Siebenbürgen (Grilloz)

«Dove andiamo ora?»

«Non lo so…»

Il ragazzino si guardò attorno, il bosco era scuro e il sole stava iniziando a tramontare.

«Cerchiamo qualcosa da mettere sotto i denti, intanto», continuò.

La bimba lo guardò pensierosa stringendosi lo scialle attorno alle spalle. Gli occhioni azzurri luccicarono nell’ombra.

«Avremmo potuto mangiarla».

«Marcia com’era ci avrebbe avvelenati. Mi pare ancora di sentirne l’odore».

«A me le urla».

Rise. Poi si voltò verso il bosco.

«Lo senti anche tu?»

«Cosa?»

Lei non rispose. Rimase un momento assorta, poi si inoltrò tra gli alberi.

«Ehi, Gretel, aspetta! Dove vai?»

La guardò allontanarsi, rimanendo con la mano allungata in avanti come per afferrarla, fino a quando il corpicino della bambina sparì nell’ombra. Solo allora le trotterellò dietro.

La raggiunse dopo qualche passo, ma lei non si voltò. Camminava con passo deciso, come se conoscesse la strada, immersa fin quasi alla cintola nel sottobosco. I radi raggi di luna che superavano l’intrico dei rami illuminavano appena il sentiero, eppure lei sembrava sapere dove posare ogni volta il piedino.

A un tratto gli parve di sentire il suono di un flauto trasportato dal vento. Le note erano così lievi da non riuscire ad afferrarle e il desiderio di catturarle, di sentirne ancora, lo trascinò dietro alla sorellina.

 

* * *

 

Trovarono l’uomo seduto davanti ad un fuoco morente, il flauto ancora appoggiato al labbro. Portava un mantello fatto di pezze di differenti colori cucite insieme e a ogni movimento delle spalle pareva cangiare in una forma diversa.

«Venite, sedetevi accanto a me», disse l’uomo senza voltarsi.

I bambini si sedettero sul terreno muschioso accanto a lui.

«Avrete fame. C’è ancora un po’ di zuppa. Gretel, ti va di scaldarla? E tu, Hansel, andresti a raccogliere un po’ di legna nel bosco?»

Hansel si alzò controvoglia, la sorella aveva spostato la pentola sulle braci e iniziato a rimestarne il contenuto con un lungo mestolo.

«Come sai i nostri nomi?»

«So molte cose, ragazzo, su ora vai, al tuo ritorno ti racconterò la mia storia».

Aspettò che il ragazzo si allontanasse e si rivolse alla bambina.

«Ho sentito nell’aria la storia della vecchia strega».

Gretel tirò su col naso alzando le spalle.

«Cosa farete ora?»

«Torneremo a casa».

«E poi?»

«Li uccideremo». Fissò la zuppa ribollire. «Entrambi. Tutti gli adulti devono morire».

«Anche tu diventerai adulta, un giorno».

«No!»

«Sì. A meno che…»

E lasciò la frase in sospeso, strimpellando un paio di note col flauto.

«A meno che?»

«Conosco un luogo, oltre il Siebenbürgen, dove i bambini non diventano mai adulti».

La piccola alzò lo sguardo fissandolo con occhi spalancati e colmi di desiderio.

«Mi ci puoi portare?»

Rimase a guardarlo in attesa di una risposta che tardava ad arrivare. Da sotto il cappuccio intravvedeva i lineamenti dell’uomo appena illuminati dalle ultime braci del fuoco ormai quasi spento. Le labbra sottili, tirate, immobili.

«Forse…»

La voce parve provenire da un luogo lontano e rimase sospesa nell’aria per un lungo momento, poi prosegui.

«Tuo fratello non può venire. È troppo grande, ormai. Per questo non riusciva a sentire la musica».

Gretel annuì.

«Ascolta…»

La piccola avvicinò il volto all’uomo.

«Domani mattina lo accompagnerai al fiume a lavarsi e quando ti rivolgerà le spalle lo colpirai forte con una grossa pietra. Al resto penserò io. Poi ci incammineremo verso Siebenbürgen Affare fatto?»

In risposta allungò la manina e l’uomo la strinse.

 

* * *

 

Hansel tornò dopo un po’ reggendo una fascina di legna tra le braccia e la scaricò sulle braci. Gretel dormiva in un angolo avvolta in una pesante coperta. Si sedette accanto al pifferaio che con l’acciarino aveva preso a riappiccare il fuoco.

«C’è ancora un po’ di zuppa calda».

Il ragazzo riempì la ciotola e iniziò a mangiare.

«Hai promesso di raccontarmi la tua storia».

L’uomo soffiò sul fuoco che fece una vampa e stirò le labbra in un sorriso.

«Tutto è iniziato quando ad Hamelin è arrivata la peste…»

E raccontò di come si fosse offerto di scacciare i topi dalla città e di come il borgomastro si fosse, alla fine, rifiutato di pagargli quanto pattuito e di come lui poi avesse portato via tutti i bambini.

Parlò a lungo, con voce profonda e suadente, e Hansel rimase ad ascoltarlo in silenzio fin quando tacque col riverbero del fuoco sul volto e lo sguardo perso oltre il bosco.

Ascoltarono a lungo i rumori notturni, il verso di una civetta, il frusciare d’ali di una nottola e quando la voce dell’uomo ruppe nuovamente il silenzio Hansel sussultò.

«Non ritroverai mai la strada di casa».

«Che ne sai?»

«Questa volta non ci saranno sassolini o molliche di pane a guidarti».

Il ragazzo rimase pensieroso, poi rispose.

«Tu conosci la strada?»

«Conosco tutte le strade».

«Mi guiderai?»

«Ti darò questa», disse mostrandogli una vecchia mappa disegnata su un foglio di pergamena strafugnato, «in cambio…»

«Cosa vuoi?»

«Tua sorella».

Hansel guardò l’involto dormiente.

«Non so neppure se è davvero mia sorella… E sia!»

L’uomo sorrise e gli porse una boccetta di vetro scuro.

«Domattina trova una scusa per farle bere questo, io poi ti darò la mappa e ti lascerò andare».

Il ragazzo prese la boccetta senza dire una parola e cercò un cantuccio dove coricarsi.

Si accucciò in un angolo e osservò l’uomo che era rimasto a guardare il fuoco.

«Che ne è stato dei bambini?»

Il pifferaio sorrise senza rispondere.

«Farai lo stesso a mia sorella?»

«Non ti riguarda».

Si voltò e in breve cadde in un sonno profondo.

 

* * *

 

Il pifferaio si svegliò con un forte mal di testa. Il sole era già sorto da un po’ e filtrava tra i rami degli alberi. Si tirò su a fatica. Dalle braci ormai spente si alzava l’ultimo sottile filo di fumo. Dei bambini non c’era più traccia, si erano portati via anche le coperte. E la mappa.

Si toccò la nuca. Bruciava. Guardò la mano sporca di sangue rappreso.

«Maledetti!»

Prese tra le dita un rametto spezzato che trovò al limitare della piccola radura. Sfiorò il muschio che al tatto pareva quasi caldo. Annusò l’aria ispirando forte.

«Maledetti», ripeté in un sussurro e da sotto al mantello estrasse il flauto, ne carezzo la liscia superficie di legno e con movimenti lenti lo portò alle labbra.

 

* * *

 

«Dovevamo colpirlo più forte».

Il ragazzo la ignorò e continuò a cercare di leggere la mappa girandola e rigirandola tra le mani.

«Dovevamo tagliargli la gola».

«Stai tranquilla».

«Ci troverà».

«No. Tieni».

Le porse due palline di cera che aveva masticato lungo il tragitto fino a renderle morbide e calde. Lei le prese titubante storcendo il naso al contatto della saliva di cui erano zuppe.

«Fai come me», le disse infilandosi altre tue palline nelle orecchie.

Lei lo guardò perplessa.

«Presto!»

Allora lo imitò e lo seguì verso il limitare nel bosco.

 

* * *

 

Aveva disposto i fiori viola in un piccolo vaso, le piaceva quel colore, così intenso, le dava un senso di leggerezza. Le radici, invece, erano raccolte nel mortaio di pietra e iniziò a pestarle con movimenti lenti e circolari.

Quella mattina era stata nel bosco, aveva perso tempo a cercarle, ma alla fine ne aveva raccolte abbastanza, almeno il doppio del necessario, e ora non le restava che finire la preparazione.

Aconitum napellus. Ripeté il nome latino facendolo scivolare sulle labbra, aveva un sapore dolce-amaro. Strizzo gli occhi e controllò il composto. Era quasi pronto, non restava che aggiungerlo alla zuppa che ribolliva sulla stufa.

 

* * *

 

Abbandonarli nel bosco era stata una pessima idea. Il pane non sarebbe bastato comunque; avrebbero potuto almeno venderli in paese. La piccola con quei suoi occhioni azzurri e quei riccioli biondi avrebbe fruttato un bel gruzzoletto. Il ragazzo valeva poco, gracile e scansafatiche com’era, ma un pasto caldo l’avrebbe messo insieme, magari anche una puntata al bordello.

Ripensò con odio alla donna: ogni volta che le aveva dato ascolto era finita male, e poi si era stufato di lei, era ingrassata e la sera era sempre ubriaca.

Tornò a piallare la tavola di legno con movimenti secchi e decisi, imprimendo più forza del dovuto, mentre trucioli di legno si depositavano sul pavimento di pietra.

“Farò come con quell’altra”, pensò mentre lo sguardo gli cadeva sull’ascia. Ne aveva rifatto il filo appena il giorno precedente, prima di far legna nel bosco.

“Un colpo secco alla base del collo” .

Il volto esanime della madre di Gretel si riaffacciò alla sua memoria. Pensava ormai di aver sotterrato quei ricordi, come aveva fatto col corpo, in un luogo dove neanche i cani randagi l’avrebbero mai trovato. Quella prima, invece, l’aveva annegata nel fiume, ma dei contadini a valle avevano ritrovato il corpo alcuni giorni dopo e gli era toccato inventarsi una storia.

Si alzò dallo sgabello e andò a ricontrollare il filo. Una goccia di sangue gli adornò l’indice come una perla carminia. Si guardò attorno soddisfatto, c’era abbastanza segatura a terra per ripulire tutto il sangue. L’indomani sarebbe sceso in paese pulito e profumato e avrebbe trovato una nuova donna, più giovane e vogliosa.

In quel momento la porta si aprì facendo entrare una folata di vento gelido.

«Ti ho portato la zuppa, avrai fame».

E posò la scodella sul tavolaccio in mezzo ai trucioli fissandolo con un radioso sorriso.

Il boscaiolo la guardò contrariato, ma prese lo sgabello e si sedette davanti alla ciotola iniziando a sorbirne il contenuto con grosse cucchiaiate.

La moglie rimase accanto alla porta, immobile, sorridendogli affabile.

“Appena si volta…”, pensò lui, controllando con la coda dell’occhio che l’ascia fosse sempre al suo posto.

All’improvviso un senso di profonda angoscia gli invase le viscere, il cucchiaio gli cadde di mano andando a macchiargli i pantaloni. Gli parve che la pelle del viso si ritirasse fino a strapparsi a mostrare le sue carni nude. Annaspò cercando di mordere l’aria e cadde all’indietro contorcendosi in spasmi scoordinati.

«Cosa ti succede, amore?», disse la moglie con voce preoccupata, ma un sorriso le sfuggì dalle labbra e allora si lasciò andare in una risata sguaiata mentre guardava il marito contorcersi disperato sul pavimento, fino a quando sputò fuori l’anima e rimase inerte.

 

* * *

 

Trovarono la matrigna addormentata sulla sedia in cucina, il fiasco di vino vuoto rovesciato sul pavimento. Russava. Lei almeno era ancora viva.

Il corpo del padre riverso nella segatura gli aveva lasciato un senso di rimpianto. Avrebbero almeno voluto vederlo dimenarsi nel suo vomito mentre riversava le budella fuori dalla gola. Erano arrivati tardi per lui, la donna li aveva preceduti, ma per sistemare lei c’era ancora tempo.

Hansel estrasse dalla tasca il rasoio che aveva preso al padre poco prima e posò la lama lucida sul collo della donna.

«Fermo».

Guardò perplesso la sorella mentre gli sfilava dalla mano il rasoio e lo infilava sotto alla mantella.

«Ho un’idea migliore», gli disse con un sorriso malizioso, indicando il forno del pane.

Hansel sorrise di rimando.

La donna si lamentò appena mentre le legavano caviglie e polsi, come se nel suo sogno fosse giunta la percezione della fine imminente.

Il ragazzo prese uno strofinaccio, lo arrotolò e glielo legò sul volto a mo’ di bavaglio, poi la trascinarono per i piedi fino al forno, facendone strisciare il corpo sul pavimento senza curarsi della testa che sbatteva a destra e manca. Qui la sollevarono di peso e la infilarono dentro spingendo con forza fino a quando tutto il corpo fu dentro.

Hansel accese il fuoco e fece per chiudere lo sportello di ghisa.

«Aspetta».

Si voltò a guardare la sorella che aveva un sorriso ambiguo stampato sul volto.

«Toglile il bavaglio, voglio sentirla strillare».

Il ragazzo si mise a ridere e slacciò il nodo che tratteneva lo straccio sulla bocca.

La donna in quel momento aprì gli occhi ancora annebbiati dall’alcool e farfugliò qualcosa di incomprensibile, poi, con un movimento improvviso del collo, cercò di mordergli la mano.

Hansell fece un salto all’indietro ma rimase un momento a godersi il terrore negli occhi della matrigna prima di sbatterle lo sportello sul muso.

 

* * *

 

Sentì le urla agghiaccianti da lontano e gli ultimi passi per raggiungere la casa del boscaiolo li fece con un’andatura più svelta, ma senza perdere la calma che lo aveva accompagnato fino a lì. Trovarli non era stato così difficile, dopotutto sapeva dov’erano diretti.

Quando arrivò alla finestra, le urla si erano fatte più deboli e disperate. Guardò attraverso il vetro bisunto l’immagine deformata dei due ragazzi che ridevano e ballavano. Avrebbero potuto essere due ottimi allievi ma, ahimè, nessuno dei due avrebbe visto una nuova alba.

Sfilò il flauto e iniziò a suonare.

 

* * *

 

La donna aveva smesso di gridare. Peccato, ci aveva preso gusto. Hansel sfiorò la boccetta che teneva in tasca: doveva solo trovare una scusa per farla bere alla sorella, poi, chissà, avrebbe potuto venderla, o divertirsi un po’ prima. Rimase un momento a osservarla pensieroso.

Lei si voltò e smise di ridere. Hansel era quasi adulto e quello che vide negli occhi di suo fratello fu quello stesso sguardo lascivo che aveva visto negli altri. Sarebbe diventato come loro, avrebbe fatto le stesse cose, come il padre, come gli uomini che venivano la sera, quando fuori era buio, e la costringevano ai loro giochi mentre la matrigna guardava ridendo.

In quell’istante sentì nell’aria una nuova melodia. Ricordava quella che aveva sentito nel bosco quando aveva trovato il pifferaio, eppure era diversa.  Era come se le note le parlassero, anzi, le ordinassero di agire, un ordine a cui non poteva e non voleva resistere.

Osservò il pomo d’Adamo di Hansel muoversi mentre deglutiva.

In tasca aveva ancora il rasoio del padre e ora sapeva cosa fare.

Commenti

Ritratto di Sa_Jana

Questo è uno di quelli che mi piacciono di più, per l'opera dissacratoria della fiaba e dei suoi personaggi, che da vittime diventano carnefici. In un certo senso hai recuperato lo spirito originario delle fiabe ( che erano spesso violente e diverse da come le abbiamo lette ) però togliendo loro la morale.

Ritratto di Gana Mala

Ottimo crossover, ben riuscito, mi sono proprio gustata le lettura :)

Ritratto di Edera82

Sembra quasi che il Grillo parlante abbia voluto raccontare una nuova storia! (perdona il gioco col tuo nick).
Mi è piaciuto molto, scorrevole, cattivo ma non cruento. La narrazione permette di immaginare gli ambienti, le espressioni, persino gli odori! Grande!

Ritratto di Alessandro Pilloni

Idea geniale, scrittura perfetta, ritmo e schema ottimi. Poco da dire, bella lettura davvero.

Ritratto di Pilgrimax

Davvero una bella pensata, dall’incrocio narrativo alla rivisitazione di personaggi e ambientazione per questo gioco, resa molto bene da una scrittura attenta che sviluppa ogni dettaglio. Buona anche la struttura orchestrale, chiara e che si fa seguire. Anche io ho molto apprezzato.

Ritratto di masmas

Hai incastrato un po' di favole coi personaggi in versione dark. Chissà costruendone una versione ben più lunga cosa verrebbe fuori.

Ritratto di Borderline

Non c'è nulla di più cattivo di una fiaba :). Bell'esperimento, in fondo i personaggi hanno solo interpretato il ruolo per cui sono nati ma immersi in un contesto meno nebbioso di quello in cui li abbiamo conosciuti. Il pifferaio di Hamelin è sempre stata una delle mie fiabe preferite, insieme all'usignolo dell'Imperatore, proprio perché non si capisce realmente se siano personaggi positivi o negativi. Sicuramente hanno dei segreti, proprio come i personaggi che compaiono nella tua storia.

Ritratto di Sa_Jana

OT
Finalmente qualcuno che conosce L'usignolo dell'imperatore :)

Ritratto di quatipua

Bravo!
e t'invidio l'idea del crossover :)

 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Adoro vedervi aggiungere un passo al percorso evolutivo sia riguardo ai modi che in relazione alla struttura narrativa.
Un crossover onesto e ben riuscito. Io un pensierino me lo farei, ma ora abbiamo da sfreddare ancora caldaie a vapore! ;)

Ritratto di Seme Nero

Che figata.

Cioè...

Che figata.