Il fioraio (di MasMas)

"Eh eh." Ridacchiava Gutter: "Eh eh."

Chino sul tavolone, tra mucchi di terra e attrezzi, sistemava con le dita dalle unghie nere il terriccio nel quinto vaso. La poca luce obliqua filtrante dai finestroni del soffitto tagliava strisce di chiaro nella penombra, delineando tavoli e piante, infissi scrostati, lampade antiche di ferro battuto.

Ammiccò verso il fondo dello stanzone - serra, al vaso dorato sul piedistallo a forma di ali d'angelo: "Li vedi come sono belli, cara?" I bulbi da cui sporgevano ciuffi di foglie non gli risposero.

Gutter prese l’annaffiatoio: "Proprio belli!" Bagnò il vaso col rilievo a forma di due ballerine intrecciate in un passo di danza: "Eh eh, finalmente sei nato, piccolo!" Gli occhi tra le rughe si avvicinarono alla fogliolina verde che spuntava appena dalle briciole di terriccio. "Anche tua madre era molto bella quando è nata." Sorrise: "Eh eh, no, lei non era come te. È nata bambina, dal calderone della creazione, durante le danze di prosperità nel mese della luna." Guardò dal finestrone sul soffitto, i palazzi intorno. Il sorriso si spense: "È nata in campagna, sulla terra grassa, dove è giusto mettere radici, nel sole e nella pioggia. Non come qui.” Poi svolazzò una mano al vaso dorato: “No no, non mi perdo nei ricordi. Dopo nove mesi, poi nove settimane, ho voglia di agire."

Andò al portone, indossò cappotto e cappello, e uscì sotto la tettoia sul vicolo. Prese il carretto a mano e lo portò dentro. Caricò i cinque vasi, poi altre piante e fiori dai tavoli della serra. Pensava, prendeva e sistemava, finché non fu soddisfatto. Si fermò un momento a rimirare il lavoro, nero e curvo come un avvoltoio, poi uscì spingendo il suo carico.

Percorse il vicolo deserto nella mattina di autunno, fino alla strada. Le auto urlavano i loro rombi, camionisti frustrati si sfogavano sui clacson. Passanti infreddoliti gli lanciavano sguardi dubbi e tornavano nei loro cappotti. Gutter ridacchiava: "Eh eh!" E badava a camminare.

 

Jasmine aprì la porta. L’accappatoio rosso la copriva appena, i boccoli bianchi incorniciavano quel viso da trentenne mediorientale dalla pelle troppo candida. Accennò un sorriso sotto le occhiaie e l’espressione vuota: “Sei tu?”

Gutter tolse il cappello ed entrò: “Sì. Non ci vediamo da mesi.”

La stanza aveva il letto matrimoniale sfatto. Due sacchetti del fast food e un bicchiere di cartone occupavano il tavolo accanto alla porta. L’armadio dall’altra parte era aperto, i vestiti ammucchiati sul fondo.

Jasmine si lasciò cadere su una sedia, Gutter si sedette di fronte: “Stai bene, cara?”

Lei gli lanciò uno sguardo triste: “Ho lasciato il lavoro.”

“Perché? Non ti piaceva ballare?”

Passò una mano sulla fronte: “Sì, sì, ma con tutto quello che sta succedendo, sai com’è, ero sempre più distratta. Il capo si è arrabbiato, io gli ho risposto male. Mi ha detto di prendermi una pausa, finché non deciderò di cambiare registro.”

Gutter sorrise: “Eh eh, vedrai che sistemeremo tutto.”

Jasmine indurì lo sguardo: “Cosa dici? Lo sai che l’hanno spostata ancora? L’hanno messa in un manicomio di sicurezza. Non le fanno avvicinare nessuno, dopo che l’ultimo infermiere si era intenerito e aveva tentato di farla scappare. Dicono che è tanto emotiva che porta alla depressione chi le sta intorno. Quindi adesso oltre che folle visionaria è anche pericolosa. Intanto io non ci dormo la notte, già in due la vita era dura ma così non ce la faccio più, ho perso il lavoro e sono indietro con l’affitto di tre mesi, la padrona di casa minaccia di sfrattarmi, nonostante questa sia una catapecchia.” Con un moto di stizza si allungò a dare una spinta al letto che dondolò in bilico solo su tre gambe: “Manca una gamba e non lo fa accomodare,” alzò la voce, verso l’alto: “quella baldracca!”

Gutter non smise di sorridere: “Adesso calmati e datti una sistemata.” Si alzò e si avvicinò alla gamba mancante, armeggiò mentre parlava: “Andiamo a trovarla.”

Jasmine sbottò: “Ti ho detto che non la fanno vedere a nessuno!”

“Eh eh, con un po’ di gentilezza, vedrai, troveremo il modo.”

Dal corridoio, dalla tromba delle scale, venne un urlo: “La baldracca ti caccerà a pedate se non paghi!”

Gutter ridacchiò: “E lo troveremo, anche per quella. Anzi, mentre ti prepari, vado a portarle una piantina. Le farà piacere, eh eh. L’attesa è finita.”

 

Entrarono dalla volta nel muro di cinta. Oltre, il vialetto girava attorno alla fontana secca in mezzo al giardino, poi finiva davanti al portone di metallo, nel palazzo con le inferriate alle finestre.

Gutter lasciò il carretto lì fuori ma prese dei mazzetti di fiori azzurri, tre vasetti piccoli e un vaso piatto con dell’erbetta coperta di peluria gialla. Jasmine con l’impermeabile grigio chiaro sembrava un fantasma.

Gutter suonò e disse che era il padre di un paziente e voleva parlare col direttore.

Aprì un infermiere in divisa bianca grosso come un armadio, la pelle giallastra e la faccia scocciata.

Gutter porse il vaso piatto sfregando l’erba con la mano. Uno sbuffo di polvere si sollevò davanti alle loro facce. Ripeté la sua richiesta, con cortesia.

 

Il palazzo era tutto corridoi bianchi dal pavimento a mosaico e porte di legno scuro.

Il direttore era in un ufficio di mogano e ottone. Alzò la testa da un registro, sorpreso, quando entrarono.

Gutter salutò: “Buongiorno.” e non attese per sedersi. Jasmine lo seguì, cauta.

Il loro ospite aggrottò la fronte: “E voi chi sareste?”

“Il suo gentile infermiere ci ha fatto entrare, le ruberemo solo un momento. Sono il padre della signorina Ailm, una vostra paziente, questa è la sua compagna e vorrebbe parlarle.”

Il diretto guardò l’uno, poi l’altra, e ancora Gutter. Si accasciò sulla poltrona con un ghigno: “Anche lei deve essere un po’ spostato. Vedere quella donna è pericoloso, è in un regime di sorveglianza strettissimo. Non se ne parla.”

“Ma questa è sua moglie. Ad Ailm farà bene vederla, sia gentile. Guardi,” e appoggiò il vaso d’erba sulla scrivania, agitando le foglie: “le abbiamo portato un dono, una pianta per allietare questa stanza troppo scura.”

Il direttore fece per esplodere, ma la nube gialla gli avvolse il volto. Lui batté le palpebre, chiuse la bocca, scosse la testa, riaprì la bocca e rispose balbettando: “Capisco, sì, credo che, credo sì, si possa fare.”

 

L’infermiere li guidò per altri corridoi, scale e inferriate. Arrivarono a una porta di metallo con una grata. L’infermiere bussò e si aprì lo spioncino: “Chi è?”

“Visitatori per il sette.”

“Il sette non può ricevere visite.”

“Il direttore ha detto di fare un’eccezione. Solo un minuto, ha detto di non staccargli gli occhi di dosso.”

La porta si aprì. La stanza aveva solo una sedia e un tavolino, e un’altra uscita, chiusa da un cancello. Oltre, un corridoio di dieci metri, fino a una stanzetta simile con un’altra porta di ferro sul fondo.

Gutter sorrise all’infermiere che rimase fuori: “La ringrazio, prenda questi fiori, per il disturbo.”

Quello rifiutò ma Gutter insistette e glieli attaccò con una spillina al taschino.

Entrarono e l’altro aprì il cancello: “Signora, vada fino a quella porta e bussi, il sette si affaccerà e potrete parlare. Io vi terrò d’occhio, rimanga in vista o la verrò a prendere. Quando chiamerò torni subito, ha un minuto.”

Mentre Gutter attaccava fiori anche al suo bavero: “Eh eh, li prenda anche lei.” l'infermiere si mise attento. Guardò Jasmine arrivare alla porta, la grata aprirsi, le donne parlare. Poi scosse la testa, lo sguardo che diventava acquoso. La mano passò sulla faccia, la postura si fece floscia.

Gutter ridacchiava: “Eh eh!” mentre teneva d’occhio l’altro fuori: era schiena al muro, immobile a bocca semiaperta.

Jasmine tornò, occhi lucidi e sorriso. Si accorse dell’infermiere addormentato in piedi: “Cosa è successo?”

“L’attesa è finita, l’ho detto. Adesso, per favore, controlla il corridoio. Devo dire due parole a mia figlia.” Si avviò verso la cella, con i vasetti piccoli in mano.

 

Una mezz’ora dopo Jasmine rientrava a casa. Occhi azzurri spalancati, in fondo una speranza, sul volto stupore. In mano aveva un vaso, con due ballerine avvinghiate in un passo sensuale, e una fogliolina che spuntava.

Gutter le aveva detto che era loro figlio. Era una pazzia, ma... lei aveva visto ad Ailm crescere la pancia. I dottori avevano detto che era una gravidanza isterica. Come poteva essere stato diverso? Da lì era poi cominciato tutto. Avevano detto che era pazza, scompenso emotivo, e poi sempre peggio. Ma lei, loro, sapevano che non era pazza. Lei sapeva che Ailm era speciale, che quel Gutter era speciale. Ma quanto?

Appoggiò quel vaso sul tavolo, proprio come fosse suo figlio. Poi notò il letto: dove mancava la gamba, un rampicante era cresciuto a sostituirla. Lo spinse e non traballava più.

Sorrise. L’attesa sarebbe finita, davvero. “Questa notte riavrai mia figlia,” le aveva detto Gutter: “quei dottori si convinceranno, in un modo o nell’altro.” E aveva riso, quel Gutter. Quel suo eh eh eh, un po’ ebete, un po’ arcigno.

Uno strano pensiero le balenò in mente, un brivido: uscì e prese le scale. Possibile che avesse convinto anche quella strega della padrona?

La porta era accostata, come sempre quando era in casa. Entrò. La stanza in fondo al corridoio era illuminata: “Signora? Sono Jasmine.”

Nessuna risposta. Fece qualche passo: “Signora?”

Unico rumore il suo cuore. Avanzò, col terrore di fare qualunque rumore.

Volle chiamare ancora, ma le parole le rimasero in gola.

Da lì si vedeva la libreria, il tappeto. E il retro della sedia a dondolo che si muoveva. Allora era in casa.

Poi notò sullo schienale delle foglie d’edera. Corse avanti.

La padrona era seduta col giornale serrato tra i pugni, la testa ribaltata indietro, gli occhi sbarrati e la lingua penzoloni. Dal vaso per terra la pianta era cresciuta lungo schienale, fino ad avvinghiare il collo; serrata sulla pelle livida sembrava continuare a stringere.

Cosa sarebbe successo al manicomio quella notte?

 

Commenti

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao MasMas, ti sei incentrato solo su una delle figlie, ma il racconto a me è piaciuto, scritto abbastanza bene e complimenti per come hai costrutito il personaggio del fioraio, all'apparenza innocuo, e snervante con quella sua risatina, ma in realtà molto pericoloso, quello che succederà nella casa di cura è abbastanza chiaro.

A presto

Ritratto di LaPiccolaVolante

Una buona apertura, per un set di rivendicazini molto interessanti!
Il fioraio è stato disegnato bene, tanto da farmi venir voglia di giocarci ancora di più. Sarebbe una caratterizzazione assai divertente. Sarei molto curioso di scoprire anche il destino delle altre figlie! Molto molto.
In questo caso avrei lavorato meno sulle descrizioni ambientali dedicandomi più ai protagonisti, ma forse è una questione di gusti miei.
 

Ritratto di Seme Nero

Amo farmi stupire, con questo racconto ci riesci senz'altro.
Scritto benissimo, incalzante, interessante. Noto una certa affinità col mio meccanico :)

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Davvero intrigante! Gutter è inquietante e affascinante. Mi ha rapito. Bravo! Unico appunto su quel punto di domanda finale, ma è poca cosa, il resto è roba grossa!

Ritratto di masmas

Si cerca sempre di trovare l'effetto speciale, con risultati alterni. :-)

Ritratto di DBones

A me è piaciuto tantissimo. Bravo davvero Mas! Non vedo l'ora di leggere altro di questo ambiguo fioraio.

Ritratto di Borderline

Belli belli belli questi personaggi. Sai dove li vedrei bene? Nel secondo libro di Springlynn e Dads Baubles, in cui non sarebbero certo fuori luogo, anzi :). Quindi segnateli, sono curiosa di vedere come potrebbero interagire con la robottina e i suoi due papà, oltre che con il terribile Jeremia!