Gan (di SemeNero)

Basta poco per farsi sconvolgere la vita. Ritrovarsi con le mani piene di sangue, per esempio.

È un attimo.

Dieci minuti fa Jacopo e io stavamo camminando lungo le mura del Borgo, parlavamo del Palio di San Sebastiano e di falconeria, la nostra passione. Lui avrebbe gareggiato con “Jeeg”, uno sparviero, io avrei atteso il prossimo anno, come ogni anno. All'altezza del parco di Porta Levante abbiamo sentito i lamenti del vecchio, chino di fronte alla statua del santo, illuminato di lato dalla luce dell'unico lampione acceso. Una scena tragica che sembrava preparata ad arte, per palcoscenico il ciottolato imbrattato di sangue.

Forse avremmo dovuto scappare e chiedere aiuto. Quel che abbiamo fatto è stato raggiungerlo e cercare di soccorrerlo.

Quindi eccoci qui: io che sorreggo la testa del vecchio, i suoi occhi spiritati e gonfi che mi trapassano con lo sguardo, Jacopo che preme sull'addome cercando di coprire quel buco enorme all'altezza dello stomaco.

«Y g-gah... e kiris!» mi dice il vecchio delirante, le sopracciglia folte e ispide aggrottate sugli occhi di ghiaccio. Poi mi afferra la gola con la mano. No, non è una mano: è un artiglio. Le dita squamate e giallognole stringono il mio collo, mi ribalta con forza inaspettata, sbalzando Jacopo di lato. Il vecchio è sopra di me. Copre la mia bocca spalancata per la sorpresa con la sua. Non è un bacio, né un morso. Mi sfiora appena e sento qualcosa scivolarmi in gola. Qualcosa passa da lui a me, caldo come il sangue, forte come un distillato. Il vecchio si allontana e con un sorriso trionfante dice: «Ahrima!» Lascia la presa e barcolla all'indietro prima di afflosciarsi come uno straccio.

È allora che arriva il secondo sconosciuto. Alto, vestito con una strana divisa verde e gialla, rattoppata con pezzi di stoffa e quelle che sembrano canne di bambù. Afferra il vecchio per i capelli e nonostante la corporatura asciutta lo alza da terra tenendolo penzoloni. In una mano il vecchio. Nell'altra una specie di lancia dalla punta grezza e di dimensioni eccessive.

«Dove la tieni?» chiede al vecchio. Per risposta ottiene un ghigno.

Jacopo nel frattempo si è rialzato. Si getta sull'aggressore, intimandogli di liberarlo. È così, Jacopo, un amico fedele, idealista, dal cuore grande pieno di passione e coraggio. Avrei sempre voluto essere come lui. La lancia cala sul suo cranio, sfondandolo. Il mio amico mi guarda immobile, steso scomposto sul ciottolato della piazzetta, col sangue che cola e un'espressione sorpresa stampata sul volto. Quella che mi accompagnerà per molte notti a venire.

Non riesco a reagire. La mascella mi si blocca, sbarrata come gli occhi.

Gli estranei non si curano di me o dell'omicidio appena avvenuto.

«Non vi servirà a nulla, non riuscirete a usarla» sentenzia il vecchio con tono di sfida.

Un'alzata di spalle dell'altro. «Quand'è così...» e lo sbatte a terra, prima di finirlo con la lancia. Gli lacera la tunica grigio-verde, lo perquisisce e ne osserva il cadavere, tastando le membra e guardando in bocca. Il vecchio non sembra un essere umano. Oltre alle mani deformi, il corpo è cosparso qua e là da ciuffi di piume. Pure i capelli sulla nuca terminano in una livrea regolare bordata da penne d'uccello.

L'energumeno sbuffa, poi mi punta gli occhi addosso. Il mio tentativo di fuga è impacciato e breve. Mi prende per i capelli e mi tira all'indietro, bloccandomi al suolo. «Dov'è la chiave?»

Balbetto una risposta sconclusionata, quando il tizio riceve un colpo e si inginocchia. Fa per voltarsi, ma viene definitivamente steso da un secondo colpo alla tempia. Una lancia simile alla sua e a impugnarla una ragazzina vestita allo stesso modo.

«Vieni» intima, e se ne va spedita.

Guardo l'uomo, poi i due cadaveri a terra. Jacopo.

«Vuoi muoverti?»

«Il mio amico...» cerco di ribattere.

«Fark non resterà svenuto a lungo. Alzati o farai la fine del tuo amico.»

Sono confuso, combattuto. Seguo la mia salvatrice.

Ci allontaniamo dall'abitato e dopo poche decine di metri imbocchiamo la strada che porta fuori da Borgo San Sebastiano, ma l'abbandoniamo quasi subito per immergerci tra gli alberi del bosco del convento.

«Hai tu la chiave? Gan Briso l'ha data a te?»

«Chi?»

«Il vecchio! Ti ha dato la chiave?» sbotta.

«Non so di cosa parlate, noi non avevamo niente! Abbiamo visto il vecchio in difficoltà e l'abbiamo soccorso. Poi è arrivato l'altro...»

«Fark.»

«…e ci ha aggrediti. E il vecchio mi ha...» non riesco a terminare la frase. La ragazza si volta, ma mantiene l'andatura spedita.

«Perché ha scelto te?»

Mi fermo e comincio a urlare: «Che cazzo ne so io? Non ho idea di chi siate e cosa vogliate! Il mio amico è appena stato ammazzato e... i-io non so nemmeno perché ti sto seguendo!»

«Perché sono quella che ti ha salvato» dice, poi si ferma e sospira. «Io sono Niana. Ero assieme Briso, lui era il nostro Gan.»

«Parli arabo per me.»

Lei fa un gesto, spazientita. «Senti, tu hai qualcosa, credo, una cosa che stavamo cercando. E non solo noi» dice con un cenno verso la direzione da dove siamo venuti. «La statua, cosa mi sai dire di quella? Gan Briso sembrava molto interessato.»

Mi stringo le tempie. Niente ha senso al momento. Quest'incubo non sembra aver voglia di interrompersi, tanto vale cavalcarlo.

«È San Sebastiano, patrono e, secondo la leggenda, fondatore del Borgo.» Le parole escono meccanicamente, la storia mi affascina da quand'ero bambino e a ogni palio la rivivo nelle celebrazioni e nei racconti. «Prima c'era solo un convento di suore, sopra la collina in mezzo al bosco. Si dice sia arrivato di notte, sopra un enorme uccello, e abbia trovato riparo presso il convento, il quale in seguito è stato distrutto, e di cui restano solo le rovine. I primi abitanti hanno costruito le mura che circondano il paese. Pare siamo discendenti suoi, noi delle famiglie originarie del posto.»

«Un discendente di Gan Shimastan. Allora Briso aveva ragione.»

«Eh? Senti, è una stronzata. Le suore, i discendenti, il “grande uccello”… quel tizio non doveva essere poi così santo.»

Lei non mi sta più ascoltando e riprende la marcia più spedita di prima.

«Vieni. Dobbiamo tornare a Videra.»

«Videra, hai detto?»

«Sì, da dove provengo.»

«San Sebastiano… anche lui proveniva da lì. Ma non c'è un paese in Italia con quel nome.»

Sorride e continua a farmi strada. Le luci del Borgo sono lontane, quando prende uno strano fischietto che porta appeso al collo, una specie di ocarina, e intona delle note veloci del tutto simili al tubare di un piccione. E proprio un piccione si avvicina, posandosi a terra a pochi metri da noi.

«Halu, apri la porta.»

Attendiamo qualche secondo.

«Stai parlando con l'uccello?» chiedo, confuso. Lei non mi dà retta.

«Halu, dannazione! Briso non verrà.»

Nel buio non l'avevo notato, ma c'è qualcosa accanto al piccione. È alto pochi centimetri, potrei tenerlo in mano senza sforzo. Mi strofino gli occhi. Penso a una bambola, a un'allucinazione, o all'ennesimo brutto scherzo che mi sta facendo la mente. No, lì c'è qualcuno. Poi un turbine si genera di fronte al piccolo personaggio, una lingua di fiamme bluastre sospesa a mezz'aria s'ingrandisce in un vortice la cui bocca sta per inghiottirci. Posso vedere dentro l'occhio del ciclone come in uno schermo, o meglio una lente. L'immagine restituita è quella del piccolo uomo accanto al piccione, ingrandita fino alle mie dimensioni. Niana entra nel vortice e si ferma accanto a quello che deduco essere Halu.

«Sbrigati, non riesco a reggere a lungo!» sbotta lui.

Faccio un passo incerto, poi entro nel vortice e il senso di vertigine mi stringe lo stomaco, rivoltandolo. In un attimo sono accanto a loro e alle mie spalle il vortice si chiude con uno schiocco.

Mi guardo attorno e non riesco a credere a quel che vedo.

Il piccione è diventato, nella nuova prospettiva, alto come uno struzzo, ma con la stazza di un bue. L'erba, che prima calpestavo sotto le scarpe, cresce in fronde alte quasi fino al mio collo e gli alberi… Dio mio, gli alberi! Sembrano sequoie centenarie, mi sento immerso in una foresta preistorica, in attesa di veder sbucare un dinosauro da un momento all'altro.

«Ma voi… cosa siete?» chiedo.

Halu si siede a terra, ansimando. «Noi siamo Nomoi.»

«Dobbiamo andare» sbotta Niana.

«Fammi prendere fiato. Aprire quei portali è sfiancante. È stato scelto dal maestro?» le chiede indicandomi col mento. Lei risponde con un cenno deciso.

«Siete come gli umani? O mezzi uccelli?»

«Siamo simili a voi, fisicamente» riprende Halu.

«Ma il vecchio… ho visto le sue mani, e le piume.»

«Oh, quello. I Gan mischiano il proprio sangue a quello degli uccelli, per aumentare l'affinità, e se l'uccello è abbastanza nobile anche per acquisire maggiore potere. Ma a volte esagerano e allora...» termina con un gesto vago, attorno alle mani.

Niana insiste perché ci muoviamo, ma Halu si oppone. «Dobbiamo aspettare Gan Briso.»

«Lui è morto.» La rivelazione, ingenua, mi esce di bocca. Halu si volta verso di me con gli occhi spalancati.

«Fark» si limita a dire Niana.

«Lo dovevi proteggere! Era con te, una tua responsabilità!» ruggisce contro di lei con rinnovato vigore.

«Si è allontanato da me quando non avrebbe dovuto» taglia corto la nomoi. «E adesso andiamo.»

Lo sgomento del giovane mi riscuote dal vago torpore nel quale ero caduto. Anch'io ho perso qualcuno per mano di Fark.

«Io non posso venire.»

Gli nomoi mi guardano inferociti.

«Jacopo è appena morto sotto i miei occhi. Era il mio migliore amico, non posso lasciarlo lì. E devo avvisare la polizia, i famigliari. Devo tornare indietro.»

Halu mi si avvicina. «E cosa dirai loro, eh? Che degli esseri minuscoli sono comparsi dal nulla, vi hanno aggredito e lo hanno ucciso? Chi ti crederà?» Le sue parole sono uno schiaffo. «Tu non ti rendi conto in cosa sei incappato. La guerra è vicina e sta già mietendo le prime vittime. Se vuoi fare qualcosa per il tuo amico non ti resta che seguirci. Abbiamo bisogno di te, e tu da solo non potrai fare niente, tanto meno con gli Ostrya alle calcagna. Svegliati!»

Mi sento avvampare. Il cuore galoppa e sento le vene gonfiarsi. La rabbia monta fino a farmi girare la testa, ma mi limito a stringere i pugni, imbiancando le nocche. Però Halu ha ragione. Abbasso il capo e loro intendono la mia resa. Niana soffia una seconda volta nell'ocarina e in breve un secondo piccione ci raggiunge.

«Come ti chiami?» chiede lei.

Ho la bocca secca, ancora fremo rabbioso. «Simone» dico in un sussurro.

«Bene, Tsimon, tu sali con me.»

 

Il piccione si accovaccia e apre le ali. Niana vi si arrampica con un solo balzo sicuro, cingendo le briglie sottili che a malapena avevo scorto e passando una gamba sopra il collo del piccione. Siede senza nessun tipo di sella e mi allunga una mano. Ma mia salita è lenta e impacciata, riesco a montare solo al terzo tentativo, innervosendo il volatile. Il suo tubare eccitato sembra il suono di un trombone. Mi siedo davanti a Niana, che mi cinge con le briglie. Prende un paio di occhialoni bizzarri dalla sacca che porta con sé. La trama a celle delle lenti mi ricorda delle ali d'insetto, e non credo di essere distante dalla realtà.

«Stringi le gambe e reggiti forte alle piume.»

Non faccio in tempo a obbedire che il piccione sbatte le ali, rapidi colpi smuovono l'aria e vengo spinto addosso a Niana, che nonostante la mole mi respinge in avanti decisa. In pochi secondi ci ritroviamo a un'altezza di diversi metri. O forse solo un paio. Devo imparare a rivalutare le dimensioni.

Prendiamo il volo nel buio della notte, gli occhi stretti a due fessure – niente occhialoni per me – e il vento che rimbomba nelle orecchie. Prendiamo velocità e l'aria mi deforma il viso in una smorfia. Mi volto per contrastarne l'effetto e vedo le luci del Borgo allontanarsi rapidamente dietro di noi. Mi oriento a fatica, ma capisco che ci stiamo dirigendo verso est. Le montagne sono più vicine e in breve riconosco il profilo imbiancato dei Monti Sibillini, cui la luce della luna dona una leggera luminescenza azzurra.

Non so dire di preciso per quanto voliamo, penso solo a stringermi forte al volatile, schiacciato sul suo dorso. Sono congelato. Cerco di non fare caso all'odore e prego che le pulci mi ignorino: non oso pensare all'eventualità di un loro morso nelle mie condizioni!

La picchiata è improvvisa e la discesa rapida mi stappa le orecchie. Cerco di soffocare un urlo ma non sono sicuro di esserci riuscito. Il piccione batte le ali per rallentare la caduta, ci immergiamo tra gli alberi in planata e sono certo che sbatteremo su un ramo, ma non accade. L'atterraggio sul terreno è morbido. Niana mi fa spazio, scendo di corsa e mi piego in due per vomitare.

I due nomoi restano a guardarmi finché non mi riprendo, poi mi fanno strada tra le fronde basse di un carpino bianco, cresciuto brado e cespuglioso. È un albero molto vecchio. “Non sai quanto” mi sussurra una voce in fondo alla testa. Ci avviciniamo alla base del tronco, dove la radici si piantano nel terreno, dove si trova una piccola spaccatura del legno. Halu entra per primo senza esitare, Niana mi cede il passo. Non vedo nulla e procedo a tentoni, finché gli occhi si abituano e scorgo una lieve luminescenza provenire dal basso. Il percorso scende in un leggero declivio che si accentua man mano che proseguiamo. Poi la vedo: scavata nel terreno, una cava a gironi concentrici sui quali si affacciano numerose piccole caverne. Le radici dell'albero s'intersecano con le aperture fungendo da struttura portante, assieme a una rete fitta di rinforzi di legno, pietre e fango. Le pareti sono adornate di corteccia intagliata, pigne e piante rampicanti le cui foglie fungono da largo rivestimento. La pavimentazione è per lo più in terra battuta e muschio, ma non passano inosservate larghe macchie di guano. A illuminare il largo ambiente, come stelle fluttuanti, globi di luce verde si spostano in gran numero volteggiando con andature blande e irregolari, o appoggiate sui rampicanti. Solo a una seconda occhiata mi rendo conto che sono lucciole, dal mio punto di vista grandi come meloni.

So cosa sta per dire Niana prima ancora che apra bocca: «Benvenuto a Videra.»

Scendiamo di alcuni livelli e gli abitanti mi squadrano da capo a piedi. Occhi sbarrati, sopracciglia aggrottate, teste ripiegate di lato. Tremo come un pulcino, per il freddo e forse anche per il trauma del volo, ma non è solo questo a incuriosirli. I miei abiti sono bizzarri ai loro occhi, me ne rendo conto: la maglietta dai colori accesi, i jeans e le scarpe sportive bianche. Spicco come una farfalla appoggiata al tronco di una betulla. Ai nomoi basterebbe coprirsi il volto e sparirebbero in perfetta mimesi con l'ambiente circostante.

Arriviamo a un largo terrazzo, dove alcuni nomoi armati con le lunghe, possenti lance discutono tra loro. Al nostro arrivo Niana ci annuncia e il gruppo si apre, rivelando il personaggio al suo interno.

A distinguerlo non è la statura, quasi bassa rispetto agli altri, né l'abbigliamento. Porta una fine corona di spine bianche in capo ma c'è di più. Il portamento fiero e deciso, l'atteggiamento di riverenza di chi gli gravita attorno, il magnetismo degli occhi vivaci. Le gambe mi cedono per un secondo, convinto di dovermi inginocchiare. Riesco a limitarmi a un breve inchino con la testa. Lui invece mi sorprende, sorridendo. Ed è un sorriso trionfale quello che si staglia sul suo volto.

Niana gli sussurra qualcosa all'orecchio e se possibile il suo ghigno si allarga ancora. Non riesco a non pensare a un predatore.

«Benvenuto tra noi Tsimon, erede di Shimastan. Io sono Agheno.»

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Il soggetto è un classico che mi affascina. Non mi interessa assolutamente l'originalità della chiave, mi interessa quanto i personaggi riescano a farsi amare e allora a farci amare la loro storia.

Quindi partendo da questo, ti dico che a me l'idea dell'iter "classico" per l'ingresso di una storia fantasy non mi dispiace. Sui modi lavorerei meglio. Quei "dice", "faccio", "prendo"... rallentano molto i tempi, proverei, per la prossima tappa a non usare nessuna introduzione a gesti e dialoghi e pensieri (che parlino e che agiscano senza annunciarlo) e pure gli avverbi di tempo ;)

Ora siamo qui per costruire un antefatto, disegnare i personaggi. Sarei partito mooolto più indietro. Avrei costruito uno scenario in cui protagonista e Gan avessero un rapporto, un legame, una quotidianità normale fuori dall'evento straordinario. Avrei ricamato arzigogoli più frequenti man mano che consumavo battute, fino alla rivelazione, per la quale bastano davvero poche ultime righe.

Gan, perché no?, sarebbe potuto essere un mendicante, un abitudinario affezionato all'angolo di marciapiede. Simone un semplice ragazzo buono, pronto ad aiutarlo e una monetina dopo l'altra disposto a legare con il mendicante. Avrei avuto il tempo di disegnare i personaggi prima della svolta della fine della miccia giocando il colpo di scena nelle ultime due righe.

Non Avevi alcuna fretta di dirci cosa sarebbe successo. Ma chi avrebbe giocato. :)

Mi piace in generale l'idea, io ho fatto solo esempi facili a caso e poi aspettiamo che dicano la loro anche gli altri.
curioso del seguito.

 

Ritratto di Seme Nero

Leggendo i primi racconti degli altri mi sono reso conto in modo più chiaro della differenza di approccio.

Non è fretta di raccontare, è che ho davvero tanto, tanto background e una storia piena in testa. Ho avuto un episodio di brainstorming selvaggio, tanto che prima di scrivere ho dovuto fare una sinossi dell'episodio! Mi sono frenato nel buttare giù appunti per non fissarmi troppo sulle mie idee e ostacolarmi nella prosecuzione. Per dire.

L'idea di partire più lentamente c'è stata, però mi sono lasciato trasportare.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Sì, sì è chiaro. E ti dirò che è anche bello dover smorzare questo entusiasmo. È bello sentirvelo addosso leggendo! :)
Però non posso che consigliarti di resistere, andare con calma, innamorarti del backgrond dei personaggi e costruire una struttra spessa e plausibile che accolga gli eventi. è il mio compito.
E poi quando arriverai a svelare tutto sarà un divertimento ancora più grande!
 

Ritratto di Borderline

Sono d'accordo col capitano, questo è un fantasy classico, l'incipit di un viaggio dell'eroe. L'hanno fatto in tanti ma non è questo che fa pensare, in lettura, di essere davanti a un libro già letto. È proprio lo scrivere "come un libro stampato", utilizzare parole e locuzioni inflazionate: la forza è sempre inaspettata (soprattutto in un vecchio), la bocca spalancata, le storie affascinanti e i grandi alberi sono sempre sequoie. L'immaginario dei lettori è già formato, non abbiate paura di stravolgerlo, cercare metafore originali, parole vostre e non quelle lette nei libri. Spesso una lettura non colpisce proprio perché è come percorrere una strada che si fa tutti i giorni per andare al lavoro: cerchiamo di rendere quella strada emozionante con curve e paesaggi ancora sconosciuti :).

Ritratto di Seme Nero

Non immaginavo che tutti questi elementi classici fossero così intrinseci nella mia scrittura, anzi, di solito me ne discosto molto.

Insomma, sono un po' deluso, ma non è una critica al lettore, sia chiaro.

(Tanto per fare il pignolo rompipalle, l'albero non è una sequoia, ma un carpino: è nel paragone che sembra una sequoia. Almeno questo concedetemelo.)

Ritratto di Borderline

A livello scrittorio, quello degli opossum era più originale. Non prendere quello che ho scritto come critiche ma come un modo per espandere la forma mentis quando scrivete, in modo da lanciare la storia nel miglior modo possibile :). Per il carpino, dato che il protagonista abita in quei luoghi, ecco per lui quello era, non una sequoia o simile a una sequoia, che magari non ha mai visto... L'hai scritto solo per farlo meglio figurare al lettore, ma il lettore ama imparare, questo non scordatevelo ;)

Ritratto di Polveredighiaccio

Trovarsi apparentemente nel posto sbagliato al momento sbagliato e scoprire poi di essere il prescelto, l'erede, il discendente predestinato non sarà originale ma da qui in poi puoi virare verso idee nuove e giocartela come vuoi. Anche sorprendendo chi legge.

Inizialmente la lancia mi ha fatta pensare a Longino, ma è stata una mia suggestione.

Come per altri racconti anche qui ribadisco che preferisco la caratterizzazione dei personaggi attraverso i gesti o lo scambio verbale, mentre le informazioni fornite tipo infodump non mi entusiasmano, esempio: "Scendiamo di alcuni livelli e gli abitanti mi squadrano da capo a piedi. Occhi sbarrati, sopracciglia aggrottate, teste ripiegate di lato. Tremo come un pulcino, per il freddo e forse anche per il trauma del volo, ma non è solo questo a incuriosirli. I miei abiti sono bizzarri ai loro occhi, me ne rendo conto: la maglietta dai colori accesi, i jeans e le scarpe sportive bianche. Spicco come una farfalla appoggiata al tronco di una betulla. Ai nomoi basterebbe coprirsi il volto e sparirebbero in perfetta mimesi con l'ambiente circostante." Sarebbe bastato che uno dei presenti facesse una battuta per esprimere sorpresa o sconcerto per gli abiti o per il modo di fare del ragazzo, senza tutta quella descrizione.

Vediamo come evolverà la storia e quali intrecci hai in serbo per i personaggi. :) 

Ritratto di grilloz

All'inizio mi è mancata un po' di ambientazione, non sono riuscito subito a immaginare i luoghi e questo mi ha un po' spaesato, poi però si riprende bene. Forse rivela un po' troppo per essere solo l'inizio di una storia, ma questo lo si capirà nel prosieguo ;)

Ritratto di Kriash

Pareri che condivido con quelli che hanno scritto prima di me. È un racconto d'avventura d'impostazione classica ma questo non vuol dire che sia "sbagliato", anzi. A me il ritmo è piaciuto e mi ha tenuto saldo alla lettura. C'è un po' di effetto telecronaca nella parte di descrizione delle azioni. Forse vcolevi dare un impatto visivo forte, guidando molto il lettore in quello che avveniva nel racconto. Ecco, secondo me è solo questa cosa che frega... per me il lettore non ha bisogno di essere guidato passo passo. Quindi buono il contesto e la storia (che mi è piaciuta davvero) ma lasciati andare di più, esplora, inventa un linguaggio... buttati (cioè nel senso buono, eh!).

Ritratto di Seme Nero

Vi ringrazio dei commenti, hanno un buon effetto "pacca sulla spalla" :)

Purtroppo penso di aver preso una direzione sbagliata all'inizio, adesso dovrò lavorare per riportarmi in carreggiata e mollare PARECCHI dei bagagli di cui mi sono inutilmente appesantito per strada.

Ritratto di Schiumanera

Hanno già detto molto gli altri, rilevando sia le pecche (poca caratterizzazione di personaggi e ambienti, un eccesso di raccontato sull'azione) che i pregi, che finirei per ripetere gli stessi suggerimenti. Leggendo ho avvertito la massa che c'è dietro questo primo racconto, è come un cumulo di parole che preme contro la porta imposta dal gioco. E quindi ti lascio un consiglio per il prossimo step: scrivi sazio. Non nel senso di "mangia prima di metterti alla tastiera", bensì di scrivere con la consapevolezza che di questa storia sai tutto. E anche se non potrai, per ovvie ragioni, riversarla tutta nei tre frammenti del gioco, puoi giocare con lei.

Ritratto di Seme Nero

Mi è piaciuta molto la tua similitudine e la trovo azzeccata: un cumulo di parole che preme contro la porta. Quindi seguirò il tuo consiglio solo in parte, sazio sì, ma ridurrò il menù! :D

(Anzi, sceglierò pietanze più genuine)

Ritratto di Antio

Molto carino. Mi hai dato l'impressione di esserti divertito a scrivere di questo mondo e di questi personaggi fantastici, immaginando l'incredulità di Simone nel vivere quelle situazioni. All'inizio ho avvertito una forzatura nelle scelte fatte dal protagonista dopo il susseguirsi degli eventi sanguinosi iniziali. L'amico è morto da pochissimo e pare quasi non pensarci più subito dopo. Però immagino che, in uno stato confusionale, la scelta migliore fosse proprio quella di seguire la salvatrice. Ma alla fine, Niana come poteva essere così sicura che Simone/Tsimon fosse il cosiddetto classico "prescelto"?

Ritratto di Seme Nero

Niana arriva mentre Fark interroga Simone, quindi deduce sia proprio quest'ultimo ad avere la chiave, ma nemmeno lei sa bene cos'è. L'unico a saperne qualcosa finora pare essere stato solo Briso.

E a parte quello, Simone era l'unico rimasto vivo.

Quanto al divertimento, sì, mi sono divertito pure troppo, infatti mi sono sconcentrato :D
 

Ritratto di masmas

Storia carina, io ci ho trovato un bel pregio: hai reso bene gli stati d'animo del protagonista per la situazione in cui si viene a trovare. Anche se si potrebbe soffermarsi ancora di più.

Inizio dalla stesura lineare ma efficace a mio parere.

Ritratto di Seme Nero

Grazie Mas :)

Oh, almeno un paio di cose le ho azzeccate XD

Ritratto di Mar_86

Un piacevole classico.

 

Scorre bene e la storia è carina.

Modo diverso di raccontare una storia.

Qui arriva subito l’azione, dalla prima riga.

L’ho apprezzato.

 

Mi aggrego agli altri nel dire però di non avere fretta e raccontare “meno”.

Lasciare al lettore un “dubbio” e una “curiosità” in più.

(Questa cosa la devo imparare anche io… mi sbottonerei alla seconda riga.)