Il sapore dell'acqua (di Polveredighiaccio)

Seconda parte di Il cielo ha uno strano colore

 

In bocca sentiva il sapore delle torte di fango che mangiava da bambino sulle rive del Mar Caspio. Scrollò la testa e un suono gorgogliante emerse dalla gola, sputò l’amaro e deglutì. Heydar aprì gli occhi.

La vista era offuscata, ostacolata da una nebbiolina dorata che lasciava intravvedere appena un’ombra protesa su di lui.

Avvertiva una fitta nel petto, cresceva di intensità col risveglio. Piegò la testa in avanti, il collo teso, vide una mano premuta contro il torace, due dita affondavano all’altezza del cuore.

Gli mancò il respiro.

La nebbia si era dissipata.

Urlò. La mano premette più forte.

Heydar non riusciva a muovere le braccia per difendersi, il corpo era pesante, bloccato. Avvertiva il dolore dentro di sé, la contrazione dei muscoli, le pulsazioni.

“Chi sei?” Domandò con uno sforzo disperato.

Il suono della sua voce era diverso da come lo ricordava.

“Posso essere la vita o la morte per te. Tienine conto.”

Una scrollata di spalle ad accompagnare la minaccia.

Heydar riusciva a scorgere i lineamenti di chi gli stava addosso. Sgranò gli occhi e più si sforzava di dare un senso a ciò che aveva di fronte e di comprendere l’aspetto della donna, più trovava incredibile, innaturale ciò che vedeva.

Metà del volto era femminile, umano, l’altra metà sembrava quella di un volatile.

Heydar muoveva gli occhi per cogliere ogni dettaglio, studiava freneticamente la creatura. Scorse come le penne brune scendevano lungo il collo fino a coprire la spalla sinistra e scomparire sotto il tessuto della veste che indossava.

“Oh, Signore, ma che cosa sei?”

Lei, la creatura, si alzò in piedi.

“Un tempo sono stata una ragazza sprovveduta, ora sono una donna senza paure. Tutto può accadere se ci si pone nella condizione di non crederlo possibile. Ma oggi come allora, il mio nome è Malo.”

Gli tese la mano.

“Cosa vuoi da me?”

“Seguimi.”

“Sono ferito. Quell’uccello meccanico ha ucciso delle persone, l’ho raccolto e si è acceso.” Non trovava altre parole per descrivere i fatti di cui era stato testimone.

“Non conta. Non ha più rimedio ciò che è stato.”

“Dove sono?”

“Tu sei qui, con me. Dobbiamo andare adesso.”

“E gli altri? Che è accaduto? Dove sono ora?”

“Non lo so, non ci riguarda. Noi andiamo lì.”

Indicò un groviglio di rami. Heydar la fissava e scuoteva la testa.

“Aiutami, che mi succede? Non riesco a pensare!” Portò la mano al volto accaldato, respirò a fondo. “Dov’è la palude? Come sono arrivato qui?”

“Il prima non ha importanza. Imparalo. Ora sei qui, ora devi essere pronto.”

“Pronto per fare cosa?”

“Dovresti ringraziarmi. Non sei più vincolato a questa.”

Aprì la mano insanguinata e gli mostro una piuma d’oro.

 

* * *

 

Nicolas scalciava e strillava. I suoi vocalizzi acuti sembravano uscire dalla gola di una donna in difficoltà e non dalla bocca di un vecchio. Più scuoteva la rete che lo imprigionava, più l’albero a cui era appeso oscillava e spargeva al suolo miriadi di foglie rossicce.

“Salvatemi! Che ho fatto! Aiuto!”

Lo scricchiolio dei rami non lo metteva in allerta e non placava la sua furia.

“Nicolas?”

“Chi è? Dove sei? Aiuto!”

“Stai calmo, ci provo.”

“Oscar? Oscar?”

Il vecchio afferrò le maglie della rete e si piegò verso il basso per vedere il ragazzo che si trovava sotto di lui.

“Non urlare, non serve.”

“Mi scoppia la testa, ho una fitta atroce che mi trafigge la fronte. Non la sopporto più, se continua impazzirò!”

“Nemmeno io sono messo meglio. Ho la lingua in fiamme.”

Si guardava attorno, la maglietta sgualcita e i capelli in disordine.

“Dov’è Heydar? E quelle ragazze?”

“Non lo so Nicolas. Ho sentito la tua voce e ti ho trovato, ma non ho visto tracce degli altri. Comunque mi preoccuperei di ben altro.”

“In che senso?”

“Dov’è finita la palude? Dove ci troviamo?”

Il vecchio sussultò, staccò gli occhi dal ragazzo e guardò attorno a sé.

“Fammi scendere! Voglio scendere, dannazione!”

“Guardo com’è legata e provo a scioglierla. Certo che è uno scherzo niente male da parte della sorte, per te Nicolas.”

“Ti sembra uno scherzo? E da chi?” La voce roca per lo sforzo.

“Uno come te finito in trappola dentro una rete. Proprio come capita agli uccelli nelle reti dei bracconieri.” Strizzò l’occhio.

Nicolas sbuffava stizzito. La rete ondeggiava lenta.

“Non dare ascolto a quello che ti racconta Heydar. Mi odia, direbbe di tutto per infamarmi!” Si difese.

“Ho letto alcuni articoli di giornale nello studio di mio nonno. Conserva un sacco di ritagli sulla palude, da quando l’ha acquistata.”

Nicolas mugugnò, ma questa volta le sue parole rimasero incomprensibili.

Oscar aveva individuato un gancio a cui era fissata la rete, lo strattonò, ma era molto duro. Guardò il manto di foglie, scavò col piede e scalzò alcune pietre dal terreno. Afferrò la più grossa.

“Stai pronto, se funziona verrà giù.”

“Sei pazzo, mi romperò il collo!”

“Non so in che altro modo fare.”

Colpì il gancio. Il tintinnio della pietra sul metallo veniva accompagnato dalle proteste del vecchio che si dimenava disperato.

Il gancio si spezzò, schegge di legno vennero via dal tronco a cui era fissato.

La rete precipitò e con essa il suo contenuto. Oscar aiutò Nicolas a liberarsi dalle maglie pesanti e rimettersi in piedi.

“Disgraziato!”

“Niente di rotto in fondo.”

Si fissarono. Il silenzio era sceso all’improvviso tra loro. Nicolas sollevò il braccio ma fermò il gesto a metà. La mano sospesa.

“Oscar.” Balbettò sorpreso.

“Hai una chiazza sulla fronte, è lì che ti fa male?” Il ragazzo tolse gli occhiali, pulì le lenti con la maglietta e poi li inforcò.

Nicolas portò di scatto la mano alla testa, sfregò la pelle e guardò la punta delle dita.

“Brucia!” Sollevò gli occhi di nuovo. “Tu hai qualcosa sulle labbra, non senti nulla?”

“Mi dà fastidio come avessi mandato giù una tazza di tè bollente. Qualcosa deve essermi entrato in bocca.”

“Che diamine ci è capitato? Dove sono gli altri?”

“Non ho idea e a questo punto non so nemmeno dove sono io. Forse sto sognando e sei nel mio sogno.”

“Stronzate!”

“Stai calmo, non serve agitarsi. Proviamo a fare un giro, magari sono nei paraggi.”

Ma Nicolas lo aveva superato e si incamminava verso un sentiero.

“Heydar! Dove diamine sei finito?” Gridava il vecchio, allontanandosi.

 

* * *

 

Micol camminava carponi. Una mano puntellata al suolo e l’altra premuta contro l’occhio sinistro. Avvertiva un dolore intenso e non riusciva a smettere di piangere.

“Qualcuno mi sente? Non vedo bene, aiutatemi!” Strillava le stesse frasi da un sacco di tempo o questo è quello che credeva. Muovendosi goffamente in mezzo al terreno fangoso non trovava punti di riferimento, non sentiva la voce di nessuno.

“Per favore!”

Si piegò in avanti rannicchiandosi su sé stessa. Singhiozzava, respirava l’odore della terra e il suo sudore. Aveva i brividi.

“Per favore!”

Per favore.

 

* * *

 

La guardavano e lei ricambiava quelle occhiate. Tanto era solo un sogno o una fantasia. Allucinazioni dettate dal senso di colpa.

“Non siete qui e nemmeno io. Lo so.”

Le teste si piegarono al suono della sua voce. Allerta, incuriosite.

“Sono turbata, ho fatto una cosa brutta, la mia coscienza reagisce in questo modo. Devo aspettare che le cose si rimettano a posto. Funziona così.”

Prese un respiro, chiuse gli occhi e iniziò a mettere in atto i trucchi di rilassamento che la psicologa le aveva insegnato per controllare gli attacchi di panico.

Un altro respiro, questa volta esalò più lentamente, contando i secondi.

“Posso rimediare. Posso affrontare le mie responsabilità.”

Tre respiri brevi.

“Posso essere chiunque voglia, posso fare qualunque cosa. So chi sono.”

Allargò le braccia e le portò lentamente al petto. Gli occhi chiusi, le pupille tremavano sotto le palpebre.

“Sono una donna completa, sono padrona di me stessa e delle mie decisioni. Non volevo romperle il ginocchio, ho perso la calma, ho perso la strada. Posso rimediare. Lo so. Tornerò indietro e affronterò tutti. Il direttore, la commissione, i genitori della ragazza, i miei colleghi. Posso farlo. Posso rimettere tutto a posto.”

Un fruscio.

“Posso essere una donna migliore, posso essere una ballerina migliore. Anzi, lo sono già fin da ora.”

Sonia aprì gli occhi.

Si erano avvicinati. Il becco di uno di loro era a pochi centimetri dal suo naso.

Un respiro profondo. Un altro e iniziò a gridare a squarciagola.

 

* * *

 

Micol sentì le grida e si mise in ginocchio. Cercava di visualizzare i contorni dell’ambiente che la circondava. La luce sembrava quella di un tramonto, l’aria era fredda ma sopportabile, non capiva se si trovava vicina alla palude e aveva paura di muoversi nella direzione sbagliata e finirci dentro.

“Sonia?”

Avanzò a tentoni sulle ginocchia, tastava il terreno con le mani, teneva chiuso l’occhio sinistro. Udiva suoni che non poteva identificare, non li aveva mai sentiti.

La ballerina gridava, era sua quella voce ne era certa. Qualcuno si stava avvicinando e Micol non poteva andarsene, nascondersi, era costretta ad aspettare.

Trattenne il respiro.

Vide le sagome che si avvicinavano. Sonia era lì in mezzo, piangeva e si lamentava.

“Sonia?” Chiese con voce spaventata.

Una figura le corse incontro, fermandosi davanti a lei. Micol allungò la mano, sfiorò qualcosa di morbido e caldo. Le dita affondavano nella superficie.

“Non toccarlo! Non toccarlo! Scappa!”

Micol ritrasse la mano, ma che poteva fare?

Il bruciore all’occhio si attenuò, il dolore scomparve. L’occhio destro mise a fuoco chi si era avvicinato nella luce rossiccia del tramonto.

Micol vide le piume, il becco grigio, occhi intensi fissi su di lei. Aprì bocca ma trattenne l’urlo premendo le dita sulle labbra. Ali enormi si spalancarono e il mondo si ribaltò, finendo sotto sopra.

“Vieni con noi.”

“Chi siete?”

“I tuoi padroni.”

Micol si ritrasse.

“No, non è così, vi sbagliate.” Agitava le mani davanti a sé.

La creatura avvicinò la testa al suo volto.

“Hai il marchio, sei nostra. Andiamo.”

La afferrò e la costrinse ad alzarsi, aveva braccia umane e zampe da uccello. Micol tremava e lanciava occhiate verso Sonia che aveva polsi e caviglie legate da catenelle e aspettava dentro un cesto issato sulla groppa di un uccello. Un uccello reale o così sembrò a Micol, dato che non aveva parti umane.

“Un’allucinazione, è questo che siete? Non sono sveglia.” Disse decisa.

Vide Sonia abbassare la testa e scuoterla in segno negativo.

 

* * *

 

Emersero dall’intrico di rami. Heydar ansimava sfinito.

“Dove stiamo andando?”

“Lontano dai nidi.”

Malo camminava davanti a lui senza manifestare fatica.

“Devo riposarmi, non ce la faccio più.”

“È quasi notte, arriveremo in un posto tranquillo e dormirai.”

“Preferirei dormire a casa mia.”

“No, non potrai farlo, ormai sei qui. Non puoi tornare indietro.”

L’uomo sbuffò. Si fermò alle sue spalle.

“Ma qui dove? Dove siamo? Dimmi almeno che cosa è successo!”

“Avete incontrato il reclutatore. Tu sei senza sigillo, non ti troveranno. Ringraziami appena lo capisci.”

“Nemmeno capisco di cosa parli.”

Lei lo guardò. Gli occhi erano diversi ma possedevano la stessa luce inquietante.

“L’albanella che avete toccato ha scelto voi. Eravate lì, avete segnato la vostra sorte. Voi o chiunque altro non faceva differenza. Uno o dieci non faceva differenza. Ma eravate voi.”

“L’albanella? Ci ha colpiti con le piume, erano di metallo.”

“Erano un segnale, una chiave. A me è successo qualcosa di simile, seguivo i binari e quanto sono stata ingenua, allora.” Un sospiro.

“Ma gli altri?”

“Non ho fatto in tempo. Li hanno trovati i loro padroni, non li rivedrai.”

Heydar sussultò, si voltò all’improvviso e osservò le piante alle proprie spalle.

“Non puoi essere vera.” Esclamò tornando a guardare la ragazza.

Lei alzò le spalle.

“Vera o no, non fa differenza se tutto ciò che vedi sono io.”

Davanti ai loro occhi una strada lastricata di sassi squadrati, fiancheggiata da una recinzione. Malo aveva ripreso a muoversi e Heydar la seguiva per inerzia.

“Durante la notte le sentinelle controllano ogni angolo e sotto è il solo posto sicuro.”

“Sotto?”

Lei si inginocchiò, afferrò un pezzo di corda, sembrava essere stato gettato via. Tirò. Il pietrisco scivolò e la corda issò un coperchio di legno.

“Si scende qui.”

Heydar guardò giù e spalancò gli occhi per la sorpresa.

Commenti

Ritratto di Mar_86

Qui sono i dialoghi a raccontare la storia.

Piccole descrizioni, precise, messe al posto giusto.

Il resto è affidato alle parole “tra virgolette”.

Bello, fluido. Scorre e incuriosisce.

Sono questi i racconti che preferisco!

 

Mi piacciono moltissimo l’ambientazione, i personaggi.

 

Anche qui, non vedo l’ora di leggere il terzo!

 

ps: qui finalmente si legge del cespuglio e del suo "mondo" :D 

Ritratto di Kriash

Come dice Mar, i dialoghi spadroneggiano ed è cosa buona e giusta.

Riesci a spiegare tanto nelle linee di dialogo senza appesantire il testo con descrizioni che erano più corpose nel primo racconto. Nello stesso tempo è difficile, almeno per me, capire fino in fondo dove vuoi andare a chiudere la storia. La via è ancora aperta e sono molto curioso.

Ritratto di grilloz

Mi piace molto l'ambientazione un po' dark, da oltre tomba, fangosa e scura. La storia offre molti ganci che invitano a proseguire, sviluppando quella sana curiosità nel lettore.

Forse ho trovato alcune battute un po' "calme", vista la situazione. Però in genere i dialoghi funzionano.

Insomma, fin qui mi piace, aspetto il terzo ;)

 

P.S.

Colpì il gancio. Il tintinnio della pietra sul metallo veniva accompagnato dalle proteste del vecchio che si dimenava disperato.

Qui parte con un'azione singola, ma poi sembra un'azione continuata, mi ha un po' confuso.

Tirò. Il pietrisco scivolò e la corda issò un coperchio di legno.

Cosa ne pensi di botola invece?

Ritratto di LaPiccolaVolante

La verità è che ti stavo aspettando. Non avevo idea del quando, ma sapevo che non avresti lasciato Malo. Sono queste cose a farmi innamorare. Non c'è dubbio sulla ormai confermata padronanza di narrazione di Polvere. La sua arma preferita sono i dialoghi, imbottiti di una voce narrante asciutta e efficace. Una lama semplice che nessun ghirigoro può superare per filo.
La storia accennata è ben equilibrata, come vedete, senza alcuna fretta di trovare una conclusione. Malo è un personaggio che cominciò a camminare lungo i binari di un mondo abbandonato, quanto?, un annetto fa?

Non abbandonate quello che create durante i giochi! Non finiscono alla chiusura delle votazioni. Ciò che puòsembrare sbagliato e non riuscito potrebbe trovare un terreno ideale nei prossimi tentativi. A questo serve giocare con noi. Non è vero che le storie nascono in un sol boccone. Ci sono assaggi che vanno corretti pian pian e al momento giusto tornano utili e perfetti.

Bella aprtita fino ad ora, Polvere!
 

Ritratto di Seme Nero

Struttura eccellente, molto scorrevole, l'ambientazione è ottima, la tua idea mi sta piacendo molto, anche perché (ci riflettevo giusto stamattina) quasi tutti abbiamo optato più o meno inconsciamente per un viaggio dell'eroe, un prescelto, un predestinato, invece i tuoi personaggi sono caduti nella tana del bianconiglio senza nemmeno corrergli dietro, e hanno trovato qualcosa di peggio del Paese delle Meraviglie!

Ritratto di Borderline

Un mondo alla rovescia in cui ciascuno dei personaggi deve seguire la sua strada (lunga o breve che sia) e... Malo! Oh Malo, piacere di rincontrarti :)

Aspetto il degno finale!

Ritratto di Polveredighiaccio

Dialoghi forse meglio calibrati rispetto alla prima parte, ma stavolta mi sono ridotta alle ultime ore e ci sono sbavature importanti (Grilloz, hai ragione, coperchio è orrendo).

Malo in realtà è alla sua terza apparizione. :P

Io non amo gli eroi, non ne trovate nei miei libri e racconti. Preferisco storie con più personaggi e tutti di egual peso, sono spesso ambigui, pieni di contrasti e difetti. Sporchi, opportunisti e impegnati a sopravvivere a modo loro. Il background di questi personaggi è stato scritto prima di mandare i racconti quindi nella mia testa sono ben concreti, non è detto io riesca a renderli al meglio nel gioco. Non ci sono distinzioni nette in buoni e cattivi, ma ognuno ha in sé luci e ombre.

Quello in cui credo fermamente, realtà o finzione che sia, è la capacità di adattamento dell'individuo e la volontà di sopravvivere nelle diverse condizioni. I compromessi sono essenziali.

Grazie per i suggerimenti.