Il mostro, il vecchio e il cattivo (di Schiumanera)

Lee si guardò la mano, per una frazione di secondo incapace di capire cosa gli stesse accadendo. In fondo alla grotta, mentre la creatura si divertiva a smontare ogni fibra della sua mano destra, la metà mozzata della testa di Hare sembrava fissarlo, lo squarcio un ghigno che lo prendeva per il culo.

“Figlio di...” disse ma subito si azzittì, arretrando un po' di più nel budello perché alle sue parole il mostro aveva interrotto la sua dissezione e gli occhi erano tornati a rivolgersi nella sua direzione. La mandibola contratta, rimise la pistola nella fondina: la mano sinistra si stava già intorpidendo. Presto, molto presto, troppo presto tutto il suo corpo non sarebbe stato altro che un burattino.

Un burattino pronto a leccare il culo allo Straniero, posto che fosse riuscito a uscire dalla Gola.

“Slag...” bisbigliò, incapace di distogliere lo sguardo dalla mano sinistra, dai frammenti di ferro auto replicante che si stavano sostituendo alle fibre del suo corpo. Era per questo che lo aveva fatto viaggiare a cassetta, a beccarsi la polvere, il vento e gli insulti del droide. Perché stava preparando il suo piano di riserva, nel caso non fosse riuscito ad accopparlo al primo tentativo.

Guardò di nuovo davanti a sé, indeciso sul da farsi. Forse, l'unica cosa davvero sensata da fare sarebbe stato consegnarsi alla creatura che nel frattempo  si stava trastullando con il corpo biomeccanico di Hare. Farla finita, subito, piuttosto che trasformarsi in uno schiavo dello Straniero che di certo si sarebbe divertito a torturarlo a lungo, prima di rigettarlo nella Gola. Lee non sapeva cosa avrebbero fatto gli slag, una volta infettato il cervello. Forse una parte di sé sarebbe rimasta, cosciente, a subire l'umiliazione e il dolore che quel porco gli avrebbe inflitto con sussiego.

A quel pensiero ne subentrò un altro, altrettanto doloroso: Hybris.

Hybris viva, pure nella sua nuova forma.

Hybris prigioniera, non più morta.

Hybris schiava di quell'animale che aveva stabilito a Bylon il suo regno del terrore. Non poteva lasciarla così, non poteva abbandonarla di nuovo. Non poteva essere tanto vigliacco.

Si voltò, deciso a tentare, prima che il metallo lo privasse del tutto della sua coscienza, quel salvataggio che non gli era riuscito dieci anni prima.

Sfilò la cintura dai pantaloni e la strinse saldamente attorno al bicipite, sperando in quel modo di ritardare l'avvelenamento. Fece due passi. Al terzo si ritrovò a terra, trascinato all'indietro da una forza incontrollabile che gridava, con quella sua voce priva di voce:

 

C E R V E L L O !

O C C H I !

C   U   O   R   E !

 

Prima ancora che Lee potesse fare qualcosa, qualunque cosa oltre ad estendere con il suo grido il grido della creatura, il mostro lo aveva abbrancato saldamente, tenendolo per entrambe le caviglie, a testa in giù. Sentì il sangue soffocargli il cervello, come la sabbia di una clessidra. Gli occhi lo scrutavano, fissandosi ciascuno su una porzione del suo corpo, assimilando dettagli, fibre e filamenti. Una mano si strinse attorno all'avambraccio sinistro, si ritrasse, come stupita. Fu un istante, poi le dita tornarono ad avvolgerlo, ben salde.

Lee gridò ancora, incapace di trattenersi, stupito della sua cedevolezza quando la creatura allargò simultaneamente le tre appendici composte da decine di avambracci meccanici, nel tentativo di strappargli gli arti dal corpo.

La pressione sulle giunture era insostenibile. Ginocchia, anche e il gomito gemevano, mentre la creatura giocava con la loro resistenza. Allentava di poco la presa, poi tornava a tirare, di scatto. Uno strappo alla volta. Torcendo e slogando. Curiosa, affamata di curiosità.

Lee sputò la saliva che lo stava soffocando, cercando inutilmente di respirare mentre la pressione si faceva troppo forte per poterle resistere. Nel delirio provocato dal dolore vide Hybris, i grandi inutili occhi rossi, occhi come quelli che continuavano a fissarlo, godendosi le sue reazioni, senza cattiveria, con lo spirito dello studioso.

Quell'essere così piccolo, morbido e caldo provava cose che alla creatura erano sconosciute. Il

 

D

O

L

O

R

E

?

 

Parola alla quale non riusciva a dare sostanza, che pure le suonava stranamente familiare. Limpida, come il taglio di un bisturi. Una ferita netta che si apriva su carne sterilizzata. Pronta per essere macellata. Maciullata. Ricostruita. Di nuovo smembrata.

Le dita affondarono nella carne, strappando vene, nervi e tendini; Lee percepì che qualcosa gli veniva sottratto: vide, come se appartenesse a qualcun altro, il braccio sinistro staccarsi del tutto dal corpo, poi volare via, giù nel lago, mentre la creatura pure osservava quella strana appendice perdersi sotto di lei. Cadde all'indietro; la rotula destra si slogò prima di schiantarsi.

Il dolore lo travolse ancora, rimbombando come un urlo nel suo corpo ora vuoto, privo di una coscienza. Riuscì a vedere con la coda dell'occhio la gamba penzolare tristemente tra le dita lunghissime e affusolate della creatura, prima di perdere conoscenza, annegando negli enormi occhi rossi del ricordo.

L'ultimo ricordo.

 

SEI SVEGLIO

 

La voce era diversa.

Era sempre l'eco della creatura, ma aveva un tono diverso.

Se il mostro sembrava parlare in una risonanza collettiva di voci, questa manteneva una propria singolarità. Lee non si mosse. Non aveva voglia di rispondere. Si domandava solo perché non fosse ancora morto. E aveva la sensazione di essere più leggero. Privo di una parte importante di sé.

 

UOMO DAI DENTI AFFILATI APRI GLI OCCHI

QUELLI LI HAI ANCORA

 

Quella voce.

Lee aggrottò le sopracciglia. Era sicuro di averla già sentita, molto tempo prima. Un tempo lontanissimo nella memoria. A chi apparteneva? A qualcuno di nessun conto, come tutti coloro che avevano la sfortuna di trovarselo davanti.

 

ESATTORE

 

Già, Esattore. Lee abbozzò un sorriso. Era così che lo chiamavano quando riscuoteva per il Grassone. Vite umane in cambio di prestiti mai saldati: donne e bambini, passati per gli artigiani prima, nei bordelli poi; uomini lasciati a marcire nel mezzo del deserto, con una borraccia riempita di acqua salata come unico bagaglio. Non lo chiamavano più così da quando aveva lasciato Bylon. Nessuno lo chiamava più così da dieci anni.

 

S  V  E  G  L  I  A  T  I

 

L'urlo inaspettato lo scosse. Rabbrividendo socchiuse gli occhi. La testa gli faceva un male d'inferno. E non voleva vedere in che condizioni si trovasse quel moncherino che gli restava per corpo. La creatura gli stava accucciata accanto. Ma solo due occhi lo fissavano. Due occhi diversi da tutti gli altri, gialli come paglia. Il resto del mostro era concentrato sulla dissezione di una gamba e miagolava compiaciuto a ogni vena sfilata via con precisione chirurgica dall'arto mozzato.

Si accorse di avere molta sete. E di avere freddo. Gli occhi gialli ondeggiavano da destra a sinistra. Da sotto l'intrico di midolli intrecciati, un arto meccanico si protese verso di lui. Istintivamente Lee sollevò le braccia per scoprire, con orrore che non gliene restavano che delle pallide porzioni, filamenti di carne, vene e tendini che penzolavano nel vuoto.

 

HAI LA FEBBRE

 

Si sarebbe messo a ridere, se avesse potuto. Invece quello che gli uscì dalla gola non fu che un debole singhiozzo.

“Perché non mi finisci?” domandò con un filo di voce. Anche Hybris era dimenticata: nelle sue condizioni non avrebbe potuto fare nulla per lei. Cercò di convincersi che fosse già morta. Di crederlo come lo aveva creduto per tutti quegli anni.

 

BUFFO

È LA STESSA COSA CHE TI CHIESI ALLORA

 

La mano meccanica gli si appoggiò sul torace. La creatura socchiuse gli occhi gialli.

 

OH

IL RESPIRO

 

Lee lo osservò con maggiore attenzione. C'era qualcosa in quella voce e in quegli occhi gialli. Di nuovo il ricordo ma meglio strutturato, come se, scavando sotto la sabbia, avesse intravvisto le zanne della formicaleone che vi stava nascosta.

“Il vecchio” bisbigliò.

La creatura ritirò la mano. A Lee parve che gli occhi annuissero

 

RICORDI

 

Ricordava. La marcia dei doll. Una delle prime. Era stato proprio lui a guidarla, dietro la promessa dello Straniero che Hybris sarebbe stata risparmiata. Sorrise: a quanto pareva, nonostante quello che gli era stato detto, il bastardo aveva mantenuto la promessa.

In uno di quei primi gruppi c'era un doll molto vecchio, un istitutore, trasportato fino a Bylon da una famiglia che lo aveva comprato a Mexicali. Era stato l'unico a parlargli. Quegli occhi di paglia non lo avevano perso di vista per tutte le interminabili evoluzioni della marcia, ogni volta che un doll si spezzava e i moropsi facevano il resto, calpestando i corpi che fibrillavano per gli ultimi residui d'energia. “Perché non ci uccidete e basta?” aveva urlato, prima che lui desse ordine di spezzare i superstiti e gettarli nella Gola.

Questo accadeva dieci anni prima.

“L'unico doll con un cuore” disse Lee.

Ancora una volta, gli sembrò che gli occhi annuissero.

 

IL MIO CUORE

 

Lee sbirciò la creatura. Aveva liberato la gamba della pelle, lavorando con commovente precisione lungo il polpaccio, incidendo e ricavando lembi perfetti dall'arto. Ora stava rimuovendo i muscoli, spiccando i tendini uno alla volta.

Si lasciò andare sul pavimento. Il braccio gli prudeva e non c'era modo di grattarselo. Sorrise. Non c'era neanche un braccio da grattare. “Vuoi farmela pagare?” domandò.

La risposta del vecchio arrivò dopo quello che gli parve un lunghissimo lasso di tempo.

 

NO

 

“Sei un idiota”.

 

VOGLIO LO STRANIERO

 

Lee riaprì gli occhi. “E come pensi di farlo venire quaggiù?”

Gli altri occhi si rivolsero nella sua direzione come petali di un fiore appena sbocciato. Le lunghe braccia poliarticolate si allungarono, si tuffarono nel fondo del lago e ne riemersero, con arti meccanici che rilucevano dei riflessi verdastri del muschio. Gli occhi gialli lo guardarono. E, in quel momento, Lee seppe che sarebbe riuscito a rivedere Hybris un'ultima volta. 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Sui modi non ho nulla da dire. Sono i tuoi, quelli di chi assorbe in fretta e ristrizza sul foglio. Il soggetto è interessante e Lee mi sta particolarmente simpatico. Contesto e ambienti sono ben cuciti, arredati. La comparsa di una vendetta condivisa non è un colpo di scena che mi affascina, ma devo dire che era una strategia, qui ben inserita, arricchita di un precedente plausibile, con l'introduzione di una pedina particolare: il doll con un cuore. Devo rendere il merito: te la sei cavata bene.

Ritratto di masmas

Non c'è che dire, davvero forte. Unico difetto per me è che sta prendendo una piega parecchio contorta, ma è colpa di quel cattivaccio del capitano. :) 

Del resto proprio complimenti.

Ritratto di Antio

Molto bello, fino a poche righe dalla fine pensavo che Lee non se la sarebbe potuta cavare! Bel finale, peccato che la storia finisca qui, avrei voluto leggere anche la parte dove alla fine Lee si vendica dello Straniero!

Ritratto di Borderline

Molto bella la tematica dell'antica vendetta, molto western. Chiaramente le contaminazioni weird e i modi, come dice il capitano, sono proprio tuoi e li stai gestendo sempre meglio. Forse troppo calcati i pensieri in un momento di dolore (all'inizio, intendo), ho apprezzato maggiormente la resa con "l'info-grafica" o comunque con le sensazioni di Lee, piuttosto che il suo ragionare nel frattempo :)