L'ultimo Impero (di Grilloz)

Volo. La città scorreva rapida, un reticolo di vie ortogonali ormai immerso nell’oscurità.

Le unghie di quegli enormi uccelli conficcati nelle braccia gli facevano male. In due lo stavano trasportando tenendolo con gli artigli. Le gambe libere nel vuoto.

«Che ne sarà di lei?»

Per un momento credette che le sue parole si fossero perse nel vento.

«Se la caverà».

Nonostante le vertigini non riusciva a staccare lo sguardo dal suolo. Ora stavano sorvolando la palazzina di caccia di Stupinigi i cui ampi bracci avvolgevano il giardino all’italiana. Avevano superato la fila ordinata delle scuderie e si stavano dirigendo verso la grande sala da ballo che occupava quasi per intero il corpo centrale. Il cervo dorato era lì, con le sue ampie corna ramificate, immobile sulla volta, guardiano e simbolo di quel luogo.

«Dove siamo diretti?»

Questa volta non ebbe risposta.

 

* * *

 

Un frusciare d’ali spezzò il monotono gorgogliare delle fontane dei due fiumi, il Po e la Dora, uniti e divisi nella loro posa marmorea, coricati sul fianco con lo sguardo alto e nobile.

«Cos’è stato?»

«La!»

Chiara si voltò.

Uno stormo di… Rondini? No, troppo grandi, solcava il cielo notturno.

«Le figlie di Ba

La guardarono increduli. Solo Luca osò spezzare il silenzio e mormorò:

«Il nuovo inizio».

«Presto, andiamo».

La ragazza corse verso via Lagrange seguita dagli altri.

 

Le aiuole erano coperte di guano biancastro e appiccicoso. La piazzetta si mostrò deserta, solo una donna vestita di rosso giaceva al centro con la faccia in una pozza di vomito. Chiara le corse incontro e le sollevò la testa aiutandola a pulirsi con un fazzoletto. Nel tirarsi su la camicetta di seta si aprì mostrandole per un istante una grossa bruciatura al centro del petto, ma subito la donna si coprì. Girò la testa di lato e vomitò ancora un fiotto di succhi gastrici. Poi si voltò verso la ragazza.

«Fermalo Chiara!»

E allora la riconobbe.

 

Suo padre l’aveva portata al McDonald's, quello sotto i portici, in centro. Erano passati forse un paio di mesi da quando se n’era andato di casa. Si era presentato con una donna; non ne ricordava il nome, forse l’aveva scordato o forse non gliel’aveva mai detto. Ma il viso sì, come scordarlo?

Chiara odiava il puzzo di fritto, la folla sudata che le si strusciava contro, e tutta quella gente che quasi la calpestava. Eppure il padre era convinto che lei ne andasse pazza. Quante cose ignorava di lei.

Si erano seduti ad un tavolino, stretto in un angolo del primo piano, Chiara succhiava dalla cannuccia la sua spremuta. Troppo dolce, troppo aspra. Guardava in cagnesco quella donna che tentava di sorriderle dalla sedia di fronte. Il rossetto carminio aveva lasciato un segno sul bicchiere di carta. Era bellissima, la pelle liscia, priva di imperfezioni, il trucco delicato e impeccabile, i capelli corvini e lucidi. Le sembrò una di quelle attrici dei film, di quelle che si vedono in televisione. Cosa ci faceva una così con suo padre? Sembrava del tutto fuori posto col vestito firmato in mezzo a frotte ragazzini vocianti in jeans e felpa.

Mentre stava sbocconcellando svogliata le patatine, lui si era alzato.

«Vi lascio ai vostri discorsi di donne», disse strizzando l’occhio alla bambina, «Vado un momento al bagno».

Chiara era rimasta zitta a guardarsi le scarpe e la donna aveva atteso un po’ prima di parlare.

«Chiara».

Si era costretta a guardarla stringendosi nelle spalle come per proteggersi. La donna aveva fatto scivolare sul tavolo un piccolo oggetto.

«È per te».

Un ciondolo dorato.

«Non lo voglio!»

«Prendilo, sarà il nostro segreto».

Chiara l’aveva preso fra le dita. Era bellissimo, irresistibile. La superficie era incisa con motivi floreali. Su un bordo l’unghia si era fermata su una levetta. La donna le aveva mostrato come aprirlo. All’interno il profilo di una donna in avorio su uno sfondo blu scuro.

«Non mostrarlo a nessuno, nemmeno a papà».

A casa, più tardi, l’aveva tirato fuori dalla tasca, e ci aveva giocato un po’. Premendo il volto di donna del cameo era uscita di scatto una sottile lama affilata. Le aveva provocato un piccolo ma profondo taglio sulla punta dell’indice sinistro, se ne poteva ancora sentire l’ispessimento della pelle cicatriziale. Sulla lama era incisa una scritta con caratteri che Chiara all’epoca non sapeva leggere. Aveva guardato per un po’ la lama luccicare succhiandosi il dito. Poi l’aveva richiuso e nascosto tra le sue cose più preziose in una piccola valigia delle bambole.

 

«Dove sono andati».

La donna scosse il capo.

«Ha detto che avrebbe restaurato l’ultimo impero».

Chiara ci pensò un momento.

«So dove sono. Marco hai la moto?»

Il ragazzo annuì.

«Voi chiamate gli altri e raggiungeteci la».

«Dove?»

«Dammi il cellulare».

Aprì l’applicazione mappe e puntò un dito sulla periferia industriale di Airasca.

«Qui».

 

* * *

 

Il locale era ampio, aveva l’aspetto di un tempio abbandonato, un tempio della modernità e del progresso, fra colonne di cemento armato e resti polverosi di arredi in polistirene.

«Ti son sempre piaciuti i luoghi simbolici».

«Nulla è per caso Jaques, dovresti averlo imparato ormai. Questo luogo non è stato costruito qui per caso».

«No, penso proprio di no».

«Ci sei mai stato prima?»

Jacques si guardò attorno. Al centro del soffitto pendeva ancora la strobosfera, al fondo della sala quel che restava del palco del DJ.

«Era molto diverso».

L’uomo rise, ma in un attimo ridivenne serio.

«Mi serve una goccia del tuo sangue».

«Per cosa?»

«Stanotte, Jacques, stanotte la guerra si scatenerà. Stanotte sarà combattuta l’ultima battaglia e noi raggiungeremo il potere finale. Come padre e figlio».

«Tu?»

«Ci sarà tempo per le spiegazioni, ma ora, per vincere, mi serve una goccia del tuo sangue».

Jacques gli porse la mano, l’uomo con un gesto secco gli incise il polpastrello dell’indice facendo cadere una goccia di scuro liquido dentro una coppa di legno.

«Ora manca solo un’ultima cosa».

Pose la coppa al centro del tavolino metallico da bar. Ai bordi, sui vertici di un immaginario quadrato, un sasso, una candela accesa, un calice pieno d’acqua e uno vuoto.

 

* * *

 

La vecchia Punto sferragliava sulle strade sconnesse della periferia. A quella velocità sembrava dovesse andare in pezzi. Le gomme stridevano a ogni curva, la marmitta rombava cupa.

Sul sedile posteriore la donna gemeva con la faccia appoggiata al finestrino.

Accanto a lei Luca, sballottato sul sedile in similpelle, armeggiava col cellulare per inviare la posizione agli altri.

L’autoradio sparava un rap ad alto volume.

«Fai tacere quel dannato affare».

«E dai, un po’ di musica».

«Diglielo anche tu».

Toccò sulla spalla la donna. Lei si voltò. Gli occhi spenti fissavano il nulla.

«Non capisco perché ce la siamo portata dietro».

«Non potevamo lasciarla la».

«È una di loro».

La donna, senza smettere di guardare fuori mormorò:

«Non potete capire».

«Non possiamo capire cosa?»

Lei non rispose. Luca le scosse la spalla.

«Cosa non possiamo capire? Parla! Cosa sta succedendo»

Si voltò fissandolo per un intenso istante. Luca tacque, come colpito da un’improvvisa paralisi.

«Sarà stanotte, se non verrà fermato».

 

* * *

 

Marco aveva il corpo di Chiara incollato alla schiena, le mani affusolate strette al petto. L’accelerazione della Z1000SX la costringeva a stringersi ancora più forte. E lui avrebbe voluto proseguire all’infinito per continuare a sentirla così vicina. Ma fermò la grossa Kawasaki davanti all’edificio abbandonato.

Lei saltò giù dalla moto.

Se non fosse stato per l’ingresso monumentale, per le statue disseminate nel cortile, per la grande fontana, avrebbe potuto essere un qualsiasi capannone industriale con spigoli scrostati da cui sbucavano le armature arrugginite del cemento. Quattro colonne reggevano il frontone centrale. Sopra al timpano era ancora visibile la scritta in rilievo.

Ultimo Impero.

 

Tempo prima un’amica di suo padre aveva condiviso una foto sul suo profilo. Lei lo seguiva di nascosto da un po’; non era stato difficile entrare fra le sue amicizie con un profilo falso e una foto ammiccante rubata da qualche parte. Lei si chiamava Carlotta Vixit, di sicuro un nome inventato. L’immagine del profilo era l’occhio giallo di un gatto nero.

Più che una foto si trattava della foto di una foto. Era sbiadita e virata al giallo. Mostrava due ragazzi e due ragazze abbracciati fra loro, con bicchieri da cocktail in mano e gli occhi rossi per il flash. Alle loro spalle braccia tese verso l’alto di altri ragazzi che ballavano scatenati. Il ragazzo sulla destra, quello coi capelli lunghi, era suo padre.

Sotto la foto un solo commento.

“Ricordi l’Ultimo Impero?”

 

Senza una parola si diresse verso l’ingresso col casco in testa. Lui slaccio la fibbia con calma, ripose il casco nel bauletto della moto e la seguì per il vialetto infestato dalle erbacce, spaventato più da quel che avrebbe dovuto fare che da ciò che li aspettava all’interno.

 

* * *

 

«Quanto cazzo manca?»

«Il navigatore dice due chilometri».

«Ma dove stiamo andando?»

«Non ne è ho idea».

«Dimmi che non ci siamo persi».

«Controlla tu, è il punto che mi ha indicato Chiara».

«Va bene, va bene».

«Gli altri hanno risposto?»

«Stanno arrivando».

«Anche GuidoniX?»

«Ha detto che ci sarà».

«Finalmente».

 

* * *

 

«Ti stavo aspettando Chiara».

«Come sai…»

«Il tuo nome?»

L’uomo in frac rise.

«Io so tutto, vero Marco?»

Il ragazzo aveva tirato fuori dalla tasca una vecchia Walther PPK. La pistola era così piccola che quasi spariva nella sua mano.

«Marco, che fai?»

Il ragazzo quasi balbettò, senza il coraggio di guardarla in faccia.

«Solo tu avresti potuto capirmi». Fece una lunga pausa. «E invece sei sempre rimasta chiusa nel tuo bozzolo».

Tremava. Le dita sudate scivolavano sul calcio che stringeva impacciato.

«Su, fa quel che devi!»

«No, Marco, aspetta».

Sparò.

La pistola sfuggì via, spinta dal rinculo, cadendo nell’ombra alle sue spalle.

Chiara cadde all’indietro. All’altezza dello stomaco la canotta si impregnò di sangue. Si teneva la pancia in preda agli spasmi. Marco la guardò sconvolto e scappò via.

Jaques corse verso di lei, sollevandole la testa e sfilandole il casco.

«Portami il suo sangue, presto».

Le passò una mano tra i capelli.

«Resisti» le sussurrò e le alzò la maglietta.

Una schiuma bianca si era formata sulla ferita. La pulì con un fazzoletto. Del foro della pallottola si era quasi richiuso lasciando solo un segno arrossato sulla pelle.

 

Era giovane allora, poco più che un ragazzo. Jaques aveva già sparato il suo colpo, sbagliando. L’altro soldato tese il braccio allineandolo con la spalla e strinse l’occhio per mirare. Il sole di quel mattino riflesso nelle mostrine dorate e nei bottoni dell’uniforme del nemico gli sarebbe sempre rimasto impresso.

Tirò il grilletto. Uno schioppo secco, una nuvola di fumo. Poi il dolore, intenso, al petto. Il cielo era terso, solo un fiocco di vapore interrompeva il celeste. La ferita bruciava, i suoni della battaglia si perdevano lontano.

“Sto morendo”, pensò prima che tutto diventasse nero.

Si era risvegliato col rossore del tramonto mentre stavano perlustrando il campo alla ricerca di feriti e raccogliendo i cadaveri. La ferita gli faceva ancora un po’ male. Ma era più un fastidio, un prurito. Stava per richiamare l’attenzione di qualcuno, ma aveva aperto l’uniforme. Una schiuma biancastra copriva il punto in cui era stato colpito, ma della ferita restava solo un arrossamento cutaneo.

 

* * *

 

Mat parcheggiò la Punto a pochi metri dalla grossa Kawasaki. Una BMW scura era ferma all’imbocco del vialetto. Un uomo in abito elegante stava seduto sul cofano circondato da un gruppo di ragazzi che non avevano mai visto prima.

Mat e Giò scesero dall’auto. Luca reclinò il sedile per raggiungerli e fece un cenno alla donna invitandola a seguirlo, ma lei si limitò a ignorarlo. Con la guancia appoggiata al finestrino guardava il grande edificio.

I due nel frattempo avevano recuperato le loro armi dal bagagliaio: una balestra e una katana.

L’uomo gli andò incontro.

«Sei GuidoniX?»

Chiese Mat.

«Sì, sono io».

L’anonimo interlocutore di quegli ultimi mesi, colui che li aveva guidati fin lì, ora aveva un volto.

«Ci sarà tempo per i convenevoli. Andiamo».

Luca li aveva già preceduti verso l’edificio. All’improvviso si fermò e buttò indietro il cappuccio della felpa.

«No!»

Sì chinò su un corpo vicino alla fontana.

«No! Marco! No!»

Gli occhi aperti ma spenti, il volto coperto di tagli profondi, il ventre squassato, scavato, come se il becco di un grosso uccello avesse infierito, viscere ancora calde riversate a terra.

Mat è Giò lo raggiunsero, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di guardare il corpo martoriato dell’amico. Rimasero immobili, paralizzati dal terrore mentre gli altri ragazzi li superarono di slancio e si diressero verso l’ingresso. Alcune creature uscirono, sfondando le vetrate, volandogli addosso. Rondini enormi colpirono coi loro artigli e affondarono i loro becchi nella carne.

Mat incoccò un dardo e lo scaglio verso una di quelle rondini colpendola nel petto. Si affrettò a ricaricare nonostante il terrore.

Giò sfoderò la katana tenendola con due mani di fronte a lui, le gambe flesse e divaricate in posizione di difesa. Aspettò che una rondine gli si avventasse contro per sferrare un fendente. Colpì l’ala e la lama affilata penetrò a fondo. L’essere garrì fissandolo con occhi umani mentre tentava di afferrarlo con una zampa. Lui colpì, e colpì ancora, finché non lo vide cadere al suolo.

Luca aveva tirato fuori dalla tasca un Taser artigianale e avanzava a passi lenti. Una rondine lo assalì. I due dardi scattarono tardi, colpendo l’uccello quando ormai gli era addosso trasmettendogli parte della scarica ad alto voltaggio. Barcollò sotto il peso del mostro e un attimo dopo cadde a terra svenuto.

Il piazzale era tornato silenzioso. L’uomo, che era rimasto in disparte, li raggiunse.

«Forza, entriamo».

Mat e Giò lo precedettero nella hall. Il pavimento era pieno di calcinacci. Appesi al soffitto ammuffito dalle infiltrazioni quel che restava di un paio di faretti. Sentirono l’eco di alcune voci indistinte.

«Sono di sopra».

Da fuori giunse il suono di auto che inchiodavano sulla ghiaia. Fruscio d’ali. Colpi di armi automatiche.

«Ci copriranno, saliamo».

I ragazzi si avviarono per le scale di corsa. L’uomo estrasse la sua Glock e sparò solo due colpi, senza dargli il tempo di reagire.

 

* * *

 

«Jaques, non fare lo stupido».

Aveva aiutato la ragazza a rialzarsi e ora la sorreggeva con un braccio dietro la schiena.

«No, prima devi spiegarmi cosa sta succedendo».

Chiara tremava terrorizzata, una mano infilata sotto la maglietta a toccare la ferita che si era quasi rimarginata del tutto.

«Ti spiegherò tutto, ma ora fa come ti dico. Mi serve il suo sangue».

«Scordatelo».

Ogni parola rimbombava per l’eco, ripetuta all’infinito. In quel momento un uomo entrò nella grande sala.

«Papà».

«Piccola».

«Non chiamarmi così».

Si avvicinò, il braccio allungato sul fianco, la pistola nel pugno.

«Stammi lontano, papà».

Si riparò dietro il corpo di Jaques.

«Ascoltami, figlia mia…»

«No! Basta! Vattene!»

Fece un passo indietro divincolandosi dalla presa di Jaques.

«Aspetta».

«No, statemi lontano».

Prese il pendaglio che portava al collo e lo brandì come fosse un’arma.

«Cosa pensi di fare con quello?»

Disse l’uomo in frac. L’altro alzò la pistola.

«Chiara!»

Jaques protese le mani in avanti.

«Calmi, state calmi».

Come in uno stallo tutti rimasero immobili a fissarsi. Proprio in quel momento una donna entrò barcollando. Tutti si voltarono verso di lei.

«Carlotta!»

«Charlotte!»

Con una mano stava appoggiata allo stipite, con l’altra teneva chiusa la camicetta. Fece un passo verso il centro del salone abbandonando il sostegno.

«Fallo Chiara».

La ragazza fece scattare la piccola lama.

«Cosa pensi di fare con quel gingillo?», disse ridendo l’uomo senza nome.

I caratteri incisi sulla lama parvero luccicare per un momento. Ora sapeva leggerli.

«Stupida, non puoi battermi».

L’uomo avanzò verso di lei brandendo un pugnale estratto da sotto alla giacca.

«Solo chi conosce il mio nome può sconfiggermi».

E lei lo disse.

Commenti

Ritratto di Borderline

Un po' di amaro in bocca per come sembra esser finita questa storia di Immortali. Con la sconfitta dell' anti-eroe dei due mondi (o forse dei due tempi). Lo stile mi piace ma molte scelte ambientali sono estremamente "già viste", come la coppa con il sangue, i riti, l'edificio abbandonato, il ciondolo magico. Sicuramente questo è un racconto che avrebbe bisogno di tantissime altre pagine per rivelarsi, le poche battute a disposizione hanno fatto sì che molte parti sembrino "telefonate" (per esempio la simmetria fra la ferita di Jaques e quella di Chiara, sicuramente in un romanzo la prima scena al passato sarebbe stata scritta molto prima, non così attaccata all'altra similissima). La difficoltà in racconti con più linee temporali è proprio quella di mantenere l'interesse vivo su entrambe, tu qui ti sei concentrato tanto tanto sul presente! Ma son tutti esperimenti utili in futuro, quindi ben vengano :)

Ritratto di grilloz

Più che un problema di battute (beh, con qualche battuta in più ci sarebbe stato molto altro da raccontare) il mio è stato un problema di progettazione :D ho lasciato liberi i personaggi di muoversi nella storia, ma mi hanno limitato un po' le scelte fatte negli episodi precedenti, alle quali mi sono dovuto attenere. Se avessi progettato tutto fino alla fine probabilmente certe cose me le sarei giocate prima e certe altre le avrei proprio inserite in modo diverso. L'oggettistica e la ritualistica è tutta da rivedere, lì è stata proprio mancanza di tempo e di idee (anzi più di idee ;) ) Però ambientare la scena finale in una discoteca abbandonata (lo so, per i non torinesi era un po' difficile orientarsi) mi ha divertito;)

Ritratto di LaPiccolaVolante

Sì un ottimo allenamento. La gestione del Flashback migliora, la storia ricalca gli elementi più classici, in un eventuale sviluppo cambierei alcuni oggetti e modi di usarli, ma la struttura è ben organizzata. Anche la tendenza alla ripetizione di parole va pian piano morendo. Davvero un ottimo allenamento. Contento.
 

Ritratto di grilloz

Già detto sopra, l'oggettistica è tutta da rivedere ;) e sì, le ripetizioni della "parola chiave" sono al momento il mio maggior tallone d'achille :P Però mi sono divertito ;)

Ritratto di masmas

Beh certo una storia complessa vorrebbe una progettazione globale. Però a me ha tenuto attaccato alla lettura, mi è piaciuto. Poi certo ampliato e sistemato prenderebbe il corpo che in poco testo non può avere.

Ritratto di Kriash

Molto complessa come storia e altrettanto complesso dare un giudizio. Proprio perchè hai dato tanti spunti ma sono stati mischiati un po' frettolosamente. Come ti dicevo nelle altre due parti, mi piacciono l'ambientazione e le caratteristiche che hai dato alla storia. Forse la seconda è la parte che mi è piaciuta di più delle tre perchè quella con più colpi di scena.

Ritratto di Seme Nero

Ho faticato un po' a seguire per colpa dei numerosi personaggi, i colpi di scena ci stanno, solo che alla fine non capivo più chi tradiva chi. Non mi dilungo a ripetere quel che hanno detto altri. Dispiaciuto per le creature, pensavo avessero un ruolo più importante nella storia.

Anch'io ho preferito il secondo capitolo.

Ritratto di Mar_86

Mi ha tenuta incollata dalla prima parola.

L'inizio di questo capitolo mi ha presa di più dei due precedenti dove c'erano magari descrizioni che inchiodavano un pò fin da subito.

Scorre veloce ed è scritto proprio bene.

Ma ammetto di essermi fatta trascinare dalla storia senza però purtroppo aver chiaro personaggi e trama. Troppi punti interrogativi nella mia testa (pecca anche mia eh).

Forse troppo complessa, ma come racconto è comunque fatto bene.

Bravo!

Ritratto di Polveredighiaccio

Personalmente quando in un racconto ci sono tanti personaggi e variazioni di scena non mi dispiace. Ovvio siano più gestibili in un romanzo, ma imbrigliare le idee non è facile sempre.

Quello che hai scritto sulla difficoltà di progettazione lo capisco. Ahi quanto lo capisco! Mal comune. XD