#3 Woodpecker Gimmi (di Vic)

Suona il gong. Un jab mi colpisce di striscio al sopracciglio. L’arbitro allarga le braccia, io cerco di voltarmi, di tornare al mio angolo. Cerco di tornare a respirare. Ma stare in piedi e andare dritto non è affatto semplice. Gambe molli, tutto annebbiato, la testa se ne va per conto suo, a farsi un giro. Poi una fitta al costato mi piega e mi ritrovo sulle corde. Rotto, ma vivo.

“Hanswurst!”, grida un tacchino con la svastica al braccio, in prima fila. Raccolgo i miei cocci, abbozzo un inchino sbilenco e gli mando un bacetto.

Qualcuno sghignazza, i flash scoppiettano in mezzo al fumo e io poggio le chiappe allo sgabello.

Beh, fingo di non franarci sopra.

Sempre la solita, maledetta messinscena. Un tempo avevo un motivo. Adesso cos’ ho? L'occhio sinistro accecato dal sangue.

Col destro guardo i miei pugni stretti nei guantoni. Le mie piccole, deboli mani. Le mani di una femminuccia. Da piccolo mi prendevano in giro, per le mani. Mi prendevano in giro per un mucchio di cose. Troppo gracile, troppo tranquillo, troppo strano.

Ricordi, giù al ghetto? Ogni volta che c'era da fare le squadre in cortile ti lasciavano fuori. Pieno di furbi a rubarti i soldi del pranzo e quante volte le hai buscate… ma tu zitto, neanche una piega. Tornavi a casa coi lividi e le ginocchia sbucciate e dicevi a tua madre: "sono caduto giocando a pallone".  I suoi occhi ti guardavano, ogni volta un po’ più sconfitti, e ci avresti giurato, ci avresti giurato che lei stava pensando: "mio figlio è una frana completa". Invece restava in silenzio. Era peggio di un pugno nello stomaco.

Un fischio, in lontananza, mi riempie le orecchie e si smorza, seguito da un boato che fa tremare i vetri. La folla ammutolisce e il tacchino in divisa smette d’insultarmi. Ecco un altro modo di sfogare la rabbia repressa. Anche Hitler ha avuto un’infanzia difficile, ma lui preferisce i campi di sterminio alle scazzottate. I pugili mostrano i muscoli per innervosire l’avversario e gli alleati sganciano bombe sul Reich. E’ sempre una gara a chi ce l’ha più lungo.

"Che diavolo stai facendo?", fa Saul, gettando benzina sul fuoco e acqua su di me, “Resta fuori dalla sua guardia. Colpi veloci, da lontano, punzecchialo! Portalo dove vuoi tu, Gimmi, o quello ti cuce addosso un cappotto di legno”.

“Gentile”, biascico, “preoccuparti per me, mentre il mondo va a puttane”.

“Il mondo è già andato a puttane da un pezzo. Ci andremo anche noi, ma più tardi”.

Saul m’asciuga il viso, tampona le ferite, massaggia i miei muscoli indolenziti.

Poi m’allunga la boraccia, faccio un bel sorso e lo sputo. La stella di David, cucita sui miei calzoncini, annega nel rosso.

Quand’ero un bambino avevo un eroe che portava il marchio: un padre invisibile consumato dal lavoro. “Si spezza la schiena ogni giorno in cantiere”, pensavo,  “per darmi da mangiare, un'istruzione decente e uno straccio di futuro”. Quando tornava, stravolto, era buio da un pezzo e se non erano grida di mia madre, lui russava sul divano. Niente soldi, nessuna speranza. Per questo il piccolo Gimmi non poteva deludere i suoi vecchi. Mica avevano bisogno di un moccioso piantagrane incapace di difendersi.

A sei anni, Gimmi il fantasma disegnava in un angolo e non parlava con nessuno.

A dieci, prese per il culo e si tirava avanti.

A quindici, uguale. Volavano solo più botte. E io, cocciuto come un martire, fingevo che tutto filasse liscio mentre volevo soltanto sparire. Non vedevo altra soluzione.

Poi, quella sera d’estate, mio padre non tornò. “L’ hanno deportato”, dissero. Col tempo ho capito e ho imparato ad odiare. Ma a cosa è servito?

D’accordo, a forza di prenderle, t’è montata la rabbia e non sei male ad incassare.

Mille addominali al giorno e quella voce nella testa che gridava:

“Rispediscile al mittente, Gimmi! Rispediscile, tutte quante”.

Woodpecker, il picchio. Così mi chiamano adesso, il campione giudeo. Ma io sono ancora quel bambino. E anche se ora tutti sanno chi sono, non importa più. Il successo annacqua la rabbia come il whisky quando é balordo. Resta solo amaro in bocca.

Socchiudo l’unico occhio sano rimasto e Saul è ancora lì, scuro come la notte, col suo stupido ghigno ingiallito.

“Devi darci un taglio con tutti quei sigari, Saul. Non distinguo più i denti dal tuo brutto muso”.

Lui fa una smorfia e tossisce:

“Guardali, Gimmi. Guarda quanti avvoltoi, giù in platea. Tutti qui per te. Gli buttano missili in testa e loro non battono ciglio. Dieci a uno. E’ tutto quel che gl’importa. Non se ne andranno finché non ti vedono al tappeto”.

“Chiamano ring un quadrato… che t’aspettavi?”. E suona la campana.

Cerco di raddrizzarmi. Nascondo lo sforzo che mi costa. Alzo i pugni più in alto che posso, davanti alla faccia. Il ritmo del fiato galoppa. Difficile ballare, così ridotto.

Quel Gustav avanza come un treno e m’è addosso.

Il primo diretto mi timbra la fronte, una frustata che si scarica sul collo. Sento qualcosa che scricchiola, dentro. Il secondo sibila veloce e m’esplode sul naso. Calore tra i denti.

“Pesta più forte, crucco”, mugugno sputacchiando.

Il ragazzo m’ascolta. S’avvicina abbassando la guardia e m’assesta un gancio, da sinistra, dove non posso vederlo arrivare.

E’ più veloce di  te, più giovane, diceva Saul. Sei troppo vecchio per fare a pugni, diceva.

Lui non sa che l’incontro è deciso a tavolino. Non ho avuto il coraggio di guardarlo negli occhi ed ammettere ch’è stata tutta fatica sprecata, che la fascia di campione è una questione politica.

E pensare che un tempo volevo spaccare il mondo. Volevo bruciarlo. Ma ero solo un ragazzo. E adesso che il mondo è in fiamme, vorrei quasi salvarlo, poter dire: “eccomi, ci metto il mio culo tra le fiamme, al posto loro”, giusto per ricordare che gusto si prova a fare l’eroe. Ma sto vaneggiando.

“Devi-pestare-più-forte”, ripeto. Però non so se si capisce quel che dico. La mia bocca è franata, due riprese fa.

“Fuoi morire, fecchio?”, ringhia il tedesco, carezzandomi ancora, “fuoi morire?”.

“Può darsi”, faccio, “Che t’importa? Tu pensa a picchiare. Voi altri c’avete talento a pestare gli anziani”.

Quello mi prende in parola e decine di lucciole mi lampeggiano negli occhi. Le gambe si piegano, fanno per cedere, io sbando di lato, ma non crollo.

Lasciati andare al tappeto, suggerisce una vocina, fa’ come vuole George Radamm, il porco nazista presidente dell’associazione pugili tedeschi:

“Rezta immopile al zentro del ring, zenza schifare i colpi. O puoi tire attio alla lizenza per compattere”. Così ha detto, mentre succhiava una mentina.

Le luci dell’arena si mettono a tremare. Ma non è la mia vista che fa i capricci, stavolta: l’esplosione era vicina. Il brusio del pubblico svanisce un’altra volta.

Gustav-occhi-di-ghiaccio diventa una statua di sale ed alza lo sguardo al soffitto. Messo com’è, potrei centrarlo alla mascella, potrei mandarlo KO. Sono tentato di farlo, invece lo avverto:

“Biondo, io sono qui. Resta sul pezzo”.

Lui assesta due colpi, ma con poca convinzione. Se la sta facendo sotto, lo vedrebbe anche un cieco.

Allora comincio a punzecchiarlo, gli faccio sentire che ho ancora birra in corpo. Una finta, poi un gancio a vuoto e una scarica veloce mi martella il busto. Ogni sferzata è più forte, adesso ci da dentro.

Quando m’avvinghio a lui per riprendere fiato, rimaniamo abbracciati come due fidanzatini.

“Facciamola finita”, gli sussurro.

Lui mi spinge via, rimbalzo sulle corde come un sacco di patate e quando gli sono a tiro m’assesta una sventola che mi fa girare. La sento fin dentro le ossa. Tutto diventa nero, le orecchie si mettono a fischiare. Cerco di mettere a fuoco le immagini, ma non ho tregua, mi colpisce, indietreggio e copro il viso con le braccia. Resisto, senza sapere perché. Forse sono nato per questo. Forse non so fare nient’altro.

Incasso la pioggia di colpi che m’investe, stringo i denti. Poi, un pugno s’abbatte come un martello sulla tempia sinistra e io vado giù. Accade in un attimo. Un secondo che dura una vita.

“Uno!”.

Sapore di ferro sulla lingua.

“Due!”.

Annaspo, tento di rialzarmi.

“Tre!”.

Ricado.

“Quattro!”.

Il corpo intorpidito.

“Cinque!”.

Ho freddo.

“Sei!”.

Ripenso a mio padre.

“Sette!”.

Cerco il suo volto nel buio.

“Otto!”.

Non riesco a ricordarlo.

“Nove!”.

Non riesco più a muovere un dito.

“L'Allemagne s'est rende!", grida qualcuno,“l'Allemagne s'est rende!",

Silenzio. L’arbitro smette di contare, non vola una mosca.

“La Germania s’è arresa!”, fa eco un’altra voce, “La guerra è finita! La guerra è finita!”.

Apro un occhio. Il cartello dell’incontro, all’ingresso dell’arena, s’imprime nella mia vista:

 

titolo tedesco pesi medi

Gimmi “Woodpecker” ZELMANN

contro

Gustaf Eder

7 Maggio 1945

 

Ma il tizio ritratto lì sopra non mi somiglia per niente. Ha il volto di mio padre.

Sorrido. Tutto diventa scuro e io m’abbandono.

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Non mi è dispiaciuto. Woodpecker, quei modi scanzonanti, quell'ironia immortale mi ha ricordato il Jack Johnson che London descrisse durante la cronaca di uno degli incontri storici della boxe: "La grande speranza bianca" James Jeffries contro il nero Johnson "il gigante di Galveston". era il 1910. Per la cronaca: erano i due titani imbattuti da parte bianca e da parte nera a rendere "Storico" l'incontro. Da un punto di vista dello spettacolo sportivo, a sentire London, fu un poco deludente, con scontata vittoria del gigante nero. Coooomunque...

I modi, pur da smussare, sono adatti. Forse la scarrellata di azioni frammentano e intoppano perché troppo carica di parole:

Usi la prima persona? Allora non ti occorre alcun pronome.
Tante ripetizioni che smorzano l'andatura. Tante volte la parola "pugni" eppur in un contesto pugilistico "guardia", "Braccia", "guantoni" rendono perfettamente la stessa idea per rendere una posizione. Oncie! Quanto sarebbe stato divertente utilizzare l'unità di misura per definire il guantone! 
I pochi dialoghi rendono bene la caratterizzazione.
Insomma un gioco che con un poco di pignoleria in più avrebbe reso molto meglio.

Comunque mi ha divertito.

Buon gioco, sì.

 

Ritratto di Kriash

Divertente e ben calibrato. Un racconto che si legge tutto d'un fiato e che da una bella visione del combattimento senza togliere nulla alle parti extra.

L'unica puntualizzazione è sull'uso della voce narrante. In alcuni punti passi dalla prima alla seconda o addirittura alla terza. Inizialmente pensavo fosse voluto ma poi non ne sono stato più tanto sicuro.

Mi sarebbe piaciuto leggerlo tutto in seconda persona, quel breve momento in cui l'hai utilizzata ha reso molto.

Buoni anche i dialoghi.

Ritratto di masmas

L'ho trovato potente e di carattere, mi ha spezzato il fiato. Ho però notato le stesse cose di Kriash, mi ha stranito quel cambio.

Comunque bello. C'è una vita intera in questo incontro.

Ritratto di Borderline

Nonostante, è vero, ci sia un'incoerenza del punto di vista per il cambio di persona fra prima, seconda e terza singolare è spiegabile (credo) quindi per me va bene. Gimmi usa la terza quando deve descriversi da un punto di vista esterno: gli altri bambini, i genitori. Usa la seconda per farsi le domande retoriche, che farle alla prima sarebbe sembrato un disadattato. Il racconto scorre liscio, ha uno stile bukowskiano, si intuisce che il protagonista è stanco di subire, nonostante la guerra sia finita. Ho trovato convincente la narrazione delle bombe esterne che a un certo punto entrano nel teatro dell'incontro. Un po' meno che gli si sia annebbiata la vista (ma soprattutto che gli abbian ceduto le gambe) con un semplice jab :). Buona prova

Ritratto di Polveredighiaccio

Niente male come soggetto, per quanto riguarda la narrazione non amo l'infodump introspettivo, nei racconti non è facile evitarlo quando si vuole trovare il modo di caratterizzare un personaggio e la sua storia. Ho trovato troppo caricaturale la resa delle battute di Radamm, ma sono gusti personali. Contesto e finale mi hanno colpita.