L'uomo in frac (di Grilloz)

Era riverso su un blocco di cemento con la faccia rivolta al fiume. E vederlo da lontano sembrava un qualsiasi ragazzo che aveva bevuto troppo. Il suono dei bassi pulsanti della musica tecno gli arrivava dalle spalle, filtrata dai portoni dei locali dei Murazzi, ma non copriva il tranquillo sciabordio del fiume.

Gli veniva su il sapore di un cocktail all’amarena, misto a quello dei suoi acidi gastrici. Gli piaceva farle per bene le cose: doveva simulare una sbronza e aveva bevuto fino a sbronzarsi. Ora doveva solo riprendere il controllo di sé.

Dalla tasca dei jeans tirò fuori una fialetta. Ruppe il beccuccio di vetro e ne ingoiò il contenuto poi osservò quel che restava affondare tra le onde. Ci avrebbe messo una decina di minuti a fare effetto, giusto in tempo.

Risolini, sussurri, urla, fragore misto a silenzio avvolgeva la banchina. Un temporale qualche ora prima sembrava aver rinfrescato un po’ l’aria, ma in realtà aveva solo aumentato l’umidità di quella sera d’inizio agosto, ancora affollata, nonostante l’imminente chiusura estiva della fabbrica.  Era sudaticcio, l’aria satura della discoteca alle sue spalle gli era rimasta appiccicata addosso, insieme agli umori di decine di giovani e meno giovani che gli si erano strusciati contro. Aveva sentito il bisogno di uscire, cercare un po’ d’aria fresca. Ora guardava i riflessi sull’acqua delle luci delle auto che percorrevano ponte Vittorio.

Un giovane in abito elegante, un vecchio frac con lunghe code, fin troppo elegante per quel luogo, e decisamente fuori moda, gli si avvicinò alle spalle. La gente passando probabilmente si domandava se fosse qualche nobile eccentrico o semplicemente un mezzo squilibrato. Probabilmente entrambe le cose.

«Ci rincontriamo, finalmente!»

Il ragazzo si voltò, mentre il muraglione della banchina vorticava paurosamente attorno a lui.

Si era domandato se sarebbe venuto sul serio. Aveva ricevuto la lettera quella mattina. Perché una lettera poi? Perché non una più rapida e semplice e-mail? Il solito eccentrico, aveva pensato. La lettera non portava né francobollo, né timbro postale, doveva essere stata recapitata a mano.

“Stasera, dodici minuti prima della mezzanotte, sotto ponte Vittorio!”

Scritta a penna stilografica. Niente firma. Ma non ne aveva avuto bisogno per riconoscerlo.  Quella grafia elegante e ordinata fatta di lettere sottili e lunghe.

«Ehi Jaques, quanto tempo sarà passato?»

«Saranno più di due secoli»

«Sì, da quando sei sparito da Lione con le truppe napoleoniche, non è stato facile ritrovarti, sai?»

«Tirava una brutta aria».

«Già, ho dovuto raggiungere la Manica in tutta fretta e imbarcarmi su un piroscafo per New York».

«Ne ho sentito parlare…»

Ricordò quell’ultima notte, la gendarmerie che girava in tutte le strade. Erano sfuggiti per un soffio all’ultima retata, ma non era di loro che dovevano aver paura, lo sapevano bene. Poco prima dell’alba si erano divisi. Poi lui si era imbattuto in una divisione dell’esercito accampata poco fuori città, aveva rubato un’uniforme e…

«Che ne è stato degli altri?»

«Pascal è stato preso subito dopo quella notte. Credo che sia stato ghigliottinato. Radek si è rifuggito in Africa, ho saputo che ha preso la malaria poco dopo il suo arrivo sulla costa algerina. Degli altri ho perso le tracce e…»

«Già, lei…»

I due si fissarono per un lungo istante.

«Ma sei rimasto qui tutto questo tempo?»

«Più o meno, ho girato un po’, poi sono tornato. Un posto tranquillo, e poi chi mai mi avrebbe cercato proprio qui?»

«Qualcuno ti ci ha trovato», disse l’altro strizzando l’occhio.

«Forse perché era giunto il momento che fossi trovato».

Annui pensieroso.

«Sai che non possiamo far nulla senza di te, tu sei la chiave di tutto… e senza… ce l’hai con te?»

Jacques infilò la mano sotto la t-shirt e ne tirò fuori una catenella d’oro alla quale era appesa una piccola chiave. L’impugnatura conteneva quel che sembrava un meccanismo da orologio, infinite ruote dentate che ingranavano, e una piccola ghiera zigrinata che faceva muovere il meccanismo. L’altro la sfiorò un momento.

 

Quanti anni aveva? Quattordici? Era passato così tanto tempo. Si stavano appena spegnendo gli echi della battaglia di La Hougue; suo padre stava morendo, ferito ad una gamba, la ferita aveva fatto infezione, e, nonostante l’amputazione, la febbre era salita. Giaceva sotto uno spesso strato di coperte, delirando e rantolando. Lui era passato per portargli dell’acqua fresca.

«Jacques», l’aveva chiamato. Aveva gli occhi socchiusi e lui aveva pensato che stesse parlando nel sonno. Si era avvicinato comunque per toccargli la fronte, e il padre gli aveva afferrato la mano. Era bollente è sudata.

«Jacques, ascolta», aveva ripetuto in un sussurro. Jacques aveva avvicinato l’orecchio alle labbra del padre.

«Jacques tu… tu hai qualcosa… di speciale».

«Padre, voi…»

«Ascolta».

Aveva ripreso fiato, ansimando per alcuni secondi.

«Ascolta… nello scrittoio…» aveva ispirato e espirato molto lentamente, «nello scrittoio c’è uno sportello segreto… dentro c’è una scatola di legno…»

Strappava ogni parola all’aria con enorme sforzo.

«Prendila, è per te, capirai».

Non aveva più parlato dopo quella volta. Era lentamente scivolato nell’incoscienza e dopo due giorni aveva spirato. Solo dopo il funerale, una notte, alla luce della luna, aveva esaminato lo scrittoio, aveva trovato un intarsio leggermente più sporgente e, premendolo, aveva fatto scattare il cassettino segreto. La scatola conteneva quella chiave e null’altro.

 

«Hai capito come funziona?»

Scosse il capo.

«Forse, non ne sono sicuro. Però prima dobbiamo trovare cosa apre».

«Quello penso di saperlo io».

Prese dal taschino un vecchio orologio a cipolla e controllò l’ora.

«È ora, andiamo».

E si avviò a passo deciso verso la scala di pietra. Jacques lo seguì.

A metà della scalinata si voltò.

«Ehi Jaques, ma come ti fai chiamare adesso?»

«Giacomo».

«Non hai mai avuto fantasia per i nomi, tu».

Disse scuotendo il capo.

«Tu neanche ce l’hai un nome».

L’uomo in frac rise.

Piazza Vittorio si apriva davanti a loro, l’ultimo tram la percorse diretto verso via Po sferragliando lungo i binari. Il solito traffico di un qualunque sabato sera d’agosto. L’uomo si voltò vero la Gran Madre. La chiesa si specchiava nell’acqua dall’altra parte del fiume.

«È davvero nascosto lì?»

Jacques si limitò a scrollare le spalle.

«Ora andiamo».

«Charlotte?»

«Ci raggiungerà».

«Come lo sai?»

«L’hai detto tu, il momento è giunto, è il destino, o la volontà di Dio, o qualsiasi cosa in cui tu creda».

«Forse è il demonio che ci sta riunendo tutti qui».

«Forse…»

Guardarono il cielo notturno, la solita foschia copriva le stelle, solo in un angolo il chiarore lunare rischiarava appena le nuvole.

«Pioverà?»

«No, non stasera».

Si avviarono a piedi per la piazza. Le loro ombre si allungavano sul selciato alla luce dei lampioni. Il ristorante all’angolo stava iniziando a ritirare i tavoli dal dehors. Un paio di ragazzi tatuati li fissarono di storto mentre gli passavano accanto. Li sentirono ridere quando li superarono. Li ignorarono.

A metà della piazza l’uomo in frak si fermo.

«Geniale nascondere un’antenna astrale proprio lì».

Disse fissando la guglia della Mole che spiccava dai tetti delle case illuminata dai suoi faretti bianchi. Le prime cifre della serie di Fibonacci ne risalivano, rosse, la volta.

«Avrebbe dovuto essere la sinagoga».

«Già, e invece…»

Si voltò ancora verso il Po, allargò le braccia e ispirò a fondo.

«La senti quest’aria? Sì, Sì, questa è la notte perfetta! Sì!»

«È solo una terribile, afosa, serata d’agosto».

«Tu non capisci. Non ne senti l’odore? Non senti il profumo della vittoria? Questa è la notte. Stanotte nessuno ci fermerà».

«Loro possono avermi trovato così come mi hai trovato tu».

«Jacques, Jacques, sono passati più di duecento anni, il loro ordine è stato sciolto, i loro uomini sono stati dispersi, no, loro non ci potranno fermare, non stanotte».

«Qualcuno di loro ha continuato a cercarci».

«Saranno tutti morti, ormai».

«Sì, ma…»

«Ma cosa? Davvero credi», spazzò con la mano a indicare i ragazzi che affollavano la piazza, «che qualcuno di loro abbia seguito la stupida tradizione di famiglia e continui a darci la caccia? Ma dai, guardali, tutti a mandarsi stupidi messaggini con quei loro, com’è che si chiamano?»

«Non hai mai avuto molta dimestichezza con la tecnologia, nemmeno allora…»

«A cosa dovrebbe servire tutta questa tecnologia?»

«A rintracciarci, ad esempio».

 «Ma dai, e come?»

«Qualcuno di loro ci sta ancora dando la caccia. Fanno attenzione a non lasciare tracce, ma basta guardare nei posti giusti, certi forum, ad esempio…»

«Sono qui? In città?»

«Non lo so, è possibile».

«Stanotte non ci fermeranno. Andiamo».

E si infilarono in via Po percorrendo a passo deciso il portico nobile.

 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Una buona idea quella di riprendere una storia lasciata a metà 200 anni prima.
I due mi piacciono, ben distinti caratterialmente, sarebbe stato perfetto tenerlo ubriaco il fuggiasco eheh

C'è quella piccola sfumatura: loro sanno della chiave, e hanno la chiave. Comunque mi piace l'idea che la guerra abbia avuto inizio duecento anni prima e sia continuata sotto il pelo dell'acqua anche dall'altra parte della porta.

Ritratto di grilloz

Grazie :)

Non è stato facile partire da un'immagine e tirar fuori una sotiria, soprattutto perchè mi sono ridotto all'ultimo minuto :P ma mi sono divertito ;)

Ora vedremo cosa accadrà, io ancora non lo so :P

Ritratto di Seme Nero

Parto dalle bastonate.

Tecnica dei cento avverbi di Hokuto:

"La gente passando probabilmente si domandava se fosse qualche nobile eccentrico o semplicemente un mezzo squilibrato. Probabilmente entrambe le cose.

«Ci rincontriamo, finalmente

Il ragazzo si voltò, mentre il muraglione della banchina vorticava paurosamente attorno a lui."

Qualche refuso:

"Era bollente è sudata"; "L’uomo si voltò vero la Gran Madre"

Passiamo alle carote. La tua partenza mi è piaciuta, tanti elementi e indizi che incuriosiscono ma dicono molto poco. Continua così, ma con meno avverbi.

Ritratto di grilloz

O mamma quanti ne ho messi (praticamente sono cintura nera settimo dan di avverbi :D ) :O forse dovrei rileggere meglio la prossima volta :P

Grazie per la carota, ehm, non è che si potrebbe avere un altro ortaggio che le carote non mi piacciono tanto? :P

Ritratto di LaPiccolaVolante

Quoto Semenero sulla tecnica segreta degli avverbi di Hokuto! ehehe

Ritratto di Borderline

Bella la scelta dell'ucronia, ma dovete spiegarmi perché scegliete tutti i francesi, secondo me è per via della ghigliottina :°D. Sull'uso di fatti storici, bisogna stare molto attenti: la Grande Armata napoleonica sta nell'Ottocento, mentre la guerra citata più sotto due secoli prima quando ancora governava il Re. Anche se si sceglie di incanalare la storia in un'ambientazione storico-fantastica non si deve mai perdere di vista la storia vera: sono questi i particolari che rendono una storia curata fin nei dettagli, quello che cerchiamo per non farci rompere le scatole da lettori nerd di ogni tipologia :P. Nel complesso mi è piaciuto, quoto sugli aggettivi, spesso potrebbero essere eliminati :)

Ritratto di grilloz

Eh sì, anche gli aggettivi sfuggono, oltre ai famigerati avverbi di sopra :P

Il riferimento alla battaglia di La Hougue l'ho scelto apposta perchè volevo far intuire che Jaques viveva da un bel po' di tempo qualcosa in più dei 200 anni di cui parlano i due. Sapevo che qualche lettore nerd avrebbe controllato ;)

Ritratto di Borderline

sì va bene che si intuisca che Jacques è praticamente eterno, ma che gli si chieda se ha imparato a usare la chiave nell'ottocento, dopo duecento anni da che il padre gliel'ha consegnata, è questo che non è molto credibile, per questo intendevo di stare attento alle tempistiche :P

Ritratto di grilloz

In effetti è un po' stordito sto Jaques :D

Ritratto di Schiumanera

I vecchi amici, che si rincontrano dopo tanto tempo, è sempre un bel punto di partenza. Mi è piaciuta molto la tua Torino: ambientazione inappuntabile. Mi resta un po' difficile da digerire l'improvvisa lucidità di Giacomo, che forse tanto sbronzo non era, dato che i suoi ragionamenti all'inizio sono comunque molto lineari :) Domanda curiosa: la chiave è quella di Gemini?
In soldoni: buone le descrizioni, avrei lavorato meglio sulla caratterizzazione dei personaggi.

Ritratto di grilloz

Eh, sì, forse, come ha detto anche il capitano, avrei dovuto tenerlo ubriaco per un po'. Più ci penso più mi pare che sarebbe stata una soluzione migliore.

Sì, la chiave è quella, ora devo trovari il modo di farla passare dal nostro presente a un futuro ucronico, ma le vie della narrativa sono infinite :D

Ritratto di Polveredighiaccio

Il riferimento storico è interessante, se dovesse essere approfondito con qualche flashback nelle prossime tappe non sarebbe male.

Nulla da aggiungere a quanto scritto dagli altri sullo stile e qualche avverbio di troppo.

Scopriremo chi è Charlotte? Come prosegue la caccia? Il gioco è appena cominciato. 

Ritratto di grilloz

Mi piacerebbe approfondire il passato storico, ma, ahimè, dovrei studiare un po' :P

Sì, Charlotte avrà una sua parte ;)

Ritratto di Kriash

Mi piace molto l'ambientazione e la scelta dei personaggi. Incuriosiscono e lasciano quel dubbio che porta bene verso una seconda tappa del gioco. Anche i dialoghi funzionano ma li avrei asciugati un po' con frasi più corte e botta /risposta senza bisogno di movimento di contorno.

Ritratto di grilloz

Grazie, nella prossima tappa cercherò di non arrivare all'ultimo minuto e terrò presente il tuo suggerimento :)

Ritratto di Antio

Mi è piaciuta l'idea generale e l'ambientazione. Come è stato già suggerito, sarebbe stato bello vedere Jacques realmente ubriaco fino alla fine, i dialoghi e la caratterizzazione del personaggio ne avrebbero giovato. Quello che mi è piaciuto meno invece, è che tutto sembra accadere in pochissimi minuti. C'è un dialogo tra due vecchissimi amici che si incontrano dopo tanto tempo e una serie di ricordi che servono a creare un background. E la chiave è già in loro possesso. Praticamente percorrono un tratto di strada assieme per poi sparire. Alla fine mi ha lasciato un po' a bocca asciutta, ma mi incuriosisce comunque vedere come prosegue.

Ritratto di masmas

Sòccia t'han già bastonato! :o 

A parte gli scherzi, a me invece hanno spiazzato i primi dialoghi, dove si intuisce solo chi è che comincia a parlare, per averne la certezza solo dopo un po'. A me che ho il qi del tuo frigorifero, mi han fatto confusione. Ultimanente Da un po' di tempo sono diventato d'un schizzinoso! :) 

Però l'introduzione è carina, incuriosisce. Bellino.

Ritratto di Mar_86

E in ritardissimo arrivo io.

Piaciuto molto. Di parte, adoro i francesi anche solo dai nomi.

Quindi già il “profumo” della storia mi piace...

L’ambientazione, ben descritta e suggestiva. (Adoro i frac ed è un'immagine forte che irrompe in un contesto ben diverso.)

Ti tiene lì e invoglia a chiedersi “quindi? Cosa vanno a fare? Che accade? Allora?? Continui??”

Quindi, riuscito.

 

Unica piccola nota, ma è gusto personale, avrei fatto un incipit più “leggero”, meno descrittivo.