensali di mantenere la calma, era tutto sotto controllo.

«Quanti mesi sono passati dalla tua ultima visita? Eh, Mago Nero?»

«Il tempo è solo un futile numero, che mai a nulla ha portato se non a concentrarsi su cose di poco conto, contarlo è lo spreco più grande che possiate fare.» La voce era glaciale, usciva da sottili labbra cianotiche, il volto diafano, l'iride dell'occhio destro era bianca, il sinistro chiuso da una cicatrice purpurea lungo l'arcata sopraciliare fino alla guancia, sembrava pulsasse, la fronte spaziosa e alta terminava in lunghi capelli bruni pettinati all'indietro. L'uomo indossava una tunica nera dalle maniche larghe, lunga fino ai piedi, sembrava fluttuasse.

«Come posso esserti utile Nero?» chiese Tuq.

«Vorrei un boccale della mia bevanda preferita.» rispose il nuovo arrivato mentre si dirigeva al primo tavolo libero, noncurante dello scompiglio creato.

Tuq poggiò sul bancone una vecchia bottiglia dal tappo di sughero recante un sigillo all'altezza del collo; Mago Nero schioccò le dita, il sigillo fu spezzato, Tuq versò il contenuto nel boccale, che in un batter d'occhio si materializzò sul tavolo di Nero. Il mago lo bevve avidamente e con un rapido movimento puntò il palmo aperto della mano contro il bancone attirando a sé la bottiglia, riempì nuovamente il boccale.

Nella locanda calò il silenzio, momenti di imbarazzo.

«Ehi Tuq! Raccontaci di come hai perso il dito.» esordì uno degli ubriachi strascicando le parole.

«I nostri amici lì in fondo» indicando le quattro cappe bianche «di sicuro non l'hanno mai sentita» rincarò un secondo uomo dalle guance rosse.

Tuq trasalì, scelsero il peggior argomento per rompere il silenzio. L'unico, oltre lui, a conoscere la vera storia, era entrato da pochi minuti. Il locandiere decise, dunque, di ignorarli continuando a calcolare il conto dei quattro pellegrini dal mantello bianco.

Mago Nero, tracannato il secondo bicchiere, lasciò il tavolo, attirò con i suoi poteri una saliera, iniziò a spargerlo sulle assi che formavano il pavimento della locanda, alla fine la rappresentazione mostrava un teschio all'interno di un cerchio, strinse tra le affusolate dita una candela, ruotò l'altra mano in aria facendo spegnere i fuocherelli e buttò la candela sul sale. Abominevoli fiamme gialle illuminavano tetramente tutto l'ambiente, una figura, accompagnata dalla flebile voce di Nero, si materializzava lentamente al centro delle lingue di fuoco. Pochi istanti dopo tornò la luce, le vampe sparirono, al loro posto un uomo: l'evocazione era completata.

I beoni caddero dagli sgabelli alla vista dell'uomo, le quattro cappe bianche balzarono in piedi sguainando le loro spade infuocate, quell'essere non era un uomo, le parvenze erano tali: capelli rasati, folte sopracciglia nere, occhi neri, naso storto, baffi a manubrio dalle punte estremamente arricciate, petto villoso racchiuso in una camicia bianca semiaperta, una cintura di tessuto rosso alla vita e nessuna notizia delle gambe, i fianchi finivano la loro corsa in una specie di cono rovesciato dalla punta arrotolata, l'uomo, o per meglio dire il fantasma, infatti non toccava il suolo, galleggiava a pochi centimetri dal suolo.

Mago Nero fu avvolto da una sfera, lo rendeva invisibile agli occhi del fantasma. Lo spettro si guardò intorno e non riuscì per un attimo a capire cosa fosse successo e dove si trovasse.

«Datemi del rum!» ordinò perentorio lo spirito «Ho la gola secca.»

Tuq lo fissava quasi impaurito, con gesti lenti prese una bottiglia del liquore ambrato e lo versò in un boccale. Il fantasma ingollò la bevanda e sbattendo il bicchiere sul bancone fece cenno di riempirlo nuovamente «Tu! Procurami del tabacco, ho voglia di fumare, dopo tutti questi anni» disse a uno degli ubriaconi. L'uomo slacciò dalla cintura il suo sacchetto e glielo porse insieme alla sua pipa.

«Tabacco dei nani! Il mio preferito!» esclamò lo spirito dopo aver odorato il contenuto del sacchetto, ne pestò una mangiata all'interno del fornello, impugnò la testa della pipa e con l'altra mano avvicinò la fiamma di una candela per dare fuoco al tabacco. Dopo qualche boccata, si guardò nuovamente intorno: i pellegrini erano ancora in posizione di guardia con le loro spade infuocate, Tuq aveva uno sguardo incredulo, non capiva se lo stesse ignorando o se effettivamente non si ricordasse di lui, i tre beoni erano trasognanti, troppo sidro elfico scorreva in corpo.

«Da una veloce valutazione deduco che i quattro in fondo non avevano la ben che minima voglia di evocarmi, quindi mi sono inutili, gli unici rimasti siete voi quattro. Oste! Foglio e penna, immediatamente!»

Tuq gli procurò il materiale. Il fantasma capovolse il boccale sulla carta, chiese ai quattro i loro nomi e li trascrisse a forma di cerchio, il fatto sbalorditivo era la perfetta imitazione della calligrafia di ognuno dei presenti.

«In che stamberga sono finito? Non si vede una donna. Cercatene una!»

Tuq guardò verso la cucina, con sguardo rassicurante fece cenno a una delle cameriere di avvicinarsi, la ragazza apparì dietro il bancone tutta tremante.

«Adesso si che si ragiona, che meravigliosa apparizione, uno splendido esemplare di donna» disse il fantasma svolazzando verso lei «sei anche candida, sento l'odore della tua purezza, ottima scelta oste! Una donna del genere torna sempre utile.»

«Vedo con rammarico che l'ultimo Round Robin non ti ha insegnato proprio nulla, eh Jolly Roger?» disse una voce gelida alle sue spalle.

Mago Nero era uscito dalla sua sfera protettiva per dare il suo bentornato al vecchio compagno di avventure.

«Tu! Lurido verme, schifoso doppiogiochista!» urlò con voce tremula Jolly Roger roteando su sé stesso.

«Su via Jolly, non fare il melodrammatico. Eravate tutti d'accordo, tu, Jack, Ercole, Roky e il resto della compagnia, ormai il capitano aveva dato di matto, era alla stregua di un fantasma.»

«Tu ce lo hai fatto credere, sei stato tu a manipolare noi, i tuoi compagni, con i tuoi giochetti da maghetto insolente, tu che sei passato al lato oscuro e per cosa poi?»

«Per il potere, quello vero, non lo stupido sogno di un ragazzino pirata, che adesso vaga per tutti e quattro i Nuovi Continenti alla ricerca degli ultimi due firmatari del Round Robin, tu e io.»

«Vigliacco! Sei solo un lurido codardo!»

«Tu eri in principio spirito, lo spirito della bandiera del capitano, poi hai voluto un corpo, perché sei sempre stato avido, lo hai ottenuto, grazie ai miei giochetti da maghetto come li chiami tu, e alla fine piuttosto che risolvere la situazione hai deciso di abbandonare il tuo corpo e tornare in forma di fantasma cercando rifugio nel sottosuolo demoniaco.»

«Il capitano era ira in persona, rabbia funesta, impossibile da controllare.»

«Non è una giustificazione, il vero codardo sei tu, dovresti solo vergognarti. Io l'ho affrontato, non subito, è vero, ma l'ho comunque combattuto, mi ha lasciato un ricordino in volto come puoi vedere e ogni giorno mi riprometto che gliela farò pagare, con la vita.»

I quattro pellegrini, stufi di quella astiosa rimpatriata, si diressero verso il bancone, lasciarono due monete d'oro e si avviarono verso l'uscita. Tuq li ringraziò scusandosi per la serata movimentata. I tre beoni scesero dai loro sgabelli, imitando le quattro cappe bianche si diressero all'uscita.

«Dove credete di andare voi! Avete un saldo da estinguere per la mia evoc...» la parola gli morì in gola «... sei stato tu lurido schifoso di un mago!» continuò Jolly Roger voltandosi verso Mago Nero.

«Sei il solito tardone Jolly. Ebbene si, sono stato io, per un paio di motivi: il primo è puramente veniale, non avevo voglia di sentire per l'ennesima volta la falsa storia del dito mozzato da parte di quel cialtrone di Tuq e nel caso volesse provare a raccontarla potremmo dare insieme la vera versione dei fatti, considerato che sei stato tu a reciderlo. Il secondo è pura vendetta, vendetta contro il nostro caro capitano. Ovviamente non puoi saperlo ma durante il nostro scontro mi rivelò una sua nuova capacità: percepire l'odore dei membri della sua ciurma e raggiungerli in pochi minuti in qualsiasi posto si trovino.»

Il sole stava tramontando, la luce era sempre più carente, la cera delle candele si scioglieva e l'olio bruciava rapidamente. I tre beoni, raggiunto l'ingresso, urlarono cadendo all'indietro. Una figura si faceva spazio tra i loro corpi tremuli fissandoli, li superò, alzò il capo, iride, pupille e sclere erano una cosa sola, splendevano di una luce verde, la cresta di capelli ispidi che sormontava la testa rasata era verde, un ghigno tagliava il suo volto in diagonale, aprì il mantello e sui palmi delle mani aveva già generato due sfere di energia nera sprizzanti fulmini verdi.

«S-i-x» balbettò Jolly Roger.

Commenti

Ritratto di masmas

Anche se non mi è chiaro tutto, ma forse è voluto...

Così come non mi è chiaro se tutti i vebni son giusti...

Ritratto di Eliseo Palumbo

Si è voluto, volevo lasciare un po di dubbi e perplessità per stuzzicare la fantsia.

Per quanto riguarda i verbi dimmi a quali ti riferisci e cercherò di verificare

Grazie per la lettura
 

Ritratto di masmas

Il problema del passato e del tempo relativo al momento. Per dire:

"I beoni russavano prepotentemente con i volti appoggiati sul freddo bancone marmoreo, i quattro incappucciati fecero cenno di voler saldare il conto, Tuq iniziò a contare avvalendosi delle sue nove dita, uno fu il caro prezzo da pagare, che gli valse la nomea di superstite."

Fu il caro prezzo... ho capito facesse riferimento a un momento diverso, immgino tempo prima. Ma così, al passato remoto come tutta la narrazione, mi ha dato l'idea di una cosa che accade in quel momento. Forse un "era stato" ed "era valso" mi sarebbe suonato meglio.

Ma non so...

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ti do ragione perché già nella sesura e poi nella rilettura prima di inviarlo, questo periodo mi suonava storto e non riuscivo a capire se fosse stato chiaro, probabilmente la stonatura è proprio quella anche se a mio modesto avviso mi sa che bisogna riscrivere tutta la frase meglio

Grazie comunque della dritta

Ritratto di LaPiccolaVolante

In verità speravo, per questa traccia, che il giocatore la stravolgesse. È una di quelle troppo "già scritte" per darle retta e con questa il giochino sarebbe dovuto essere uno stupendo e impensabile stravolgimento.
Sulla questione tecnica, darò una rilettura.
 

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Devo essere sincero e un po' crudo: non mi ha convinto. La storia sembra non partire mai e il preambolo si trascina lento. Ci sono troppi momenti non essenziali a mio avviso. Non mi ha convinto troppo nemmeno la scelta stilistica. Però "nessuna notizia delle gambe" è notevolissimo. Lo avrei voluto tutto scritto così!

Ritratto di Seme Nero

Non mi convince. L'impressione è che tu ti sia limitato a sviluppare la traccia di partenza, a espanderla, riempiendola di particolari, nomi... cose che succedono. Non "sento" il racconto, non so se mi spiego.

Mi allineo al capitano, ti consiglio per i prossimi giochi di metterci molto di più di tuo, di cercare di stravolgere le tracce. Non seguire troppo rigidamente quello che viene indicato.

Ritratto di DBones

Eliseo, non dare troppa retta alle tracce, lascia libero sfogo alla tua fantasia.
Forse a questo racconto manca un pizzico di tensione narrativa.

Ritratto di Borderline

Qui c'è una scrittura molto acerba, tipica di chi legge tanto (ottima cosa, sempre :)) ma non si è ancora ben allenato in scrittura. Moltissimi avverbi in -mente e aggettivi rendono la narrazione un po' pesante, e su essa aleggia sempre un'ombra di "già sentito". Sono felice che tu sia approdato nella palestra LPV, se continui a seguire i nostri giochi e leggere i racconti degli altri avrai sicuramente modo di migliorare e rendere le tue idee dei racconti entusiasmanti, con un miglior ritmo e dei dialoghi più naturali :). La storia, pur troppo aderente all'incipit, ha un buon sviluppo.