Seven (S)Words (di Ser P.)

La convocazione

Tormir, detto il PlasmaFuoco, li volle tutti al proprio capezzale, un attimo prima di esalare l’ultimo respiro. C’era Kaspar, il Corazzato, fiero della propria mole e della propria fluente chioma. C’era Anneke, la Tempesta, perennemente in abito nuziale, dal giorno del suo lutto. E c’era Animard, il NullaPotere, il figlio bistrattato, la cocente delusione.

Tormir pronunciò il nome della defunta moglie, prima di rivolgere un assente sguardo ai tre figli, chi seduto, chi in piedi, chi in ginocchio di fronte al letto.

“Una leggenda più antica del Culto di Ferenorth” – tossì il vecchio morente, sputando rosso catarro – “Con sette parole i creatori fecero il mondo, così come lo conosciamo. Brazar, il TranciaSonno, le raccolse, quando precipitarono. Le inghiottì e le custodì, in segreto, tramandandole, di padre in figlio. In attesa che qualcuno le capisse e potesse ripeterle. Sono giunte sino a me. Ho provato, ma non sono stato capace di enunciarle. Oltremodo terribile il loro potere. Un futuro paradiso o un eterno inferno, questo vi attenderà, a seconda che le troviate, nell’ordine giusto e le pronunciate nella lingua arcana. Solo un attimo prima della morte, è concesso al custode di liberarle. Alla mia morte, abbandoneranno la mia lingua, e si spargeranno per le lande deserte, le rigogliose foreste, e i mari salati. Trovatele, perché solo un erede può. Meritatele, e decidete il vostro destino. Il destino del mondo”.

Detto questo, Tormir spirò. Dalle sue labbra, semichiuse a mostrare la crudeltà di tartaro e carie, profuse un alito colorato d’arcobaleno che si ramificò in sette stringhe di vapore, disperdendosi. Per ognuna di quelle scie, i suoi tre figli udirono un bisbiglio incomprensibile.

Restarono attoniti per alcuni istanti, a rimuginare a voce alta su quell’incomprensibile epitaffio.

Kaspar, grugnendo, afferrò il proprio mantello. La sua pelle si colorò d’ebano e raggiunse la durezza del bronzo.

“Partirò alla loro ricerca, nella mia bocca quelle parole saranno al sicuro! Sono il primogenito, l’unico che può ambire a tale compito”, disse, accomiatandosi dai fratelli.

Anneke corrugò la fronte, alzandosi di scatto.

“Non lascerò certo che quel bellimbusto distrugga l’intero mondo. Solo io sono in grado di disquisirle!”

E partì anche lei, lasciando il solo Animard, inginocchiato con le braccia distese sul letto del padre morto, a rigirarsi intorno, cercando una scusa plausibile per non seguirne l’esempio.

“D’altronde, cosa posso fare io? I miei fratelli salveranno il mondo. Uno almeno. Si muoveranno guerra, distruggeranno città, strazieranno popoli. E’ probabile che accada! E’ già successo. Ma io, io che non pratico nessuna arte mistica, che sono il figlio diseredato, perché dovrei assumere questo incarico? Perché, dannato vecchio pazzo di un mago, mi hai voluto nel tuo letto di morte, oggi, dopo dieci anni che mi hai allontanato dalla tua fucina? Perché proprio io, il figlio della tua colpa, il mezzo sangue, dovrei impelagarmi in questa impervia avventura, e uscirne ancor più sconfitto e umiliato?”

“No”, gridò sbattendo le mani sulla immobile carcassa del genitore, “Non sarò vittima del tuo ultimo, crudele scherzo!”. Si alzò, piangente di commozione e rabbia: “Sarai sepolto, con gli onori che ti sono dovuti, alla presenza di questo tuo figlio diseredato. Questa sarà la tua punizione e la mia rivincita. Che i miei fratelli se la vedano tra loro! Che lo distruggano pure, questo mon… Arghh! Coff! Coff!”

Iniziò a tossire, lacrimando di sforzo. Mentre urlava quello sfogo, qualcosa gli era entrato in gola, soffocandolo per un istante: un soffio di vento colorato.

Sputava tentativi di conato, ma nulla veniva fuori. Si aggrappava sofferente ai mobili, e tirava le tende, e buttava a terra candele, niente gli dava sollievo, il groppo non lo liberava. Tentava di deglutire, soffiava, nulla. Si buttò a terra, tremante, con la trachea che gli prudeva, come fosse abitata da vespe.

“Ghh, bhh”, biascicava consonanti e bava. Il volto paonazzo, gli occhi rossi di capillari scoppiati. Spingeva coi polmoni, aria per buttarla fuori, incastrata nella carotide. Spingeva. Pressava. Premeva. Gemeva. Soffriva. Strillava.

E poi uscì. Eruttata come una liberazione violentata. La gridò come il primo pianto di un neonato.

“Hereket” – pronunciò, ansimando.

Ogni oggetto attorno ad Animard si animò, fluttuando. Quando vide il padre morto sollevarsi dal letto, svenne.

***

Un anno dopo

Un attimo prima Animard camminava attraverso un ripido sentiero di montagna, alla ricerca delle tracce del passaggio di una parola, condotto lì da racconti frammentari di alcuni abitanti del villaggio ai piedi del promontorio.

Un istante dopo si ritrovò teletrasportato su un pianoro disseminato di combattenti. Sua sorella Anneke, stesa a terra, esangue, tendeva un tremante braccio verso di lui.

Animard si chinò appoggiando un ginocchio, mentre con entrambe la mani sollevava la testa della sorella. La chiamava a gran voce, mentre tutt’attorno era un campo di battaglia, un frastornare di scaramucce all’arma bianca tra la fazione di Anneke e quella di Kaspar.

Le toccò il costato, perforato da una scheggia di robusto bronzo. Digrignò i denti, pronunciando il nome di suo fratello.

“Resisti, ti prego!”, si disperava Animard, stringendo Anneke al petto. Sua sorella aveva gli occhi bianchi e la sua bocca tremolava. Sollevò una mano sofferente a portare il palmo dietro la nuca del fratello, invitandolo a chinarsi.

Quando Animard avvicinò l’orecchio alla sua bocca, la sorella gli sussurrò: “E’ una parola potente. Ti porterà da lui, come ha portato te da me. Nella nostra lingua significa incontro: Spotkanie”.

Quindi chiuse gli occhi, morendo tra le sue braccia, mentre un soffio colorato gli sbuffò dalla bocca. Animard lo aspirò inghiottendolo. Sollevò lo sguardo triste verso la battaglia e tentò di pronunciare a sua volta la parola sacra, ma non gli riuscì.

Piangente e furente posò con dolcezza il corpo della sorella e si alzò, stringendo i pugni.

“Hereket!”, gridò.

Tutt’attorno fu silenzio, all’improvviso. Stupore, tra i combattenti che pochi istanti prima si pugnalavano, dilaniandosi le carni. Erano immobili, incapaci persino di respirare. La parola maledetta impediva loro ogni movimento, anche dei muscoli involontari. Creava la staticità. Animard ne aveva imparato tristemente il maleficio. Un anno di periglioso cammino, all’inseguimento dei suoi fratelli e delle parole perdute, e ancora gli era impossibile piegarla al proprio volere. Guardava i soldati di entrambe le fazioni farsi paonazzi, annaspare, invocare pietà con le sole pupille. Era appena morta la sua unica sorella. Li avrebbe sterminati tutti. Ma non era come loro, i suoi fratelli, non era né Tempesta né Corazza. Non avrebbe avuto altre morti sulla sua inesperta coscienza.

“Hereket”, sussurrò, liberandoli tutti da quella tenace morsa. Caddero, respirando a grandi boccate, come bevessero dopo un deserto.

Animard sollevò il corpo di Anneke, avvolto nel suo vestito nuziale, bianco macchiato di sangue e fango.

“E’ giunta l’ora di porre fine a questa assurda tragedia. Che tu sia dannato, padre, per ciò che ci hai fatto!”. Si concentrò, inspirando le proprie lacrime.

“Spotkanie”, espirò. Lo spazio attorno a lui si accartocciò.

***

Resa dei conti

Animard si materializzò all’interno di un’ampia sala dal gusto barocco. Si rese conto di essere al’interno di un castello, la fortezza che suo fratello Kaspar aveva eletto a proprio domicilio. Arroccata sulla vetta di una collina, dalla quale, oltre al panorama, dominava le vite delle popolazioni circostanti.

“Mi hai raggiunto, infine!”, Kaspar lo accolse seduto mollemente su un trono posto al termine di una corta scalinata.

“Era tua sorella…”, gli disse Animard, adagiando il corpo di Anneke.

Kaspar si morse un labbro piangente: “Non volevo, io… Sono state quelle parole. Sono diaboliche. Non sei tu a pronunciare loro, sono loro a darti un significato!”. Il suo corpo si schermò di dure placche, mentre si alzava e un sorriso orgoglioso sostituiva le lacrime sul suo volto.

“Prima di capirne il significato non ero nessuno! Ora, grazie alla loro metrica, io posso ogni cosa!”, gridò Kaspar, battendo il pugno sul pavimento.

“Hiss…”, soffio lieve dalla bocca. Dal punto su cui poggiava il pugno, il pavimento cominciò a incrinarsi. Una crepa si ramificava procedendo verso Animard.

“Hereket”, pronunciò il giovane mago, e il suo corpo si mosse rapido come battito di ciglia, allontanandosi dalla voragine un istante prima che si aprisse improvvisa sotto i suoi piedi.

“Non mi sfuggirai. Non mi ostacolerai. Anneke, la più forte di noi, non ci è riuscita, come pensi di poterlo fare tu, SenzaPotere?”, spalancò le braccia e le richiuse sbattendo i palmi delle mani, mentre pronunciava un’altra parola: “Ukuthintana!”.

Mantenendo quella posizione, coi palmi giunti e le braccia dritte perpendicolari al petto, Kaspar spiccò un salto e puntò verso il corpo di Animard, che ne evitò l’affondo gridando “Hereket”. E ancora e ancora. Ma Kaspar si faceva sempre più vicino, sino a sfioralo, sino a ferirlo.

“Arh, arh”, rideva Kaspar, mentre affondava i colpi, “E’ un potere tremendo. Significa contatto! Ovunque tu possa fuggire, io ti raggiungerò e ti colpirò. Sei morto, fratello!”

Animard aprì la bocca per pronunciarla ancora una volta, ma Hereket non venne fuori. Il suo grido non produsse alcun suono. Tossì un bolo di saliva, e schizzò sangue dal petto trafitto dalle dita appuntite del fratello.

“Sono parole capricciose, fratellino…”, gli disse Kaspar, apprestandosi a dargli il colpo di grazia.

Animard, in un estremo, disperato sforzo gli afferrò le mani. Piangente di dolore e fraterna tristezza, lo guardò come in un commiato: “Addio, fratello. Perdonami se non sono stato in grado di salvare le vostre anime…”, socchiuse gli occhi, “Hereketspotkanie”, pronunciò. Il suo corpo si smaterializzò, davanti agli occhi stupiti di Kaspar. Il Corazzato sentì una fitta ulcerante nello stomaco, abbassò lo sguardo e con orrore vide il proprio ventre lacerarsi, e poi due mani spuntargli da dentro al pancia, e poi una testa, un busto, due gambe. E mentre il corpo di Kaspar si frantumava, suo fratello Animard veniva fuori da lui, come in un atroce parto.

Quando Kaspar fu morto, aggrovigliato in quelle sue frattaglie, Animard gli si inginocchiò a fianco. Inspirò i due aliti colorati che gli fuggirono dalle froge, sibilando ciascuno il proprio nome. Il SenzaPotere inghiottì le due parole e le sentì raschiargli di sangue la gola.

Piangente, osservò oltre le vetrate, fuori dal castello. Vide il mondo che si spezzava, muovendosi veloce, vibrando la terra e rovesciandosi il cielo.

“Cosa abbiamo fatto, fratelli miei… Abbiamo richiamato l’Inferno.”

Seppelliti con fraterna cura i resti di Anneke e Kaspar, Animard si incamminò.

“Restano ancora tre parole...”, sospirò, “Forse riuscirò a sistemare le cose.”

Così partì.

E questa è la storia del suo viaggio.

 

Commenti

Ritratto di Eliseo Palumbo

Ciao Ser P, io sono un fan dei mondi fantastici e il tuo mi ha affascinato un pò come la storia. Diciamo che l'inizio era scontato, il diseredato con il destino di salvare il regno o in questo caso il mondo, pronunciando le parole nel giusto ordine. Mi è piaciuta pure la timeskip di un anno e lì mi hai sorpreso, credevo che Animard tornasse con più parole, invece aveva "solo" imparato a padroneggiare la sua. Durante lo scontro con kaspar per un attimo ho temuto che fosse sparito, fugito, ma subito dopo spunta fuori e distrugge il fratello.

Sarebbe interessante scoprire come trova e quali siano le altre parole.

Piccola nota, l'onomatopeica mi ha fatto storcere il naso, ma solo perché non piace a me nei racconti, non mi permetto di dire come avresti dovuto scriverlo o meno.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Grazie, Eliseo, per averlo letto e per il commento. Solitamente scrivo storie criptiche per intreccio e stile (e mi bacchettano un po'), questa volta ho provato a semplificare le cose: pochi personaggi e uno sviluppo classico e lineare. Più che un eroe designato, Animard è una vittima. Non sarà un viaggio piacevole il suo! Proprio no!

Ritratto di DBones

Ciao, anche se in maniera più lineare del solito, anche stavolta sei riuscito a costruire una vicenda, magari non originale, ma avvincente. Bel lavoro!

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Grazie, D! Cerco sempre di immaginare storie che per primo sorprendano me. Naturalmente, in questo contesto è tutto velocizzato per restare nei limiti delle battute e rendere il gioco leggibile.

Ritratto di masmas

Mi è piaciuto, scritto bene (anche se in questo gioco ne ho visti di simili, strano).
La storia è carina, solo uno stralcio come ovvio, che sarebbe bello sviluppare.

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Grazie per il complimento. Non ho capito però se è strano che ci siano storie scritte bene o che siano simili. Ih ih ih

Ritratto di Seme Nero

Ti trovi sempre a tuo agio in questo tipo di narrazioni, sottotrame appena accennate e un'idea di fondo solida e piena di immaginazione!

L'unica pecca è la narrazione contratta a causa dello spazio, ma il racconto è avvincente. Bravissimo!

Ritratto di Ser P - Alessandro Pilloni

Grazie davvero! Troppo buono! Sì, appena ho letto le tracce ho capito che questa era la mia! Per le sottotrame mi sono dovuto pure trattenere eh eh (sette parole, sette colori, sette forme) e quindi tante cose le ho lasciate alla fantasia del lettore.

Ritratto di Borderline

Vendetta e avventura sono ottime compagne di viaggio :). Forse qui l'aver voluto narrare troppo in uno spazio così ristretto ti ha un po' tarpato le ali dal punto di vista emozionale, dove hai messo in scena sentimenti forti ma in maniera troppo rapida, con il risultato che risultano un po' artificiosi. Comunque una buona prova :)