Il mercante di morte (di AlePilloni)

“È probabile che le mie fabbriche di dinamite portino alla fine della guerra più rapidamente dei vostri congressi. Il giorno in cui due armate si annienteranno reciprocamente in meno di un secondo, tutte le nazioni civilizzate probabilmente inorridiranno e scioglieranno i loro eserciti".

Questa è la storia del Mercante di Morte. Di come egli donò all’umanità le armi più potenti, di come la portò sull’orlo del baratro e di come la salvò dalla distruzione.

 

San Pietroburgo, 1843.

Alfred Bernhard Nobel aveva poco più di dieci anni la prima volta che lo vide. Insieme ai suoi fratelli, aveva accompagnato il padre Immanuel al porto di San Pietroburgo per degli affari che questi doveva sbrigare. Tutt’attorno era un via vai di marinai e operai e c’era confusione. Erano ancora nel vivo i lavori che l’Imperatore Nicola I aveva commissionato per la costruzione del forte attorno all’isolotto di Kotlin. Suo padre ne aveva parlato diverse volte e i suoi fratelli maggiori sembravano eccitati per i possibili affari che avrebbe potuto concludere, ma Alfred e il piccolo Emil erano ancora troppo giovani per cogliere simili dettagli, mentre invece lo erano a sufficienza per restare incantati da una luce rossa che attraversò il cielo sopra di loro. Emil però spostò subito l’attenzione su un gabbiano che gli si posò accanto e prese a rincorrerlo. Alfred cercò in tutti i modi di attirare l’attenzione del fratello Ludvig, ottenendone solo un rimprovero da parte del genitore per il tempo perso dietro a quelle fantasticherie. Lui aveva seguito con lo sguardo la scia fino a dove gli parve fosse scomparsa, nel mezzo della città. Fu colto dal desiderio di correre verso quel punto per scoprire di cosa si trattasse, ma il richiamo di Emil e del suo gabbiano finì col distrarlo, a tal punto che, di quella luce, non ne avrebbe avuto più memoria sino alla terza occasione.

 

Torino, 1848.

All’età di 15 anni, Alfred Nobel iniziò un periodo di viaggi di studio, per approfondire la conoscenza della chimica. Molto portato per le lingue straniere, non ebbe difficoltà ad ambientarsi nelle diverse città che lo ospitarono. A Torino, un giorno del 1848, seduto ad un tavolino del caffè Bedotti, rifletteva sulla scoperta della nitroglicerina da parte di Ascanio Sobrero, decidendo che avrebbe raggiunto il suo mentore Jules Pelouze. Sommerso in questi suoi ragionamenti, percepì come una presenza accanto a sé. Stupito, toccò la sedia che aveva di fronte, che gli parve sbiadire leggermente, divenendo quasi trasparente ma, sentendola al tatto, si riebbe come da un sogno ad occhi aperti. Si guardò intorno imbarazzato, temendo che qualcuno lo avesse notato in quello strano atteggiamento, ma nessuno pareva avere interesse per lui. Tenendo le mani giunte poggiate sul mento, cercò di concentrarsi per riportare alla memoria un ricordo che gli parve attinente, ma restò solo una sensazione e si dimenticò anche di quel fatto.

 

Parigi, 1850.

Di ritorno da una lezione del professor Pelouze, col quale aveva discusso approfonditamente delle potenzialità della nitroglicerina, lo vide per la terza volta, e si ricordò così anche delle due precedenti. Gli apparve come una flebile fiamma che avvolgeva una figura dall’aspetto umano, diafana e all’apparenza fragile. Inizialmente urlò di terrore e si sarebbe voltato a scappare se le gambe glielo avessero permesso, ma era come paralizzato. Intuìto poi che quella visione non  aveva intenzioni minacciose, si placò e allungò una mano per toccarla.

«Non lo fare, Alfred. Se mi tocchi incrinerai l’equazione. Sarebbe irreparabile. Resta fermo dove sei e ascoltami. Sono qui per parlarti. Tu sei stato scelto.», gli disse lo strano essere, con voce pacata, tale da rasserenargli la paura.

«Chi sei? Non capisco.», chiese lui ritraendo la mano, ma ora con ossequio.

«Anche se ti dicessi chi sono, non lo capiresti. Non ora, almeno. Ma non è per questo che sono venuto. Porto notizie più urgenti, e riguardano il futuro. Abbiamo poco tempo, ti prego di prestare la massima attenzione. Guarda, ora ti mostrerò ciò che sarà.»

L’essere allungò verso di lui quella che gli parve una mano, sulla quale si formò una sfera di luce, dentro la quale fluttuavano immagini. E mentre, in preda all’angoscia, osservava quelle visioni terribili, la figura gliene spiegava il senso: «Verranno, Alfred. Improvvisi. E distruggeranno ogni cosa. Gli uomini decimati. La natura sterminata. La Terra distrutta. Saranno più forti, più veloci, più crudeli.»

«No! E’ impossibile! E’ un sogno! Un incubo! Io sto sognando. Voglio svegliarmi, svegliami!», gli gridò, implorante, Alfred.

«Non è un miraggio! Questo è ciò che accadrà se tu non cambierai le cose.», gli rivelò l’essere.

«Io? E cosa potrei fare io per fermare questo orrore?», protestò lui, incredulo.

«Prosegui negli studi che hai intrapreso. Perfeziona la scoperta dell’uomo chiamato Sobrero. Crea un’arma potente. Tale da sconfiggerli. Tu sei l’unico in grado. Salva il tuo pianeta! Salva te stesso e la tua specie!», sentenziò la visione e poi scomparve, lasciandolo inebetito nel mezzo della strada, a sferzare l’aria attorno a sé, chiamando l’essere a gran voce. Smise solo alla vista di una coppia che lo incrociò, compatendolo con la sguardo. «Sono impazzito!», pensò, «Non esiste altra spiegazione. Non può essere vero ciò che ho visto. Cosa posso fare? Cosa dovrei fare?», si disperò.

 

Stoccolma, 1864.

Un anno prima, Alfred aveva fatto ritorno a Stoccolma. Qui aveva avviato una fabbrica per la produzione della nitroglicerina. Da quell’incontro a Parigi, non aveva fatto altro che impegnarsi nello studio e nel perfezionamento di quel composto chimico la cui potenza distruttiva era pari alla sua instabilità. Quel giorno, si trovava nel laboratorio della Nitroglycerin A.B. insieme a suo fratello minore Emil.

«Il nostro detonatore, ormai, ha superato la soglia critica d’errore, lo possiamo considerare affidabile. Che ne dici, Emil?»

«Fratello, penso che queste tue invenzioni ci faranno diventare ricchi. Il nome dei Nobel risplenderà nella gloria dei tempi, come mai ha saputo fare nostro padre! Sono orgoglioso che tu mi abbia voluto coinvolgere in questa impresa!», gli disse commosso.

Fu proprio in quell’istante che qualcuno urlò. «Allarme! Aiuto! Ci attaccano!», gridavano gli operai del laboratorio. Alfred ed Emil accorsero e videro i loro colleghi a terra in pozze di sangue e tre esseri dall’aspetto deforme che, impugnando quelle che a loro due parvero delle spade di luce, colpivano a morte tutti quelli che gli si opponevano. E, mentre uccidevano, distruggevano tutto quello che c’era nel laboratorio.

Alfred sentì la vescica tremare, temette di farsela addosso. Guardò suo fratello, che piangeva incredulo: «Allora era vero! Quando mi raccontasti di quella visione ti presi per pazzo. Non ne ho mai parlato con nessuno, ma ho sempre temuto che fosse un principio di follia. Invece non mentivi. Sono venuti per la nitro. Sono venuti per fermare te!». Lo spinse giù da una scala: «Ti voglio bene, fratello mio! Salva il nostro mondo!», gli disse guardandolo dolce, mentre lui a fatica si rialzava dopo la caduta. Poi Emil corse incontro a quegli orrori con in mano un detonatore, mentre Alfred urlava implorandolo di fermarsi. Poi ci fu l’esplosione.

 

Geesthacht,​ 1866.

Alfred pianse di gioia, quel giorno. «Kieselguhr!», continuava a gridare, mentre stringeva il pugno in segno di vittoria. «Emil, fratello mio! Ce l’abbiamo fatta!». Era riuscito a stabilizzare la nitroglicerina, mescolandola alla farina fossile. «Ora abbiamo l’arma, Emil! Li possiamo battere!».

«Ce l’hai fatta!», disse improvvisa una voce dietro di lui. Si voltò trafelato, nel cuore un’ansia bambina, sorridendo nell’illusione che si creò nella mente, e che poi sentì morire, quando invece del fratello trovò davanti a sé la visione fiammante.

«Tu…», le disse, «Che altro vuoi da me? Perché appari solo ora? Dov’eri quando abbiamo combattuto la nostra battaglia? Dov’eri quando mio fratello è morto?», gridò scagliandosi contro di lei e colpendola con un pugno. Ma fu come schiaffeggiare il vento, poiché non aveva alcuna consistenza. Guardò la mano, aperta col palmo rivolto in alto, e la sentì pesante, poi guardò quell’essere, piangente. «Abbiamo vinto? Siamo salvi?», gli disse quasi come una preghiera, «Sono libero?».

Gli sembrò che la luce lo fissasse con gli occhi. Gli parve che la luce tremasse. Capì che la luce era turbata. Scoprì che la luce era terrorizzata. Emise un gemito simile ad un urlo, forte tanto da stordirlo. La visione si distorceva come un’increspatura nell’acqua. «Non dovevi toccarmi! Ti avevo avvisato! L’equazione si è incrinata!».

Alfred la osservava mentre si contorceva e si faceva trasparente: stava svanendo. «Produci l’arma! Prepara il mondo alla guerra.», poté dirgli poco prima di scomparire, lasciandolo solo con quell’incredulità e con la sua scoperta. Le avrebbe dato il nome di dinamite e il suo brevetto sarebbe stato alla base dell’impero commerciale che negli anni a seguire avrebbe costruito.

 

Parigi, 1888.

In meno di vent’anni, Alfred Nobel divenne uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo. Ma la ricchezza e il potere non lo appagavano. In questo periodo, la sua salute peggiorò e, ritenendo fosse la punizione per aver toccato la fiamma di luce, si chiuse in se stesso, allontanandosi ancora di più dall’umanità, vivendo dentro di sé il dubbio: desiderava salvarla davvero? Nemmeno la dolce compagnia di Sophie, con la quale ormai da tempo intratteneva una stabile relazione affettiva, era capace di placare le sue pene. Forse perché il suo cuore apparteneva in segreto alla contessa Kinsky von Sutter,  Bertha, sua segretaria e poi amica di penna, l’unica a cui pensò di raccontare l’ingrato compito che il Destino gli aveva affidato. O forse perché non solo il cuore, ma anche la sua anima appartenevano a un’altra donna, alla sua figlia terribile.

Ed era alla sua mostruosa creatura che pensava, poco prima che un telegramma gli comunicasse la morte di suo fratello Ludwig. Strinse forte nel pugno quella nota di morte e si lasciò cadere sulla sedia. Ripensando alla visione, sospirò: «Ho fatto ciò che volevi, ma ora muoio. Moriamo tutti. Non saprò mai se il mondo è salvo. Ma forse non merita salvezza. Di certo non la merito io…».

Il giorno dopo, leggendo un giornale, sentì come una fitta nel petto e gli mancò il fiato. Invece di trovare stampato il necrologio del fratello, vi lesse il suo, e le parole con le quali fu salutato quell’ipotetico commiato gli mostrarono il futuro che aveva costruito per l’umanità: Il mercante di morte è morto; Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri.".

Urlò tutto il suo dolore. Invocò la morte. Implorò la visione: «Perché lui? Perché non hai preso me?». E la visione lo ascoltò, e apparve e rispose: «Io avevo preso te! Tu eri morto. Ma quel giorno mi toccasti, e l’incrinatura dell’equazione ha provocato una sovrapposizione, e il tuo futuro ha rubato quello di tuo fratello. Ma non è questo il peggio.». Alfred la fissò con disgusto: «E cosa ci sarebbe di peggio?», le urlò mordendosi i denti. «Questo!», gli mostrò la luce. E lui vide la fine degli esseri umani, li vide uccidersi l’un l’altro, esplodendosi. Vide il proprio nome macchiarsi del sangue della Terra.

«No! Ti prego, no! Dimmi che posso rimediare! Dimmi che posso cambiarlo!», piangeva, in ginocchio di fronte a quell’essere. «Mi dispiace!», gli disse evanescente, «Ciò che hai visto non esiste più! Io non sono un testimone. Sono in fuga. Non esiste più un ritorno. Tutto è…per…duto…». E poi morì, spegnendosi.

 

Parigi, 27 novembre 1895.

«E’ sicuro che queste siano le ultime volontà?», gli chiese il notaio, prima di prenderne ufficialmente atto.

«Sì, non ho alcun dubbio», gli rispose Alfred Nobel, firmando il suo lascito testamentario all’umanità, col quale istituiva cinque onorificenze per gli uomini che avrebbero saputo distinguersi nella fisica, nella chimica, nella medicina, nella letteratura e nella pace, i cinque campi fondamentali dell’evoluzione umana: la sua ultima possibilità di riscrivere un futuro che sapeva non esistere.

«Un’arma!», pensò durante il viaggio di ritorno al Nido, la sua villa sulla costa ligure, «Mi disse di creare un’arma. Ma io non capii. Eppure ero uno scienziato. Ma la verità, che pure avevo di fronte agli occhi ogni giorno, non l’ho vista. L’uomo non aveva bisogno di una forza per distruggere, ma di un potere per evolvere! Questo dovrà essere. Questo sarà il mio retaggio.»

 

Alfred Bernhard Nobel morì, per un’emorragia cerebrale, il 10 dicembre 1896 nella sua villa di Sanremo. Poco prima di perdere definitivamente i sensi gli parve di vedere una luce sorridergli.

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

L’idea mi è piaciuta. L’essere, e gli esseri con la spada di luce, e l’incrinatura dell’equazione del tempo, elementi fantastici inseriti bene nelle vicende reali del protagonista. Mi è piaciuto anche il racconto, ma solo da “Parigi” in poi.

Probabilmente non me lo so spiegare ma istintivamente mentre leggevo ho avuto l’impressione che il racconto, parlando di narrativa, inizi solo a “Parigi, 1850”. Quello che precede è reso con uno stile un po’ troppo, ecco, biografico.

Avrei evitato la premessa fatta nei primi due paragrafi perché sebbene vaga è comunque un’anticipazione di quello che mi aspetta. Certo, non mi dici l’elemento fantastico, e quindi continuo a leggere.

Poi i paragrafi “San Pietroburgo” e “Torino” sembrano un po’ troppo un resoconto biografico eccetto per l’entità evanescente che tanto torna nel paragrafo “Parigi” dove si sarebbe potuto iniziare tutto e sarebbe stato sufficiente far capire che era il terzo incontro con quell’entità. Infatti da Parigi in poi la musica cambia, e cambia moooolto bene, per me almeno è più narrativa e meno biografia.

Problema analogo nella conclusione, ultime quattro righe, che potrebbe anche essere eliminata, almeno secondo me.

È come se avessi ceduto alla tentazione di “spiegare esplicitamente” il perché della tua idea e il relativo racconto.

 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Intanto grazie! In effetti il mio intento era quello di inserire il fantastico nella biografia, quindi ho cercato di mantenere uno stile appositamente non enfatico. Volevo poi raccontare tutta la vita sino alla morte, per questo ho optato per quel finale. Da vent'anni avevo in testa questa storia, per questo il gioco mi ha appassionato tantissimo.

Ritratto di Gana Mala

Come sempre Pilgrimax è stato molto chiaro, anche io ho iniziato ad apprezzare quando, effettivamente, è cominciata la narrazione. Sullo schema biografico sono un po' in bilico su cosa pensare: se un'idea carina e curiosa, o qualcosa che allunga il brodo inutilmente.
Devo dire che, tra i tuoi giochi, questo è quello che ho apprezzato di più. A differenza dei racconti precedenti, questa volta non mi sono persa e seguito la lettura senza intoppi.
Ho particolarmente gradito la scelta del personaggio, in effetti ispira tante storie.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Pian piano imparo anche io! :P Sto lavorando sullo "scrivere per gli altri" invece che per me stesso come mio solito, quindi ti ringrazio per il tuo commento. Sullo stile è stata proprio una scelta ma a quanto pare non ha premiato particolamente.

Ritratto di masmas

Sì lo stile a tratti è più biografico - raccontato che vera e propria narrrazione. D'altra parte altrimenti sarebbe stato un libro intero. La storia è interessante e ha una bella trama, certo come dicevo ad esempio la morte del fratello fugge via ed è poco empatica, se appunto fosse un lungo racconto immagino sarebbe un capitolo a se con un climax e un epilogo interno.

Alla fine comunque è gradevole.

Ritratto di Kriash

Bella l'idea di suddividera la vicenda, cosa che tiene alta l'attenzione sulla vicenda e la lettura. Anche qui però (come nel precedente) si sente molto l'effetto enciclopedia seppur meno evidente per l'inserimento di dialoghi. Piccolo suggerimento (che poi va a gusti ma lo dico ugualmente): quando fai i dialoghi non c'è bisogno di specificare sempre chi sta parlando o cosa sta facendo. Al massimo stacca queste due azioni senza aggiungere un "disse" o "pensò" (qui addirittura il dialogo non cisarebbe nemmeno visto che pensa ma non parla).

Ritratto di Seme Nero

A me l'effetto "nota biografica" non ha dato fastidio, lo trovo adatto a una sfida come questa, semmai.

Ho un dubbio per quanto riguarda l'aspetto storico, ma dovrei controllare e intanto ti chiedo, nel caso la tua fosse una modifica voluta: a quanto ne sapevo Nobel inventa la dinamite come supporto all'attività mineraria.

La cosa che mi è piaciuta meno sono i dialoghi. Poco genuini, battute classiche che bene o male si ritrovano in qualsiasi dialogo.

In generale una buona prova, decisamente il tuo racconto che mi è piaciuto di più finora.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Oddio, credo di non aver tradito l'origine storica della dinamite, quantomeno non l'ho negata. Se l'ho fatto o anche sembra ho toppato alla grande! I dialogjo diciamo che hanno seguito il ritmo del racconto. Volevo proprio qualcosa di poco enfatico. Però se risultano banali allora ho peccato proprio.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Per me è una buona prova. E mi incuriosisce e diverte molto lo sforzo di adattare i lproprio timbro a ciò che si racconta. L'ossatura biografica è una buona scelta per incastrare gli ingranaggi fantastici. Forse la semina dell'elemento fantastico, surreale è troppo irregolare, compare e ricompare a tratti, non impregna omogenea. Dati i tuoi precedenti giochi, la gestione di queste corde mi ha incuriosito: dalla costruzione fitta e dedalica (che a me non dispiace) a un tono lineare e pesato bene per una biografia.

Molto curioso di leggerti in nuove evoluzioni. sisi

 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie! Non sapete quanto mi è costato. Per tanti questo è il mio racconto che più li ha convinti,per me è quello che sento "meno mio", non so se riesco a farmi capire. Ma non voglio dire che non mi sia piaciuto scriverlo, anzi. Ho proprio cercato questo stile e forse ho interpretato in modo troppo ristretto il regolamento (eh eh) e alla fine ne è venuto un ibrido che ha convinto a metà.

Ritratto di Borderline

A livello logico c'è un po' un'incongruenza, fra l'inizio in cui si rivela un potenziale attacco di esseri che vogliono sterminare l'umanità e la Terra tutta (che effettivamente compaiono alla morte di Emil) e la fine in cui la minaccia sembra rientrare nei ranghi del vero, con guerre fra uomini e l'istituzione del premio Nobel. È insomma un fantasy a metà, forse non hai voluto osare per paura di modificare troppo la biografia, ma con l'espediente dell'equazione e del tocco all'essere avresti potuto davvero cambiare il corso della storia, o quantomeno mantenere due piani, quello reale e quello del what if :). A livello di mera scrittura, è una buona prova e si legge agilmente.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Più che altro avevo la "necessità" di non tradire la biografia, per restare nel gioco. Però l'incongruenza non c'è perché con la creazione dell'arma gli umani vinceranno la loro battaglia contro gli invasori, salvo poi finire per usarla contro se stessi. Insomma, di male in peggio. Questo è il senso che ho voluto dargli, però questo tuo travisamento mi fa pensare che qualcosa devo aver sbagliato se ho creato l'equivoco.