Prima (di Bjorn)

“Lorsque la mort

 me traverse

j'arrache son cri

à l'épervier

et l'intègre

à mon vocabulaire.”

 

Anise Koltz – Le cri de l’èpervier

 

05.00

“Ma anche oggi!?” la voce impastata dal sonno attraversò la parete che ci teneva divise. Il loro rituale quotidiano, premessa al Nostro, un battibecco assonnato che sfuggiva alla mia comprensione nonostante ne fossi spettatrice da anni.

Rispose di si e non potei reprimere un fremito d’eccitazione quando sentii la maniglia ruotare.

La sua mano mi sfiorò il ventre, premette appena con la sicura familiarità di un gesto ripetuto all’infinito. Io, con delicatezza, la presi nelle mie.

“Chérie, sei pronta? Vogliamo andare?” me lo chiese una dolcezza d’amante. La dolcezza che riservava a quella nell’altra stanza, quando li sentivo nel cuore della notte. Le sue scarpe pesanti scricchiolarono sulle assi del pavimento e pochi rapidi passi ci portarono fuori di casa, immersi in quel fiume di odori e suoni attutiti che identifica la nascita di un giorno nuovo. Così ha inizio il Nostro rituale. Lo ripetiamo sempre uguale ed ogni volta è differente.

 

05.30

Cane. Lingua pendula tra le fauci, denti forti ed occhi dall’aria triste. Stava accucciato dietro di Noi, nella grossa scatola in cui Lui lo sistemava per viaggiare in auto. Io no. Io vado nella scatola solo quando c’è lei, ma la mattina: mai. è un Nostro piccolo segreto. Sul sedile si stava bene, e fu un attimo abbandonarsi ai movimenti dell’auto, cullata da ogni curva e dal suono delicato della mia cavigliera con i sonagli.

Guidò in silenzio. Un colpetto al freno, prima di lasciare l’autostrada, e via su una strada secondaria irta di curve. Accese l’autoradio ed il Trillo del Diavolo giunse a farci compagnia. Quindici minuti e saremmo arrivati.

 

06.15

Parcheggiare non era il suo forte, si trasformava sempre in un’esperienza grossolana. Avanti, poi indietro un po’ troppo in fretta e uno scatto ancora, in avanti. L’auto si spense per volontà propria. Un’imprecazione tra i denti, senza vera rabbia. Sapevo che era tutto in ordine anche senza vederlo. Ci conosciamo così bene, noi due.

Maniglia, sportello e passi alla mia sinistra. Lo scatto del baule fece da overture a Cane che si gettava fuori. Correre intorno a Lui con un mugolio nelle fauci sembrava essere la sua aspirazione più profonda, l’appagarsi del suo quotidiano desiderio d’amore.

Anche Lui si stava preparando. Borse di cuoio sui fianchi ed il rumore di fondo diffuso dalla radio tra un pigolio e l’altro del trasmettitore.

Una carezza. Scaramanzia. Sapevamo che sarei tornata da Lui, indipendentemente dall’esito della mattinata.

Mi toccò ancora il ventre, di nuovo la sua mano così vicina e ancora la presi tra le mie. Un’ultima camminata nell’oscurità, Cane davanti a noi col tartufo alto del vento.

Poi, improvvisamente: il campano.

Un brivido mi percorse quando le sue labbra furono vicine alla mia nuca. I suoi denti si serrarono ed il cuoio scricchiolò piano. La luce mi colpì gli occhi. Immediata nitidezza, il suo viso vicino a me.

Non era più tempo per le smancerie. Dov’era Cane? Mentre mettevo a fuoco la piana in cui ci trovavamo ed un caleidoscopio di colori mi esplodeva intorno già lo cercavo. Dov’è Cane?

Già immobile, pietrificato. La coda tesa ed il muso in avanti, la zampa alzata e qualche spasmo sulle cosce. Aspettava il fischio.

Aspettavano me!

Avrei voluto essere veloce, ma c’è un momento per ogni cosa. Lui portò la mano sopra la testa, dandomi il consenso che attendevo. Mi scrollai e con una spinta selvaggia il suo pugno era già lontano alle mie spalle.

Il turbinio delle ali e il fischio dei coltelli che fendevano l’aria ad ogni remata mi accompagnarono nell’ascesa. Ampi cerchi mi portarono verso una collina. Sentivo l’aria muoversi più in fretta e mi tuffai in una dinamica che mi lanciò come un quadrello di balestra facendomi guadagnare le nuvole.

Cane è avanzato? Dov’è?

Contrassi il cristallino restringendo il campo visivo, sacrificando un po’ di visione periferica alla definizione. Avvicinando il terreno. Eccolo lì. C’è qualcuno davanti a lui, nascosto tra le canne. Salii ancora in cerchi più stretti e attesi lì, a monte di Cane, rallentando. Quasi immobile anch’io, appoggiata al vento. Ero pronta.

 

06.35

Mi torsi e remai. Una volta, due, tre.  

Poi le ali chiuse, la goccia, come dice lui e: giù.  L’aria fischiò sui tubercoli insinuandosi a forza dentro di me e l’universo virò in un azzurro lattiginoso quando le nittitanti si chiusero sui miei occhi. Cadevo sempre più veloce. Ali aderenti al corpo ed un rombo assordante nella testa. Entrai in vite e la velocità aumentò ancora e poi ancora, e ancora.

Cane ruppe. Una macchia di fronte a me, sempre più vicina e muta. Potevo sentire solo il sibilo del vento. Un boato appena attutito dalle piume.

Lo vidi come una moviola. Mezzo metro di occhione schizzò in avanti dritto e veloce. Nessun tempo per pensare. Troppo veloce? Troppo vicino? Avrebbe scalciato? No, non c’era tempo né pensiero. Solo istinto, volo, velocità ed una morte.

Spinsi fuori sagoma una mano, gli artigli della chiave come lame. Delle primitive punte di freccia più affilate delle selci.

La distanza si esaurì in un istante e seguì il contatto. Non ci fù alcun calcio. Decisamente troppo veloce per agganciare, non ce ne sarebbe stato per nessuno.

Il colpo fu così forte da farmi vibrare la corda di uno strumento. Sentii il bruciore del fuoco nelle mani, nella carne. Una nube di piume mi oscurò la vista.

Ti ho preso.

Spalancai la coda, risalii e mi torsi ancora. Un rapido planare e fui a terra. Cane arrivò all’ambio, ma la questione era già conclusa.

Quando Lui sopraggiunse, rosso in viso per la corsa, avrei voluto mantenere la calma. Lo volevo, ma era impossibile. L’occhione nella mia mano era caldo e l’istinto prese il sopravvento.

Gridai come fosse stato l’ultimo fiato della mia vita. Un suono duro e graffiante lasciò la mia siringe, tanto acuto e gravido di possesso da incrinare il cielo. Coprii con le ali. Preda era mia. Mia! Soffiai rabbiosa anche contro Cane, testa e collo gonfi come il cappuccio di un cobra.

Loro sapevano. Non c’era rimprovero in quegli occhi. Si avviava alla conclusione il Nostro rituale,  Cane si sedette ad attendere il suo turno, Lui no.

Paziente e lento coprì Preda con la mano ed io lo artigliai. Cuoio duro, già graffiato. Il guanto. Artigliai ancora.

Preda è mia!

“Piccola mia,” sussurrò “che goccia!” La sua voce di seta mi venerava. “Sei stata cooosì brava! Da’ qua. Lascia che ti aiuti”

Mi piaceva tanto, quando strascicava le parole.

Con la destra strappò penne e lacerò carne dove io avevo iniziato col dente tomiale. Altro sangue imbrattò le zolle e la terra lo bevve avida, saturandosene. Dita sapienti scavarono sotto il costato e ne strapparono il muscolo che aveva dato vita a Preda. Ecco la mia cortesia.

“Ecco qui” esclamò porgendomelo “te lo sei guadagnato”

Così, mentre mi cibavo di quel cuore, lui mise la nostra preda nella borsa. Andammo verso la macchina, cane ci seguiva leccando dalle sue dita le ultime gocce di sangue scuro.

 

 

 

Commenti

Ritratto di Nemesio

Prima di tutto grazie per avermi fatto conoscere Anise Koltz, credo di sapere di sapere quale sia uno dei prossimi libri che leggerò. Complimenti, mi è piaciuto molto, non so esattamente per cosa, forse per la brevità delle sezioni, per la loro densità, ma in alcuni punti mi hai riportato alla mente 'Tropismes' di Nathalie Sarraute ( azzardato, accostamento azzardato, troppo diverso, altra tipologia, altro genere, ma tant'è). Il racconto che mi è piaciuto di più, spero di leggerti ancora e tante altre volte. Grazie per avermi fatto diventare un rapace. Voli alto :-)

Ritratto di LaPiccolaVolante

Peccato per il colore che a me è un poco mancato. Peccato. Perché il tentativo ha offerto una strana, insolita, gradevole lettura. La multiselettività del punto di vista è stata caratterizata bene, cane e falco, gli occhi attraverso i quali guardare il mondo è un'esperienza impagabile.

Attento ai verbi. Anche al passato la scelta di un imperfetto e un passato più retroattivo è importante. Il capoverso del parcheggio, per esempio, se parti a descrivere una situazione abituale, ripetitiva che caratterizza alcuni aspetti del personaggio, mantenere tutto su un un imperfetto, che mantiene il senso di continuità nel tempo del gesto, lo congela in una finestra, dentro un luogo comune proprio del tuo personaggio, è meglio. Quindi anche la macchina si "spegneva". A me suona meglio di un si "spense": chiarisce meglio una ripetitività, un modo accanito che fa del tuo personaggio quello che è. Lo marchia per sempre, in qualunque cosa faccia, in qulunque parte della storia si porterà dietro quella caratteristica che perpetua con l'imperfetto, ma che si conclude lì con un passato più antico.

C'è un condizionale che mi suona male. ma potrebbe essere un maledetto refuso.

Per il resto è una scena che non potevi permetterti di gestire male, questa, e non l'hai affatto gestita male! mi è piaciuta sisi!

Occhio a settembre, avrai da divertirti! eheheh

 

 

Ritratto di Seme Nero

Curioso davvero, straniante, ma quando ho inquadrato dove mi trovavo e chi ero... Wow! Bello!

E finalmente un colore diverso dal grigio, anche se reso solo alla fine, ma intenso, vivo.

Ritratto di masmas

Soprattutto il finale. Intanto il mistero della natura del protagonista mi ha tenuto in dubbio fino a metà. La storia è originale, ben scritta. Bello.
Ma sei un espert* di caccia col falco?

Ritratto di Bjorn

Grazie di cuore a tutti, Capitano grazie +++ per il discorso sulle forme verbali.

Non sono un esperto di caccia col falco, ci provo, nulla di più.

Settembre è lontanissimooooooooooo... finirà che scriverò per la giogia di farlo anzichè solo per farmi stroncare dalla ciurma LPV. Cosa gravissima.

Ritratto di Borderline

Un bel volo, non c'è che dire. Per come l'ho interpretata, il colore è il rosso. Come la passione o come il sangue, che poi in certe creature pare essere la stessa cosa. La forma verbale al passato è utile al racconto, che prende una forma narrativa interessante. Secondo me questo, a livello di completezza, è il racconto che ti è riuscito meglio.

Ritratto di Bjorn

Se tu, Capita', mi fai complimenti... penso che serva urgentemente un'ambulanza!

Scherzi a parte: grazie di cuore.