L’isola del Gheppio Bianco - 1 La gabbia di vetro (di Mar)

Di quel giorno ricordo solo un gheppio.

Volava alto nel cielo, sopra la mia testa.

La sua coda a ventaglio, la sua piccola testa che mi fissava.

Sentivo i suoi occhi addosso penetrare le mie pupille vuote.

Era un gheppio bianco. O almeno, a me sembrava bianco.

Come tutto in quel momento.

 

Prima del buio, tutto era bianco e luminoso.

Proprio come quello strano gheppio sopra la mia testa.

 

Non è facile essere mezza disabile e abitare al terzo piano di un palazzo.

L’ascensore c’è, e sono fortunata. Ma funziona poco e male, e ci metto secoli a entrare in casa. Sono certa che un giorno si bloccherà e io ci morirò dentro.

Nessuna grossa perdita, un peso in meno per l’amministratore condominiale che ancora perde tempo a infilarmi sotto la porta le sue stramaledette lettere di richiamo per “gli indecorosi segni neri sul pavimento del pianerottolo al terzo piano, procurati dall’incuranza delle sue manovre con la carrozzina”.

Ho una cazzo di gamba sbriciolata, fottuto stronzo! Ecco cosa dovrei rispondergli, se solo non rischiassi di farmi cacciare fuori.

Essere disabile non mi ha portato molto fortuna nella vita di condominio. A dire la verità, non mi ha portato fortuna con niente.

È il 29 dicembre e un altro anno di merda se ne sta per andare.

Mi è toccato pure conoscere il nuovo compagno di mia madre.

L’ennesimo imbecille, come tutti quelli già conosciuti e che conoscerò ancora.

“Potresti sforzarti Eleonora” mi ha detto.  Mi sforzo solo per spostarmi dalla carrozzina al cesso, ma anche questo non ho potuto proprio farmelo uscire dalla bocca.

Sono storpia anche nel cervello, e questo, invece, me lo dico spesso.

Soprattutto oggi che il riscaldamento è rotto e il mio cellulare lampeggia da 10 minuti per una telefonata alla quale non voglio rispondere.

Continuerà a chiamare.

Devo solo risolvere il problema del riscaldamento se non voglio crepare assiderata.

Guarda però il lato positivo Ela, la metà sinistra del tuo corpo non sente niente! Puoi morire solo per l’altra metà!

La giornata si è quasi rischiarata.

Il cellulare intanto lampeggia ancora.

Ma io devo pensare solo al riscaldamento. Tutto il resto, non ha proprio importanza.

Perfino farmi la doccia oggi sarà una sfanculata.

Cristo.

Me la farò fredda, che ci vuole?

Apro l’acqua, trattengo il respiro e mi butto sotto. Magari si allevia anche il dolore alle gambe.

Ah già, alla gamba, al fantasma che resta di quell’altra non credo freghi molto della temperatura dell’acqua.

È domenica e gli idraulici si fanno i cazzi propri.

Scivolo in bagno pensando alla sabbia calda, a come sarebbe bello essere in spiaggia, magari con una birra in mano, il sole sulla pelle. Questo è forse l’unico pensiero che mi aiuta a non suicidarmi tutte le volte che devo arrampicarmi sulla lavatrice per evitare di stramazzare al suolo come un cazzo di lombrico tirato fuori dalla terra. La sedia a rotelle non ci entra in bagno, eh no.

Ma tu hai le braccia forti, vero Ela? Un altro lato positivo!

Stringo i denti cercando di non cedere al freddo.

Se non nevica oggi, non nevica più.

Mi siedo sul lavandino e inizio a spogliarmi.

So che è un’idea del cazzo farmi una doccia, ma l’odore della gente non mi piace. Lo odio. Sentirmelo addosso, sopra i vestiti, sui capelli.

Devo cancellare gli sguardi, la stupida pietà. L’insolente compassione dei passanti che fanno cadere la loro attenzione sui miei pantaloni stracciati, vuoti per metà.

Devo lavarmi via tutto! Tutto!

Sono io che dovrei guardarvi dall’alto in basso. Non voi.

Una fitta alla schiena mi spezza il fiato.

Coraggio Ela, tra poco sarà tutto finito.

Apro l’acqua e un’ondata gelida investe le mie narici.

Sento i capezzoli irrigidirsi tanto da farmi male.

Urlo e l’acqua fredda mi trafigge tutta.

La gamba destra mi regge a stento. Trema e prega di tenermi in piedi fino alla fine dei miei capricci di bambina viziata.

Chissenefrega, e continuo a urlare.

La voglia di sentirmi pulita, supera ogni dolore.

È davvero un peccato non poter morir adesso.

Ma non è così che finiscono le storie di merda.

Le storie di merda hanno un finale di merda. E questo non è altro che un patetico intermezzo per strappare qualche applauso al vicino che mi sta guardando nuda.

Già. Non mi piace tenere le finestre chiuse.

L’aria viva non mi spegne.

L’aria viva mi fa respirare.

L’aria viva mi tranquillizza sempre.

 

 

“L’aria passa e tocca il cuore,

il cuore sacro delle stelle.

Nella mente del mio Re

il mio ritorno,

il mio ritorno da te.”

 

 

“Non mi va che fai vedere le tette a tutto il vicinato.”

Fine della doccia.

“A volte penso tu lo faccia apposta per fare entrare i ladri e farti ammazzare…”

Filippo detto Fep. Il mio ragazzo, o presunto tale, o presunto non lo so.

“Vero bimba?”

Odio quando mi chiama bimba.

“Magari voglio farmi violentare dal vicino…”

D’istinto mi copro il seno e mi appoggio al muro per non cadere.

“Sei forse pazza a fare la doccia con la finestra aperta? Oggi vuoi proprio morire…”

Forse.

“Tu che ci fai qui?”

“Ho le chiavi. Hai scordato anche questo?”

Non viviamo assieme, ma visto che sono una disabile del cazzo, ho dovuto cedergli una copia delle chiavi. Tipo che se cado o resto incastrata sul cesso, lui può avere l’imbarazzante compito di aiutarmi prima dei pompieri o della polizia.

“Lo so, ma perché sei qui?”

“E’ da più di mezz’ora che provo a chiamarti… mi ero preoccupato.”

Lui si preoccupa sempre. Forse troppo.

“Ho avuto una brutta giornata. Il riscaldamento si è rotto di nuovo.”

“Tu hai sempre brutte giornate.”

“Posso vestirmi adesso o vuoi farmi crepare dal freddo?”

“Non lo so. Guardarti nuda tutta tremante è un piacere piuttosto perverso.”

E ride.

La sua risata è una cosa meravigliosa.

Sì, in mezzo a tanta merda, la sua risata è una delle poche cose che non mi dà fastidio. Mi ricorda qualcosa, ma non so cosa. E per questo mi piace.

“Mettiti l’accappatoio.”

Chiude la finestra.

“Grazie.”

“Allora?”

“Allora cosa?”

“Perché non mi hai risposto? Magari era una cosa importante.”

“Tu hai sempre cose importanti da dirmi.”

“Touché.”

Mi siedo sul bidet per asciugarmi.

Non smetto di tremare.

Che cazzo di freddo.

“Vieni qui, stupida.”

Vuole abbracciarmi. Vuole sempre abbracciarmi. Non lo sopporto.

Non è vero.

Mi prende in braccio e rimette sulla sedia a rotelle quel che resta di me dopo la doccia ghiacciata.

“Lo sai che odio farmi aiutare, cazzo!”

“Tu odi tutto Ela, ormai non faccio più caso a quello che ti piace o non ti piace…”

Meglio arrendersi.

“Vuoi che provi a dare un’occhiata al riscaldamento?”

“Ho già chiamato un idraulico.”

“Di domenica?”

“E allora? È cinese.”

“Ela…”

“Oh fai quel cazzo che vuoi.”

Lo guardo dirigersi verso la cucina con quel suo sorriso stronzo. Oggi è più bello del solito.

“Come mai sei così elegante?”

“Colloquio.”

“Di domenica?”

“Cercavano un idraulico che facesse straordinari festivi.”

Rido.

Fep è così. Un eterno bambino.

Anche nello sconforto più totale, anche durante una guerra atomica, lui saprebbe tirare fuori qualcosa per farmi ridere. Non so se è una condanna o una cura. Questo devo ancora capirlo.

“E dai, coglione. Ti sei fatto l’amante?”

“L’amante?”

“Sì, dai. Una donna, di quelle vere, con tutte le cose a posto. Ti capirei, sai?”

Vedo ciondolare la sua testa mentre si toglie la giacca.

Spinge qualche tasto sulla caldaia e poi si gira a guardarmi tutto soddisfatto.

Stack.

“Fatto.”

“Cosa?”

“Risolto.”

“Ah.”

“Che cantavi sotto la doccia?”

“Stavamo parlando della tua amante…”

“Ela, ero all’ospedale da Irene.”

Eccomi.

Ela la stronza. Ela la spacca cuori. Ela la testa di cazzo.

“Scusa. Come sta?”

Il suo sguardo diventa scuro.

Irene è sua sorella. Ha quindici anni e la leucemia.

Che mondo di merda.

“Non lo so. I medici non dicono nulla. Lei è forte, ma…”

S'interrompe.

“Fep… mi dispiace.”

“Cosa vuoi, sono destinato a esser circondato da donne acciaccate.”

Eccolo, di nuovo.

“Non sei divertente…”

“Ma è la verità.”

Mi stringe.

Lo bacio.

Dimentico tutto.

 

 

“La morte passa e tocca il cuore,

il cuore sacro delle stelle.

Nella mente del mio Re

il mio ritorno,

il mio ritorno da te.”

 

 

 

Ho fatto un incidente cinque anni fa.

Di quelli che di solito dovrebbero morire tutti.

Quelle tragedie che leggi sul giornale e commenti con uno sguardo fintamente dispiaciuto, perché in realtà ringrazi che non sia capitato a te stesso o a qualcuno che conosci.

Giri pagina e torni al tuo caffè.

Io sono stata in coma otto mesi.

Intubata, legata, sedata.

Morta.

E quando mi sono svegliata, sono morta ancora una volta.

Stronzate che “l’importante è che sei viva”. Ho la spina dorsale quasi compromessa, una gamba amputata al ginocchio e la parte sinistra del corpo che reagisce a ispirazione del cervello.

Una sorta di corto circuito nervoso che mi condanna, da cinque lunghi anni, a continue e dolorose scariche di “muori stronza”. E invece, non muoio mai.

È così che ho conosciuto Fep.

Quando nemmeno lui era la persona gentile e disponibile di oggi.

Riaprire gli occhi dopo otto mesi è la cosa più atroce che possa capitare a un essere umano.

Riemergere da un limbo fatto di fluttuante vuoto per gettarsi in un mare di merda.

Altra descrizione non esiste.

Il dolore, le grida.

Vacillare ogni minuto passato ad ascoltar persone che ti dicono come muoverti, cosa fare, come farlo.

Agonizzare di giorno immobilizzata a un letto.

Sognare di morire di notte per porre fine a tutto.

Una vita col cuscino sulla faccia, senza possibilità di soffocare.

Fep mi aveva sentita urlare durante una seduta di fisioterapia.

“Sembravi un demone!” mi aveva detto all’uscita dell’ambulatorio.

Mi colpì il suo non avere pietà di me.

E poi aveva avuto il coraggio di corteggiarmi, stronza come ero, e di portarmi a letto.

“Non sono mai stato con una storpia.”

Mi aveva dato un orgasmo dopo anni, in quel momento, poteva davvero dirmi qualsiasi cosa.

Fep mi è stato vicino quando non ricordavo nemmeno il mio cognome o chi fosse mia madre.

Con lui era tutto nuovo. Per fortuna o per forza.

Io non ricordavo nulla del mio passato e lui non parlava mai del suo.

A me bastava.

Il peso della sua vita non gravava sulla mia e potevamo essere chi cazzo ci pareva.

Durante il giorno, almeno, tutto era quasi perfetto.

Sbagliato, ingiusto, ipocrita.

Ma perfetto.

 

 

 

“Allora? Che cantavi sotto la doccia?”

“Non ricominciare, ti prego.”

Mi stacco da lui rimangiandomi il bacio e tutti i bei pensieri.

“Ela…”

“Ela un cazzo.”

Si fa serio.

 “Ah no, scusami. Forse devo chiamarti Zeira…”

Non fai ridere.

Urlo.

 “E magari dovrei iniziare a cantare anche io assieme a te di notte… cosa ne dici? Un bel coretto fino all’alba!”

Non voglio cedere.

Non devo.

“Fep, non fare lo stronzo.”

“Io non faccio lo stronzo. Chi è Norem? Non credo si chiami così il tuo psicologo.”

“Non ci vado più dallo psicologo.”

“Infatti non ne hai proprio bisogno.”

Non farlo.

“Eh, Ela? Allora questo Norem? Oppure Artem. Poi? Chi altro? Non li ricordo tutti…”

Mi viene da piangere.

“Non è un tuo problema.”

“Lo è diventato. Lo sai.”

Urla.

“Fep, tu non capisci…”

“Hai ragione, non capisco. Ma tutte le volte che la merda ti arriva alla gola, sono io lo stronzo che ti aiuta a respirare.”

“Non ti ho mai chiesto niente.”

Smettila.

 “Ah, già… vero. Wonder Woman in sedie a rotelle! Tu sei forte. Tu fai tutto da sola!”

“Vattene.”

“Fai schifo quando fai così…”

“Ho detto vattene.”

“Quei fantasmi ti consumeranno.”

“Non sono fantasmi.”

“Beh, quel cazzo che sono! Ti stai fottendo la vita per delle voci che non esistono…”

“VATTENE!”

Tira un pugno contro la porta.

“CRESCI! CAZZO!”

Piange.

Io mi trattengo.

“Ti prego, vai via...”

Sbatte la porta.

Restano i fantasmi.

Adesso posso piangere.

 

 

 

Sono cinque anni che sogno quel gheppio bianco.

Volava alto sopra la mia testa il giorno dell’incidente.

Dicono che non esistano gheppi bianchi e che quello era senz’altro un altro uccello.

Eppure, io sono certa che fosse un gheppio bianco.

Bellezza disarmante.

Almeno per me.

Le notti che non devo imbottirmi di farmaci per riuscire a dormire e non soccombere agli spasmi di muscoli che non esistono più, quel gheppio mi appare in sogno.

E assieme voliamo liberi nel cielo.

Mi sento leggera.

Mi sento viva.

Voliamo sopra le campagne, le strade, le persone.

Tutto è meraviglioso e infinito.

Lui mi vola accanto senza guardarmi.

Le mie ali sono scure, non sono candide come le sue.

Volare mi sembra una cosa incredibile, ma nel sogno, sembro nata per farlo.

Tutto a un tratto, però, il cielo si fa petrolio e cavalloni di nuvole nere iniziano a piombarci addosso.

Mi sbattono contro spezzandomi la rotta.

Il gheppio bianco si allontana e io non riesco a stargli dietro.

Sbatto le ali, ma le ali ora sono braccia insanguinate.

Un fulmine mi colpisce e io precipito.

Non riesco a urlare.

Non riesco a pensare.

Il gheppio è sempre più lontano.

Lo guardo.

Lo supplico.

Ma continuo a precipitare nel vuoto.

Prima di sbattere al suolo una musica rallenta la mia caduta.

È una canzone dolce, che porta il ritmo del verso di un gheppio.

Una canzone che parla di un Re.

Una canzone che io conosco.

Una canzone che canto sempre.

 

 

“La vita passa e tocca il cuore, il cuore sacro delle stelle.”

La voce è quella di Fep.

“Che cosa ci fai qui?”

È sdraiato accanto a me sul letto.

Gli stringo la mano.

“Scusa...”

“Non ci pensare più, dormi adesso.”

Non riesco a tenere gli occhi aperti.

Il cuore rallenta.

Il respiro svanisce.

“Nella mente del mio Re…”

Nella stanza il sussurro delle nostre voci.

“Il mio ritorno, il mio ritorno da te.” 

 

Bentornata a casa Zeira.”

“Norem?”

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Bene, dalla fretta alla calma. Ora, questi sono i tempi che preferisco. Poco preoccupati di svelare il trucco, più curati nel disegnare i personaggi. Sappiamo tutti, dopottutto, che alla fine l'incredibile diventerà realtà. E qui Mara non si preoccupa di scartare neanche la scatola di cioccolatini, sa che tutti sanno che c'è una scatola di cioccolatini pronta. L'accenna appena, neanche la poggia sul tavolo. Perché non è il momento. Questi sono i tempi dedicati alle presentazioni, e più i personaggi prendono forma più la "chiave" germoglierà da sola adattandosi alle esigenze, alle possibilità alle attitudini dei personaggi.

Ricordatevi che almeno una buona metà della storia non la scegliete voi se avete lavorato bene su ambiente e personaggi, saranno loro a suggerirvela!

Ora non vedo l'ora di vedere sul tavolo la scatola di cioccolatini!

Ritratto di Borderline

Bel personaggio, ben caratterizzata. Eleonora viaggia in un immaginario pop e contemporaneo, è una ragazza di questo mondo, incazzata e cinica. Sono davvero, davvero curiosa di sapere come la innesterai in un universo fantastico, come farai a renderla credibile anche dove tutto è sottosopra, e non ci sono personaggi innestati nelle convenzioni sociali umane. Avanti Mara, aspetto il seguito!

Ritratto di Mar_86

Grazie mille per i commenti! :)

Eh, sono curiosa anche io per come evolveranno le cose per Ela.

XD

Ritratto di Polveredighiaccio

Letto senza intoppi, senza voler staccare, fare qualcos'altro e poi ripredere la lettura. Scorre bene, Eleonora è viva e presente, cinica, ironica, ferita, forte. 

Per un momento ho dimenticato il contesto del gioco e mi sono estraniata, solo alla fine ho ricordato che si tratta di un testo per la Chiave. Questo è positivo, l'immedesimazione mi ha fatto concentrare esclusivamente su questa storia, per me poteva continuare ancora!

Ho apprezzato lo stile rapido, frasi brevi che si rincorrono, nulla di troppo.

Ora mi aspetto una storia epica, con un re e la sua regina, un mondo nuovo e tutte le implicazioni che avrà. Chissà.

 

Ritratto di Kriash

Io quando commento Mar (che immagino non sia Mara, eh... :P) sembro sempre di parte.  Sempre quello che "la conosci quindi per forza parli bene di lei". Ok, voglio sfatare questo mito: questo racconto mi ha fatto schifo!

...

Bene, direi che non sono credibile.

Che devo dire?! Per me è questo l'esempio di descrizione base che lascia al lettore la possibilità di farsi il film mentale sul racconto che sta leggendo. Per me è questo l'esempio di dialogo veritiero che sì, lo stai leggendo, ma se ci fai caso lo stai anche sentendo. Per me è questa la caratterizzazione di un personaggio (e tengo buono quello di Ele, anche se pure Fep è perfetto). Per me sono questi incipit e chiusa efficaci.

Basta, ora mi si additi come "di parte", evvabbè.

Ritratto di grilloz

Bello. Bel personaggio, intenso, vivo. Un personaggio che funzionerebbe anche da solo, senza una storia di contorno.

Fino a un certo punto sembra tutto "normale" poi bam, quella canzone che crea il mistoro e stimola la curiosità del lettore.

L'unica cosa, non ho capito come fa a sedersi sul lavandino.

 

Ritratto di Mar_86

Grazie Kriash! Di parte? Naaa.... :P

Grazie mille Grilloz! In che senso come fa a sedersi sul lavandino?

Ela non è del tutto paralizzata. A un certo punto dico questo:

Stronzate che “l’importante è che sei viva”. Ho la spina dorsale quasi compromessa, una gamba amputata al ginocchio e la parte sinistra del corpo che reagisce a ispirazione del cervello.

Una sorta di corto circuito nervoso che mi condanna, da cinque lunghi anni, a continue e dolorose scariche di “muori stronza”. E invece, non muoio mai.

Lei riesce a tirarsi su (quando il dolore non glielo impedisce). 

Se invece mi chiedi il perchè della cosa "stramba"... ti rispondo che io, a casa mia, lo faccio :D Non per cambiarmi, ma lo faccio. Ho un lavandino poco profondo e non molto alto. Riesco a sedermici sopra. 

(forse sono un gatto).

Ritratto di grilloz

E ti regge? :O Sì, mi sembrava un po' strano ;)

Ritratto di Mar_86

ahahahah si mi regge.

Perchè sono piccina e magrolina.

Però è una giusta osservazione...

Grazie!

Ritratto di Seme Nero

Seme Nero sta di fronte allo schermo da diversi minuti.

Ogni volta che prova a scrivere un commento al racconto si blocca.

Si alza dalla sedia, ma dopo qualche passo torna alla tastiera.

"È davvero un peccato non poter morir adesso." Refuso, manca una 'e'.

"Ecco. L'ho trovato un difetto alla fine."

Chiude la pagina, spegne il computer.

Resterà chiuso in bagno a piangere per diverso tempo.

Ritratto di Schiumanera

Ela mi ha ricordato molto la protagonista di Perdiamoci di vista. Credo che avrei ridotto un po' l'uso delle imprecazioni che ho trovato pesare molto sulla lettura, per il resto bella storia, sarà interessante vedere come prosegue :)

Ritratto di Antio

Bello. Ben scritto e con un personaggio splendido. Ela è triste, cinica, arrabbiata con la vita ma anche forte e ironica. Tutto il racconto si dipana con il giusto equilibrio e la giusta tempistica, e il giusto pizzico di mistero. Brava. Sono molto curioso di leggere il seguito, sono già affezionato alla protagonista :)

Ritratto di masmas

Molto bella questa storia, Ela soprattutto nella prima parte è spettacolare davvero.

Difetti non ne trovo proprio.

Ritratto di Mar_86

in ritardo anche a ringraziare....

grazie a tutti per i commenti :)