La porta delle tenebre (di Grilloz)

Seconda parte di L'uomo in frac 

 

Stavano in piedi sotto i portici di piazza Statuto dando le spalle al monumento del Fréjus. Non avevano parlato molto durante la camminata con cui avevano attraversato il centro. La piazza era silenziosa, non c’erano molti locali aperti. Il bar all’angolo chiudeva alle nove, sulla serranda abbassata qualcuno aveva tracciato dei segni con una bomboletta. Solo qualche auto di tanto in tanto passava per il controviale in cerca di parcheggio.

Sull’architrave, proprio sopra di loro, c’era un nido di rondini. Alcuni pulcini garrivano sporgendo il becco. Dalle sue spalle arrivò una rondine, volando radente, girò attorno ai due e salì fino al nido infilandovisi dentro. Un attimo dopo sporse di nuovo il capo. Jaques per un momento ebbe l’impressione che li stesse osservando.

Scosse la testa e si rivolse all’altro uomo.

«Pensi davvero che sia qui?»

Disse indicando l’alta piramide irregolare di macigni al centro della piazza. L’altro si voltò a guardare i corpi marmorei dei titani caduti e scosse le spalle.

Jaques continuò:

«Ero qui quando l’hanno costruito. Ho anche incontrato il conte di Veglio un paio di volte. Era molto diversa la piazza all’epoca». Disse indicando i palazzi oltre la ferrovia. «Era tutto molto diverso. Però l’atmosfera… quella non è cambiata».

«Sei sempre stato un romantico Jacques».

Il genio alato si stagliava scuro sulla cima del monumento. Le ali distese, il corpo inarcato nello sforzo estremo un attimo prima di spiccare il volo, la stella a cinque punte sulla fronte.

Una coppia di ragazzi passò sul marciapiede, mano nella mano. Lei stava controllando il trucco specchiandosi nel display spento del cellulare, lui le sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi sparirono oltre l’angolo.

Jacques piego le labbra in un sorriso amaro.

«Non è qui la porta, a meno che tu non voglia accedere alla rete fognaria».

L’uomo sistemò il papillon e drizzo con la mano il cilindro che era scivolato un po’ di lato. Rise.

«Non, non è qua. Non siamo qui per questo».

«Per cosa allora?»

«Vedrai».

Rimase pensieroso a guardare la piazza. La, in quell’angolo, un tempo c’era la beatissima, la ghigliottina. Ricordò la piazza colma, il popolo vociante, i gesti meticolosi, quasi rituali, del boia. E il sangue. Quanto sangue sgorgava dalle giugulari recise mentre il cuore del condannato batteva gli ultimi palpiti.

La notte dopo le esecuzioni era solito raggiungere di nascosto il patibolo per raccogliere con un panno di feltro alcune gocce di sangue. Sangue di assassino. Quanti esperimenti falliti. Eppure lui era ancora lì.

Tacchi a spillo sul selciato lo riportarono al presente. Una donna stretta in un elegante abito rosso si avvicinava alle spalle dell’uomo senza nome. La minigonna si alzava un po’ a ogni passo mostrando l’elastico delle autoreggenti stringere un paio di lunghe cosce affusolate. La donna lasciò cadere la sigaretta senza curarsi di schiacciarla sotto la punta del piede e si passò la mano fra i corti capelli neri. Poi alzò gli occhiali scuri sulla fronte e, sorridendo, coprì con le mani gli occhi dell’uomo.

Lui si voltò prendendole i polsi con le mani e la baciò sulle labbra.

«Ben arrivata».

«Grazie».

Quella voce.

«Charlotte!»

«Jaques! Quanto tempo!»

Lei liberò i polsi dalla presa dell’uomo e gli si avvicinò posandogli le mani sulle spalle. Sporse il capo in avanti e, nel gesto di baciarlo sulla guancia, gli sfiorò il lobo con la punta della lingua. Si era scordato di quel vezzo malizioso.

 

Parigi era l’inferno. La ghigliottina in piazza non cessava di compiere il suo macabro lavoro. L’aria era pregna dell’odore ferroso del sangue che le ultime piogge non erano riuscite a lavar via dal selciato. Jacques si aggirava sperduto quando lei lo aveva chiamato.

«Di qua!»

Charlotte lo aveva guidato per le strade di Parigi trascinandolo per mano, evitando le barricate e i tumulti. Si erano nascosti alcune ore in uno scantinato del quale lei aveva forzato con disinvoltura la serratura. Dopo il tramonto erano sgattaiolati via e una carrozza li aveva portati fuori città.

Di Charlotte, fino a quel giorno, aveva conosciuto solo il nome, e la fama della sua bellezza. Ora era seduta su un pagliericcio improvvisato proprio accanto a lui, poteva sentirne il calore della coscia contro la sua. Le stava studiando i lineamenti alla luce della candela. Lei soffiò sulla fiamma e si accostò al suo orecchio, come per sussurrargli qualcosa, ma, invece di parlare, gli aveva sfiorò il lobo con la punta della lingua.

Avevano fatto l’amore fino all’alba, prima di proseguire la loro fuga verso sud.

 

«Non sei cambiata per nulla Charlotte».

Lei lo squadrò un momento.

«Tu invece… ma guardati…»

E si mise a ridere reclinando il capo per poi guardarlo di nuovo negli occhi.

L’uomo in frac le posò una mano sulla spalla.

«Allora, andiamo?»

 

* * *

 

Chiara entrò trafelata in piazza san Carlo sbucando dall’angolo di via Maria Vittoria. Si guardò intorno cercando gli altri. La piazza era quasi deserta nonostante fosse una calda serata estiva. Un gruppetto di ragazzi sghignazzava rincorrendosi sotto il portico, poi si persero verso via Roma.

Lei raggiunse con passo felino il caval d'brons al centro della piazza. Due aloni sotto le ascelle le macchiavano la canotta bianca. Non portava il reggiseno e i piccoli seni puntavano sul tessuto. Si strofinò il polso sulla fronte imperlata di sudore e sistemò l’elastico che tratteneva i capelli castani in una lunga coda.

Prese dalla tasca dei jeans lo smartphone per controllare se qualcuno aveva risposto al suo messaggio sul gruppo whatsapp: solo una faccina gialla che strizzava l’occhio. Rimise il cellulare in tasca e si sedette ai piedi del monumento in attesa. Nel silenzio poteva sentire lo scrosciare dell’acqua del turet dall’altro lato della piazza.

Per la prima volta, da quando tutto era cominciato, aveva paura.

 

Non vedeva suo padre da anni quando ricevette la sua e-mail. L’oggetto era soltanto: “IMPORTANTE!!!” scritto in maiuscolo e con tre punti esclamativi.

Se n’era andato di casa quando lei aveva appena sette anni e per una bambina innamorata del padre fu un trauma insostenibile. I primi tempi veniva a prenderla due fine settimana al mese. L’aveva anche portata alle giostre della Pellerina una volta, poco prima di Natale. Poi era sparito per sempre.

 Per giorni la ragazza non aveva quasi parlato. Aveva smesso di fare i compiti a casa e a scuola restava seduta al suo posto, in silenzio, anche durante l’intervallo. Alla tristezza dei primi tempi si era pian piano insinuato nel suo cuore un profondo senso di colpa. Era a causa sua se il padre se n’era andato: perché faceva i capricci, perché quella volta gli aveva risposto male, perché la mamma perdeva tanto tempo a starle dietro. Poi era stato l’odio, profondo, viscerale: lo odiava per tutte quelle sofferenze, per la scuola che andava sempre peggio, per quella volta che aveva visto la madre piangere di nascosto in camera. Alla fine era arrivata l’indifferenza. Aveva cancellato quell’uomo dalla sua esistenza come aveva già fatto la madre facendo sparire tutte le sue cose e bruciando una a una tutte le fotografie che lo ritraevano.

Prima di quella e-mail lui aveva provato a telefonarle una sola volta. Le aveva detto:

«Ciao, piccola, come stai?»

Lei aveva riconosciuto la voce e riattaccato subito.

Ebbe la tentazione di fare lo stesso anche con la mail: cancellarla senza neanche aprirla, ma poi vinse la curiosità.

 

Piccola mia,

ti prego di perdonarmi, sono dovuto sparire, ma l’ho fatto solo per proteggerti.

«Cazzo vuoi?»

Aveva detto ad alta voce cliccando sull’icona del cestino. Ma, durante la notte, mentre non riusciva a prender sonno, si era alzata e aveva riacceso il portatile per recuperare la mail dalla posta eliminata

L’aveva riletta due volte, senza capire il senso di quelle farneticazioni: sette segrete, negromanti, templari, simboli arcani. Suo padre, sempre che fosse davvero lui, la stava prendendo in giro, o era impazzito del tutto. Poi però aveva controllato tutti i riferimenti e i link che le aveva lasciato. Nei giorni successivi aveva anche cercato alcuni libri nella biblioteca di Palazzo Nuovo e, alla fine, si era iscritta a quel forum.

Ora era lì ad aspettare che il suo destino si compisse.

 

«Chiara!»

Si alzò di scatto andando incontro al ragazzo che la chiamava. Dagli strappi nei jeans poteva vedergli le ginocchia ossute e la peluria sulle cosce. Indossava una t-shirt sformata con le cuciture al contrario. Ma lei sapeva che quei capi costavano più di tutto il suo guardaroba.

«Marco! Gli altri?»

Lui fece per baciarla sulle guance, ma lei si ritrasse.

«Arrivano».

«Eccomi».

Si voltò.

«Luca!»

«Principessa».

L’altro ragazzo rise, tirando indietro il cappuccio della sua solita felpa scura, mostrando alla luce dei lampioni il volto scarno e la barba di tre giorni.

«Piantala, stupido», disse lei dandogli una leggera spinta sulla spalla.

Marco li osservò un momento invidiando quel gesto di rude affetto cameratesco. Poi richiamò la loro attenzione.

«Perché ci hai chiamato? Tutta st’urgenza…»

«Sarà stasera».

«Come fai a dirlo?»

«L’ho visto».

«Sei sicura che fosse lui?»

Lei tirò fuori il cellulare dalla tasca e iniziò a armeggiare col dito, poi mostrò il display ai due ragazzi. La foto mostrava un dipinto medioevale raffigurante una crocifissione. La croce era al centro della scena su uno sfondo dorato, sulla destra il centurione che con la lancia colpiva il costato del Cristo. Lei zoomo con le dita sul gruppo di donne velate sulla sinistra. Una di loro, in ginocchio, si copriva il volto, altre chine su di lei le tenevano le mani sulle spalle. Dietro di loro, in un angolo, in parte nascosto dalla figura della Maddalena, un anacronistico frate domenicano.

Ingrandì il volto con le guance scavate, gli occhi neri, le sopracciglia a formare una V e la chierica.

«È lui, ne sono sicura».

Gli altri si chinarono per guardare meglio quel volto.

«L’ho incrociato prima in piazza Vittorio. Indossava un frac».

«Che?»

«Un frac, con pure un cazzo di cilindro. Capite? Non ha neanche provato a non farsi notare».

«Era da solo?»

«Con un uomo, ma altri arriveranno».

Spostò col dito l’immagine sul medaglione dorato che il frate portava al collo e lo ingrandì finché sul display rimase solo un ammasso di pixel gialli. Ma lei non aveva bisogno di vederlo per sapere cosa c’era rappresentato.

Il telefono vibrò. Controllò con un rapido gesto del dito il messaggio.

«Andiamo, Mat e Giò ci aspettano di là».

E si avviarono verso le due chiese.

 

* * *

 

Le lastre di rame del tetto della biblioteca nazionale riflettevano la luce dei faretti. Due coppie di colonne sorreggevano il semiarco che sovrastava il grande portale al centro della facciata. Marmi bianchi e odore di erba umida del giardino.

Avevano seguito un percorso tortuoso per le vie del centro. A ogni incrocio l’uomo senza nome si era fermato indicando a Charlotte qualche dettaglio architettonico o qualche scorcio, per poi proseguire, con calma, tenendola per mano.

Jaques dietro. Faticava a staccare gli occhi dai fianchi ancheggianti della donna. Lei di tanto in tanto si voltava a lanciargli un malizioso sorriso.

Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Troppo. Era stato durante la guerra. Jacques aveva lasciato Torino poco prima che i primi Lancaster britannici iniziassero a sganciare il loro carico di morte sulla città. Aveva buoni contatti tra la nobiltà sabauda e qualche gancio nel regime, raggiungere Ginevra era stato facile.

Quella fredda mattina di gennaio stava passeggiando sul lungo lago, quando lei l’aveva raggiunto alle spalle.

«Jaques».

Era bellissima, i lunghi capelli neri cadevano morbidi sul collo di visone del cappotto, attillato quanto basta per sottolineare la sua vita sottile e i suoi fianchi. Una spilla dorata a forma di foglia di quercia appuntata sul petto e un cappellino di pelliccia appena reclinato su un lato.

Le aveva preso le mani, gelide, avvolte in guanti di pizzo e l’aveva baciata sulle guance.

Avevano condiviso la camera e il letto fino ai primi di marzo. Poi lei era ripartita lasciandogli solo una lettera sul secrétaire accanto a quella foglia di quercia che ancora conservava nel cassetto del comodino.

 

«Eccoci»

Disse l’uomo dopo essersi guardato attorno. Charlotte, appoggiata alla sua spalla, si rivolse a Jaques.

«Hai la chiave?»

Lui tirò fuori da sotto la t-shirt la piccola chiave dorata appesa alla catenella.

«Metti via quel gingillo» gli disse con voce sprezzante l’uomo in frac.

Lui lo guardò perplesso.

«Ma…»

«Davvero in tanti anni non ci sei mai arrivato? Davvero?»

Jacques scosse le spalle.

«Jacques, Jacques, lo sai qual è la differenza tra me e te? Eh?  Lo sai?»

«Tu sei il mio maestro».

«No, no, guardami Jaques, guardami negli occhi. Io ti ho solo trovato e guidato fino a qui, ti ho fatto aprire gli occhi, ti ho condotto per mano, ma…»

Fece una pausa, come per cercare le parole e si portò una mano sul petto.

«Io, io ho dovuto far ricorso alla negromanzia per allungare fino a oggi la mia vita. Proprio come lei e tutti gli altri. Tu invece, tu sei diverso, tu sei speciale, tu sei nato così».

Gli posò una mano sulla spalla.

«Tu sei la chiave».

Jacques lo guardò per un momento dritto negli occhi.

«E la porta?»

L’uomo si portò alle spalle di Charlotte posandole le mani sulle scapole.

«Lei è la porta».

E con un gesto violento le aprì la camicetta strappandole i bottoni. Due seni bianchi, i capezzoli rosa che Jacques ricordava nei suoi sogni, ma sul petto, appena sopra la curva del seno, un tatuaggio che non aveva mai visto. Un cerchio, anzi, no, un serpente che si morde la coda, all’interno un triangolo nero e uno bianco sovrapposti; a coprire il vertice inferiore un oculus, simbolo dell’oro, o del sole e poco più sopra una croce e due lettere: B e J. Boaz e Jacquin. I guardiani della porta, le colonne d’Ercole, le pile di bronzo ai latti della porta del tempio di Salomone.

«Aprila».

Jacques, tremante, allungò un dito fino a sfiorare le linee nere del tatuaggio. Lei lo guardò. Per un momento nulla accadde nel silenzio irreale della piazza, poi le linee del tatuaggio iniziarono a illuminarsi di luce rossa, virarono al giallo, poi a un bianco accecante. All’improvviso la donna si contorse, si piegò come in preda ad un conato, si inarcò spalancando la bocca.

Dalla gola qualcosa di nero fece capolino. Un becco, una testa rotonda, un corpo affusolato. Si spinse fuori spalancando le ali a mezza luna e volò via. Lei non fece in tempo a chiudere le labbra che un’altra rondine veniva fuori e un’altra, e un’altra ancora.

Uno stormo di rondini fu vomitato fuori dalla bocca di Charlotte e iniziò a vorticare attorno al gruppo. Lei si contorceva urlando con gli occhi spalancati mentre l’uomo senza nome la teneva ferma per le spalle.

A ogni giro gli uccelli diventavano più grandi. Ormai erano alti quanto loro e iniziarono a posarsi circondando il gruppo. Col capo chino li osservavano. Occhi umani. Volti umani, a parte il becco appuntito. Anche il busto, sotto il piumaggio, mostrava la forma dei muscoli pettorali e addominali. Ma le zampe erano quelle tipiche degli uccelli con tre dita e le unghie uncinate.

Uno di loro fece un passo verso Jacques e si inchinò.

«Ai vostri ordini, mio Signore».

Commenti

Ritratto di Mar_86

Boom!

 

Ecco il mio commento.

BOOM!

Che bel seguito al primo “capitolo”!

Ben costruito. Ho solo trovato un po’ faticoso l’incipit.

Con descrizioni forse poco fluide.

Ho letto troppe volte la parola “piazza” (stupido dettaglio eh).

Superate le prime righe, inizia a filare e ne vuoi sempre di più.

Piaciuta molto la trovata del finale col tatuaggio (BOOM anche per la camicia che si apre <3 ahahah ) e le rondini che escono dalla bocca.Un’immagine davvero power.

Piaciuto particolarmente il dettaglio "rosso" che è Charlotte. 

Mi sembra spiccare molto e nella mia testa ha fatto un gran bel contrasto.

 

Ora voglio il terzo.

Su su. 

Ritratto di grilloz

Grazie Mar :)

Nell'inizio forse avrei dovuto far "muovere" un po' di più i personaggi e descrivere l'ambiente attraverso di loro.

Rileggendolo mi ero reso conto anch'io che "piazza" è ripetutto troppe volte, ma non ho trovato un'altra soluzione (Torino è tutta una piazza :D ) da lavorarci su ;)

Ritratto di Kriash

Mi piacciono un sacco i personaggi e le ambientazioni. Hai una storia con tanta carne al fuoco, che spacca ma che, però, è un pelo incasinata.

Spiego.

Mi piacciono i cambi di situazione e quelli temporali (strano, no?!) però non sono resi fluidi (ovvio tutto a mio parere). Cioè il cambio di atmosfera, di vestiti, di modi, ti fa capire che qualcosa sta cambiando ma l'amalgama non è perfetto. Ed è tremendamente un peccato perchè, ripeto, mi piace la storia che hai tirato in mezzo, è qualcosa di affascinante e la sta gestendo molto bene con i richiami.

In attesa della terza per vedere come inserisci tutti i pezzi del puzzle ;)

Ritratto di grilloz

Di elementi in effetti ne ho buttati dentro tanti, e più ci penso più me ne verrebbe da buttare dentro :D va studiato come amalgamarli meglio ;) a questo servono i lettori esterni ;) grazie! :)

Ritratto di Seme Nero

Molto meglio la resa rispetto al primo, ma stavolta hai scritto con più calma, e comunque complimenti, il testo fila via con piacere.

Non mi è piaciuto molto l'approccio del padre scomparso con la figlia, vero che non viene spiegato molto e che quindi mancano delle informazioni, ma come dice Kriash c'è tanta carne al fuoco, attento a come la giostri nel prossimo capitolo (parlo con cognizione di causa).

La scena dello scamiciamento e conseguente poppa al vento l'ho trovata un attimino gratuita, ma è in linea coi personaggi, quindi ci sta. Il finale è fichissimo... e assomiglia un casino a ciò che volevo fare io! Sob!

Nel complesso buona prova :)
 

Ritratto di grilloz

La storia del padre mi ha fatto tribolare parecchio e ancora non ne sono completamente convinto. Mi serviva qualcosa che facesse da substrato al personaggio di Chiara, lessere stata abbandonata dal padre secondo me funziona, ma la figura del padre non l'ho ancora inquadrata del tutto. Ci voleva un guizzo che non mi è arrivato :P vediamo se per il prossimo...

Per le poppe al vento, se avesse avuto il reggiseno non avrebbe reso allo stesso modo, no? Perdonatemi questo piccolo vezzo pulp :D

Ritratto di LaPiccolaVolante

Migliorato rispetto al primo. Ci sono ancora piccoli nei che sporcano la risoluzione tecnica: molti pronomi possessivi in più. Suo, sua... spesso al lettore non servono queste piccole puntualizzazioni (per esempio non gli occorre veder graficamente specificato che è la coscia di "lei" che sente piacevolmente appiccicata addosso. Hai costruito antefatti che non lasciano dubbi su di chi sia il corpo che ha effetto sul protagonista).

 

Sviluppata in questa partita, la vicenda Padre.Figlia, ha ragione Seme, pare un pochino appiccicata, eppure credo che sia solo una questione di spazi: La scelta di aggiungere una camera e un binario parallelo al primo a me piace molto. Tirar fuori il personaggio che poco prima è scivolato senza cura di fronte ai protagonisti è una buona strategia e nel complesso questa scelta aiuta la narrazione. In un'esplosione del racconto questi due elementi guadagnerebbero molte pagine interessanti, sviluppati con calma e con cura. Certo su una partita veloce come questa l'impressione di seme nero è del tutto giusta, ma allungando la gittata avremmo già il doppio del materiale da curare.

 

E si, le poppe e il ripicchiare sull'aspetto erotico ci sta, ma è vero che l'avrei affrontato con più sottintesi. Comunque il progresso c'è stato, è stato sviluppato nelle idee bene e mi piace.

 

Ritratto di grilloz

Questa volta ho sterminato gli avverbi, la prossima farò anche una strage di pronomi ;) Tra una decina di giochi avrò imparato :D

Sì, il padre mi ha complicato un po' la vita, come dicevo sopra a Seme, ci sarebbe da lavorarci ancora un po' sopra (un po' tanto, perchè in testa ce l'ho come un personaggio ambiguo, e i personaggi ambigui sono complicati)

Comunque sono dall'immagine di lui che vomita nel Po e ora mi ritrovo con un bel gruppetto di personaggi interessanti che chiedono di essere raccontati :D e io mi diverto a giocare ;)

P.S.  non ti sono piaciute le poppe? troppo piccole? :P :D

Ritratto di Borderline

Secondo capitolo davvero intrigante, ci sono diversi luoghi comuni della letteratura esoterica (la biblioteca, per esempio) ma sono rivisti in chiave moderna. Spesso in questi racconti si usano coltellacci per infilzare gli adepti, chi se lo sarebbe aspettato lo strip con tanto di rondini dal petto :)?

Anche a me suona un po' slegato il pezzo della mail e del gruppo di azione gggiovane, ma starò a vedere come sviluppi il terzo capitolo!

Ritratto di grilloz

Di tutti i riferimenti esoterici e alchemici che ho infilato nel racconto quello della biblioteca è il più involontario, semplicemente mi piaceva la piazza :D

Sì, quel pezzo andrebbe studiato meglio, ci sarebbe voluta un'idea che non mi è venuta.

Ritratto di Polveredighiaccio

Ci sta che in racconti brevi che si sviluppano pezzo dopo pezzo ci siano delle incongruenze o dei punti poco chiari, nulla di preoccupante. Curando per bene l'ambientazione potrebbe guadagnare parecchio fascino. :)

Ritratto di grilloz

Il problema è che nello scrivere il secondo mi sarebbe venuto da cambiare alcuni dettagli nel primo, e lo stesso accadrà per il terzo. Andrebbe ripreso e studiato a tavolino con calma ;)

Ritratto di LaPiccolaVolante

OOh se mi piacciono le tette! ooh siii!
Ma lei gioca troppo facilmente con le sue. Non si fa neanche desiderare. però è vero le tette sono sempre tette! hihihi

Il Capitano
 

Ritratto di grilloz

E' un po' nel personaggio :P Però in effetti sì, dovrebbe fare un po' di più la smorfiosa. Me la vedo un po' come la Margot di Lupin ;)