#1 La cagnolina venuta dal freddo (di MasMas)

Frigmond Errost aveva due cani. Eliot e Emond. In tutto erano in tre. Errost comprava il giornale ogni mattina e non aveva molti amici, forse solo due. “È perché son cieco.” Sosteneva Errost. “O forse è perché io so leggere.” Abbaiava Eliot. “O magari perché Emond odia la gente.” E ridacchiavano. No, certo, non Emond.

 

Non li ascoltava nemmeno, Edmond, quel giorno al parco Norwood. Come quasi sempre, del resto. Seduto ai piedi della panchina, brontolava tra sé: “Ecco: signora con bambino. Tre anni, libero, allo stato brado. Di sicuro lo manda qui. Che bel cagnone. Tiriamogli le orecchie. Vieni vieni. Abbaierò solo all’ultimo, scoppierai a piangere. Vieni, vieni.” Si girò indietro, a cercare gli sguardi degli altri due: “Poi non prendetevela con me. Se la cercano.” Quelli come tutti i giorni lo ignorarono.

Tornò al vialetto del parco, tornò a cercare bersagli per la sua acidità. Trovò un signore giacca e bombetta: “Ecco il classico inglese, ombrello al braccio. Ci sono forse nuvole? Certo che no. Eh ma a Londra piove sempre. Iettatore.” L’uomo gli lanciò un’occhiata. Come si guarda un trio di cani e uomini impegnato in chiacchiericcio e ringhi nei suoi confronti.

Edmond lo lasciò sfilare e si guardò ancora intorno. Un momento dopo si irrigidì. Si piazzò a sedere, testa ritta da buon bracco all’erta. Il naso a caccia di possibili nuove. L’aria non dovette portarne di buone, dato che si acquattò sull’erba, poi scivolò sotto la panchina, dietro le gambe di Errost.

Sotto gli occhi increduli di Eliot: “Emond? Che combini adesso?” Il bracco bianco e castano infilò la testa tra i piedi del padrone, ad annusare l’odore del fratello.

Errost alzò le gambe, e anche la voce: “Eliot? Sei tu? Emond? Chi c’è?” La testa in qua e in là in cerca di suoni rivelatori.

Il cane sotto la panchina cacciò il muso tra l’erba alta, nero com’era tentò di mimetizzarsi nell’ombra: “Lasciatemi stare. Fatevi i fatti vostri.”

Eliot lo annusò ancora: “Perché hai paura? Cosa ti spaventa?”

“Lasciami stare. Vai via, fai finta non ci sia, via.”

Errost sorrise: “Ah ragazzi, siete voi. Ho sentito dei movimenti, non capivo, mi stavo per prendere paura.”

Il bracco in piedi alzò la testa: “Sto solo cercando di capire perché il mio caro fratellino si è venuto a nascondere tra le tue gambe, con la puzza di paura addosso. Deve aver combinato…”

“Bau bau!” Un latrato acuto attirò l’attenzione di uomo e cani. Un cucciolo di bastardino trotterellava verso la panchina. Testa e orecchie cadenti, da bracco come loro, su un corpo invece più slanciato, forse da dobermann. Il cagnetto saltellava sicuro, coda festante e lingua penzoloni. Pareva proprio puntare loro tre.

Emond coprì gli occhi con le orecchie: “Mandatelo via. Io non ci sono, se ve lo chiede. Non mi conoscete. Mandatelo via.”

Il cagnolino arrivò a pochi metri e parlò: “Bau bau. Bau! Bau, bau!”

Eliot si girò verso il fratello, occhi sgranati: “Come? Emond, è vero quel che dice?”

Errost girava la testa qua e là: “Chi è? C’è un vostro amico?”

Il cagnino gli arrivò accanto: “Bau, bau bau. Bau? Bau!”

Emond scoprì gli occhi e lo guardò: “Va bene, bau bau. Bau, bau.”

“Bau bau. Bau, bau!”

Eliot tornò a fissare il fratello, sincero sconcerto sul muso: “Addirittura?”

Il cane acquattato ricambiò lo sguardo, e sorrise: “Sì, sì, dopo ne parliamo, ti spiego.”

“Bau bau bau! Bau bau.” Il piccolo cominciò ad andare a destra e sinistra, testa bassa a puntare sotto la panchina.

Emond lo seguiva con lo sguardo: “Sì, giusto, bau, bau bau. Bau bau bau. Bau! Bau, bau!”

Il cucciolo si fermò e saltellò sul posto, la coda in frenesia: “Bau! Bau! Bau!”

“Bene. Allora dai, siamo d’accordo. Bau. Bau bau. Bau. Va, va pure.”

Nelle orecchie dei cani arrivò un fischio acuto, perforante ma per fortuna lontano, che Errost non poteva sentire. Con un abbaio di quella sua vocina il cucciolo saltò indietro, si girò e corse via: “Bau!”

Emond rispose: “Bau. Bau, va, va.”

Il piccolo si allontanò. Raggiunse una donna: vestito nero, tacchi, cappello largo e guanti. Il fischietto alle labbra rosso corallo. Accanto, una femmina di dobermann seguiva ogni movimento del cagnolino.

Errost chiese: “È andato via vero? Non sento più abbaiare. Sembrava simpatico quel vostro amico. Eliot, come si chiama?”

Quello guardava il fratello che tornava alla luce con la coda tra le gambe: “Io non la conosco, ma Emond a quanto pare sì. Vero Emmond?”

“Sì, sì ma adesso andiamo via. Andiamo a casa, sono stanco.”

Errost cercò con le mani ai suoi piedi e trovò Eliot: “Eccoti, Emond, se vuoi andiamo. Eliot vieni qui. Ma sei tu? Non eri Emond? Bricconi, mi fate sempre degli scherzi, eh eh.” Prese la maniglia per ciechi, trovò il cane nero e ne afferrò il guinzaglio, poi si alzò e cacciò il giornale sotto braccio: “Peccato, è così bello oggi.”

 

Eliot non staccò gli occhi da suo fratello mentre percorrevano via Elder, poi su Crown Dale e per tutta via Queen Mary. Emond si risparmiò le solite critiche al vicinato. Errost salutò la fioraia all’angolo: “Buongiorno miss Penny.” Come tutti i giorni.

Le chiavi tintinnarono contro la serratura e furono dentro casa.

Subito Emond scappò davanti al camino, Eliot lo inseguì: “Bene caro fratellino, siamo a casa adesso.”

Errost posò il bastone nel portaombrelli e tolse la giacca: “Già.” Raggiunse la poltrona davanti al focolare, la trovò con le mani, si sedette: “Adesso, Caro Eliot, mi leggeresti quell’articolo sulla partita di cricket?”

Eliot incombeva in piedi accanto al fratello sdraiato, dall’alto in basso: “Il cricket è noioso, lasciamolo a dopo. Emond ha una storia più interessante invece. Cronaca rosa, oppure gossip del più scandaloso?”

“Cosa? Che dice, Emond?”

Quello rimase con le guancione spalmate a terra: “Una vecschia sctoria, sciolo una vecschia scto…”

Eliot lo interruppe col colpo di scena: “Emond ha una figlia.”

Errost alzò le sopracciglia: “Come hai detto caro? Non devo aver capito.”

“Hai capito bene. Vero Emond? Alza quella testa e spiegaci tutto, tanto di qui non scappi.”

Il bracco nero lanciò uno sguardo di desiderio alla porta, chiusa. Dovette perciò dedicarsi a fratello e padrone: “Non c’è molto da dire. Si chiama Erina. È un cucciolo impertinente che fa parte di un’altra vita.”

“Un'altra vita quale? A meno che tu non ti sia dato ad avventure sentimentali in quei due minuti in cui eri già nato e io ancora no, non ricordo momento in cui non ti abbia avuto sotto il naso.”

“Certo, io non posso aver avuto una vita. Già.”

“E quando sarebbe stato allora? Quando avresti avuto tempo di andare a fare il frou frou in giro per la città a mia insaputa?”

“Durante il tuo corso da cane guida, magari?”

“Tu non facesti quello da cane poliziotto, che poi non finisti?”

“Sì, certo, non lo finii, certo. Così avete creduto.”

Errost stava con la bocca spalancata, la testa appena ciondolante: “Eh Eh, Emond, non sapevo di questa tua dote da dongiovanni.”

“Ma quale dongiovanni. Voi non sapete nulla.”

“Non c’è niente di male, mio caro. Anch’io, se non fossi stato cieco, penso avrei avuto le mie buone possibilità. Ero un bel giovane. Almeno credo. Non sentite come mi saluta la giornalaia? Certo se tu Emond fossi un po’ meno scortese…”

Eliot si intromise: “Scortese solo con chi vuole lui, a quanto pare. Non certo con la giovane cagnetta…”

“Non la chiameresti giovane cagnetta se ce l’avessi davanti.”

“Ah no? E come si chiamava invece?”

Emond si alzò a confrontare il fratello, occhi negli occhi: “Olga, una dobermann. Veniva dalla siberia. Terra dura, che tempra spirito e corpo, trasforma e affila in acciaio letale.”

Eliot non abbassò lo sguardo.

Errost riuscì a dire: “Quindi, tu e questa Olga, avete avuto un cucciolo?”

“Ahr ahr ahr!” Emond fece una di quelle risate da cani che san fare i cani: “Non sapete di che parlate, vi dico. Ma visto che ci tenete, ora lo scoprirete. Seguitemi, vi porterò da lei.” E andò alla porta.

Eliot guardò Errost, lo sguardo meno sicuro: “Sembra voglia che lo seguiamo.”

Il padrone deglutì: “Sembra. Sarà mica pericoloso?”

 

Anche loro raggiunsero la porta, si prepararono e uscirono.

Tornarono su via Queen Mary, salutarono la giornalaia, poi presero il bus su Crown Dale. Un cieco e due cani fanno zero biglietti.

Un'ora dopo scesero al cimitero di Nunhead.

Emond aveva ritrovato un po’ del suo smalto: “Che razza di gente c’è in giro. Avete visto quel panzone? Tutto il viaggio a sbattermi il suo grasso sulla schiena. Spero almeno gli facciano pagare due biglietti.”

Errost battè col bastone sul cancello d’ingresso: “Bene ragazzi, già che ci siamo potremmo andare anche a salutare zia Bessie.”

Eliot guardava il fratello: “Un cimitero?” In risposta ricevette uno sguardo severo, poi si incamminarono lungo i viali. Seguì la coda di Emond finché non si fermò davanti a una lapide. Era piantata in un angolo un po’ defilato, solitaria senza fiori o lumini.

Errost la sfiorò col bastone: “Cos’è? Una pietra tombale?”

Eliot lesse: “In ricordo di Olga, 2007 - 2014. Per i meriti guadagnati in servizio per questo paese, seppur non fosse il suo.”

L’uomo commentò: “Oh, quindi è morta. È con lei che hai avuto quel cagnolino?”

Eliot aggiunse: “Cosa ci farebbe un cane sepolto in un cimitero di uomini? E quale servizio?”

Emond andò accanto alla lapide e si accucciò, guardò gli altri due: “Non usa più il rispetto per un luogo sacro?” poi lo sguardo andò a un tizio in nero che si avvicinava.

Anche gli altri due si voltarono. Il passante si strinse nel cappotto, testa bassa e il solito volto, di chi vede Frigmond Errost argomentare coi suoi due cani.

 

Errost e Eliot rimasero in attesa, in silenzio. Emond se ne stette lì accucciato, sguardo basso da cane bastonato.

Non passava nessuno. Non in quella parte del cimitero, non in quel momento, almeno. Errost ascoltava gli uccellini, litigare e rappacificarsi tra le fronde degli alberi. Sospirò: “Bella la natura.”

Eliot commentò: “Bella sì, ma adesso comincia a venirmi voglia di ascoltare una storia.”

Emond lo ignorò, come faceva spesso. Ma sospirò: “Ogni tanto viene a trovarla.”

Il cane guida sbottò: “Senti, dai…”

“Allora? Già finito il rispetto per i morti?”

“Oddio!”

“Invece che chiamarlo, rispettalo.”

“Emond…”

“Errost, digli qualcosa te a questo…”

“Emond! Basta con questa pantomima! Non puoi scappare per sempre. Quella cagnolina ha detto che vi sareste incontrati. Tu le hai promesso che l’avreste fatto. Ci devi spiegare.”

Errost sembrò risvegliarsi: “Come? Davvero? E quando?”

Il bracco nero si alzò: “Scappare per sempre. Scappare da sé stessi. Non si può? Chi lo dice? Tu, che non sai.”

Errost incrociò le braccia: “Emond, davvero hai promesso di incontrarvi? A quella cagnolina, dico. Mi pare una cosa bella, ma mi sembra di capire che tu non ci voglia andare. Non è proprio carino illudere un piccino.”

Il cane guardò il cielo: “Voi non potete capire. Cosa potete sapere?”

Eliot alzò la testa e gli scappò un breve ululato: “Auuu! Senti fratellino, io una cosa la so: questa è una scena bella e buona. Ti conosco sai?” Si voltò verso il padrone: “È una atteggiamento dei suoi, ce la vuole far pesare, tutto qua. Con il dolore e la solitudine e il voi non sapete. Beh allora la vado a cercare io, questa Erina. Va bene?”

Emond si mise impettito, ritto come in caccia, la testa a freccia a puntare appena verso l’alto, un taglio di sole a disegnare ombre drammatiche sul suo sguardo tagliente: “Tu. Non puoi. Capire.”

“Ah! Errost! Non ti fa impazzire? Io me ne vado!”

“Su su su, ragazzi, non separiamoci, sono sempre cieco. Piuttosto, andiamo tutti a cercare questa cagnolina. Emond, devi farcela conoscere. Che male potrà mai fare? Sono sicuro che andremo d’accordo. Ma tu fai il bravo con la padrona. Perché ha una padrona vero?”

Il bracco nero tornò a rilassarsi: “Sì, certo.”

Eliot saltò su: “La stangona elegante in nero?”

“Già. Non stanno lontano da qui.”

Errost battè il dorso della mano nel palmo dell’altra: “Allora forza, fai strada che ti seguiamo. Sono sicuro che ci piacerà questa cagnolina, com’è?”

“Erina. Si chiama Erina.”

“Oh, sì.” Errost afferrò la maniglia di Eliot, che seguì Emond lungo il viale, di nuovo fuori dal cimitero.

Il bracco bianco e castano provò due volte a chiedere: “Non ci hai detto perché Olga…” e: “Erina quindi è figlia vostra o…” Ma due volte venne interrotto: “Adesso saprete.”

Commenti

Ritratto di Polveredighiaccio

Penso sia un'idea simpatica quella che hai messo in gioco. Magari potevi calcare un po' di più su gag e battute tra i tre personaggi, lo dico perché da come hai sviluppato le diverse personalità il testo si presta bene alla commedia agro-dolce. Non avrei saputo come sviluppare il soggetto (per questo lo avevo scartato) mentre il tuo aproccio è magico e normale allo stesso tempo, in un certo senso.

C'è leggerezza e c'è quel pizzico di poesia legata a un passato un po' malinconico che si intravede nella storia.

 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Nuovo giro, nuovo passo.
Errost, Emond, Eliot, Emond, Eliot, Errost... c'è un motivo se i tre hanno un nome foneticamente simile e devo ammettere che mi hai soddisfatto. Un rimbalzo di personaggi ogni pochissime battute, nomi a raffiche che agitano la scena. Lui è cieco, ha per forza movenze pacate, prudenti. Eppur sulle dinamiche fisicamente pacifiche si innesta una interazione brontolona e agitata, che mai da cenno di placarsi.

la resa è ben riuscita. Ai personaggi è facile affezionarsi, avrei calcato la mano sulla caricatura di Eliot. Avrebbe reso Errost un modello equilibrato perfetto tra i due custodi senza proporlo minimamente noioso.

I modi sono più scorrevoli, attenti alla narrazione e a mantenere una porta aperta per un seguito curioso.

Come vedete, giocare fa molto bene. :)
 

Ritratto di masmas

Vi ho un po' odiato con questi Emond, Errost e Eliot. Poi ho provato a giocarci. E la piccola l'ho chiamata Erina.:) (sarebbe senza A ma poi suonava poco russo)

Ritratto di Seme Nero

Hai dato meno risalto al particolare che più aveva attirato la mia attenzione in questa traccia: il fatto che un cane legga.

Lo scambio di battute è simpatico, la storia piacevole. A parte Emond che cambia nome ogni tanto in Edmond o Emmond (non c'era già abbastanza casino?!) fila via e incuriosice :)

Ritratto di masmas

Mi veniva Emmond tutte le volte che lo scrivevo, ne è rimasto qualcuno... :)

Ritratto di Kriash

MasMas riesce a prendere i soggetti che io proprio non saprei gestire nemmeno a due chilometri di distanza e trasformarli con magia e naturalezza.

Ci sono alcune parti un po' ingarbugliate ma più che altro dipende da me e dal casino generato dai tre nomi simili.

Bravo, una bella prova con un finale sospeso su qualcosa che potrebbe essere...

Ritratto di masmas

Sono andato ancora avanti. Capirete come non sia facile fermarsi. :)
 

Ritratto di Borderline

Con questo titolo qui chiaramente l'ho letto per tutto il tempo con colonne sonore mentali in stile 007 e poliziesco. Buono il rapporto fra i tre protagonisti, anche se concordo con Alen che i nomi troppo simili ogni tanto hanno confuso la visualizzazione delle scene :). Storia dal sapore russo, con quella malinconia tipica che avvolge come un manto di neve. Buon equilibrio fra dialoghi e narrazione

Ritratto di masmas

Poi nel prosieguo il titolo assume(-rà -rebbe) più significato.