Sacrificio carnale (AlePilloni)

LUI. Chi sono? Perché sono? Dove vado? Perché vado? Strane domande. Si

strazia il cervello con inutili complicati rompicapi. Non sa nemmeno cosa sia, la
filosofia: una malattia? Fruga dentro il suo animo. Inutile. Vuoto. Profondo.
Nero pozzo senza fondo. Infinita latrina dentro la quale cagare psichiche turbe
e bestiali violenze. E’ niente. E’ il palo contro cui sbattere. Il semaforo da non
rispettare. Il buco di culo da perforare. L’orecchio contro cui urlare. Il brufolo
da schiacciare. Il dio contro cui bestemmiare. E milioni di altre inutili
similitudini. E’ niente. E lo sa. Ma oggi sarà. Oggi anche lui dirà la sua al
mondo. Oggi lo farà. Lo desidera da tanto. Al solo pensiero trema tutto dentro
il flaccido corpo. Lo farà. Perché lui vuole così. Perché lui gli ha detto di farlo. E
lui è pronto ad obbedire al comando. Oggi sarà. Ben oltre la merda quotidiana.
Ben oltre la piccola insignificante caccola che rappresenta nel mondo. Gli
rimbomba nella testa una voce. La sua. Il comando. Devi farlo! Lo farò! Vuoi
farlo? Lo voglio!
Oggi sarai il numero uno! Oggi sarò il numero uno! Oggi sarai l’inizio e la fine.
Oggi sarò la fine.
Si spegne la sigaretta contro il palmo della mano destra. Si sente orgoglioso.
Sta per farlo. Mamma, se potessi vederlo! Tuo figlio sarà. Compirà l’ultima
grande azione. Darà il colpo di grazia. Oggi tuo figlio rappresenterà l’uomo in
assoluto sul palcoscenico del più grande teatro dell’universo. Bacerà il sole
sulla fronte. Leccherà il culo alla Luna. Oggi tuo figlio sarà. Oggi tuo figlio non
sarà più. Oggi le spaccherà la figa a colpi di martello. Il suo più grande
desiderio. Oggi è il suo compleanno. Diciannove candeline. Diciannove
candelotti di dinamite. Oggi è la sua festa. E lui festeggerà. Oggi sarà. Inizio e
fine. Inizio. Fine.
Si muove. Chi sono, dove sono, dove vado, perché vado. Dentro di lui il vuoto.
Dentro di lui la totale assenza. Dentro di lui il nulla. La fine.
Lei spegne la luce della piccola stanza, la bambina resta chiusa dentro. Ora
non piange più. Ora crede. Ora ha le stimmate. La suora chiude la porta. Due
giri di chiave. La appende al muro. Lei non sa. Se sapesse! Ma lei non sa. Ma
anche se sapesse… Sarà compartecipe dell’inizio e della fine. Sarà distrutta.
Sarà l’inizio. Sarà l’inizio della fine. Darà inizio alla fine. Attraversa un breve e
scuro corridoio. Spinge delicatamente la porta. Le si richiude alle spalle.
Qualche passo. Si inginocchia. Di fronte all’altare. E dentro all’altare il
tabernacolo. Con l’ostia consacrata. Il corpo di Cristo. Oggi dovrebbe chiudere
lei il portone della piccola chiesa. Dopo che avrà pregato chiuderà. Per sempre.
Lui apre la porta della piccola chiesa. Silenziosamente. In modo discreto.
Poiché entra nella casa di Dio. Dove sono d’obbligo discrezione e silenzio. Lei
sta li. Inginocchiata di fronte all’altare. Lui cammina verso di lei. I passi
rimbombano in tutta la stanza. Lei li sente…Ti avevo detto di non fare rumore,
coglione! Lei ti ha sentito. Scusa. Lui ordina e lui obbedisce. E se sbaglia chiede
scusa. Le arriva di fronte. Le si inginocchia vicino. “Salve, sorella…” - “Salve,
fratello…è tardi…tra poco chiuderò la chiesa…” - “Farò in un attimo, sorella… E
poi non è mai tardi per pregare… Non è mai abbastanza…”. Non ne avrai mai
abbastanza… - “Belle parole, fratello… Pregherò con te, le nostre preghiere
insieme saranno più forti…”. Lei non può immaginare. Lui, si. Perché così ha
ordinato. Lui, si. Perché deve obbedire. Lui, no. Perché è da tutt’altra parte a
festeggiare il suo compleanno.
“Sorella, ha finito di pregare?”. Lei si volta ed incontra il suo sguardo. Mai
potrebbe immaginare. “Si, fratello..spero che Dio accolga le nostre preghiere…
Mi aiuterebbe a spegnere le luci e a chiudere il portone?” Si alza e si volta.
Dandogli le spalle. Perché non dovrebbe farlo? Lei non immagina. OH, DIO;
perché permetti che accada? Lei rabbrividisce. Al solo sentire la sua voce.
Lei rabbrividisce. Al solo sentire quella melodia distorta. Le si ghiaccia il
sangue. Al solo sentire le parole che canta. Una fitta al fianco destro. Si piega
sulle ginocchia. Sente il sapore della sua scarpa destra contro la bocca. Cade a
terra. Semicosciente, ma purtroppo ancora cosciente. La colpisce ancora. Un
altro calcio. con la punta del piede, contro la coscia sinistra. Le è sopra. E lei lo
vede. Lei lo sente. Non lo avrebbe mai immaginato. Ora invoca Dio perché
allontani da lei quel calice. Devi bere! Non voglio… berne… E lui canta. Un
motivo assurdo. Volgare. Violento. “Che sensazione proveresti…”. Un pugno.
Un altro. Un altro ancora. Le labbra gonfie a dismisura. Il sangue le inonda il
viso. L’occhio destro si spegne. Il sinistro purtroppo no. E vorrebbe spegnere
anche quello. Ma vede. Dio dov’è? Una fitta tremenda alla testa. Come un
chiodo nel cervello. Il primo. “…nel sapere che mi masturbo pensandoti?…”. Le
strappa l’abito. Via il velo. Capelli sciolti. Poi giù. Il seno. …Che vorrei
toccarti…”. Lo scopre. Si abbassa su di lei. Le lecca il capezzolo destro. Poi
quello sinistro. Poi torna su quello destro e ci sbava sopra. Lei cerca di colpirlo
con la mano destra. Lui risponde con un rovescio sui denti. Chiama Dio. Dio
dove sei? Una fitta tremenda alla testa. Come un chiodo nel cervello. Il
secondo. “…leccarti tutta…”. Le stringe i seni con le mani. Forte per farle male.
Lei urla, mentre tossisce e sputa sangue. Le si china sopra. Ancora. Con i denti
le afferra il capezzolo destro. Le morsica il capezzolo destro. Con forza. Tira e
strappa. Un dolore immenso. Pazzesco. Rosso come il sangue che fuoriesce
dall’areola e le inonda il petto. Lui ingoia con orgoglio il piccolo e fine
cilindretto. Guarda, madre! Tuo figlio oggi sarà! Prega Dio. Dio dove sei? Una
fitta tremenda alla testa. Come un chiodo nel cervello. Sempre più grosso.
“…penetrarti in ogni posizione…”. Con le mani afferra i brandelli d’abito che le
coprono il ventre e strappa via con forza. Mutandine bianche, caste senza
pizzo. Via anche quelle! Alza il braccio destro. Chiude la mano. Dritti solo il
medio e l’indice. Le siede sopra le ginocchia. Carica il colpo. “…spingere sino a
farti male…”. Con cattiveria. Con crudeltà. Con incredibile forza. Infila le due
grosse dita dentro la sua vagina. Le sue grosse e lunghe dita. Distruggendole
l’imene tra schizzi di sangue. Urla. E prega Dio. Dio, dove sei? Una fitta
tremenda alla testa. Contorce il viso. Come un chiodo nel cervello. Il quarto.
Sempre. Più grosso. Sempre più in fondo. “Sentirti gridare…”. Spinge ancora
con forza. E ruota la mano su se stessa. Estrae e reinfila. Prima due, poi tre,
poi quattro dita. Le spaccherà la figa a colpi di martello. Ma, dopotutto, è un
coglione. Anche se oggi sarà. E’ pur sempre un coglione. Ha dimenticato il
martello. “…farti provare dolore…”. Ne farà a meno. Slaccia. Abbassa pantaloni
e mutande. Il pene già duro come l’acciaio. Preparati. ARRIVA! “…sentire con
la punta il battito del cuore…”. Forse non arriva a toccarle il cuore, ma ha
l’impressione di averle perforato l’utero. Lo tira fuori. Tutto sporco di sangue.
Si muove carponi e le si siede col culo scoperto sopra il seno. Ormai lei non
capisce più nulla. Il suo pensiero è altrove, lontano. Prega Dio. Dio, dove sei?
Una fitta tremenda alla testa. Come un chiodo nel cervello. Un altro. Troppo
grosso. Troppo in fondo. Si masturba sopra la sua faccia. E le viene sulle
labbra, sulla lingua, dentro la bocca. Uno schizzo le colpisce l’occhio sinistro.
Una densa coltre biancastra le offusca la vista. Si pulisce coi suoi capelli. La
fitta si fa sempre più forte. Il chiodo sempre più grosso. Si alza da lei e va
all’altare. “…non mi fermerò finchè non vedrò sangue…”. Afferra un candelabro.
Lascialo! C’è di meglio. Più adatto alla situazione. La fitta si fa insopportabile.
Se ci fosse qualcuno a cui chiedere aiuto lo avrebbe già fatto. Afferra il
crocefisso con entrambe le mani. Sopra di lei. “…Sei tu il mio angelo…”. La gira
pancia a terra. Prende bene la mira. Prega Dio. Dio, dove sei? Potessi chiudere
gli occhi! Non voglio vedere. La fitta: mortale. Dottore! Ho bisogno di un…
dottore! Le infila il crocefisso nel buco del culo. Una. Due. Tre. Quattro volte.
Una per ogni braccio. Cascata di sangue tra le cosce. Ormai non è più di questo
mondo. Si china ancora su di lei. “…o il mio demone tentatore?…”. Ad ogni
movimento del braccio dal crocefisso volano via gocce di sangue e pezzi di
cervello. Glielo lascia conficcato dentro la testa fumante. La fitta si fa infernale.
L’ultimo chiodo perfora il cervello. AIUTO! AIUTATEMI! Un dottore, presto!
UN DOTTORE! Sto morendo… …muo...io… L’inizio della fine. LA FINE.
L’assassino si riveste. Si avvicina al tabernacolo. Lo apre. Tira fuori l’ostia
consacrata. Il corpo di Cristo. Lui glielo ha ordinato. Lui lo farà. Lo tiene tra le
mani. Ci piscia sopra. Lo butta via. Lo calpesta. Un altro chiodo nel cervello.
Non c’è più cervello… Esce dalla chiesa orgoglioso. Madre, oggi tuo figlio è
stato. Lui ha ordinato. Lui ha eseguito. Oggi tuo figlio è stato. E’ stato l’inizio.
L’inizio e la fine. L’inizio della fine. La fine…….
 

ALEX. Vento. Silenzio. Deserto. Sole come lampadina. Fulminata. Spenta.
Addio… Piccioni come corvi. Beccano cervelli. Il vento solleva polvere e sangue.
E sbatte le porte. E c’è silenzio.
Si sveglia che ha ancora lo stomaco pieno di birra. Il sole è già alto. Passa un
po’ prima che i suoi occhi si abituino alla luce. Filtra dalle persiane. Viso e mani
sporche di sangue, anche i capelli. Sporco e puzza di sudore. Si guarda
intorno, mezzo rincoglionito. Ricorda poco o nulla di ieri notte. Non ricorda più
da quanto tempo è in viaggio. Ricorda solo quella data: 4 Marzo. Si alza a
fatica. Le mani gli tremano. Dolore al ginocchio destro. Una scheggia di vetro.
Gli si deve essere conficcata molto in profondità, perché urla di forte dolore
quando la strappa via. Non pensa di fasciare la ferita. “Potrei anche avere
fortuna… e morire dissanguato…”, ride amaro. Si volta verso la ragazza,
immersa in un mare di sangue. Il taglio che ha sul collo è una profonda
voragine; parte dalla nuca e giù fin sotto il mento. “Beh… credo tu sia morta…
avresti fatto meglio a cedere subito… come ti avevo detto… fredda, poi, facevi
anche più schifo…”. Si china su di lei. Le labbra unite portate all’esterno, come
voglia darle un bacio. Invece riempie la bocca di saliva. E una fine colonna,
dentro l’occhio, spalancato e immobile. E una volta pieno, cola e riga la sua
guancia come stesse piangendo: “Ecco!… ora anche le lacrime… Sei proprio
incredibile… sta a vedere che ti sei innamorata di me!… Ma tu sei una troia…
Anzi, una troia morta!…”. Sbuffa. Le siede accanto. Il letto su cui ha dormito è
morbido e profumato: “Chissà chi ha abitato in questa casa…tu che ne dici,
boccuccia di rosa?… Ricchi… tutte queste stanze… E’ ancora tutto in ordine…
ammesso che sia disabitata da pochi giorni… Mi chiedo dove pensino di
fuggire… Forse c’è ancora chi crede di potersi salvare… Non c’è salvezza!…
Altrimenti il mio viaggio non avrebbe senso… Tu, comunque, non hai più di
questi problemi… e devi ringraziare me per questo… Adesso però scusami…
devo lavarmi e togliermi di dosso questo sangue… Il mio viaggio è ancora
lunghissimo… e devo arrivare presentabile.”. Bagno spazioso. Acqua che scorre
ancora nei tubi. Così pure luce e telefono ancora in funzione: “Si dovesse
chiamare un parente lontano…”. Comunque è certo che gli impianti non
potranno restare in funzione per sempre, senza l’ausilio dell’uomo. Tra qualche
giorno ci sarà il regresso. “O forse i prestigiatori… forse sono loro a tenere
ancora in funzione i sistemi… con la loro magia..STRONZI!!…”. A trentadue
denti. Risata.
Fa la doccia, cambia i pantaloni, lava la maglietta. Poi, un ultimo saluto a lei.
La bottiglia con la quale le ha aperto il collo è ancora li, accanto al letto. Le
altre birre sono in cucina: “Ciao… io devo andare… Prima però ti volevo dire
una cosa…”, sorride, “Lo sai che hai proprio una faccia di cazzo!?!… E lo sai, io,
cosa gli faccio alle facce di cazzo? NO?!… Non lo sai?…IO…Io ci piscio sopra!”
E le innaffia il viso. Cercando di colpirle la bocca. E ci infila il pene dentro.
Canticchiando versi e frasi oscene. E sorride, come se dovesse spaventare la
Morte.
 

ZANDER. Altrove, Zander lascia che il vento gli accarezzi i capelli. Sta lì,
seduto, con gli occhi contro il sole. Come a volerlo sfidare, come a chiedergli
perché. Non crede in Dio, però è convinto che in questa maledetta storia ci sia
il suo zampino. Suo o del Diavolo. Ma forse il diavolo è lui stesso. Forse è la
rabbia che ha dentro. Forse è la fine del mondo, e anche del suo. Forse lui è il
re di tutta questa violenza. Forse è la colpa assoluta, o l’innocente che non
c’entra un cazzo e torna per fare vendetta. Forse non è più nulla. Forse non lo
è mai stato. Forse sono solo i suoi sogni e le sue paure. Ma un perché ci deve
essere. Qual è il suo ruolo in tutto questo? Tutta la rabbia e la cattiveria che ha
dentro. Questa sua voglia di sangue e violenza: no, non possono essere
umane. O sono un diavolo o un dio impazzito, pensa. E forse questo è il suo
momento di gloria. Forse questo è l’apice della sua esistenza. Si guarda intorno
e gode. Gioisce nel vedere il nulla che lo circonda. Anche Zander è in viaggio.
Destinazione inutile. Un posto vale l’altro. Al morto non fotte nulla del luogo di
sepoltura o della preziosità della cassa. Anche perché nessuno piangerà per lui.
Tornerà ad essere polvere e il mondo gli brucerà insieme. La natura ha
elaborato una contorta auto esecuzione. Vede la gente piangere e farsi inutili
domande. Lui non pensa più a nulla. Zero è il suo futuro, zero sarà. Ha solo
tanta rabbia in corpo e la deve sfogare. Si alza e sconfigge il torpore che lo ha
catturato con l’aiuto dei raggi del sole. Si scrolla di dosso quel poco di polvere
magica che come forfora gli si è posata sopra, poiché si è fermato ad ascoltare
in silenzio i suoi pensieri. Lo tira fuori, così all’aria aperta, perché ha impellente
necessità di mingere….[COSA?!?]….mingere???… Cazzo che parolone!!!…[sei
uno studiato]… Coglione!! Parla come cazzo mangi!!…[pisciare, devi dire
pisciare!]… Piscia all’aria aperta perché ne ha voglia.
In quell’istante gli passa davanti una ragazza dai capelli ricci, lunghi e neri,
spenta nel viso e nell’animo. Lo guarda, mentre lui aspetta impaziente che
l’ultima goccia si decida a cadere. Lo guarda e sogna. Sogna un amore fatto di
lumi di candela, di castelli fatati, di amore e non di sesso, di coccole e baci
soffici come le nuvole, su tutto il corpo, sulle labbra carnose. Zander è bello.
Si. Bellissimo! Fuori… Dentro, invece, nel profondo dell’animo, probabilmente è
davvero un demonio. Per questo le si avvicina e le porge la mano. Lei ha un
coltello, rosso di sangue rancido e vittime, incrostato di scroti e peli di peni
amputati. Lo lascia cadere, e accetta quel gesto. E mentre lascia che lui le
stringa la mano, il suo sogno diviene realtà: lei è davvero una principessa, e
vive un amore come lo ha sempre sognato. E Zander le stringe la mano. Forte
per farle sentire tutto il suo calore. Forte forte per farle sentire tutta la sua
forza. Forte forte forte per farle sentire tutta la sua rabbia. Forte forte forte
forte per farle sentire tutto il suo odio. Sempre più forte per farle provare
dolore. Si inginocchia di fronte a lui, pregando che la lasci andare: “NO….anche
tu….NO!!…il mio amore….il mio…sogno…”
Keila ha ventitré anni. Ha passato tutta la vita a soffrire, a ricevere calci e
schiaffi, a subire violenze di ogni tipo, a leccare peni di diverse lunghezze e
colori. Ha sempre sognato di fuggire. Fuggire dalla sua prigione fatta di cose
materiali, di sudore, di paura. La fine le avrebbe dato quella pace che cercava
ma, almeno una volta, voleva vivere una favola. Almeno una volta, l’unica,
voleva essere la bella attrice che ha il nome scritto in grande sul manifesto.
Almeno una volta………nemmeno una volta….. “AHHHHHHHHHHH!!!!”
Un urlo come un boato. Un dolore come la morte: caldo, violento, feroce, e
lento. Oh, si! lento. Ultrasuoni vengono emessi dalle sue corde vocali. Atroci
simboli fonici di sofferenza al massimo volume. L’orecchio destro di Zander
inizia a sanguinare. Il sangue gli riga la guancia sino al mento, poi il collo.
Lascia la presa. Keila cerca di ricomporre le ossa della mano, che penzola priva
di vita. E radio e ulna cozzano tra loro, dopo che il polso si è sgretolato sotto la
stretta quasi d’acciaio del giovane demonio. Ora lui intinge il mignolo destro
nel sangue che gli cola dall’orecchio, e se lo porta alla bocca, e lo succhia e lo
lecca come un bambino succhia e lecca il capezzolo della propria madre: “Tu
soffri, stronza… perché ti innamori…”
E le mette una mano sul viso. A coprirle naso e bocca, così che non possa
respirare. E lei si dimena, e più si dimena e si muove più lui stringe. E la mano
scricchiola ad ogni movimento del braccio. Poco a poco la vista si offusca, il
battito del cuore si fa sempre più impetuoso, quasi le stia per esplodere.
Continua ad agitarsi, cercando libertà da quella presa e, intanto, i suoi pensieri
volano… volano via… le candele e i loro lumi, le labbra carnose vogliose di baci,
il vestito da sposa, bianco ed elegante, l’amore e la felicità… E la vista si
annebbia, finché non le si spegne davanti agli occhi lo spettacolo di quelli di
Zander, iniettati d’odio e violenza. Ma anche tristezza e dolcezza. E tenerezza.
Così la solleva, tenendola tra le braccia e una lacrima, un’unica piccola lacrima,
gli solca il viso e cade sulla guancia della ragazza: “Violenza e dolcezza…
Amore e morte… Non è forse la vita, questa?…Non è forse stata tutta la tua
vita?… Mia dolce vittima. Piccolo tenero amore, Dio o Satana sapranno darti
quell’affetto che hai sempre sognato.”. E, tenendola così tra le braccia,
riprende il suo cammino inutile. Come del resto la vita stessa.

Commenti

Ritratto di Gana Mala

Capisco quale ritmo volevi dare al racconto, ma a me, personalmente, i troppi punti distraggono, tutte quelle pause non mi permettono di concentrarmi sulla storia.
Potrebbe essere un problema mio, più tardi dedicherò una seconda lettura a questo racconto.

Ritratto di Gana Mala

Ok, ho riletto omettendo la punteggiatura.
Per quanto mi riguarda, a me piace quando i personaggi vengono presentati singolarmente, ognuno nel proprio siparietto, ma in un contesto più ampio, dove prima o poi interagiscono tra loro. Messa così è come leggere tre racconti differenti, ma forse è proprio quello che volevi o forse io non ho colto il meccanismo.
A volte lo trovo un po' troppo ridondante, ok marcare, ok rafforzare, ma forse qui è un po' eccessivo.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Intanto grazie per la rilettura. Come ho scritto altrove è un prologo riciclato non troppo bene per partecipare al gioco. Avevo questa roba troppo cattiva e la volevo far competere. Non sono riuscito, perché era davvero impossibile, a darle un senso che non aveva. Lo stile sì, è soffocante, in effetti, ma a quanto pare è rimasto il mio marchio di fabbrica.

Ritratto di Gana Mala

Beh ma lo stile soffocante ci può stare, e direi che ci sta bene con il genere di racconto, magari devi solo perfezionarlo.
Comunque hai fatto bene a farlo competere, in ogni gioco si impara qualcosa di utile.

Ritratto di Sa_Jana

Anche io sono rimasta un po' perplessa per i puntini di sospensione, che mi hanno reso difficoltosa la lettura. Per i miei gusti c'è un eccesso di violenza che toglie spessore ai personaggi e scorrevolezza al racconto; però tutti stronzi vuol dire tutti stronzi, e quindi ci sta.  

Ritratto di Alessandro Pilloni

Grazie per i commenti. Ammetto che un po' ho barato. Sapendo di non fare in tempo a scrivere qualcosa di nuovo ho adattato l'incipit di un romanzo che ho ideato e iniziato a scrivere nel 1993. Soffre nello stile di tutta la rabbia e il disagio dei miei 16 anni. Non sono stato più capace di scrivere cose così cattive.

Ritratto di Pilgrimax

Soggetti davvero cattivi, di un cattivo malato che di più non si può. Sicuramente trasuda di cattiveria con la C maiuscola e il lettore la sente sulla pelle, come si sente immerso in quello stato caotico che domina la psiche dei soggetti. In questo il racconto riesce, senza dubbio. Poi sì la punteggiatura e il paratattico sempre per tutto il racconto rendono la lettura faticosa. Come già detto da Gana, e come è evidente che fosse comunque tua intenzione, i soggetti non convergono, rimangono distinti e quindi rimane il fatto che è come leggere tre racconti separati. E allo stesso tempo, proprio per il modo adottato, invariato per tutto il racconto (che come detto da te risale a tanto tempo fa), i personaggi non si differenziano più di tanto, al di là di essere protagonisti di tre vicende separate.

Ritratto di Alessandro Pilloni

Questo è, come ho ammesso, il prologo di una storia, dove poi i protagonisti hanno modo di incontrarsi. Però volevo partecipare a questo gioco e così ho preso la roba più cattiva che avevo e l'ho risistemata un pochino, ma non abbastanza. Ecco perché pare molto episodica e lo stile, che comunque era quello, soffoca.

Ritratto di masmas

Per il mio gusto anche eccessivo, a metà del primo pensavo di mollare.
Comunque, la lettura del primo racconto in effetti ha il freno a mano tirato, e dovrò rifletterci perché anche io delle volte uso frasi brevi e concitate e forse vanno dosate.
Poi tutti quei puntini... di sospensione... in effetti... ecco... come dire... li eviterei...magari sono... ecco.. un po' troppi... diciamo. :)

 

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ih ih ih! Diciamo che ai quei tempi avevo proprio una fissa per i puntini, soprattutto nei dialoghi. MI dava quell'idea di prima persona reale, come voler scrivere anche i sospiri, ma senza scrive - sospirò e disse. 

Invece lo stile concitato, quello mi è sempre rimasto, è proprio il mio modo di scrivere e ci sti combattendo da decenni.

Poi sì, a sedicianni ero molto problematico! :P 

Ritratto di grilloz

Stilisticamente a me non dispiace, l'ho trovato un po' troppo violento per i miei gusti, ma ci sta, e il rischio di cadere nello splatter visto il tema c'era.

Il problema è, come si è già detto che non è un racconto, sono tre scene che, senza un legame tra loro, restano tre cose isolate. Forse sarebbe stato meglio sacrificare uno o due dei personaggi per dare più sviluppo alla trama (visto che come dici è parte di una storia più lunga).

Ritratto di Borderline

Sono d'accordo con Grilloz, i tre sono a loro modo al di là di ogni ragionevole cattiveria, quasi materializzazione di un male metafisico che va al di là della comprensione (e infatti, di violenza gratuita si parla, se li si prende singolarmente). C'è da dire che la loro cattiveria è resa possibile da delle vittime, che il regolamento proibiva (e qui faccio la capitana che mette i puntini sulle i :)). Stesso parere anche sulle sospensioni, che appesantiscono la lettura, e sul fatto che forse ambientare e caratterizzare meglio uno solo dei tre episodi sarebbe stato più conforme al gioco. Apprezzare uno stile così intimista e sviluppato dal punto di vista interno del personaggio è questione di gusti, a me piacciono i racconti più d'azione che di pensiero :)

Ritratto di Alessandro Pilloni

Però anche le vittime sono carnefici, eh. In effetti quella è stata l'unica modifica che ho apportato. Per il resto quando ho visto il gioco ho pensato subito a questi personaggi che, sì, rappresentano un male assoluto senza giustificazione, che era proprio l'aspetto fondamentale del gioco. Sono cattivi e basta. Ce li avevo già pronti e li ho iscritti nel caso - come si è verificato - non avessi fatto in tempo a scrivere qualcosa di nuovo. Chiedo venia a tutti perché vi ho fatto leggere qualcosa di incompleto e soprattuto a loro tre perché li ho rapiti dal loro contesto.

Ritratto di quatipua

i puntini mi hanno soffocat...

Ritratto di Alessandro Pilloni

Ah ah ah ah! Prometto che d'ora in poi non ne metterò più! :)

Ritratto di quatipua

per fortuna vivo in compagnia di persone che hanno fatto il corso di primo soccorso e mi hanno defibrillato il Quore

ma ti ringrazio, così potrò leggerti senza rischiare di morire soffocata :)

Ritratto di LaPiccolaVolante

I modi e l'impronta stilistica a me continuano a piacere. Eccezion fatta per una sospensione pure graficamente ansiogena, rimane un modo narrativo che costringe all'impatto senza protezioni.
Sulla struttura, mi affianco a Grilloz e la Capitana. Tre calibri pesanti sparati in sequenza, ma a intervalli troppo lunghi e il lettore è costretto a badare alla pericolosità di ogni singolo colpo, dimenticando l'effetto di quello precedente. :)

Stai a bordo, Ser P. Sono curioso. :)