Sapere di mare (di Creattività) - Incipit 8

«Venghino siore e siori...» La voce oltre il tendone risuona roca e roboante. L’ultima esibizione. “I freak sono superati. ”Ruth stende il braccio focomelico, pizzica con le uniche due dita della mano il tendone e ricava uno spiraglio da dove guardare. Il circo è mezzo vuoto. "Forse potrei reinventarmi come la donna aragosta.” «Il freak show, siore e siori.» Lo spernacchiare delle trombe decreta l’ingresso in scena. Ruth sospira volgendo lo sguardo in direzione del London Zoo. L’urlo dei pinguini si leva nella notte.

 

Che poi non che non sia vero. Se non fosse che le chele le hanno solo gli astici, ma la gente è talmente ignorante che gliela posso passare così.

L’ignoranza è stata sempre una grossa limitazione negli altri, negli umani, purtroppo miei simili, ignoranza che mi ha sempre tenuto lontana da loro, ma anche loro da me. E questa incolmabile distanza, tra me e loro, mi ha rattristato per tutta l’infanzia, e forse anche per l’adolescenza, finché ho capito che dovevo conviverci in qualche modo.

 

Abitavo in un paese dell’entroterra, di questa grande isola, dal mare freddo e burrascoso. Ero una ragazzina solitaria, non amavo la compagnia dei miei simili, un po’ erano loro che mi isolavano, ma a essere sinceri, un po’ ero io che mi sentivo superiore a loro. Amavo studiare, non solo ciò che ci imponeva la scuola, anche cose più belle, come sono fatti i fondali del mare o di cosa è fatto l’universo e le stelle. I miei coetanei, cazzeggiavano e basta, faticavano molto di più a trovare una giustificazione per il loro non studio, che se avessero studiato e basta. Mi sentivo fuori dai loro argomenti, dai loro discorsi, mi sentivo sempre fuori posto, dannatamente sola e forse sarei voluta essere come loro. Bella come loro, i miei capelli rossi e la mia pelle biancastra non giocavano certo a mio favore, almeno allora.

Mia mamma era come me, ma lei era una rossa bella. Lunghi fili di rame terminavano con riccioli morbidi, e quella folta capigliatura incorniciava un viso da fata, le lentiggini non le macchiavano la pelle del viso, la rendevano simpatica, e lei era simpatica. Sapeva stare con la gente e mi spingeva sempre a farlo. Ma io con gli altri mi sentivo a disagio, disagio per il mio corpo, disagio per i miei pensieri, disagio per tutto di me.

 

L’estate tornavamo sempre nello stesso posto di mare. Mia madre era nata lì. Ma non sembrava mai felice di tornarci. Io ero sempre sulla spiaggia, con protezione totale e sotto l’ombrellone, continuamente immersa, nel rumore della risacca e nei profumi di quel sale così selvaggio. Mia madre spesso rimaneva a casa, era come se qualcosa di brutto la tenesse lontana da quelle onde e nei rari momenti che passavamo insieme sulla riva, lei era sempre ombrosa e stanca.

Io godevo di quella salsedine e di quei profumi, fino alla fine della stagione. Poi tornavamo a casa e ci cambiavamo i ruoli e gli umori, io ero solitaria e taciturna e lei aperta e piena di vita, ma più fuori casa che con me.

 

Mio padre non sapevo chi fosse. Avevo provato a chiedere ma non avevo mai avuto risposta. Io la amavo molto e credo che anche lei mi volesse bene, ma non legavamo, quando mi picchiava perché ne avevo combinata una, non volevo darle soddisfazione e stavo zitta, inerme, senza piangere, senza strepiti, senza gridare, senza nulla. Poi vedevo che si allontanava e a piangere era lei.

Fortunatamente mia nonna, sua madre,  viveva con noi.

Era una vecchina, piccola, piccola, era molto anziana. Era paziente con me, dolce, sembrava capire il mio stato d’animo, in ogni momento, senza parlare, senza dover spiegare. Era muta dalla nascita ma io la capivo benissimo. Avevo imparato il linguaggio dei segni e poi avevamo uno nostro linguaggio segreto, che avevo costruito io stessa da bambina, per disorientare mia mamma e farla arrabbiare. Mi ricordo che lei, quando iniziavamo ad usarlo, prima mi chiedeva di smettere e se ridevo, mi rincorreva per tutta casa, finché mia nonna, non le faceva capire che poteva bastare.  

- è solo una bambina- le diceva, muovendo veloci quelle sue piccole manine.

 

Il mio primo amore fu un amichetto delle elementari, Fulvo, anche lui aveva i capelli rossi. Era timido e così, fui io a cercare di avvicinarlo in tutti i modi. Cercai anche di mettermi seduta al banco vicino al suo, oppure gli lanciavo la palla in cortile, durante la ricreazione, ma lui si allontanava sempre. Non aveva tanti amici, anche lui era un solitario, però si allontanava anche da me. Un giorno presi coraggio e gli chiesi se volevamo essere amici, se volevamo stare più insieme.

- Tu sai troppo di mare –

E si allontanò con l’inequivocabile gesto di stringersi le narici tra il pollice e l’indice.

Ci rimasi male. Piansi un po’ e fu mia nonna a farmi capire che non era importante, ero ancora piccola e c’erano una schiera di pretendenti in attesa che divenissi grande e bella.

Quando divenni pressoché adolescente, questi spasimanti ancora non arrivavano. E purtroppo mi resi conto che il mio problema del “sapere di mare” si stava consolidando sempre di più. Si sa che nell’adolescenza gli effluvi liberati dalla pelle non sono dei migliori. Ma i miei sembravano pestilenziali. I miei coetanei, avevano quell’odore di umano, polvere, matite, ascelle poco lavate, sudori ormonali, di umori e caratteri ancora in formazione, che non sanno ancora che strade prenderanno. Io odoravo forte di mare, di mare in tempesta nelle giornate di umore nero e di mare fermo in quelle di tristezza. Le compagne e i compagni di scuola quando si avvicinavano, si stringevano le narici allo stesso modo di come aveva fatto Fulvo.

Sfido chiunque a non sentirsi solo in certi momenti. Per tirarmi su mi avvicinavo al mio acquario, ci infilavo una mano e i pesci nuotavano veloci per avvicinarsi ed accarezzarmi le dita, si strusciavano lungo i polpastrelli, ed io mi sentivo un po’ meno sola.

Sono cresciuta così.

La prima volta che ho fatto l’amore è stato con un pescatore. Più che il sesso cercavo qualcuno che potesse accettarmi. Ero una ragazzina di sedici anni, l’ho conosciuto al porto, durante l’estate, io passeggiavo lungo la banchina e lui stava lì ad aggiustare le reti. Aveva la barba, ma non aveva la pipa, come ci immaginiamo tutti i marinai che aggiustano reti al porto. Aggiustava le reti e stava per conto suo, concentrato sul suo lavoro. Io sono passata una prima volta. Era giovane, ma avrà avuto almeno il doppio della mia età. Sono ripassata vicino e lui ancora aggiustava le reti. Poi mi sono seduta accanto a lui, a terra, sulla banchina con i piedi ciondoloni, che arrivavano gli spruzzi del mare a bagnarmi le scarpe. Ho iniziato a chiedere cosa facesse, come si chiamasse, si chiamava Febo. E mi trattava come una ragazzina, e allora gli ho chiesto se voleva fare sesso con me, si è girato improvvisamente verso di me e mi ha squadrato in modo diverso, con occhi spalancati, forse pensava fossi pazza. Gli ho preso la mano e me la sono passata sulle guance, poi gli ho baciato la bocca e lui senza dirmi nulla, mi ha preso per mano e mi ha portato a casa sua. Era una piccola casa, lì vicino al porto, non ricordo molto, so solo che era molto semplice ma accogliente e c’era un meraviglioso odore di mare. Mi ha spogliato piano e mi ha accarezzato, le sue mani passavano lungo la pelle ed io sentivo, provavo sensazioni nuove. Finalmente qualcuno che mi baciava e annusava con piacere, sia il suo che il mio. Tornai ogni giorno di quell’ultima settimana di vacanza. Ogni giorno lo trovavo lì a lavorare, ed io mi avvicinavo proprio come il primo giorno e aspettavo che mi prendesse per mano e mi portasse in quella piccola casa a fare sesso. Ogni giorno mi prese dolcemente, annusandomi.

Alla fine della settimana era finita l’estate ed io tornai a casa, nell’entroterra, con mia mamma e mia nonna.

 

L’autunno successivo avvenne tutto.

Ero sempre chiusa in camera mia ad ascoltare musica, facevo i compiti, leggevo. Avevo iniziato ad essere inappetente, mi nutrivo di frullati e verdure lesse, ero ancora più smunta e i miei occhi erano costantemente cerchiati. Bevevo continuamente acqua e senza farmi vedere da mia madre, ci aggiungevo sempre un pizzico di sale, non volevo farle scoprire questa che avrebbe considerato sicuramente una stranezza, mi avrebbe rotto le scatole ed io evitavo. Erano un po’ di giorni che mi pizzicavano le mani, i polsi, mi crescevano le unghie velocemente, non facevo in tempo a tagliarle che mi ritrovavo di nuovo con grosse lance di materiale duro e rosato che da ciascun polpastrello, convergevano stranamente tutte insieme verso il centro della mano. Un certo giorno non fui più in grado di prendere le cose senza romperle, mi ritrovavo i fogli di tutti i libri tagliuzzati e le penne rotte che seminavano inchiostro tra tutte le mie cose, in giro per la stanza. Strappavo foderine di plastica di quaderni. Mi guardai le mani erano diventate due chele. Rosse. Rosso aragosta. Quelle che erano state le mie mani, così come erano fatte ora, sembravano le cose più naturali del mondo, come se le avessi sempre avute di quella forma, di quel rosso vivo. La pelle del mio busto divenne spessa, doppia, una corazza di scaglie, che ricoprendo il seno, proseguiva verso il basso, nella forma di una coda di sirena, ricoperta da tante squame di cheratina. Le gambe rimasero le mie. Si erano rinforzate nei muscoli, affusolate, sensuali. I miei capelli erano rimasti rossi, erano diventati più folti, robusti, belli, come li sognavo da tanto. Ma che ci potevo fare con gambe sensuali e fluenti capelli rossi se il mio busto era quello di una aragosta? Ai lati discendevano delle antenne. La mia mutazione mi aveva concesso un particolare tipico dell’astice le chele, che se da una parte mi permettevano la presa, dall’altra erano cesoie per qualsiasi cosa. In quel pomeriggio terminai la muta, che dal solo sapere di mare mi aveva trasformato in una cosa non umana, una cosa di mare. Con spavento e impotente, assistevo a quella trasformazione che mi riguardava, ma che allo stesso tempo non era mia, non potevo essere io. Al termine di quei mie momenti così drammatici, mi decisi a specchiarmi, non mi riconobbi e fui presa dal panico. Cominciai a sfregarmi forte la pelle delle braccia, poi cercai di distaccare quella che sembrava una coda, sbattevo le mani, con spavento, non mi riconoscevo più, sudavo freddo e piangevo. Piansi talmente, che mi addormentai. Verso sera, mi chiamarono dalla cucina per la cena. Temevo la reazione di mia madre, le avrei fatto troppo schifo, l’avrebbe considerata un’altra delle mie stranezze. Ma quello che temevo veramente era perdere l’amore di mia nonna, si sarebbe spaventata e non mi avrebbe più voluta. Mi serviva un piano, ma ora dovevo prendere tempo. Non riuscendo a chiudermi dentro a chiave, le chele erano difficilmente gestibili allora, decisi di barricarmi, spostando il cassettone che avevo in stanza, davanti alla porta per impedire loro di entrare.

Alla seconda chiamata non risposi ancora, temevo di aver cambiato lingua, di non averne più una umana. Provai a dire delle cose sottovoce, ma non ero certa del risultato. Allora mia nonna venne a bussare, provò ad aprire la porta ma non riuscì e a quel punto fui costretta a rispondere.

- Nonna sono qui che vuoi? Lasciatemi stare voglio stare sola —

Riconobbi il disappunto nei suoi borbottii muti, ma sentii che tornava giù in cucina e mi tranquillizzai un poco.

Quella stessa notte presi qualche vestito in un fagotto e scappai di casa. Non potevo rimanere. Pochi giorni prima, era approdato in piazza un circo che metteva in scena spettacoli con creature storpie, malformate, persone con teste enormi, gemelli siamesi. Mi ricordo che una sera, mia madre ne aveva parlato con orrore. Io ci ero passata davanti e avevo sbirciato dalla rete. Erano orrendi, da ragazzina normale, quale ero allora, avevo rabbrividito ed ero fuggita via, ora che mi sentivo obbligata a scappare di casa, pensavo che solo quello poteva essere il mio mondo.

Arrivai al tendone, davanti al bigliettaio, l’omone mi guardò in faccia chiedendomi cosa cercassi, e che quello non era luogo per minorenni, quando allungai una mano, fuori dal mantello nero, che mi ricopriva completamente, capì e mi portò dalla proprietaria di quel circo.

 

- Mamma!! Ruth è fuggita! Cosa dici? No guarda anche tu, lo so che si era chiusa dentro, ma ora non c’è più. Credi che sia successo quello che temevamo? Oramai non credevo più alla profezia di quella stregaccia, dopo che il figlio mi aveva messo incinta. Si lo so, non ripetermelo sempre che mi sono innamorata dell’uomo sbagliato. Sei sempre severa con me! Ruth doveva trasformarsi, solo se avesse conosciuto carnalmente un uomo, e noi l’abbiamo sempre tenuta sotto controllo! Quando è potuto accadere? Ecco vedi come sei cattiva?! Non è vero che non c’ero mai, non è vero che solo tu l’hai sempre amata per ciò che era. Sei terribile come quella stregaccia! Ed ora non ti arrabbiare. Oddio vorrei sperare che sia come dici, che abbia solo mangiato in stanza, e poi sia scappata. Eppure quei pezzi di carapace non fanno presagire nulla di buono. Povera piccola Ruth, dove la cerchiamo ora? -.

 

Divenni uno di quei mostri. Fino ad oggi.

Oggi capisco che non c’è più niente da fare, lo dice anche Angel, la proprietaria, ci ha cominciato a dire di trovarci qualcosa o qualcuno che ci possa mantenere, col circo freak oramai è finita. Mi ha consigliato di chiedere allo zoo, vendermi come la donna aragosta, con le chele dell’astice, tanto la gente è ignorante e non capisce un cazzo delle differenze tra le creature del mare. Vecchia Angel, maledetta, dice che se le do la percentuale, potrebbe trovarmi qualche maniaco che per scopare con una come me pagherebbe oro. Me lo dice in amicizia, ridendo. Bastarda. In questi anni di circo freak, di maniaci, come li chiama lei, me ne sono passati parecchi davanti al carapace, a volte mi sono fatta pagare e a volte no, ma io il sesso bello come quello con Febo, non l’ho più conosciuto. È là che voglio tornare, magari ritrovare Febo, sarà invecchiato, chissà se campa ancora. Voglio tornare al mare. Chissà che la mia vita vera non sia iniziata proprio da lì.

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Tralascio l’attinenza all’incipit perché quando l’ho postato ero cosciente del fatto che potesse essere ostico da cogliere (Ruth, the pinguin girl: https://www.thehumanmarvels.com/mignon-the-penguin-lady/). Mea culpa ;-)

Detto questo, il racconto si legge a fatica, non per la scrittura in sé, ma perché è raccontato puro, tutto telling e niente showing. Tutto viene presentato in modo didascalico, non c’è partecipazione per il lettore, e quindi immedesimazione. Poi c’è questo ostinato rimarcare sull’ignoranza di chi non conosce la differenza tra aragosta e astice – apri il racconto così, e ci potrebbe pure stare sebbene faccia subito storcere il naso, ma poi lo chiudi pure così. Sembra che tu abbia scritto tutto il racconto per battere solo su questo punto, che traspare come una cosa inerente a una tua avversione verso chi non conosce le creature marine. Questo sembra, o almeno così lo fai apparire, come qualcosa che abbia più a che fare con l’autore piuttosto che con il personaggio. L’effetto è che scaraventi il lettore fuori dalla storia perché fai sentire la tua voce e non quella di Ruth, e al lettore di narrativa i pensieri dell’autore non interessano, gli interessano quelli dei personaggi. La battuta di spirito: “potrei reinventarmi come la donna aragosta” è del personaggio Ruth, che ha tutto il diritto di esprimersi in modo “volgare” (di volgo). Poi, ciò non toglie che la maggioranza delle persone non sappia la differenza tra astice e aragosta, ma non c’entra niente col personaggio di Ruth. Non deve essere l’autore a usare i personaggi per confessarsi, ma sono i personaggi che usano l’autore per raccontare la loro storia. Infine, anche per te, c’è un cliché di sostanza: la metamorfosi dovuta al rapporto sessuale sa un po’ del ranocchio che diventa principe con un bacio, sebbene all’inverso. Insomma, per me, una prova da archiviare per riprovarci più distaccata e consapevole la prossima volta. A rileggerci.

Ritratto di Creattività

Niente culpa, poteva essere semplice, e forse sono ignorante io, ma un incipit è un incipit, specialmente se si sta regalando.. chi scrive lo usa come meglio crede :)

Per lo story telling, ognuno ha il suo stile. 

Per la confessione, no, direi che sei fuori strada.

In ogni acso, ti ringrazio sia per le indicazioni, ma soprattutto per avermi regalato il tuo incipit. 

a rileggerci.

Ritratto di Pilgrimax

Sono d'accordo con te che ognuno ha il suo stile, quello non lo cambi, al limite lo "domi"/"plasmi" per arrivare meglio al lettore. Però volevo solo precisare, per fare maggiore chiarezza sul mio commento e nel caso possa interessarti approfondire l'argomento, che la questione "tell" vs "show don't tell" non è una questione stilistica, è una questione tecnica (attenzione, c'è differenza). Lo stile fa riferimento alla cifra che caratterizza la scrittura dell'autore, per es., una scrittura parattattica rispetto a una prosa più ampia e verbosa, il lessico, un vocabolario ampio contro uno più basilare, l'utilizzo della punteggiatura, ecc. E il tuo stile, per me, va benissimo. A rileggerci.

Ritratto di AngelaCStevenson

La protagonista trova l'amore che la trasforma in un mostro: sembra quasi una fiaba al contrario. Secondo me però ci sono troppi dettagli, il racconto avrebbe funzionato meglio focalizzando pochi punti essenziali. Bene i salti temporali e l'uso della prima persona

Ritratto di Alessandro Pilloni

Il compagno Pil ha detto praticamente tutto. Situazione kafkiana che però non decolla, non ti trascina nell'angoscia. L'anima freak dell'incipit è presente anche nel racconto ma poco sfruttata. Devo dire che non mi ha convinto. Con degli aggiustamenti si potrebbe sistemare meglio. Occhio poi che, se scegli di raccontarla tramite la protagonista, lei non può sapere cosa dicono gli altri personaggi quando non è presente. Ho anche notato delle virgole messe un po' a caso. Però siamo qui proprio per sbagliare e correggerci. E scrivere e leggere. 

Ritratto di DBones

Il buon "vecchio" Max ti ha lasciato un incipit non facile da gestire. Per quanto mi riguarda, faccio fatica a dare dei giudizi (il mio stile di scrittura fa acqua da tutte le parti), ma mi è sembrato che questo racconto fatichi a decollare. L'idea di partenza non era affatto male!

Ritratto di Kriash

Ci sono parti sviluppate bene (vedi tutto l'inserimento di Febo) e altre che zoppiccano (l'inizio). È una buona interpretazione dell'incipit e non mi baso sulla scintilla della maledizione per valutare tutto. Può essere un cliché ma tutto sta nel come si prosegue, no?!
Sono un lettore piuttosto semplice: se la lettura non mi ha fatto pensare ad altro (quindi non mi ha annoiato), allora mi è piaciuta. :)

Ritratto di Stellaoscura

Anche questo era un soggetto parecchio complesso. Della tua interpretazione e del tuo racconto ho apprezzato soprattutto il finale, che si riallaccia all'inizio e lo supera. La parte iniziale e centrale ci porta a capire come Ruth è diventata il mostro, anche se, da lettrice, avrei preferito leggere più delle sue sensazioni oggi che delle tappe della sua storia. Questo è ovviamente un parere personale, dunque limitato e da prendere con le molle.

Il finale, comunque, l'ho trovato notevole, anche per il cambiamento di tono di Ruth che trovo coerente con la trasformazione fisica e psicologica che ha vissuto.

Ritratto di Pistinega

Mi unisco di nuovo a Stellaoscura, il soggetto non era affatto facile e la fiaba al contrario è una bella idea. Forse anche io avrei asciugato un po' i dettagli ma il discorso del telling qui non mi dispiace.

Ritratto di Gana Mala

Mi è piaciuto nell'insieme, soprattutto come descrivi la solitudine e il disagio della protagonista da infante e da adolescente. Mi sono persa in qualche punto per poi riacchiappare il racconto. Anche io sono tra coloro che fanno fatica a seguire una trama se manca lo show. Nel complesso però non mi è dispiaciuto.

Ritratto di masmas

Anche se la storia personale, per quanto interessante per la sua particolarità, è un misto di fantastico e drammatico, che forse galleggia a metà tra un po' troppi generi per essere efficace. Forse, inoltre, si sarebbe potuto usare qualche a capo in più per rendere meno l'effetto muro di  testo.

Carino, ma manca un quid per renderlo efficace.

Ritratto di Seme Nero

... ma per me è no. Tutta la prima metà dice poco o nulla, e la lettura non prende, hanno già detto gli altri perché.

Ho trovato proprio sbagliato l'inserimento della "voce fuori campo" / spiegone della madre.

Il finale invece ci stà, è la parte scritta meglio. Lavoraci su, c'è parecchio da fare ma penso tu abbia comunque delle buone carte.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Ok, allora.
Mi accodo a Pilgrimax e Ser Pilloni.
Soggetto in richiamo kafkiano, ma secondo me non sta lì il problema. Non decolla mai, è una forma diaristica che appesantisce la narrazione e la incolla a terra.
Non è una questione di stile, ma di "struttura". Io di solito sconsiglio vivamente di lasciare al protagonista il ruolo del narratore, per questo motivo: con poca esperienza il rischio di trasformare il racconto in un diario è altissimo.

In questi casi è meglio poggiare un osservatore esterno, e comunque non descrivere per forza tutto. usare lo spazio di queste poche battute per "muovere" il personaggio e lasciar che il lettore scopra la sua forma, la sua natura, l'indirizzo del racconto un gesto dopo l'altro, un evento dopo l'altro.

Il format "diario" incolla per troppo tempo, in questo caso, il lettore all'ansia di un decollo mancato e anche quando la rilevazione arriva, arriva lenta, per nulla esplosiva, perdendo effetto e peso.

Io sono curioso divederti riprovare.
 

Ritratto di Borderline

Racconto abbastanza lungo in cui si perdono i punti salienti e i personaggi si muovono come semplici comparse, soprattutto madre e nonna, che si mostrano stupite alla scomparsa di Ruth ma per tutta la vita la hanno lasciata a vagare in vacanza da sola. Ecco, forse avresti dovuto calcare più la mano sul fatto che la tenessero chiusa, al sicuro. Come altri, sono anch'io convinta che la storia ingrani veramente all'apparizione di Febo, anche se ci sono dei cambi di registro (il finale è molto più "volgare" e "arrabbiato" rispetto al resto) che fanno risultare poco coerente il personaggio. L'incipit era comunque molto difficile, quindi è stata una buona prova :)