Ebe e Ada (di Pilgrimax)

Ada si sporge dalla cima delle scale, un orecchio teso. Il formicolio irradia lo stomaco.

Nessun rumore, pensa. Significa che il signore e la signora sono ancora impegnati nelle loro letture.

E i bimbi?

Si volta e va verso il bagno.

Scosta la tenda e scruta attraverso il vetro: l’altalena è immobile, la bambola di porcellana sdraiata sulla seduta; una lucertola risale lo scivolo zigzagando.

Eccoli.

Sara tenta di fare la ruota sul prato: una ranocchia inesperta che prova a saltare, rimanendo puntata sulle zampe anteriori. Luca insegue Nikita per tutto il piazzale. È paffutello quanto quella nuvola di pelo sempre in cerca di qualche lucertola o di un topolino.

Il formicolio sale fin sulla punta delle dita.

Ada va verso la porta della mansarda, sfregandosi le mani per non cedere all’impeto di saltellare.

Un cigolio proviene dalla camera da letto dei signori. Poi un tonfo sordo, quasi ovattato.

Aaron sbuca dalla camera e si piazza di fronte la porta della mansarda, fissa Ada, la governante con la testa tra le nuvole, come dicono i signori.

Mica come Ebe.

Ada abbassa lo sguardo, sospira. Finge di cercare qualcosa sotto il mobiletto della specchiera. Prende tempo per non affrontare la realtà, come le dicono sempre.

Solleva lo sguardo. Aaron continua a fissarla, occhi grandi e profondi come la delusione di quella intrusione. Avanza con lo sguardo al soffitto, come a voler scovare qualche ragnatela.

Un ringhio, un abbaio, un ringhio.

– Fammi passare – sussurra. – Ti voglio bene, anche se non mi fai le coccole.

Un altro abbaio.

– Ada! – Il respiro si blocca. – Possibile che non si riesce ad avere un po’ di pace? – La voce del signore giunge fino a lei, dal piano di sotto.

– Aaron, aiutami! – urla Luca. – Nikita non si fa acchiappare.

No. Sono rientrati.

Aaron rivolge il muso verso le scale, accenna un passo. Poi la fissa di nuovo.

– Aaron! – insiste Luca.

Un guaito, una lustrata al muso con la lingua. La coperta di pelo si allontana trotterellando per le scale.

Ada afferra il pomello della porta. – Allora, Ada. Dove sei? – chiede la signora, urlando da sotto. – Vorrei sapere perché la paghiamo – aggiunge con voce più bassa ma sufficiente a raggiungerla – oltre a farla vivere con noi. – La tromba delle scale fa da amplificatore.

– Ada è svampita e distratta, ma così esageri – la ammonisce il signore.

Un ritornello di scherno echeggia per le scale: – Ada la distratta, Ada la svampita – canticchiano i bimbi all’unisono.

Poveri piccoli, ripetono tutto quello che ascoltano.

Uno stridio. Ada si raccoglie nelle spalle digrignando i denti e chiudendo gli occhi, un brivido. Si volta verso la finestra che illumina la cima delle scale. Sulla soglia esterna, la zampetta sollevata e gli artigli ancorati al vetro. Gli occhi affusolati, pupille ovali in sclere dorate. Il muso contratto a sollevare i baffi in un ghigno sardonico.

Mancavi solo tu, Nikita.

La mano abbandona il pomello, come il cuore abbandona la speranza di sognare.

 

Ebe siede sulla panchina del piazzale, deve badare ai bimbi.

Sara le viene incontro tenendo per mano la bambola di porcellana. La bimba indossa un vestitino a pois fucsia, il fiocco bianco a evidenziare l’arricciatura in vita. Calzini corti con orlo merlettato, e ballerine rosse laccate. Il viso imbronciato.

– Guarda – dice la bimba, e punta la bambola verso Ebe – non apre più l’occhio. Nikita l’ha graffiata.

Avrebbe dovuto farla a pezzi.

– Non ti preoccupare – le risponde dissimulando i pensieri – con un po’ di colla le riapriamo l’occhio. Ma non potrà più chiuderlo e riaprirlo.

Sara abbassa lo sguardo. Ruota ripetutamente il busto a destra e sinistra.

– Va bene! – esulta, e salta ad abbracciare Ebe tenendo ancora la bambola per mano.

L’impatto dietro la nuca le arriva fino al cervello. Scansa la bimba, con delicatezza, le mascelle contratte nell’apparire quella che non è.

– Alla fine sei brava. Pure Papà lo dice, eh.

Lo so io perché lo dice, quel tombeur de femmes.

– E lo dice pure Luca. – La bimba lascia la bambola sulla panchina. Quindi si volta e si mette a correre verso il prato, dove c’è Luca che rincorre di nuovo Nikita.

L’ometto di casa ancora non ha capito che se rotolasse, grasso com’è, andrebbe più veloce di quella accozzaglia di peli, buona solo a portare malattie.

Ebe si china. Col braccio della bambola gratta la caviglia, proprio dove Nikita le si era spalmata addosso col corpo ricurvo emettendo brontolii di godimento.

Aaron le si para davanti, trattiene una pallina da tennis con la bocca. Poggia la pallina ai suoi piedi. Rivolge lo sguardo verso la staccionata che delimita la proprietà. Poi la fissa e accenna un guaito, la lingua penzoloni, il torace si gonfia e si sgonfia ripetutamente.

– Ora ti accontento. – Si china a raccogliere la pallina. Si alza, carica il braccio, e la scaraventa verso l’orgia di rovi di more oltre la staccionata.

Aaron è già lontano, in procinto di saltare.

Vai vai, stupido sacco di pulci.

– Sei indaffarata?

La voce della signora alle sue spalle. Ebe si volta. Un vaso in cui è piantata una camelia poggia a terra. La signora indossa un vestito lungo che termina sopra le ginocchia, lo spacco laterale lascia intravedere la coscia sinistra. Una fantasia di rose rosse dona vita al nero, dall’orlo dello spacco fino alla coppa del seno destro. Le gambe contratte a sorreggere il corpo sullo stiletto da nove almeno. – Dica pure.

– Si è fatto tardi, devo uscire…

Le provi tutte per farlo ingelosire. Ma non ti guarda nemmeno, il signor tombeur.

– Volevo piantare la camelia che mi hanno regalato. Ci pensi tu?

– Dove preferisce che la pianti?

– Boh, io non ci capisco niente.

– Potrei piantarla lì. – Ebe indica l’aiuola esposta a sud, terreno calcareo. – Vedrà come si farà bella.

La signora annuisce e va via.

Sfiorirà giorno dopo giorno. Unita per sempre al terreno sbagliato, appassirà pian piano, senza nemmeno accorgersene. E nessuno a curarsi di lei. Proprio come te.

 

Ada ruota il pomello in senso antiorario, torsioni micrometriche del polso. Trattiene il respiro, come a voler immobilizzare il tempo e lo spazio intorno a lei. Dormono tutti.

Immersa nel buio della mansarda, procede a tastoni lungo il muro in cerca dell’interruttore della luce. Qualcosa la punge. Rimane ferma. Forse è stata solo un’impressione. Forse…

– Beccata! – esordisce Ebe.

Ada sussulta e porta una mano alla bocca per non urlare.

Una risata sguaiata a straziarle i timpani.

Accende la luce. Le travi del tetto in legno, la luce calda delle lampadine appese al filo, tutto così accogliente. L’odore di antico, di epoche e persone passate per quella casa, mai conosciute, invisibili. Il manichino in fondo alla mansarda. Indossa un vestito lungo di velluto di seta, plissettato sulla gonna, la scollatura guarnita da merletti e strass di perle di vetro. Manichino senza volto, vestito senza identità. Il baule della roba vecchia, semiaperto, la testolina di una bambola penzola nel vuoto. Le mancano gli occhi, forse un tempo sognanti avventure mai giocate. La mansarda è il suo mondo. I signori non ci vanno, l’usato e l’abusato è una prerogativa che lasciano a lei. Tutto in questa stanza ha il sapore dei sogni, quelli infranti, o quelli custoditi e mai esauditi, che attendono solo di essere realizzati. Come il suo. Che attende sotto al lenzuolo usato come copertura. Una piramide di lino accanto al manichino senza volto. Un sogno tutto da tracciare, un mondo bidimensionale in cui tutto è ancora possibile.

Ancora…

Ma quel sapore sa di fiele, adesso che è arrivata Ebe.

– Che ci fai qui? – sussurra Ada.

– Potrei farti la stessa domanda, Cenerentola. Mi ci fai pensare, ma c’è una differenza: lei perse la scarpetta che venne ritrovata dal principe, invece tu hai perso tutto e non ci sarà nessuno a raccogliere i brandelli di una vita mai scelta.

– Ci godi proprio, eh?

– Figurati, mi viene naturale. La cosa che mi fa godere di più è vedere come i padroni, e tutti, vivano a ciel sereno con me e sotto un temporale con te.

La risata di Ebe la scuote, dal profondo dell’anima.

– Non capirò mai da dove viene l’amaro che porti dentro.

– Tu, proprio tu, non capisci? Già, tu sei la sognatrice, la governante pittrice. – Indica la forma piramidale tracciata dal lenzuolo. – L’unica eredità che ti ha lasciato quell’accattona buona a nulla di tua madre.

Ada stringe i pugni, vorrebbe urlare per smettere di tremare.

– Credevi che non sapessi cosa tieni lì sotto?

– Non toccare le mie cose. E non parlare più di mia madre – le risponde Ada con tono minaccioso.

– Che paura! – esclama Ebe, sarcastica. – Si è sempre saputo con chi se la faceva da quando si ritrovò vedova e senza un soldo. Però ti è andata bene. Pensa ai signori, pensa al signor tombeur… – Ebe fa una pausa, sghignazzando in modo beffardo. – A lui, per eredità, ha lasciato un gran bel debito. Ha lasciato te, orfana di padre e madre, da mantenere a vita con la scusa del lavoro da governante. Prima di andarsene all’inferno, quell’accattona ti ha fatto fare il salto di qualità: dal vendere i suoi scarabocchi per strada a governante per quel ricco che si scopava! E quell’allocca della signora che non ha capito niente. E lui, ridicolo, che rispetterà l’impegno preso. Ah, l’amour!

– Adesso basta! – le intima Ada.

– E va bene, non sparlerò più di quell’accattona rovina famiglie… accattona e puttana, accattona e puttana.

Maledetta, muori!

Ada la afferra per il collo, a due mani. – Non sai niente di mia madre. – E stringe, forte.

– Invece so tutto – risponde con voce strozzata. – Anche dei quadri che facevi di nascosto perché i suoi sgorbi non li comprava nessuno.

Ada continua a stringere, sempre più forte.

– Do… dovevi dirglielo. – Ebe non respira, soffoca. – Sì. Dai. Fallo. Diventa un’assassina, oltre che una fallita – sibila, con l’ultimo filo di voce rimasto.

Ada è in bilico, tra la sua dannazione e la sua salvezza, tra uccidere Ebe e risparmiarla. L’impulso irrefrenabile viene strozzato. Forse perché le manca il fiato. Forse per il rimorso o per il terrore di sapere cosa può indurla a fare. Può arrivare a odiarla fino a questo punto? Può arrendersi e diventare come lei?

Non arrenderti mai alla vita. A tutte le volte che prenderà i tuoi sogni, e li farà a pezzi piano piano, costringendoti a guardare.

Furono le ultime parole che le disse sua madre.

Ada allenta la morsa delle mani, le braccia precipitano a fianco del corpo.

La risata di Ebe echeggia nella mansarda, scemando lentamente. Sembra provenire da un varco aperto per le tenebre. – Lo sapevo. Fallita la madre, fallita la figlia.

– Basta, vai via! – urla Ada.

Un botto improvviso alle sue spalle. Ada si volta: la porta della mansarda aperta, il signore la fissa con occhi iniettati di rabbia. – Che è ’sto casino?

Ada volge lo sguardo verso il lenzuolo, e poi al manichino. Niente. Poi a destra, dove c’è il baule. Di nuovo niente, non la vede.

Ma dove ti sei nascosta?

– Ti sbrighi a darmi una spiegazione?

Con uno scatto si volta di nuovo, fissa il padrone. Poi abbassa lo sguardo. Rimane immobile, muta.

Come i suoi sogni.

 

– Mi raccomando, li lasciamo nelle tue mani – le dice il signore, sulla soglia del portoncino. Sul piazzale, la macchina in moto e la signora all’interno. – Per qualsiasi cosa chiamaci.

– Non si preoccupi – risponde Ada. – E godetevi il fine settimana.

– Eh, speriamo. A proposito, grazie! – Si volta e si avvia verso la macchina.

Stavolta nulla potrà tenermi lontana dai miei sogni. Neanche Ebe. Ha il fine settimana libero, lei.

                                               

– Guardate cosa ho recuperato dalla mansarda – esordisce Ada rivolgendosi ai bimbi.

Poggia la scatola del puzzle sul tavolo. Due tazze di latte fumante di fronte ai due, i biscotti e la ciotola di crema di cioccolato ornano la tavola, la punta del naso di Luca macchiata di marroncino contrasta con l’aureola color panna intorno alle labbra di Sara.

– È un puzzle del mondo. Provate a farlo mentre do la pappa ad Aaron e Nikita, vi piacerà. Quando avevo la vostra età sognavo sempre di girarlo, il mondo.

– Sì sì, inizio io – risponde Sara.

– No, io – la incalza Luca.

I due strattonano la scatola, ognuno dalla sua parte.

– Calmi, fatelo insieme. Dovete riprodurre il disegno sul coperchio. Iniziate con i continenti e poi passate al mare. Se fate i bravi, vi preparo una cena speciale.

Osserva i bimbi concentrati a comporre il puzzle. Vuole assicurarsi che il gioco possa tenerli occupati per un po’. Poi si avvia lentamente verso la porta della cucina.

Sale la scalinata che porta al piano di sopra. Si sente diversa, forse è l’euforia. Senza i signori potrà tracciare i propri sogni, trasformare quello che ha dentro in una sinfonia di colori, di curve e linee che sferzano la realtà per lasciare una traccia di sé. Giochi di luce e cacofonie di chiaro-scuro imprimeranno sulla tela la sua anima. E poi tornerà a vendere le sue opere, ma non come prima, per strada, solo per lenire i lividi e le piaghe inflitte da una vita che non ha deciso. Sogna, Ada. La sognatrice, la governante pittrice. Sogna, e forse non ci crede neanche lei, ma lo fa comunque. È l’unico modo per non arrendersi alla vita.

Immobile, di fronte la porta della mansarda.

Aaron è accovacciato sulle zampe posteriori, orecchie alzate, occhi fermi a fissare i suoi.

Nikita brontola come un ventriloquo, il pelo sollevato, la schiena disegna un arco.

Ada sapeva che avrebbero bloccato il passaggio. Pensava di essere preparata ma invece non sa che fare, o meglio, non ha il coraggio di fare.

Pensa che vorrebbe essere Ebe. Il solo pensiero la delude, ma continua a chiederselo, sebbene faccia finta di non ascoltarsi.

Cosa avrebbe fatto?

Un’immagine le balugina nella mente, come fosse dipinta dall’altra governante: l’insalata e il basilico nell’orto. Solo un mese fa, le foglie di basilico diminuivano giorno dopo giorno e quelle di insalata si bucavano, fino a sparire. Sbuffi di bava ovunque. Poi il signore comprò quei piccoli tronchetti blu, e oggi mangiano ancora quel basilico e quell’insalata.

 

Aaron annusa le polpette nella ciotola mentre Nikita lo fissa dal basso verso l’alto, col collo teso e il naso che pulsa.

– Dai, mangia – lo esorta Ada.

La lingua accarezza una polpetta. Aaron deglutisce saliva e scalpita, poi si mette ad annusare ancora.

Nikita si avvicina. Le zampe in linea, sembra un funambolo su un filo immaginario tracciato sul pavimento. Le spalle sporgono dal dorso, descrivono una parabola lenta e perfetta.

Aaron scatta col collo e azzanna mezza polpetta. Mastica frenetico. L’altra metà giace nella ciotola, una massa rosso sangue puntellata di bianco, e di blu.

Ada fissa Aaron, segue ogni movimento del muso, ogni increspatura.

Aaron si imperla il naso con la lingua e si tuffa col muso nella ciotola.

Nikita scatta, portandosi alle spalle di Aaron, dove sta già gustando la polpetta sottratta all’amico distratto.

 

– Sara, Luca – chiama Ada – è pronta la cena.

I bambini arrivano correndo. Si sistemano in ginocchio ognuno sulla propria sedia. Forchette alla mano puntate verso l’alto. Gli occhietti scrutano eccitati, attraverso i due spiragli lasciati dai coperchi delle padelle. Sono affamati: non li ha fatti pranzare.

Scopre le due padelle.

– Evviva, spezzatino! – urla Luca.

– Due spezzatini! – aggiunge Sara.

Ada preleva pezzi di carne da ognuna delle padelle e li serve ai bimbi. – Dai, mangiate tutto. Questa è carne genuina, me l’ha regalata un’amica.

I bimbi afferrano la carne a due mani, i dentini ne lacerano le fibre, le faccine gonfie intente a masticare.

– Ma è dura – le dice Luca – e amara.

Sara sputa il boccone nel piatto.

– Perché è fresca. Fa diventare forti. Vedrai come acchiapperai Nikita, la prossima volta.

Luca spalanca gli occhi. Forse si immagina snello mentre con un guizzo afferra Nikita. Si rimette a mangiare e, di rimando, Sara lo segue.

Dormirete, di un sonno profondo.

 

Ada sussulta, apre gli occhi. La luce filtra dalle persiane.

È intorpidita e trema, ma non per il freddo. È il silenzio glaciale che regna in casa. Non c’è mai stato. È come se non ci fosse più nessuno, né bestiole, né bimbi.

Le mani imbrattate di colore, il polso indolenzito, le narici pizzicate dall’odore di acqua ossigenata.

Si sforza, le tempie pulsano ma non ricorda.

Nella sua mente vede il lenzuolo scivolare a terra, quello vicino al manichino. La tela bianca sul cavalletto. La mano che danza al ritmo delle sue fantasie. Ebe che ride, lei che ride. Loro, come due amiche.

Forse lo ha solo sognato, un incubo.

Si alza e si avvia verso la mansarda.

È come pensava. Il lenzuolo è sempre lì, a copertura della tela. Nella mansarda tutto è come sempre e, soprattutto, nessuna traccia di quella maledetta. Di Ebe.

Fa per spegnere la luce, ma si blocca. Realizza solo ora che i bimbi e le bestiole dormono ancora.

Quale migliore occasione?

Per sognare, per sfogare la propria passione. Per dare voce al proprio talento, magari inutile, una perdita di tempo, ma l’unico mezzo per non farsi sedurre dal coma dell’anima e dei pensieri.

Pizzica un lembo del lenzuolo e tira, facendolo scivolare lungo il cavalletto. È come un sipario che si apre e lei è la prima attrice. Per una volta, protagonista.

No. Non ci crede.

Si guarda intorno a controllare che non si tratti di un altro incubo: il manichino, il vestito della festa, la bambola che penzola nel vuoto…

Si morde le labbra fino a sentire il sapore metallico del sangue.

No, non è un incubo.

La tela non è più bianca, non è più inviolata. Ritrae la sua natura bipolare, quello che ha sempre saputo, ma anche ignorato.

Alla sua sinistra, sulla tela, Aaron e Nikita a ciel sereno. Il primo a fianco di Ebe, la seconda sdraiata sul braccio destro della governante. Sul lato opposto, le due bestiole, sotto un temporale. Aaron ai piedi di Ada, e Nikita sdraiata di pancia sul braccio sinistro della governante. Al centro, la governante spaccata in due metà contigue, due facce della stessa medaglia. Ebe nella metà sinistra, il solito ghigno a segnarle il volto in una moltitudine di increspature. Ada in quella di destra, un sorriso inconsapevole.

La testa di Ebe pende verso destra, a soggiogare quella di Ada.

– Non avresti combinato niente, senza di me. – La voce di Ebe rimbomba nella mansarda.

E nella mente di Ada.

Commenti

Ritratto di masmas

Mi è piaciuto. Una storia complessa, viene da chiedersi come c'è stata tutta in un racconto. Lo stile è funzionale, con belle descrizioni, molto accurate, e bel fraseggio. L'attenzione rimane alta scorrendo tra un avvenimento e l'altro, la scena del primo incontro tra Ada e Ebe è carichissima di tensione. Al limite le descrizioni tanto accurate, e magari qualche spiegazione dei pensieri di Ada, funzionerebbero anche più rapide. In particolare la descrizione del quadro, che io non avrei messo dandola per scontata vista la consegna, però in effetti avrebbe potuto dover essere messa. (Per fortuna nel mio quasi non si vede. :) )

Ritratto di Pilgrimax

Grazie per il tempo dedicato alla lettura. Sono contento che ti sia piaciuto. Riguardo la descrizione del quadro sul finale, è stata una cosa su cui sono stato indeciso fino all'ultimo. E niente, non so per quale strano tarlo la mia interpretazione del bando è stata di aggiungerla e immediatamente concludere. Più che altro, avevo capito di dover scrivere un racconto aderente al bando ma allo stesso tempo "self-contained" che funzionasse, per il lettore, anche al di fuori del gioco. In altre parole, dove il bando dice "comparsa" del quadro l'ho intesa come "comparsa agli occhi del lettore". Come a dire: il quadro compare davvero nel racconto quando il lettore è in grado di vederlo. Grazie anche per il feedback riguardo la possibilità di snellire sui pensieri di Ada e su quelle descrizioni forse troppo accurate.

 

Ritratto di Gana Mala

Sono troppo acerba per poterti dare dei consigli, però posso dirti che il racconto mi è piaciuto, ho apprezzato particolarmente le descrizioni e i dialoghi.
Ti confesso che avrei voluto vedere Ebe e Ada un po' piu in azione,almeno una scena in più prima che Ada tenti di ribellarsi a Ebe. Lo avrei assaporato meglio.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Gana Mala per il suggerimento. In effetti ci sarebbe stato bene. Ci avevo pure pensato, ma per come avevo architettato la storia mi sarei ritrovato a litigare col limite di battute ;-) Però, sì, pensare a una sua versione con più azione tra Ebe e Ada è qualcosa che vale la pena di fare. Grazie!

Ritratto di LaPiccolaVolante

L'artefatto della patologia schizzoide è tanto inflazionato quanto difficile da rendere.
Per un buona parte iniziale devo ammettere di aver avuto il dubbio che Ebe fosse reale anche per la Signora.
Il giudizio della padrona di casa e l'interferenza di Ebe sottintendono bene un paradigma lasciando l'illusione che la schizofrenia sia solo un'ipotesi tra le tante. E arrivati al punto in cui sitrova la narrativa attuale, direi che questo è il massimo che oggi si possa ancora ottenere e pretendere da questa stretegia.
Quindi, migliorabile come ogni cosa, direi che il tentativo ha dato un buon risultato.

Io non adoro la concitazione in contesti come questo, forse dar un eccesso di dinamica a questo soggetto lo avrebbe alleggerito troppo. L'atmosfera quando incupisce deve farlo in tempi più lunghi, con calma, si deve ostinare ed esasperare l'ansia del lettore, ritardare la soluzione. Troppa azione implica una concatenzione di eventi e conseguenze che tirano via il velo in tempi rapidissimi. Per ibridare queste due strategie ci vuole davvero un sacco di esperienza. Ma, ad essere sinceri, questo è il posto giusto per schiantarsi in rovinosi esperimenti, ehehe. Ci piace quando raggiungete una serenità tale da dimenticar la paura di sbagliare. Dagli errori si impara mooolto meglio e molto di più!

Io apprezzo sempre un sacco l'utilizzo dell'ostinato. Quel petulante ripetere i nomi ad ogni azione, ogni scelta, ogni pensiero, un chiodo che entra piano. Ma ho affrontato un capoverso che mi ha messo il dubbio: una mitragliata di "come" per un attimo mi ha fatto pensare più a una compulsività che a una scelta. È passato, sì, ma quel capoverso non è stato facile.

Attenzione all'utilizzo degli avverbi. Credo di avere grossi problemi anche io a riguardo, quindi ne parlo con consapevolezza di malato hihi! Teneteli sempre legati al guinzaglio perché appena ci distraiamo quelli prendono il sopravvento e scelgono per noi. :)

Un gioco ben costruito e ben mirato.
Il gatto è stupendo. La scena di Nikita che graffia le unghie sul vetro... adorabile.

 

Ritratto di Pilgrimax

Ringrazio i capitani per il tempo speso nella lettura e per essersi espressi. Li ringrazio anche per i preziosi sugerimenti sulla gestione ottimale del "ostinato" e riguardo l'utilizzo degli avverbi ( mannaggia a me! ;-) ). Sono contento che comunque ci siano stati sprazzi apprezzabili.

Ritratto di Kriash

Non è un racconto facile e molto probabilmente non lo vuole nemmeno essere. Non è facile perchè è molto pieno e parecchio intriso "d'idea".

Non parte veloce e, ammetto, mi ha lasciato un po' dubbioso sull'inizio. Si sviluppa bene e conclude ancora meglio ma la parte iniziale è un bel gradino da affrontare. Sicuramente non si esaurisce a una prima lettura ma quasi obbliga a una seconda rilettura per coglierne tutte le sfumature.

Un po' più di dinamismo non avrebbe guastato ma è stata comunque una buona prova.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Kriash per aver letto e commentato. In effetti l'ho concepito per condire il tema della patologia schizoide, che come sottolineato dal Capitano si sa essere iper inflazionato, con la vicenda del passato di Ada, sua madre, il rapporto col signore, ecc. Tutto questo proprio per non ridurre alla sola patologia schizoide che, da sola, avrebbe costituito un’interpretazione triviale dell’oggetto del gioco. Sì, tutto ciò lo rende un racconto un po’ intricato dove il lettore è chiamato a rimettere insieme i pezzi, indizio per indizio. In realtà, molto nascosto (non mi piacciono le imposizioni ai lettori) c’è un messaggio che forse non si coglierà mai, e magari è anche giusto che non si colga. Alla fine, faccio vincere la patologia (Ebe) come a dire che la bipolarità è una patologia (qualcosa che travalica lo stato normale come siamo abituati a conoscerlo) ma forse alle persone bipolari serve proprio essere così... Quindi, in definitiva, concordo col tuo parere e, siccome tendo a scrivere cose un minimo intricate pensando di suscitare più interesse, il tuo è senza dubbio un feedback da tenere presente per futuri racconti. Grazie di nuovo.

Ritratto di Robypey

Il racconto è molto bello e interessante. Ammetto di aver avuto dei problemi nella lettura, tanto da dover rileggere verie parti. I miei complimenti anche perché da quello cge ho capito, è il tuo primo esperimento. ...quindi doppi complimenti.

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Robypey, sono contento che ti sia piaciuto. Grazie del tempo speso. Spero per il prossimo laboratorio di riuscire a rendere la lettura meno ostica. ;-)

Ritratto di Gana Mala

Le mie tre stelline vanno a "Ebe e Ada" perché mi sono immedesimata in entrambe e infatti si sono rivelate la stessa persona. Che sia bipolare anche io? :)

Ritratto di Pilgrimax

Grazie Gana Mala. Sono molto contento per le tre stelline :) Solo un dettaglio, magari i capitani sapranno dirti meglio, ma credo che i voti vadano indicati nella pagina dove si trova l'immagine e il bando subito dopo il regolamento:

http://www.lapiccolavolante.com/node/373#comments

postando un commento che contiene solo le tre votazioni (puoi ispirarti a come hanno fatto gli altri).

Grazie di nuovo per la fiducia ;)

 

Ritratto di Gana Mala

Fatto!

Ritratto di ansia e cedrata

è decisamente il mio racconto preferito. mi limito ad un commento di carattere prettamente medico: il disturbo bipolare riguarda la sfera dell' umore e non la percezione della realtà. in questo tipo di patologia ci sono alterazioni caratteriali molto forti, ma non personalità multiple. scusatemi, deformazione professionale ahahah

Ritratto di Pilgrimax

Grazie “ansia e cedrata”. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto. Grazie anche per l’approfondimento di carattere medico. È sempre un bene sapere ;-)

Ritratto di Borderline

Confesso di aver trovato l'inizio del racconto abbastanza caotico. Sicuramente se dovessi paragonarlo a un motore sarebbe un diesel. La scrittura per frammenti, fatta di sguardi, odori, sensazioni, va molto bene quando il lettore conosce già un personaggio, o è già addentro a una storia. Utilizzarlo come incipit è pericoloso e rischia di frenare la lettura. Molto bene invece il resto, e soprattutto il finale, in cui si recupera e si ricucisce l'ordito della storia. Come prima prova non è affatto male, spero di ritrovarti nei prossimi giochi :)

Ritratto di Pilgrimax

Grazie, Broderline, per la lettura e il commento. Eh, ‘sto inizio ormai ho capito che non è stata una gran trovata :) Grazie anche agli altri che hanno avuto la tua stessa impressione  perchè mi avete fatto aprire gli occhi su questo. Sono contento che il resto sia stato piacevole. Questa esperienza con il laboratorio mi è piaciuta troppo... e chi se ne va più ;-)