Scommessa (di Emhyr) - Incipit 9

La mente del vicesceriffo Ernest Kurzman immaginava il suo subconscio come un prato all’inglese, costeggiato da squisiti vasi di porcellana contenenti arcobaleni formati dalle corolle colorate delle più disparate tipologie di fiori esistenti. E questo ad Ace era sempre sembrato strano.

L’uomo, rimanendo seduto sotto uno splendido gazebo di legno smaltato di bianco, che ben si intonava a quel completo che aveva deciso di immaginarsi addosso (una sfarzosa giacca color avorio la cui uniformità era spezzata dall’acceso scarlatto di un papillon), esclamò –Ace, tuo fratello ce l’ha un ragazzo. Un nero: fa il tuttofare per il negozio degli Stanson a Lincoln. Credo si chiami Clarence. Un tipo educato e rispettoso, cosa rara visti i tempi. Un bravo ragazzo. Potrebbe persino entrare nel dipartimento dello sceriffo-  

-Un bravo negro- gli rispose Ace accarezzandosi la treccia di lunghi capelli rossi di cui la fantasia del poliziotto l’aveva munita. Una carta da gioco con grandi labbra carnose e un’indomita criniera fulva, che si atteggiava come una quindicenne ribelle, queste le grottesche fattezze con cui l’uomo la immaginava.

- Un bravo ragazzo Ace, nulla di più- enfatizzò Ernest, mostrando sdegno per quel termine. La carta non se ne curò, troppo impegnata a rimuginare sul mancato congiungimento con il proprio fratello.

- Certo. Sono sicura che lo sceriffo Truman darà più peso alla sua educazione che non al fatto che sia un negro- sibilò piccata continuando a guardare uno stormo di pacchiani fenicotteri rosa atterrare su di una fontana marmorea sistemata al centro del giardino.

-La questione non cambia- il tono di Ernest si fece risoluto - Non gli prenderò la carta. Tra qualche anno, quando sarò vecchio e quella santa donna di Rosa non avrà più voglia di pulirmi il culo, ti regalerò a lui e starai con tuo fratello quanto vorrai-.

-E se questo Clarence vendesse la carta per soldi?-

Ernest rise di gusto facendola ulteriormente innervosire -Ma chi vuoi che la compri-le rispose interrompendo la risata -Nessuno sa con certezza quali fossero le carte della Mano del Morto. Potrei dire “la carta mi parla nel sonno, è quella autentica”, ma sarebbe solo un biglietto di sola andata per il manicomio. Non un grande affare, fidati. Aspettare, a te, non costa nulla-.

Ace sospirò, rassegnandosi all’inevitabile impossibilità di far cambiare idea all’altro. -Va bene-.

Ernest ringraziò per quella concessione: sul suo viso pingue e rubicondo affiorò un sorriso caloroso. Un sorriso dolce che la carta non aveva mai trovato adatto ad un uomo.

-Io mi son fidato: non fosse stato per te avrei tranquillamente lasciato andare Weber, avrei rinunciato a fare la cosa giusta subendo in silenzio. Invece mi sono fidato. Diamine, se l’ho fatto- quelle parole pregne di gratitudine fecero piegare le ridicole labbra carnose di Ace in un sorriso, che la carta soppresse subito per mantenere la propria aria da dura.

-Va bene, va bene. Aspetterò il tempo in cui mi consegnerai al tuo negro-

-Non è un negro-

-Ma a quanto pare è il tuo-

 

Il giardino era stato sostituito da un’amena spiaggia di finissima sabbia bianca, illuminata dal crepuscolare calore di un sole pronto a tuffarsi oltre l’orizzonte. Quella sera il subconscio di Ernest aveva deciso di obbligare entrambi a compiere una lunga passeggiata sul bagnasciuga di quella costa onirica, dotando per l’occasione Ace di un paio di goffe gambette paffute che spuntavano direttamente ai lati del suo bordo inferiore. Le odiava.

-Clarence ha detto che la sua carta non gli parla – Ernest spezzò il silenzio fermandosi ad osservare il sole.

-Ah: siamo così già in intimità da dirgli che i tuoi sogni sono tormentati da una carta maledetta nata dal sangue di Wild Bill? - gli rispose senza nascondere una certa maliziosa sorpresa.

-Ma smettila: volevo assicurarmi che la carta in suo possesso fosse veramente tuo fratello. Dovrò trovare un modo per guadagnarmi la sua fiducia, no? -

-Quindi? Gli hai detto “Ehy, hai presente l’asso che porto sempre con me nel taschino? E’ una carta strana, mi parla tutte le notti e mi sprona a vendicarmi dei pezzi di merda che mi si parano davanti” -

-Ma ti pare? - il tono della voce di lui si fece più alto, allarmato.

-Scusa Ernie, ma non un animo sensibile come te- provò a giustificarsi -Non capisco come si possa parlarne così su due piedi-.

Il volto di Ernest si incupì prima che un profondo sospiro liberatorio gli desse abbastanza coraggio per riprendere il discorso – Gli ho parlato di quando ero ragazzo, dell’Argonne, di quando andai in guerra per dimostrare che anche io ero un uomo e non una mezza sega che piange dietro le gonne delle sorelle. E gli ho detto che i segni della guerra durano più del dovuto, giocando brutti scherzi-

-Non voglio crederci- sibilò indignata -Mi hai degradato a sintomo da stress post-traumatico? Sono una fottuta cazzo di carta maledetta, non la febbre da trincea! E’ incredibile che tu mi spacci per malattia mentale-

Si guardarono tesi ed in silenzio per qualche istante, prima di scoppiare in una fragorosa risata che si mescolò con il ritmico e piacevole infrangersi delle onde -No, ci mancherebbe. Sei la personificazione della mia coscienza, credo. Da quando ti conosco mi è più facile accettare la mia moralità e seguirla, indipendentemente da quello che ne consegue- le sorrise ancora con quello stupido sorriso dolce così poco adatto ad un uomo. Lo ignorò.

-Smettila: per Weber ti ho dato solo una piccola spinta. Il fuoco era già acceso, dovevi solo lasciarlo libero di bruciare. Ed è un bene che tu ti lasci andare con Clarence. Si impazzisce da soli, Ernie. Non hai molti amici, escludendo me e quel camionista di tua moglie-

-Rosa non è un camionista-

-Solo perché gli manca qualcosa là sotto- la battuta fece arrossire le gote del poliziotto.

-Sai, Rosa ha fatto qualche storia in effetti. Su Clarence, intendo- esclamò imbarazzato, non riuscendo a celare un certo fastidio.

-Davvero? -

-Testuali parole: “passi troppo tempo con quel ragazzo”. Non la credevo razzista-

-Magari è solo gelosa- insinuò la carta, quasi distrattamente.

-Perché dici questo?

-Ernest- cercò i suoi occhi, la voce colma di comprensione –Ha parlato di un ragazzo. Non di un negro-

 

- Gli ho parlato di Weber. Ho fatto male? - il tono di Ernest si fece incerto, spaventato, ed il buio del suo animo si riflesse sul suo mondo. Pioveva, cupe nubi spegnevano i saturi colori di quel giardino floreale facendolo sprofondare in quel tetro grigiore. Ace se lo aspettava.

-Ehy, sei nel tuo sogno. Nessuno qui ti giudica, men che meno io. Dimmi, cosa gli hai detto? - cercò di fargli forza andando a cingerlo con un paio di braccia lunghe e affusolate che comparivano ogni qual volta l’altro aveva bisogno di conforto.

- Che all’epoca mi fidai della persona sbagliata. Che il mio affetto venne tradito, che fui ricattato per questo e ho dovuto agire fuori dalla legge per risolvere la situazione, altrimenti nessuno avrebbe capito-

-Gli hai detto tutto? -

-No, solo questo-

-E che ti ha detto? -

Ernest sorrise –“Chi meglio di un negro può capirti quando non puoi denunciare soprusi?”-. La pioggia cessò di crivellare quel giardino mentre le nuvole iniziarono a diradarsi lasciando spazio al timido palesarsi del sole.

-Oh, avevi ragione- le labbra di Ace si contrassero in un sorriso.

-Su cosa?-

-E’ un bravo ragazzo-

-Ah, non hai detto negro!- trionfò il poliziotto sollevandola da terra e tenendola per il bordo inferiore. Ace rise, nuovamente, cristallina, accompagnando lo schiarirsi totale del cielo ed il ritorno del giardino al suo solito vivace splendore.

- Clarence capisce quello che sei, quello che subisci ogni giorno. E’ importante avere qualcuno che lo faccia e non ti costringa a fingere, sono le persone per cui vale rischiare. E’ per questo che rivoglio mio fratello, Ernest, e il fatto che lo abbia Clarence è destino, non credi?-.

-Già, hai ragione- la sicurezza del tono di Ernest fece ardere ancora più intensamente il sole in quel cielo onirico – Siamo legati!- proseguì.

Le labbra di Ace si distesero in un sorriso compiaciuto – Sicuramente Ernest. Sicuramente-.

 

La pioggia tornò più cupa e violenta della volta precedente. Una vera e propria tempesta si abbatté sullo splendido giardino, spazzando via i fenicotteri, rovesciando i preziosi vasi di porcellana a terra e disperdendo all’urlante vento furioso le corolle spezzate dei fiori coltivati.

 -Temo di aver fatto una cazzata- disse Ernest, stringendo Ace contro il proprio petto e guardando apaticamente la distruzione del proprio rifugio.

-Che hai fatto?- chiese rimanendo avvolta nella stoffa della tasca.

Il poliziotto impiegò qualche minuto più del necessario per rispondere -Mi sono fidato: gli ho detto tutto della storia Weber-

- Come ha reagito? -

-E’ rimasto in silenzio finché non ha detto improvvisamente di dover andare a lavoro- ed il vento cominciò ad ululare più forte.

 

Non pioveva più in quel giardino, ma questo non lo rendeva di certo più ameno. Il cielo rimaneva plumbeo, scuro, impedendo a qualsivoglia raggio di sole di penetrare quella compatta coltre nuvolosa. Il prato era morto: l’erba si era consumata lasciando spazio a sabbia cinerea senza vita. Dalla fontana non sgorgava più acqua, le tubature otturate da una densa melma grigiastra che stava divorando anche il marmo.

-Sei turbato- osservò Ace ancora una volta al sicuro nel taschino di Ernest, silenzioso come una statua e fermo al centro di quel gazebo che iniziava a dar segni di cedimento.

-Già- la risposta fu atona.

-Problemi con Rosa o con le ragazze?-

-No, con loro tutto bene. Sono due settimane che non parlo, né vedo con Clarence e questo le solleva-

-Due settimane?- Ace esagerò la propria sorpresa, ma Ernest non si scosse.

-Si, mi hanno detto che i suoi lo hanno mandato a Huron a sbrigare delle commissioni- la voce del poliziotto si fece flebile e la carta non ignorò quell’incertezza.

-Non è tutto, vero?-

-Si- ammise stanco -L’ho visto fuori dal Bar di Hancock flirtare con una ragazza-

Prima che potesse dire qualcosa, Ernest la fermò scuotendo la testa -No, non è quello che mi ha dato noia Ace. Ma ho origliato la conversazione: sono un idiota-

-Con tutto quello che ti è capitato nessuno ti può biasimare-

-La ragazza gli ha chiesto se stesse in compagnia dello strano vicesceriffo per fottergli soldi e moglie- le parole si fecero aspre, dure, incattivite.

-E che ha risposto?-

Il gazebo iniziò a scricchiolare mostrando il marciume del legno ormai non più nascosto dall’intonaco -Che piuttosto che scoparsi un “uomo senza cazzo” come Rosa preferirebbe farsi un orango. E che mi frequenta perché ha bisogno di me per concludere un affarone che si trova tra le mani-

 

-Clarence vuole parlare del suo futuro. Con me.- la voce di Ernest si era ridotta ad un sussurro soffocato, rispecchiando la desolazione che quel mondo da sogno era ormai diventato. Una piatta distesa di cenere al cui centro si stagliava lo scheletro annerito di quel gazebo che in giorni felici fungeva da trono per quel panorama florido e rigoglioso. Nulla era rimasto della serena gaiezza originaria. Solo polvere e rimorso.

-Non ce la faccio, Ace. Sono con le spalle al muro, capisci? Per la seconda volta. Ogni volta che cerco di uscire dal mio nascondiglio mi succede questo- singhiozzò quelle parole tremando di rabbia. Ace rimase in silenzio, ora una normale carta adagiata nel taschino dell’abito logoro che l’uomo si era immaginato addosso, spoglia e banale come la cruda verità che forse il poliziotto stava realizzando.

-Perché al mondo vivono tanti McCall, pronti a spararti alla schiena alla minima debolezza- disse lei, dopo la quiete.

-Ma perché capitano tutti a me?-

-Perché sei un uomo buono, Ernest. Non sei stato tu a decidere quali o quante persone amare nella tua vita. Non hai deciso tu di non essere aggressivo, violento, spregiudicato come gli altri. E’ capitato. Eppure, nonostante questo, hai continuato a comportarti in maniera decorosa, onesta, retta. Non hai pregiudizi, non hai malizia, nonostante questo mondo faccia di tutto per tirarti addosso merda- la voce si fece dura, aspra e belligerante. Non lo stava confortando.

-Avrei dovuto smettere dopo Weber. Sapevo a cosa andavo incontro-

-Smettila di fartene una colpa. Weber è stato l’unico responsabile per quello che gli è capitato. Tu gli hai dato un bacio dopo una sbronza in un attimo di confusione. Lui ha deciso di ricattarti rischiando di farti perdere tutto: lavoro, rispetto, moglie e figlie- lo incalzò ancora, le parole pronunciate con un cocente sdegno che iniziò a divorare anche il poliziotto.

-Dovevo stare zitto, non dirgli niente. Cosa faccio se ora mi ricatta anche lui?-

-Sappiamo entrambi la risposta-

Quel sussurro fece trasalire Ernest. L’uomo arretrò di qualche passo, la mano si stese per appoggiarsi ad uno dei vecchi pilastri del gazebo che si sbriciolò al tocco lasciandolo senza sostegno. Non ne aveva più nella sua vita. A parte Ace. Ace c’era sempre.

-No, non è come Weber. Non mi ha ricattato apertamente, magari sono io a galoppare con la fantasia-

-Ernest- lo richiamò rompendo quelle scuse -Gli hai raccontato di come hai portato Weber fuori città e gli hai sparato nel deserto. Credi che farà lo stesso errore? Ti chiederà un lavoro, soldi per sistemarsi senza minacciarti direttamente. Lo ha detto a quella ragazza-

-Pensi che intendesse quello?-

-Andiamo, Ernest: è tutta la vita che hai a che fare con questo genere di accuse. Tua moglie è mascolina, troppo mascolina. Ti hanno messo così tanto in dubbio che a diciotto anni ti sei gettato in guerra per dimostrare di non essere un frocio. Se i sussurri iniziano a circolare nuovamente, chi credi che sarà così generoso da ignorarli quando tu per primo sai che sono veri?-  senza dargli tregua. Ogni parola una nuova pugnalata, un nuova scintilla gettata in quei covoni pronti ad ardere. Ace lo sapeva bene.

 -Hai lottato tutta la vita per avere un posto in questa società: per avere una moglie, delle figlie che ti amino, il rispetto di una comunità che servi. E te lo sei guadagnato-

-Ma non lo voglio uccidere, Ace, sono io ad essere sbagliato-

Ace ignorò e continuò ad infierire.

-E allora muori, Ernest. Muori. Non hai altra colpa se non quella di essere nato così e nessun tribunale potrà scagionarti dall’accusa di essere quello che sei. Perché questo è il crimine, essere così. Puoi discolparti dall’essere te stesso?

-No-

-E allora combatti per esserlo! Rivendica quello che ti sei costruito da solo. Cosa ne sarà di Rosa e le ragazze se questa storia viene fuori? Cosa ne sarà della famiglia Kurzman se si dicesse in giro che il padre è un finocchio?-

-Ma non è vero!-

-Non importa Ernest: la verità è un’opinione. Puoi veramente convincere gli altri che queste accuse siano solo menzogne quando nel profondo del tuo cuore sai che sono vere? Vuoi veramente essere il capro espiratorio di questa città?-

-No-

-Vuoi che tua moglie e le tue figlie subiscano quest’onta? -

-No-

-Vuoi affermare che essere te stesso, che essere nato così sia il tuo crimine? -

-No!- stavolta la risposta fu un urlo, feroce, belluino, rabbioso e le macchie di sangue sul dorso di Ace, quelle stesse macchie che il vicesceriffo Kurzman aveva sempre immaginato come indomiti boccoli rossi, si trasformarono in fiamme.

-E allora sai cosa fare. Lo hai già fatto, lo puoi fare ancora. Uccidi e non sarai ucciso Ernest-.

-Grazie Ace- la sicurezza pervase nuovamente le parole del vicesceriffo ed il prato iniziò nuovamente ad ospitare vita: licheni rossi come il sangue, cardi, margherite.

-Sono la tua coscienza e so per prima cosa significhi essere eternamente condannata alla solitudine- le fiamme sulla testa di Ace arsero con più forza. Non più un sole gentile illuminava il giardino frutto del subconscio di Ernest Kurzman, ma l’accecante luminescenza di un incendio.

-A quello, credo che possiamo porre presto rimedio- esclamò il vicesceriffo mentre quel mondo finì bruciando con l’arrivo del mattino.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Mi è piaciuto.
Ho riletto l'incipit e mi pare che tu l'abbia gestito bene. Racconto scorrevole e personaggio principale interessante: il cattivo che non sa di esserlo, d'altronde la sua coscienza gli dice che non è colpa sua se certe cose sono accadute.
Sì, ho gradito.
A chi appartiene l'incipit?

Ritratto di LaPiccolaVolante

l'incipit è di MasMas :)

Ritratto di masmas

Devo dire che non l'avevo vista così, ma è normale, ed è anche il suo bello.

La storia è molto bella, mi è piaciuta, ed è anche gestita bene, devo dire che all'inizio avevo pensato tutt'altro. Che dire: bello, non c'è molto altro, anche se manca giusto qualche parola qua e là per la fretta.

Ritratto di Emhyr

Eh, si XD c'è qualche refuso e qualche modifica per restare nei caratteri (questa è la terza versione, visto che le due precedenti le ho dovute cancellare perché avrebbero avuto bisogno di più caratteri per essere sviluppate al massimo). Detto questo, grazie per i complimenti ma toglimi una curiosità. Visto il tema "la mano del morto", che è una bellissima citazione, posso chiederti che tipo di sviluppo avevi in mente? Anche solo per capire quali altre possibilità avevo e perché non ci ho pensato.

Ritratto di Pilgrimax

Mi accodo ai commenti precedenti. Bella storia, bella idea, un cattivo che si crede buono, che porta all'applicazione di un narratore "inaffidabile", generando anche per me un finale inaspettato. Tutto molto buono. Però, un piccolo appunto lo farei. Ernest e Ace parlano allo stesso modo, che poi è il modo del narratore. Insomma, dialoghi e narrazione hanno lo stesso "suono", rendendo il complesso un po' piatto. Poteva essere buono trovare un registro per Ernest e per Ace che li distinguesse, tra loro e rispetto alla narrazione. Avrebbe migliorato la resa del racconto.

Ritratto di Emhyr

Ti ringrazio per i complimenti! In effetti si: diciamo che per me è difficile muovermi entro le 16.000 battute (ho solitamente un bisogno nevrotico di caratterizzare i personaggi in maniera netta, cosa che non mi sono sentito di fare fino alla fine). Nella prima stesura (che poi ho abbandonato) avevo marcatamente differenziato i registri dei due personaggi: Ernest comunque, essendo un vicesceriffo ed una persona inserita in un determinato contesto sociale, aveva un tono tranquillo e pacato, mentre invece Ace (che nel Background che mi sono immaginato è finita nel corso degli anni in mano alla peggio umanità) parlava con una dizione più gretta utilizzando spesso e volentieri intercalari e uno slang razzista (tipo spesso e volentieri utilizzava la parola pendejo per descrivere Ernest). Però a quel punto mi si è aperta una problematica: se marcavo troppo la differenza di registro tra i due personaggi sarebbe stato un po' più ostico giustificare l'ambiguità su Ace: è veramente una carta maledetta oppure è realmente una coscienza che serve ad Ernest per giustificare moralmente quello che fa?

Per quanto riguarda le parti narrative no, non sono affatto soddisfatto per primo e ammetto tranquillamente che siano piattissime. Come ho detto purtroppo non so muovermi bene in 16.000 battute (è anche il motivo per cui ho dato prevalenza ai dialoghi, in modo da portare più velocemente avanti la storia) indi il tutto ne ha risentito.

Ritratto di Pilgrimax

Comunque, un’ottima prova ;-)

Ritratto di DBones

La coscienza! L'ingannare noi stessi. Condivido il commento di Max, per quanto riguarda il "suono" di personaggi e narratore. A parte questo, secondo il mio umilissimo parere, la tua è una buona prova di scrittura.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ammetto che non ci ho capito nulla! Mi sono fatto un racconto parallelo per dargli un senso :P Forse è troppo troppo lungo, pian piano ho perso il desiderio di capire dove volevi arrivare. Ho pensato fosse un 3 stelle, però poi l'ho davvero perso. Ho due domande: 1) perché un poliziotto? 2) il giardino a un certo punto diventa una spiaggia ma poi torna giardino. È voluto?

Ritratto di Emhyr

Grazie del commento! E sono curioso di sapere il racconto parallelo XD

1)E' un poliziotto perché lo esige la traccia ([...]Speriamo valga la pena di tormentare gli incubi di questo povero poliziotto, ha pure famiglia[...])

2)Allora si è voluto. L'ambientazione "Giardino/Spiaggi" diciamo che sono "manifestazioni" dello stato d'animo di Ernest ed infatti reagisce cambiando in base a quello. Il secondo giorno il giardino lascia spazio ad una spiaggia perché Ernest si sente, contento di aver trovato qualcuno (Clarence) con cui può parlare, e sopratutto sta maturando una leggera infatuazione per lui. Ergo siccome è una "sensazione nuova" e non preventivata lo scenario cambia (simboleggia una novità ecco), ed in quel caso è andato ad assumere una forma che forse Ernest trova "romantica". Quando subito dopo inizia la "discesa" che porterà Ernest a prendere la decisione finale il giardino ne risente: si ricopre di nuvole quando è preoccupato, inizia a distruggersi quando è in preda allo sconforto, diventa totalmente arido quando ormai è disperato fino a rifiorire macabramente quando prende la sua decisione finale. Indi si, l'intermezzo spiaggia è voluto perché dovrebbe rappresentare qualcosa di "nuovo" nei pensieri di Ernest.

Ritratto di Alessandro Pilloni

L'ho ambientato nel West durante una partita di poker. Un vicesceriffo, una carta maledetta. Me lo sono reinventato così. ;)

Ritratto di Kriash

Ammetto che anche per me è stata una lettura difficile. In primo luogo per la lunghezza (io e te siamo agli opposti: se vado oltre le 10'000 battute sono già in panico) che ha generato dei momenti piatti e parzialmente confusi. Poi per la natura poco varia dei due protagonisti. Come hai detto tu, forse, sarebbe stato molto più interessante leggere i due con comportamenti totalmente differenti. In sostanza l'idea e la storia è buona ma si può lavorare sullo svolgimento.

Ritratto di Stellaoscura

Ho apprezzato, a differenza di altri, il fatto che Ace e il vicesceriffo non parlino in maniera troppo diversa, mi ha aiutata a creare nella mente la giusta ambiguità che credo tu volessi.

I dialoghi sono davvero tanti, ma li ho preferiti alle parti puramente narrative, soprattutto perché spesso le ho trovate troppo descrittive. Pur avendo poco spazio nel tuo testo, le ho trovate piene di parole che non mi sono sembrate arricchire davvero il tuo racconto. Lavorerei su quelle parti, cercando di lasciare l'essenziale nelle scene di passaggio.

Bella l'idea, bello anche che l'ambientazione cambi con lo stato d'animo dello sceriffo: questo è un dettaglio che ho particolarmente apprezzato.

Ritratto di Pistinega

Mi accodo al commento di Stellaoscura in merito ai dialoghi e alle parti narrative. Come hanno già detto altri, l'ambiguità che hai creato e l'inganno gli danno un valore aggiunto.