Il segugio dei mari (di Ser Pilloni)

Dicono che appaia quando tutto sembra ormai perduto. Quando le onde sono così alte da far sembrare il mare un cielo rovesciato. Quando gli uragani travolgono tutto col loro vortice e lo portano a spasso chissà dove, per poi stramazzarlo come cartastraccia. Quando ogni speranza è persa e ogni sforzo è vano.

Così dicono le leggende. Ma le leggende sono fantasie che viaggiano di bocca a orecchio e di orecchio a bocca, e ingigantiscono, si stroppiano, perdono pezzi, altri ne aggiungono. Le leggende sono bugie che si atteggiano a verità. E alle verità si crede. A volte con fede. Cieca o ingenua. D’impeto. Come accade ai bambini.

E questa proprio la storia di un bambino è.

E di un capitano coraggioso.

E di una nave.

E di un cane.

 

***

 

«Timarcha tenebricosa! Non è stupendo?»

Glielo porgeva cullandolo sul palmo della mano. Sorridente e gioioso, come avesse tra le mani un micromondo appena creato. La bambina osservò con ripugno quel coso nero e le sue zampine che gli parve un ragno orribile e spaventoso, tanto che gli schiaffeggiò la mano, urlando e fuggendo come da una morte armata di falce insanguinata. Emiliano non la seguì con lo sguardo, si chinò immediato a raccogliere il suo piccolo amichetto, carezzandolo sul dorso per tranquillizzarlo, mentre dalla panchina poco distante, stravaccati senza grazia, un gruppetto di coetanei lo rideva senza ritegno alcuno.

«Sei proprio un mito! Solo tu potevi sperare di conquistarla con una blatta!»

E poi lo scherno e le risa tramutarono in offese e pietre, e poi calci e schiaffi, e poi corsa, fuga, e nascondigli segreti.

Aprì il pugno che aveva chiuso durante l’inseguimento. Sospirò sereno a vedere che era ancora integro. Lo poggiò a terra e lasciò che riconquistasse la libertà, mentre sentiva le voci crudeli dei suoi aguzzini circondargli la tana. Solo quando fu buio le sentì zittirsi.

Rincasato fu accolto da urla e rimproveri. Da una cena ormai fredda e un castigo promesso.

Nella solitudine della sua cameretta trovava tutti i suoi compagni di gioco. Un piccolo foro alla finestra gli permetteva di accoglierli senza dare loro asilo permanente. Quando lo fece, fu di collera materna, doloroso per loro e straziante per lui, viscido per la scopa che li spiaccicò sui muri e sul pavimento e piccante per il naso punto dal nebulizzare del DDT.

Ora si intratteneva digitando come corde d’arpa la tela di un piccolo ragno sfumato d’azzurro. Gli parlava come capisse e interpretava le sue mosse traducendole in commenti e risposte. Apriva il suo quaderno e annotava ogni impressione, datandola e riferendola alle precedenti. Aveva un quaderno per ogni specie e sottospecie. Era ancora giovane per l’età degli uomini, ma di quel mondo dei “piccoli esseri” conosceva ogni segreto.

***

«Comandante, non riusciremo a superare quelle onde!», lo avvertì latrando il Segugio dei Mari.

«Abbi fede, amico mio!», il Capitano Bill Eye puntò il dito dritto avanti a sé, «Non c’è tempesta che ci abbia mai fermato. E non ci fermerà di certo ora che abbiamo una missione così importante.»

«Sì, tu parli facile, ma intanto sono io che…»

«Avanti tutta, mio fido compagno! Dimostrami ancora una volta il tuo valore! Sta per succedere e non possiamo tardare!»

E lo dimostrò.

***

Emiliano guardava la pioggia attraverso la finestra. Da circa una buona mezz’ora scendeva giù a ritmo serrato, con belle gocciolone cariche d’acqua. Non accennava a smettere. Sì agitò al pensiero dei suoi piccoli amici. Indossò una mantella con cappuccio incerato e degli alti stivali di gomma.

Quando la madre entrò e lo vide così attrezzato, lo svestì furiosa come avesse otto mani, e lo chiuse dentro la stanza.  Lui si aggrappò alla maniglia con tutte le forze, ma per quanto provò non gli riuscì di aprirla.

Ma il suo cuore era in ansia, non avrebbe potuto restare ad attendere che il cielo si rischiarasse. Spalancò la finestra con enfasi teatrale e si calò dalla grondaia come gli era capitato di vedere nei film. Ma forse le scene in cui il protagonista sbatteva il sedere in terra le avevano tagliate.

Corse sotto la pioggia, rimpiangendo l’incerata, e raggiunse il parco. Lì, all’interno di una piccola nicchia aveva predisposto un ambiente confortevole nel quale ospitare i suoi piccoli amici e intrattenersi a chiacchierare e giocare con loro. Il diluvio aveva già iniziato a creare qualche piccolo problema, ma era giunto appena in tempo per evitare il peggio. Raccolse nelle mani a conchetta i piccoli esseri presenti – una decina in tutto – e se le avvicinò al petto, in modo da proteggerli. Poi si allontanò per fare rientro a casa, ma non riuscì a muoversi. Il piede sinistro sprofondò nel fango e uno dei massi che aveva adagiato per dar forma alla nicchia gli franò sulla caviglia, storcendogliela.

Cadde col viso a terra, masticò fango e foglie bagnate. Si voltò a guardare la gamba dolorante ma non la poteva toccare. Non poteva usare le mani, continuava a tenerle accanto al petto, a barriera dei suoi cari amici. Il piede era incastrato e lui tirava la gamba per svincolarsi. Ma più si dimenava più la pietra sprofondava. Sentiva il piede bagnato e caldo, gli pulsava come nella tempia destra. Piangeva e gridava e chiedeva aiuto, ma non c’era nessuno. Poi qualcosa arrivò. Acqua, tanta, come non ne aveva mai vista. La pioggia aumentava e l’acqua sommergeva il parco. Prima gli ricoprì il piede. Poi le ginocchia, poi i fianchi, poi il collo. E la testa. Restava in apnea boccheggiando appena l’ondeggiare gli scopriva la faccia. Tendeva le mani in alto, chiuse a sfera implorando la salvezza per gli insetti. Si sentiva stanco, un fischio intermittente nelle orecchie, un bruciore come di sale negli occhi. Li chiudeva pian piano. Si sentiva pesante. E le mani bagnate affievolirsi come fiori rinsecchiti. Chiese perdono a quelle vite che non aveva saputo proteggere. Poi un’ombra lo ricoprì. Ebbe freddo. Poi sentì i polsi stretti in una presa. Sentì le mani aprirsi. Sentì i palmi farsi leggeri. Gridò consonanti senza suono sotto l’acqua e pianse lacrime bagnate e disperate. Poi sentì l’acqua fremere, e il dolore del piede farsi più acuto. Poi lo sentì più leggero. E poi il naso che respirava, la bocca che sputava acqua salata e quello strano personaggio che gli premeva le mani sul petto.

«Animo, amico! Sei salvo! Siete tutti salvi!»

Quando riaprì gli occhi, il cielo era terso, splendeva un bel sole. Si mise seduto e si guardò intorno. Erano circondati dal mare. Blu e verde tutto intorno, acqua sino all’orizzonte. Silenzio e immobilità.

«Ah, bene! Vedo che sei sveglio. Avrai fame!», gli disse quello strano essere. «Ma tu chi… Cosa?», Emiliano lo fissava senza riuscire a formulare una frase. L’essere sorrise di gusto.

«Già. In effetti ai tuoi occhi potrei risultare ben strano. Piacere, mi presento: sono Bill Eye, Comandante del Segugio dei Mari», gli disse quel teschio arancione dall’occhio grande e l’altro piccolo.

«Segugio di…», il bambino roteò gli occhi sentendosi sperduto.

«Ma certo, vieni!», lo aiutò ad alzarsi, «E’ il vascello che ci trasporta verso porti più sicuri. La Cannave, amico caro! E’ lei che ti ha salvato. Guardati attorno!», gli fece cenno con le mani aperte, «Quanto pensi abbia piovuto?»

Emiliano lo fissò inebetito.

«Giorni, ragazzo! Giorni! Tutto allagato. Tutto!», sghignazzava e ora l’occhio chiuso si apriva e l’occhio aperto si chiudeva.

«Comandante, dovresti essere più chiaro! Quante volte dovrò ripetertelo?», Emiliano si voltò a cercare chi avesse parlato, ma non vide nessuno.

«Chi… Cosa… Dove…?»

«Umhm… In effetti ti vedo alquanto disorientato, dovrò essere più chiaro. Il diluvio universale, o chiamalo come vuoi. Tutto il mondo è stato sommerso. Non c’è più terra su cui si possa camminare, solo mare. E per quanto ne so, noi tredici siamo gli unici sopravvissuti.»

«Tredici?», Emiliano era sempre più confuso.

«Oh, certo! Guarda qui, sei stato davvero eroico!», dalle falde del suo cappello da pirata, fecero capolino dieci piccoli insetti che saltarono sul palmo della mano di Emiliano, che li accolse come il più caloroso degli abbracci, e pianse di gioia.

«Oh, bene, finalmente ti vedo sereno. Mi preoccupavi, ragazzo, così angosciato!», sghignazzò avvicinandosi all’orecchio destro della Cannave.

«Proseguiamo dritti, Segugio. Occhi ben aperti. Il primo scorcio di terra sarà il nostro approdo.»

«E se non ci fosse un approdo?», abbaiò con preoccupazione.

«Animo, amico, animo! Tu sei qui per questo! Per riportarlo a casa!»

La Cannave iniziò ad artigliare l’acqua con le sue quattro zampe motrici. Fendeva il mare sicura roteando la coda a elica.

«E’ velocissima!», si entusiasmò il bambino.

«Ma è chiaro, piccolo amico! Il Segugio è il Re dei mari. E’ il bastimento dei perduti che sognano il ritorno a casa. Ed è lì che ti ricondurremo.»

«Ma hai detto che…»

«Il diluvio dici? Prendi nota, amico!», gli porse un quadernetto e una penna che tirò fuori da sotto il cappello. Emiliano lo afferrò e lo guardò stranito. Il capitano alternava la dimensione degli occhi, il destro grande, il sinistro piccolo, il sinistro grande, il destro piccolo. Gli puntò un dito sul petto.

«In principio fu acqua! Poi pioggia. Poi deserto. E poi acqua.»

La Cannave ruotò la prua a guardasi la schiena: «Non starai ricominciando con la Filosofia dell’Acqua, per caso?»

Bill Eye costruì il suo viso in un sorriso rovesciato: «E’ un nuovo mozzo, deve conoscere le nostre origini! Ma tu non distrarti, guarda avanti! Questa zona è infestata da…»

Neri tentacoli avvolsero il Segugio, come combattivi viticci. Gli strinsero il muso, le zampe annodate, la coda immobilizzata.

«Reagisci, Segugio!», gridava il Capitano, mentre tagliuzzava quei rampicanti che si raggomitolavano attorno alla nave. «Stammi vicino, ragazzo! Sono venuti per te!». Emiliano correva da una parte all’altra del ponte, cercando riparo da quei rami famelici, mentre nella testa sentiva voci e un suono intermittente e poi il petto attraversare da una scossa, come un piccolo fulmine.

Un ululato possente tremò l’increspatura del mare e le fauci spalancate della Cannave tranciarono i tralci a ventosa del cefalopode che gli spruzzo l’umore nero sugli occhi. Il Segugio, accecato dal liquido buio dimenò le zampe liberandole da quel groviglio nodoso e gli si avventò sul mantello, squartandolo con le zanne. Il polpo gigante liberò la presa e si inabissò.

Il capitano corse ad assicurarsi che tutti fossero sani e salvi. Nessuno aveva riportato ferite, ma Emiliano era scosso e provato. Sul braccio aveva piccoli fori, come punture d’ago, e fuoriusciva sangue. Gli si accasciò tra le braccia arancioni.

«Non abbiamo più tempo, mio prode compagno! Veleggia come mai hai fatto! A Est! La salvezza è in quel pugno di sabbia laggiù!»

La Cannave azionò le pale e l’acqua turbinò sotto la chiglia inghiottita dalla sua velocità. All’orizzonte, come galleggiasse, si scorgeva un piccolo scoglio di alghe e sabbia.

«Terra!», abbaiò.

Si accostò al piccolo lembo di superficie e calò la lingua scialuppa con sopra il Capitano, il bambino e i suoi piccoli amici.

Bill Eye lo adagiò sulla sabbia bianca come un lenzuolo.

«Mio fedele compagno, ora tocca a te!», rivolse alla Cannave un incomprensibile occhiolino con l’occhio grande chiuso e il piccolo aperto e poi il contrario e il contrario ancora.

Il Segugio iniziò a espirare tanto forte che il mare scoprì per un tratto il suo fondo. E più espirava più rimpiccioliva. Fino a che non divenne cane. Col muso umido a leccargli la faccia, a graffiargli dolcemente sul petto.

«No, aspetta, cucciolo, così gli stacchi gli elettrodi!», sorrideva tra le lacrime la madre.

«Sta aprendo gli occhi, amore!», le strinse la mano il padre.

Emiliano li guardò debole debole, provò a parlare ma si accorse di avere un tubo infilato nella gola. Cavi tutt’intorno, aghi nelle braccia. Di fronte agli occhi il naso grufolante di un cagnolino dal pelo marrone chiaro che gli lappava la faccia con affetto.

La madre e il padre si strinsero a lui con commozione. Il dottore col naso rosso e il cappello da pirata si affacciò con una cartellina in mano.

«Oh, bene! Il nostro marinaio ha ritrovato la strada di casa.», gli accarezzò la testa: «La prossima volta stai attento quando salti dalla finestra!».

Gli fece l’occhiolino. Emiliano sorrise. Il dottore aveva un occhio grande e un occhio piccolo.

 

Le dicono leggende. Fantasie che vagabondano di bocca a orecchio e di orecchio a bocca, e gonfiano, si contorcono, cedono parti, altre ne assemblano. Menzogne che si credono realtà. E la realtà si vede. Ma se la guarda un bambino ha altri colori e suoni.

E questa proprio la storia di un bambino è.

E di un capitano coraggioso.

E di una nave.

E di un cane.

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Commenti

Ritratto di Gana Mala

Emiliano protagonista, gli insetti, Bill Eye... Muoio! È carinissimo!
Credo che questa sia la prima volta che trovo un tuo racconto super scorrevole :D (ogni volta mi incasini, Ser)
Mi è piaciuto tutto, dall'incipit al finale, all'idea di rendete il Capitano protagonista.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Quando mi è venuta l'idea, ho riso da solo! Volevo fare un omaggio al Capitano, spero non se ne abbia a mare (ops, a male!). Grazie! Contento che sia piaciuta, anche perché ho avuto pochissimo tempo e l'ho scritta tipo in 3 ore nette (e credo si veda!). Era una storia lineare e non sono riuscito a incasinarla troppo! Ih ih ih

Ritratto di Pilgrimax

Anche tu hai scelto la strada della suggestione. Il racconto mi è piaciuto un sacco, bella l’idea, la caratterizzazione dei PG. Ser Pilloni è in continua evoluzione e migliora sempre di più. Molto ben fatto! 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie tantissime! Ho pensato a una favoletta e ho dovuto adattare lo stile. Anche se ammetto che è stato il racconto più difficile da pensare e scrivere proprio perché non ho dimestichezza con la gestione di pochi personaggi. Infatti è il racconto più breve che ho giocato.

Ritratto di DBones

Mi associo alle considerazioni di Pilgry. Racconto scritto molto bene e gioco della suggestione riuscitissimo. Veramente bravo il Pilloni!

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie! In effetti mi ha divertito sin da subito quest'idea con quel finale. Volevo un racconto semplice e vacanziero.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Mi esonero dal commento stavolta!
hihihi
Grassie Ser.
 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ih ih! Mi è venuta in mente questa cosa. Un piccolo omaggio per salutare la pausa estiva.

Ritratto di Antio

Un racconto tenero e fantasioso, piacevole da leggere. Forse affrettato in alcune parti, tutto succede molto in fretta. Avrei dato quel poco di spazio in più all'avventura in mare. Comunque molto bello, e belle le citazioni sul vero Capitano!