Petrolio (di Nemesio)

Sentivo come un inspessirsi delle pareti, dei vetri, delle tende ad ogni cadere di goccia. Con i muscoli paralizzati ma cosciente, percepivo la mia vittima mentre accarezzava degli strumenti operatori non meno sporchi delle sue mani. Forse era convinto che in questo modo avrei avuto tutto il tempo necessario per capire il dolore, elaborare le conseguenze delle mie azioni e pentirmi, espiando così tutte le  colpe, più numerose dell' esercito di mostri che dominano il mondo e strappano a morsi la mia anima e le mie fantasie.  Forse era un regalo quello che aveva deciso di farmi, o forse era semplicemente tutto il vuoto che prendeva forma e dipingeva i bastioni di gloria e difesa del suo impero. Come un uragano dentro un barattolo di vetro, che si scontra contro l'invisibile e pensabile regno della turpitudine, e non trova altra soluzione che ripetere se stesso, mi sarei estinto per l'assenza di terre da distruggere. Ne ho spento a infinità di stelle, distrutto pianeti, neuroni e galassie, soffocando ogni luce che entrava in contatto con le mie dita. Ma, come una leggera musica di fondo, sentivo che potevo andare ancora oltre, verso la negazione di me stesso e un silenzio ancora più vasto. Era un potere immenso che mi dominava, usciva dalla mia pelle, per irradiarsi lungo l'espansione dell'increato e bruciare il ripiegarsi dello spazio. Ingoiavo occhi l'uno dietro l'altro, e i volti scorrevano come maschere prive di vita e giudizio. Nessuno mi aveva dato questo potere, mi apparteneva come l'America a Colombo, e solo, senza volerlo condividere con nessun'altro, ero deciso a usarlo come un martello sul suo chiodo. Piombato dall'altezza dei miei domini senza un minimo di resistenza, mi ritrovavo ora nelle sue viscere, pronto a fare un ulteriore passo dentro gli abissi.

   Capii subito che sarebbe stato lui. Ultimo degli ultimi aveva nello sguardo la mia stessa fiera accidia, come un cane che, dopo aver conosciuto l'amore, viene chiuso in un sacco e pestato dal  padrone di una vita divenuto folle. Non fu semplice avere la fiducia del suo popolo, semplici e saggi, tutto l'altruismo che riversavano verso i loro membri, con me si trasformava in un muro di frasi fatte e accondiscendenti, un sorriso di circostanza, che pur negando l'importanza che davano alla sincerità, salvava ai loro occhi l'obbligo di cortesia che era dovuto agli estranei. E fu grazie a questa contraddizione interna ai loro valori, che mi aprii lentamente un varco e catturai uno spazio nella società di questa piccola sfera ai confini dell'universo, interamente ricoperta di tubi e di uno strano petrolio ribollente.

   Cominciai l' intromissione quando ancora l'odore di quella melma non aveva trasformato ogni mia molecola in orbita putrescente  e il mio candore come una candela trasudava diversità, condensandosi ai miei piedi e impedendomi di miscelarmi in quel fluido brulichio di operosità diffidente. È entrato nei loro annali il giorno dell'apice della mia conquista, quando, durante la riunione mensile della comunità, il mio Perché con me usate sempre un filtro? Non vi rendete conto con quanta esasperata gentilezza mi escludete dalle vostre vite? risuonò peggio di una bomba in pieno mercato, aprendomi finalmente le porte della città come a un Cesare in rientro vittorioso dalla barbarie, che il Senato è costretto ad accogliere.  In quel silenzio, sugli occhi dei più giovani, un “Irriconoscente”, “Sfrontato” mi fissava incerto sul da farsi, mettendomi sull'orlo di un burrone senza avere il coraggio di spingermi. Ma i vecchi mi avevano ascoltato, avevano capito che stavo loro parlando da pari, e una settimana dopo venni assunto nel settore A come addetto alla pulizia nel processo di stabilizzazione.  Nonostante quel giorno venne ribadita la mia estraneità alla loro cultura, che uno dei cinque sugli  scanni d'onore aveva definito, mentre fissava a vuoto il pavimento, “tollerante verso la diversità, ma ferma nel proteggere i propri valori”, ora avevo un ruolo attivo, mi era stato concesso un posto, il più umile e faticoso che una società di eguali potesse offrirmi, ma appunto per questo uno dei doni più nobili: il primo passo nel cursus honorum del riconoscimento totale.

   Lo sentivo mentre con una lama recideva ogni mio tendine, trasformandomi in una semplice sacca organica incapace di ogni  movimento. La lingua era già finita chissà dove, strappata senza un minimo di delicatezza si sarebbe persa in mezzo a quella viscosa crosta terreste, rendendomi in qualche modo parte di quel processo senza sosta di estrazione e lavorazione, che ingurgitava ogni aspetto delle loro vite. Non volevo essere l'unico a chiedermi dove erano l'uguaglianza, il rispetto, l'amor proprio in quel clan orgoglioso, testardo e chiuso che mi aveva accolto. C'era bisogno di una visione esterna per farglielo capire, per iniziare la loro rovina e la mia gioia. Come le mie parole, quando per la prima volta insinuai il dubbio tra i pensieri del mio giovane carnefice, i miei bulbi oculari fecero un tonfo sordo quando toccarono il suolo, Perchè?, e dalla sua bocca  uscirono che barbuglii non diversi dall'insensato fremere delle bolle in esplosione che ci circondavano. È un'arte la distruzione, bisogna prima mimetizzarsi nel bersaglio, catturare la fiducia, dare buoni consigli e mostrare umiltà, per trasformare il nemico nella tua stessa arma.

    Anche se tutto aveva lo stesso sapore, colore e odore in quel mondo, nessuno sembrava soffrirne. Quante bevute ho dovuto sopportare prima di offrirgli, quasi fosse un tesoro che mi portavo dietro dai miei sterminati viaggi, una caramella al gusto di fragola e rivoluzione. Lo osservavo mentre la gustava, e vedevo nascere in lui il desiderio, la conoscenza di un'alterità che lo scaraventava di fronte a sé stesso e alle sue mancanze. Sembrava di vedere un adolescente al primo bacio: con labbra e lingua analizzava  sensazioni mai provate prima, cercava paragoni dentro di sé, mentre il cuore batteva veloce e il germe di una nuova maturità si impossessava di lui. Quel piccolo e insignificante atto cambiò il suo sguardo, nei miei confronti, verso i suoi amici, nei familiari, qualcosa si era incrinato dentro lui. Se prima trasmetteva spensieratezza anche durante le faticose operazioni di dragaggio, ora i momenti di silenzio, diventati incredibilmente più lunghi che in precedenza, si trascinavano sopra tutto il peso dell'inquietudine, riportandomi alla mente la sensazione che provai quando, nel gelido pianeta di Zorb, vidi morire la sua ultima forma di vita. Non ci volle molto perchè anche i suoi lunghi discorsi, già diventati mutismo, si trasformassero in suoni di disprezzo e risposte secche. Era un continuo sbuffare, maledire, borbottare, suoni di repulsione improvvisi che diventavano un tutt'uno con il magma sopra cui lavoravamo. Era ormai  in fusione perfetta con la materia mefitica che aveva sempre conosciuto, e anche il nocciolo di purezza che la sua società, con le sue contraddittorie leggi, aveva preservato, aveva perso ora l'unica sfumatura di sentimento possibile in quell'aria cancerogena: la gioia dell'autoinganno.

   L'ultimo suono che sentii in vita mia fu quello di un trapano, un rollio che da quel giorno mi accompagnò senza tregua, insieme alle immagini delle ellissi galattiche che collassano su se stesse, delle sfere grigie e spente che ruotano ininterrotamente intorno a punto luminoso ma privo di vita, delle sinapsi degli abitanti di ogni mondo che ho visitato e che ho reso talmente attive da trasformarle in motori autofagi lanciati verso la distruzione. Nonostante l'effetto dell'anestetico lentamente stesse finendo, non ho emesso un solo strillo mentre mi perforava i timpani: oltre ad avermi reciso la lingua infatti, per precauzione, mi aveva cucito le labbra strette come la morsa di un'ostrica che protegge la sua parte molle, lasciando aperta solo una piccola fessura per poter introdurre del cibo. Immortale ma non eterno, avevo ottenuto il desiderato. Privo di ogni senso, a parte il tatto, avrei passato il resto dei miei giorni dentro il mio baratro, in un abisso privo di dimensioni e in cui l'unica compagnia sarebbe stata l'orrore di me stesso. Non so quanti secoli esattamente siano passati, ma ancora mi sento cadere senza freni, mentre il vento della morte che ho seminato mi lacera i pensieri. Solo un contatto con l'esterno ogni tanto si fa vivo, delle mani che mi sfiorano, qualcosa che attraverso un tubo mi scende lungo la gola a ricordarmi la mia penultima conquista. Fu come un virus il malcontento, si diffuse come il petrolio sul mare in tempesta, distruggendo con la falsa promessa di felicità ogni struttura sociale preesistente e lasciando al suo passaggio che macerie radioattive, in cui solo la fiele era in grado di crescere rigogliosa. Non è per tutti la gioia, solo la finzione lo è, e nel frattempo cado.

   

Commenti

Ritratto di Krypto

Une bel viaggio introspettivo nella natura oscura come il petrolio dell'animo umano... L'uso del linguaggio è al limite tra la poesia e la prosa, mi piace come il tuo testo scorra lasciando il lettore attento alle metamorfosi fisiche, psichiche e ambientali che racconti. Un bel colore il colore il nero... Compimenti!

Ritratto di masmas

Ma non ci ho capito molto. Ci ho visto questo qualcosa che viene torturato per ciò che ha commesso, che viene spiegato nel resto del racconto, ma tutto è tanto evocato quanto nebuloso, per me.

Ritratto di Nemesio

Niente scuse. è vero, è tutto evocato, nebuloso, non so se sia un male o un bene. Credo debba imparare ad aggiungere più elementi concreti. Mi piace scrivere racconti in cui non succede nulla, ma tutto venga appunto evocato, ed è un vero casino farlo e renderlo avvincente. Devo ancora trovare gli strumenti tecnici, spero di affinarli in questo vascello :-) 

Ritratto di Nemesio

E appunto, se qualcuno ha consigli tecnici, il mio racconto è qui per questo :-)

Ritratto di Bjorn

Nonostante questo: forse qualche migliaio di parole in più avrebbero reso non meno evocativa ma più ampia la comprensione del personaggio.

Ritratto di Nemesio

lo riscriverò con qualche migliaio di parole in più e con gli altri consigli, ma purtroppo sarà ad agosto. Avrei voluto già farlo più lungo, ma non avevo tanto tempo :-(

Ritratto di LaPiccolaVolante

Oh, secondo me un bellissimo soggetto. Verissimo, poco chiaro. pretende molte letture e tanta concentrazione. Non lo so. Credo sia proprio un problema di eccesso di evocazione :)

Tempi troppo corti, questi delle arene LPV, per rendere un gioco simile, secondo me. Però è anche vero che se si lancia questa modalità, tenerla a bada durante la narrazione viene un sacco difficile. Probabilmente sarebbe bastato un altro punto di vista, un altro personaggio che racconta quello che vede e succede, ma con un approccio più pragmatico.
Due voci. una "evoca", L'altra "narra".

 

Ritratto di Borderline

È un racconto strano, come la morte di un dio, o di Dio. Le frasi sono calibrate per dare un senso di ineluttabilità ma nonostante questo si intuisce che il protagonista ha una sorta di volontà che però non riesce a trasformare in azione, per questo sembra proprio un Dio. Bello, evocativo, anche se è così nebuloso che ciò che resta sono solo sensazioni appunto. Non c'è colore ma non c'è neppure una narrazione nel senso classico del termine, forse anche per l'assenza di dialoghi e per il procedere in flusso di pensiero. Un giorno provi a scrivere qualcosa a mo' di fiaba? Sarei curiosa di vedere come la rendi :)

Ritratto di Nemesio

Sperimenterò....e di lato continuerò a cercare soluzioni per rendere l'evocazione più densa di concretezza :-) Magari mi conviene invocare, qualcosa prima o poi apparirà ;-)