Gioia (di Pistinega) - Incipit 13

Sono uno dei tre casi riscontrati nel mio Paese e questo mi fa pensare di essere speciale.

Siamo in tutto cinquantanove milioni settecentottantotto mila centoquattro abitanti, centouno se togliamo i tre incriminati.

Ho superato la soglia minima dei tre anni di vita senza particolari scossoni: sono nata l'undici marzo del millenovecentonovantatré, l'undici marzo del millenovecentonovantasei i miei genitori organizzarono una festa con tanti invitati da riempire il ristorante del golf club. Non badarono a spese, la loro piccola aveva raggiunto la prima tappa e bisognava festeggiare in grande stile. Inutile dire che di quel giorno non ricordo nulla se non quello che mi è stato raccontato a distanza di anni accompagnato da fotografie, filmini e aneddoti divertenti che mi vedevano sfrombolare giù dal seggiolone e battere la testa a terra senza che ciò mi facesse uscire dalle labbra il minimo suono. Ero diventata un fenomeno da baraccone per gli invitati che si divertivano a pizzicarmi le guance e a darmi pacche sul posteriore con più forza di quanta ne avrebbero adoperata con i loro, di figli. Forse per qualche istinto sadico che li portava a sfogare su di me la frustrazione che non avevano modo di alleviare in altro modo, riservandomi piccole torture che imposte a qualsiasi altro individuo avrebbero come minimo provocato urla, alla meglio un pianto e alla peggio la restituzione dello stesso sopruso, se non di uno maggiore. Ma Gioia, e il nome la diceva lunga, era il sollievo al male interiore di chi cercava questo tipo di vendette effimere perché difficilmente dalla sua bocca uscivano lamenti di dolore.

Avevo rischiato svariate volte di rimetterci le penne: una delle mie prerogative era il non riuscire a sudare. Questo faceva sì che andassi spesso in ipertermia, condizione abbastanza frequente nei bambini, e che la temperatura eccessiva si protraesse troppo alta per troppi giorni. Il rischio era che io non mi lamentassi per il fastidio, percepivo solo del calore in eccesso, niente che una boccata di aria fresca non fosse in grado di migliorare. Così, i miei genitori avevano preso l'abitudine di provarmela ogni mattina prima di lasciarmi all'asilo nido e, in seguito, alla scuola materna. Avevano allertato tutti: maestre, dade e persino la cuoca, e avevano fornito loro una quantità di medicinali sufficienti a coprire il fabbisogno dell'intera classe. Le cose si complicavano quando mi ammalavo e venivo lasciata a casa con la baby-sitter, una ragazza di vent'anni che lo faceva per arrotondare. Visto che non parlavo gran che era libera di studiare in santa pace e ogni tanto, tra un libro e un po' di televisione, schiacciava pure un pisolino, dimenticandosi di Gioia nel suo letto al piano di sopra. Mia madre, che di lavoro dirigeva l'azienda di famiglia, telefonava a ogni ora, e più volte il suo intervento ha fatto sì che finissi in un battibaleno dentro a una vasca colma di ghiaccio. In estate, però, il non poter sudare era una gran comodità. Soprattutto verso i tredici anni e con gli ormoni in circolo, quest'altra prerogativa mi aveva risparmiato innumerevoli imbarazzi nei quali avevo visto incappare le mie amiche: magliette pezzate, ascelle non più tanto fresche e capelli appiccicati alla fronte.

Al mio quindicesimo compleanno mio padre si convinse a regalarmi il motorino. Va bene le precauzioni, ma non gli sembrava giusto obbligare una ragazzina a vivere un'esistenza da anziana. Peccato che l'apprensione di mia madre non si rivelò tanto distante dal vero quando, pochi mesi dopo, feci un incidente. Mi portarono in pronto soccorso e lì mi fu rivelata una diagnosi che non avrei mai immaginato ma della quale i miei genitori erano a conoscenza da molto tempo. Lo capii dai loro sguardi terrorizzati quando li rivolsero su di me in cerca di perdono: ero affetta da CIPA. Congenital Insensivity to Pain with Anydrosis, insensibilità congenita al dolore con anidrosi in italiano, traduzione di cui non avevo bisogno ma che il medico si premurò di fornirmi per essere certa che comprendessi alla perfezione quello che mi stava dicendo. Poi mi operò, fermò l'emorragia interna e dopo qualche giorno di ricovero mi rimandò a casa.

CIPA: quattro lettere, una condanna. Cercai in ogni modo di creare un acronimo che calzasse bene addosso a quella sottospecie di genitori che mi era capitata ma non trovai niente che esprimesse al meglio la rabbia e il disgusto che da quel giorno iniziarono a crescere in me. Non mi fu sufficiente ripercorrere il cammino a ritroso fino al giorno della mia nascita; la spiegazione a una serie di restrizioni e a un'altrettanta lunga lista di dolori che non avevo mai avuto modo di conoscere non bastò a sedare la mia curiosità che da allora prese le sembianze degli oggetti con cui iniziai a ferirmi.

Il primo che reperii nel mio astuccio fu un vecchio compasso arrugginito. Sapevo che era possibile contrarre il tetano ma ero stata vaccinata, mi erano stati iniettati vaccini per qualsiasi malattia lo prevedesse. Lo presi e conficcai con violenza la punta nella coscia. Niente. La feci ruotare disegnando una specie di cono. Ancora niente. Quando la tirai fuori uscì un po' di sangue, disinfettai la ferita e ripetei lo stesso gesto con la stilografica. Le cose si fecero più complesse, non perché avessi sentito qualcosa a parte la penetrazione, ma perché il pennino restò intrappolato nella carne e impiegai diversi minuti per riuscire a estrarlo.

Quando incominciai a rubare dal bagno le lamette di mio padre e a dilettarmi nel decorare gambe e braccia incidendo tagli a diverse profondità i miei genitori sospettarono qualcosa. Facevo attenzione a che le ferite fossero sempre in parti che potessi nascondere sotto gli indumenti ma una volta peccai di distrazione e lasciai tracce di sangue nel letto e sui vestiti. Da lì parti il lungo percorso dell'autolesionismo che mi condusse in gita da psichiatri e psicoterapeuti che si dilettarono nelle più svariate diagnosi: vostra figlia si ferisce perché sta vivendo uno stato emotivo per lei intollerabile e ha necessità di occuparsi del dolore fisico, vostra figlia vuole punirsi per qualcosa, vostra figlia sta cercando di attrarre le vostre attenzioni. La prima non poteva essere, pertanto mamma e papà, nel loro infinito egocentrismo, optarono per la terza. Un disturbo di personalità borderline fu la ciliegina che ornò la torta delle mie patologie. Inutile dire che non ingurgitai mai nemmeno una delle pillole che mi prescrissero e alle sedute restavo zitta, ripetendo solo quelle quattro dannate lettere, ci i pi a.

CIPA, proprio non ci volevano arrivare al fatto che la mia fosse solo curiosità o che al limite si stava parlando di narcisismo, se narcisista si poteva definire la mia inclinazione a identificarmi nell'oggetto che usavo per ferirmi. Io ero la punta del compasso, il pennino della stilografica e la lametta. A seconda di quello che mi capitava tra le mani.

Per anni provai a interrogarmi sul mio stato emotivo, contemplando, in un remoto angolo della mia mente, anche la possibilità che se avessi identificato l'oggetto di un malessere nascosto, forse avrei dato modo allo psicoterapeuta di aiutarmi. La verità che mi si rivelò fu forse la più agghiacciante di tutta questa storia, ovvero che io non solo non sentivo il dolore fisico ma non provavo dolore in nessun altro senso. Durante il mio diciottesimo anno di età i miei nonni materni morirono mentre erano in viaggio, entrambi travolti da un pirata della strada. Ricordo che alla funzione non riuscivo a staccare gli occhi dalle candele accese, volevo essere una fiamma e provare a bruciare la mia pelle per vedere che cosa sarebbe successo. Non una lacrima, non un singhiozzo, non capivo nemmeno perché fossero tutti disperati, in fondo erano solo due vecchi che se n'erano andati. Certo, bisognava abituarsi alla loro assenza, ma insomma, di cose da fare nel quotidiano, per distrarsi, ce n'erano. Mi chiesi se mi sarebbero mancati: forse un pochino, come mi era mancata la mia bambola di pezza quando il cane l'aveva sbranata, perdere qualcosa può non essere piacevole ma di certo la perdita dei miei nonni non mi avrebbe cambiato la vita. Così, mi diressi verso le candele e feci quello che avevo in mente. Quegli stolti dei miei genitori pensarono che fosse il mio modo di esternare il lutto che stavo vivendo e organizzarono una vacanza con l'intento di farmi cambiare aria.

Il tour degli Stati Uniti fu un'esperienza molto bella e mi riempirono di regali, mi restarono molte immagini impresse nella memoria, posti bellissimi che forse non avrei più rivisto, ma nemmeno per un attimo mi sentii felice. Non sprizzai gioia nemmeno quando il ragazzo più figo del liceo si dichiarò e mi disse che voleva stare con me. Del mio nome, nella mia storia emotiva, non vi era traccia.

Il mio problema non era avere un disturbo di personalità borderline, il mio problema semmai era non provare nulla: ero fondamentalmente una persona anaffettiva con l'aggravante dell'alessitimia. La mia famiglia non prese mai in considerazione una tale eventualità, così io continuai a muovermi indisturbata tra gli eventi. Non mi sconvolgeva vivere protetta da quelle imbottiture indistruttibili, anzi, mi sembrava ogni giorno di più di guadagnare la pace che tutti cercavano senza mai trovarla.

Per porre fine alle preoccupazioni dei miei genitori e assicurarmi un ulteriore spazio in assenza di rotture di scatole, all'università mi iscrissi a Psicologia. Furono entusiasti della mia scelta, sicuri del fatto che fosse dovuta alla necessità di scavare più a fondo. Balle. Nel mio intento c'era soltanto il riuscire scrollarmeli di dosso unito al fatto che dentro ai laboratori avrei potuto continuare indisturbata i miei esperimenti.

Alle lamette si aggiunse, o meglio si sostituì, la droga. Se l'autolesionismo era in grado di condurre alla dipendenza, la droga sarebbe stata, dal mio punto di vista, il modo migliore per rinforzarla. Iniziai con quelle leggere per poi trasferire il mio interesse a quelle pesanti. Ne provavo di ogni, facendo miscugli a rischio di overdose. Quando le assumevo mi chiudevo in una stanza e puntavo su di me una telecamera che registrasse le mie azioni così da riguardarle una volta che l'effetto era svanito. Capitava che durasse per giorni, quando esageravo, e che al mio risveglio trovassi decine di telefonate dei miei genitori sul cellulare. Si erano rassegnati al mio trasferimento ma l'assenza di controllo li stava facendo impazzire.

Quello che invece stava facendo impazzire me era l'idea di essere una o tutte le sostanze stupefacenti che facevo entrare nel mio corpo. Gioia che agisce dall'interno. Un'idea talmente strampalata che decisi di farne l'oggetto della mia tesi di laurea. Avevo molto materiale da utilizzare e tutto rigorosamente autentico, materiale che non si sarebbe potuto trovare altrove se non nel mio appartamento e che custodivo gelosamente chiuso a chiave in un armadio in camera.

Oggi è il giorno del mio venticinquesimo compleanno, il traguardo numero due. Pochi soggetti affetti da CIPA lo superano e con molta probabilità questa tizia che ho di fronte è qui per studiare il mio caso. È successo che per troppo tempo non ho risposto alle chiamate dei miei genitori che sono piombati a casa mia e hanno scoperto tutto. Mi hanno salvato anche da un'overdose quasi certa e poi, mi hanno rinchiuso in questa stanza vuota. Non uscirò mai da qui, nessuno saprà mai la verità, nessuno conoscerà mai il disgusto che ha accompagnato le mie relazioni, persino quella con me stessa.

«Raccontami» mi dice.

«Sono Gioia, è il mio compleanno; non mi piace il mio compleanno, devo stare qui dentro. Non mi piace niente a essere sincera, tranne un paio di cose, ma anche quelle non mi piacciono davvero. È questione di disgusto: ciò che mi piace è ciò che mi fa meno schifo. Quando passo la lametta sul polso non sento niente, neppure lo schifo. È che non mi piace parlare delle cose che non conosco, e per preparare la mia tesi dovevo provare sulla mia pelle. La lama c'è sempre stata, la droga è arrivata dopo».

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Anche in questo caso, si è optato per una narrazione che fa faticare il racconto ad andare avanti, portando il lettore a desistere. Di nuovo, non si tratta della scrittura in sé. Ma del fatto che sia tutto telling e niente showing. Un lungo flusso di coscienza, un monologo, per il quale è difficile appassionarsi, immedesimarsi, sentirsi partecipe. È tutto dato sul piatto d'argento al lettore, in modo didascalico. Si assiste passivamente a questo sfogo e basta. Peccato, davvero peccato. Perché, nell'idea del CIPA, il soggetto è, almeno per me, molto interessante. Ma presentato in questo modo, abbiamo una sorta di biografia del personaggio, and that's it, in cui tra l'altro non succede gran che. Invece, sai con un soggetto del genere quante "folli" avventure? ;-) Un aspetto positivo, oltre all'idea, è come ti sei riallacciata all'incipit, usandolo con un guizzo di originalità come epilogo. Spero di rileggerti nei futuri giochi.

Ritratto di DBones

Condivido pienamente quanto scritto da Pilgrimax. Il racconto manca di pathos, è una lunga descrizione di avvenimenti che portano inesorabilmente alla noia. Non che sia scritto male, ma è privo di anima. L'arte di incastrare tra loro le parole non ti manca; sono sicuro che al prossimo gioco farai meglio.  

Ritratto di Pistinega

Correggerei il tuo "farai meglio" in "farai diverso". :)

Ritratto di Alessandro Pilloni

Mi devo accodare ai commenti dei nostri esimi e più competenti colleghi. Lo spunto interessantissimo poteva essere sfruttato meglio. La prima persona secondo me non ha giovato alla creazione del pathos. Ci sono ferite autoinflitte ma non c'è dolore, c'è droga ma non c'è la visione dell'abuso. Insomma, si può riprendere e trasformarla!

Ritratto di Pistinega

Non so se desidero trasformarla, riprenderla può darsi, magari aggiungendo qualche dialogo (come consigliato). Non c'è proprio un vero abuso perché per lei ferirsi o drogarsi è come per uno che non sente la sazietà non dare uno stop al cibo, ma credo di aver capito cosa intendi, e in un qual modo si potrebbe rendere lo stesso.

Ritratto di AngelaCStevenson

Un lungo monologo scritto a mio avviso cercando la massima coerenza con il personaggio. Dai tagli alla droga, una storia di grave disagio sociale e di isolamento.

Ritratto di Kriash

Vado controcorrente e dico che il racconto mi ha tenuto incollato alla lettura. Io l'ho visto, in una maniera molto filmica, come l'intro di una puntata di un serial. Quella porzione di puntata a cappello, che anticipa la sigla, magari comune a tutte le puntate. Da qui si può partire per mille direzioni, guidati da una voce fuoricampo in prima persone che può essere quella di Gioia ormai anziana o magari a un passo dal trovare il finale giusto e "doloroso". Scrittura liscia e buona. Mi è piaciuto.

Ritratto di Gana Mala

Ammetto di aver atteso anche io lo showing.
La trama c'è, il personaggio pure, un po' di interazione tra i personaggi non avrebbe guastato, per quello che è il mio gusto.

Ritratto di Pistinega

Perché no!

Ritratto di Stellaoscura

Sono felice di come hai sviluppato il mio soggetto. Ho trovato davvero valida e originale l'idea della CIPA e credibile sia la personalità del personaggio che il suo modo di esprimersi e di vivere quella che è la sua esistenza con le sue caratteristiche. Trovo credibile che non ci sia pathos eccessivo nel suo monologo, fa parte di Gioia, del suo disturbo.

Ho molto apprezzato come nella parte finale sei riuscita a collegarti e a dare nuova forza al soggetto che avevo scritto.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Sì è scritto bene, scorre e non ha intoppi. Una cronaca gestita bene, ma non mi affascina il tema. Non ho provato molto coinvolgimento. Una spolverata di curiosità ma già a metà ero quasi sicuro che non sarebbe stato niente di più di una cronaca, un diario.
Gestito molto bene, ripeto. Ma qui rientrano i gusti. :)

Ritratto di Pistinega

Ho letto tutti i commenti e sì, l'idea era proprio quella di rendere il racconto di Gioia quasi fosse un diario, noioso in certi punti, a fare da specchio alla malattia di cui è affetta. Vi ringrazio per i commenti, è molto bella questa cosa di confrontarsi, sentire pareri e gusti (sia positivi che negativi), avere punti di vista differenti su cui riflettere, e soprattutto sono contenta che l'autore dell'incipit abbia gradito come ho sviluppato il suo soggetto. :)

Ritratto di Seme Nero

... e dico che pure a me il racconto è piaciuto così, con questa prospettiva e questo ritmo. È vero che la narrazione è asettica ma ci sta in toto perché Gioia non sente niente di niente, non conosce le emozioni, il suo racconto è quello di un automa.

Mi incuriosiva sapere quale sarebbe stato il risultato dei suoi studi ma immagino che ci sarebbe stato bisogno di uno studio più approfondito della materia e parecchio spazio per poter spiegare tutto, quindi mi accontento di questo finale.

Pollice in alto per me!

Ritratto di masmas

(ciao, sari mica bolognese ;)

Il racconto mi ha affascinato per il tema, che non conoscevo, e per il personaggio che ha una psiche... morbosa, terrificante per il mio sentire.

L'ho letto d'un fiato, solo il finale mi ha lasciato un po' così, non so, forse mi sarei aspettato un colpo di scena.

Ma mi è piaciuto.

Ritratto di Borderline

Anche secondo me il fatto che il racconto sia asettico, soprattutto per il morbo di cui soffre la protagonista, non è sembrato fuori luogo. Piuttosto, ci sono delle parti in cui il racconto passa dalla prima alla terza persona, credo sia più che altro questo a provocare il totale estraniamento del lettore dalla sorte della ragazza (Ma Gioia, e il nome la diceva lunga, era il sollievo al male interiore di chi cercava questo tipo di vendette effimere perché difficilmente dalla sua bocca uscivano lamenti di dolore. Ecco, meglio dalla MIA, e così via). L'identificazione dell'Io con gli oggetti "di tortura" non funziona in lettura, non riesce a coinvolgere il lettore, come fosse un caso clinico più che un racconto di narrativa. L'argomento e alcuni spunti nello stile di scrittura (tutti i numeri scritti in lettera) sono interessanti, invece: a rileggerti :)