Gli eredi della Terra (di SemeNero)

Le regole erano semplici.

Non uscire, se non per mangiare o bere.

Aspettare il ritorno del patriarca.

Aspettare finché i piccoli non avessero lasciato il marsupio; se per allora non fossero tornati, scegliere un nuovo patriarca.

Ma i fratelli tornarono, con buone notizie e una destinazione da raggiungere. Appena riposati, tutta la famiglia si sarebbe messa in marcia.

 

Uscirono dalla tana uno alla volta, e mantennero una fila ordinata. Gli anziani, Benji, Lemmy e Tom, davanti a tenere il passo; certo, “anziani” era una definizione azzardata per individui di tre anni al massimo. In mezzo le madri, Donna e Dorotea, coi cuccioli neonati nel marsupio. Seguivano i più piccoli, Zoe, Zed, Miki e Maggie, che in fila assomigliavano a uno strano salsicciotto, un'estensione lunga e paffuta della coda delle loro parenti. Infine Zack, Wally e Warren, i maschi giovani, chiudevano la colonna. Finch stava di retroguardia,  Forrest e Dennis di lato, a proteggere la lunga carovana degli opossum.

Anni addietro il loro comportamento sarebbe stato un fenomeno del tutto fuori norma, ma molte cose erano cambiate nella vecchia Terra Australis, così come nel resto del mondo. La famiglia di Finch non si era mai arrampicata sugli alberi, come era nella loro natura – non ne avevano peraltro mai visti, di alberi – ma suo nonno Albert gli aveva raccontato la storia degli antenati, così come lui l'avrebbe ripetuta ai suoi figli e ai suoi nipoti. Il motivo di tale perseveranza era una quasi cieca fede.

“Dalla cenere rinasceranno gli alberi e le piante, e la verde erba. Nel giorno in cui il vento porterà il seme della vita e l'acqua pioverà dal cielo”. Così recitava il nonno Albert alla fine di ogni racconto. Che l'acqua potesse cadere dal cielo, ai giovani pareva tanto assurdo quanto che dalla sterile cenere potesse nascere alcunché. Nuvole plumbee si alternavano senza sosta sopra le loro teste, lasciando intravedere di tanto in tanto lo strano disco d'acciaio anodizzato che un tempo era chiamato “Sole”.

La carovana sollevava suo malgrado la cenere che ricopriva il terreno; a poco avrebbe giovato rallentare l'andatura, al contrario, sarebbe stato pericoloso. Forrest, dal lato destro, si fermò, e annusò l'aria.

Finch osservò il fratello. «Tutto bene?»

«Sì. Mi sembrava... niente, proseguiamo.»

Il cammino verso le nuove tane era lungo. Finch e Forrest avevano compiuto quella traversata già diverse volte, e assieme a l padre avevano approntato la destinazione, quella che sarebbe divenuta, fino alla prossima covata, la loro nuova casa. Il vecchio Gus li attendeva là e Finch sperava di arrivare prima che tirasse le cuoia.

Dall'avanguardia, arrivarono buone notizie: «Sento odore di dingo. E carne putrefatta.» Era arrivata l'ora di pranzare.

Dovettero deviare dal tragitto, ma in breve trovarono la carcassa di dingo. Della pelliccia rimaneva poco niente, le carni erano state spolpate. Gli opossum stavano di fronte a uno scheletro coperto di nervi.

Finch si rivolse a Benji, che l'aveva scoperta.

«Non può essere solo questo che hai sentito.»

«Forse era ferito e il resto del branco se l'è mangiato. Selvaggi! Non devono essere troppo distanti.»

«Forrest, fate mangiare le femmine e i cuccioli: mosconi, larve, quel che trovate, ma non attardiamoci. Mangia anche tu se puoi, io resto di ronda.»

Il pasto fu magro e rapido. Forrest e il resto degli adulti dovettero accontentarsi di alcuni cacti nei paraggi, coperti di spine e poco calorici, ma ricchi d'acqua. Liberarsi del nugolo di aghi che li infestava non fu semplice, né indolore.

Proseguirono per qualche altra ora, guardandosi le spalle e fiutando l'aria, finché il disco solare non scese all'altezza della foschia perenne; prima di vederlo sparire sotto l'orizzonte, la luce, già misera, si sarebbe spenta. Arrestarono la loro marcia odierna accanto a un gruppo di rocce, ma prima di mettersi a dormire, tutti si radunarono attorno a Finch per il rito serale.

«Molte vite si sono spente e ancora più stagioni si sono alternate dalle ultime guerre dell'uomo, quando il mondo, così come lo conoscevano i nostri avi, cambiò, e noi con lui. Gli esseri umani, accecati dall'odio, si rivoltarono gli uni contro gli altri, fratelli contro fratelli. Si rivolsero al Lupo Phallhout, perché combattesse i loro nemici. Ma la bestia si rivoltò contro l'uomo: sputò fiamme dalle fauci e venne il tempo del fuoco, che devastò le terre, bruciò gli alberi su cui vivevamo e l'erba dei prati. Infine l'ingordo Phallhout inghiottì il cielo e oggi non possiamo vedere altro che il suo mantello. Camminiamo nella sua ombra, attenti a non risvegliarlo, nell'attesa che il suo tempo giunga al termine e il Grande Vento ne sparga le ceneri. E dalla cenere rinasceranno gli alberi e le piante, e la verde erba, nel giorno in cui il Vento porterà il seme della vita e l'acqua pioverà dal cielo.»

Tutti ascoltarono, attenti a ricordare ogni parola del patriarca. Poi si radunarono stretti, i piccoli aggrappati alla coda delle madri, i maschi all'esterno a proteggere la famiglia dal freddo che, con l'arrivo dell'oscurità, sarebbe calato inclemente. Col buio non c'erano insidie, perché nessun predatore poteva agire, nessun essere osava sprecare le forze.

Arrivò la notte, e la carovana riposò.

 

Si svegliarono coperti da un sottile strato di brina. Invece di scrollarsela di dosso, ne approfittarono per recuperare qualche altra goccia di umidità, leccandosi l'un l'altro la pelliccia. Il ghiaccio circostante si sciolse nella cenere, impastandosi in una fastidiosa poltiglia. Particolare non indifferente dal momento che avrebbero dovuto risalire di diversi metri un'ampia collina, e poi ancora un'altra.

Il territorio divenne in breve montuoso. Marciare in quelle condizioni provò le femmine cariche dei cuccioli, costringendoli a più soste. Finch e Forrest spronarono la comitiva, promettendo che avrebbero incontrato un tratto di strada inusuale, ma pratico e affascinante.

Aggirato l'ennesimo crinale si ritrovarono di fronte a quella che sembrava un'enorme distesa di cemento. Gli anziani le avevano viste nelle vecchie città dell'uomo, ma mai di quelle dimensioni. Alcuni se ne chiesero lo scopo – facevano molte cose insensate, gli uomini – prima di rendersi conto che quello era un lago ghiacciato, coperto dalla polvere.

Le femmine scaricarono a terra i cuccioli, che iniziarono a muoversi incerti. Gli opossum scivolavano, e dovettero ricorrere agli artigli, smussati dalle lunghe camminate e molto meno affilati di un tempo. Il piccolo Zed proseguiva terrorizzato: allargava gli arti quanto più poteva, aggredendo il ghiaccio una zampata alla volta. Zoe, al contrario, slittava divertita, sperimentando un'innovativa tecnica di pattinamento. Mentre guardava i figli, Forrest si concesse un sorriso. Zach, il maggiore, spingeva col muso il fratellino, facendogli acquistare velocità e sicurezza. Ingaggiarono ben presto una gara con la sorella. Le loro risate cristalline alleggerirono il cuore della carovana, finché un tonfo non si ripercosse sulla lastra di ghiaccio e gli opossum drizzarono le orecchie, scrutando attorno. Finch fece serrare i ranghi, poco prima di scorgere la figura di un dingo disteso sul ghiaccio, schiantatosi sull'insolito terreno di caccia. Il resto del gruppo emerse dalla caligine muovendosi con cautela.

«Fuggite! Fuori gli artigli!» urlò Finch.

Dorotea e Donna, raccolti i cuccioli nel marsupio, presero la testa della carovana, mentre i vecchi caricavano con la coda i piccoli più lenti.

I dingo non si fecero attendere, i loro latrati rabbiosi si avvicinavano. La traversata sembrò interminabile, una marcia forzata, senza la possibilità di una vera fuga. Ogni tentativo di correre diventava una caduta; Dennis e Finch aiutavano chi rimaneva indietro, talvolta spingendo senza troppe remore, proprio come facevano i cuccioli poco prima. Ma lo stallo era destinato a favorire la carovana.

Donna lanciò un grido. Oltre la foschia apparve qualcosa, forme appuntite si elevavano verso l'alto, troppo lontane e indistinte per poterle riconoscere, ammesso che avesse mai visto qualcosa di simile. Per Dorotea quella figura in cielo assomigliava a un ghigno tetro, un segno di cattivo auspicio. Forrest le incitò verso quella direzione.

Il ghiaccio sotto le loro zampe vibrava e schioccava colpi sordi. Quando i due fratelli erano passati la prima volta, assieme al padre, avevano valutato la strada come sicura, ma non avevano messo in conto che al peso della carovana si sarebbe aggiunto quello dei dingo a caccia.

Una crepa si aprì scomposta, zigzagando attorno agli animali. La lastra cedette al passaggio di Donna, che sprofondò, e il resto del gruppo si disperse prima di affondare nelle acque gelide. Dorotea rimase pietrificata, mentre guardava la sorella tentare di restare a galla.

Finch si lanciò verso la sua compagna, con gli anziani che cercavano di trattenerlo. Li cacciò, urlando loro di proseguire. Tom spinse via Dorotea e Lemmy guidò i cuccioli verso la riva, ormai non molto distante.

I dingo nel frattempo avevano guadagnato terreno. Forrest smise di scappare, e si voltò in direzione degli assalitori, stridendo e sibilando feroce. I due dingo più vicini si diressero verso di lui.

Un salto, dritto al muso, e Forrest vi si avvinghiò, sputando sugli occhi del suo bersaglio, che lo scaraventò via con una zampata. L'opossum rotolò e scivolò di qualche metro, rimanendo immobile. Il secondo assalitore gli si avvicinò cauto. L'aria circostante si riempì di un odore nauseante, che proveniva dall'orifizio dell'opossum: il dingo cominciò ad ansimare e tossire. Forrest si rianimò. Attaccò alle zampe, mordendo e graffiando, in uno sfrigolio di peli e carne.

Quando il terzo canide si avvicinò, restò allibito. Uno dei suoi compagni si aggirava guaendo disperato, gli occhi ustionati e sanguinanti. Anche il secondo si dimenava a terra, soffocato dalla schiuma alla bocca, con Forrest attaccato alla sua zampa. Questo almeno finché non la staccò, sciolta.

Più in là, Finch era riuscito a far risalire Donna e cercava di spronarla a proseguire. Zach, con Wally e Warren, si erano avvicinati ai dingo, frapponendosi al resto della carovana in fuga.

L'ultimo superstite degli assalitori valutò la situazione: osservò la saliva gocciolare dalle zanne esposte di Zach e sciogliere il ghiaccio sottostante come fosse incandescente. Tornò sui suoi passi, in ritirata.

Il dingo azzoppato si dimenava, tentava di fuggire come il suo compagno, ma continuava a scivolare e cadere sul ghiaccio. La lastra tremò un'ultima volta: un nuovo schiocco secco e l'acqua rapì gli ultimi due dingo. Forrest incrociò lo sguardo con quello del figlio Zach, un istante appena per dirsi addio, prima che anche l'opossum svanisse nelle acque del lago.

L'urlo straziato di Zach riverberò tutt'attorno. Il vento continuava a soffiare.

 

Raggiunsero tutti la riva, e solo allora si concessero una pausa. Finch non si era staccato da Donna un secondo, l'aveva accompagnata passo passo, tremante e catatonica. I cuccioli, nel marsupio, non si muovevano più.

«Donna... fammi guardare» le diceva Finch.

Dorotea si avvicinò: «Lasciala a me.»

Gli sorrise, appoggiandogli una zampa sul dorso. Lui stesso era scosso; le parole di Dorotea gli arrivarono lontane, cupe. Fece un cenno con la testa, e si scostò per lasciare sole le sorelle.

Benji, si incaricò di fare la conta dei presenti. Zach arrivò per ultimo, col capo chino. Si fermò di fronte al patriarca, guardandolo negli occhi come aveva fatto col padre. Non c'era nulla da dire, e niente dissero. Finch lo abbracciò con la coda, e il giovane si lasciò andare al pianto.

Passarono la seconda notte all'aperto in quello stesso luogo, radunati in un cumulo informe di pelo, coi più anziani all'esterno a fare da riparo. Questo non prima che Finch raccontasse la storia, come il rito richiedeva.

«Molte vite si sono spente e ancora più stagioni si sono alternate dalle ultime guerre dell'uomo, quando il mondo, così come lo conoscevano i nostri avi, cambiò, e noi con lui...

 

La mattina li accolse la solita brina, e l'onnipresente manto di cenere.

Ripresero il cammino, verso le strane forme appuntite che si stagliavano all'orizzonte, sopra la foschia.

Dorotea si avvicinò a Finch. «Non ho mai visto niente di simile. Cos'è?»

«Quella è la nostra destinazione. La nostra prossima casa.»

«Sono forse... alberi?»

«No. Non credo ce ne fossero di così grandi.»

«Assomigliano a denti. O a grossi artigli. Sì, grossi artigli che graffiano il cielo.»

«Forse arrivano fin lassù, a toccare il manto di Phallhout. Sono opera dell'uomo. È una città.»

La rivelazione intimidì l'opossum femmina. «Sarà prudente abitare quel posto? Non sarà maledetto?»

Finch non rispose subito. «È possibile. Ma ha resistito all'uomo, e al fuoco del Lupo. Sarà una buona tana. Dei demoni che troveremo, ci occuperemo una volta arrivati là.»

 

Scesero dalle montagne e proseguirono per il resto del giorno senza poter mangiare. Marciavano da diverse ore quando incontrarono una striscia di terreno scura che tagliava il deserto incolore a metà.

«So cos'è questa!» disse Warren. «Si chiama “strada”. Dobbiamo starle distante. Ho sentito che chi la attraversa muore. Dev'essere velenosa!»

«Potete stare tranquilli» tagliò corto Finch. «Ci ho già camminato insieme a...» la frase gli morì sulle labbra.

«Sembra la pelle di un enorme serpente. Forse un nemico del Lupo» sentenziò Zoe.

Finch le sorrise. «Chi può dirlo, piccola mia? Chi può dirlo?»

La strada era affiancata da lunghi pali di metallo, molti dei quali piegati a terra. Di nuovo, il patriarca venne interrogato sulla loro natura: erano forse alberi, quelli? e quegli strani ammassi ai lati della strada, o immobili sopra di essa, erano cespugli? Dovette deluderli per l'ennesima volta. Non ricordava il nome degli ammassi di metallo e plastica contorta, sapeva solo che non erano commestibili, nemmeno le parti rotonde e morbide. Fornirono però un eccellente riparo per l'ultima notte.

Dopo la litania serale si accomodarono nei “cespugli di metallo”, constatando l'insolita morbidezza dell'interno. Il disco solare stava per nascondersi di nuovo, ma Zach si attardò fuori, indugiando con lo sguardo nella direzione dalla quale provenivano.

«Tutto bene?»

Finch gli si era avvicinato, ma il giovane non l'aveva notato, immerso nei pensieri.

«Sì. Cioè... sì. Come sta zia Donna?»

L'opossum inspirò a fondo. «Provata. Ma si riprenderà. Ci vorrà del tempo.»

«E tu?»

«Adesso non posso pensarci. Piangerò i miei cuccioli quando sarete al sicuro.»

Il vento scivolava sul terreno, alzava la polvere e creava mulinelli che danzavano incuranti.

«Hai visto cosa ha fatto mio padre? Cos'ho fatto io?»

«Era mio fratello. Sapevo di cos'era capace. Immaginavo che anche qualcuno di voi potesse fare altrettanto.»

Zach si voltò di scatto. «Anche tu...?»

«No. Non avevo mai visto nessuno a parte Forrest. E i tuoi fratelli?»

«Sì. Ma ho raccomandato loro di trattenersi, di fare attenzione.»

«Capisco.»

«Zio... siamo strani? Sbagliati?»

«Siete membri di questa famiglia, e tanto basta. Le abilità che possedete ci hanno permesso di salvarci. Hanno permesso a tuo padre di fare la differenza, oggi.»

«Gli altri potrebbero non capire.»

«Non offenderò la memoria di mio fratello ripudiandovi, se è questo che temi. Avrai il mio appoggio. Sempre.»

Zach chinò il capo, appoggiandosi a Finch, che lo abbracciò con la coda.

«Tu e i tuoi fratelli siete il futuro, Zach. Il mondo è cambiato, e noi stiamo cambiando con lui. Una volta eravamo prede, oggi siamo predatori. Chi può dire che non sarete voi, dopotutto, a ereditare il mondo intero?»

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Un futuro imperfetto in cui gli uomini non ci sono e i prossimi a dominarlo potrebbero essere gli opossum. Interessante. Un luogo comune, quellodella migrazione, che non mi ha disturbato: è stata una scelta strategica buona, seppur non complicata, per aprire le porte di questa opzione.
Il colore, se è il grigio che ha colorato il mio viaggio, è di buon accento, si poteva fare meglio, ma questo era un giochino non facile da gestire con un pesato vocabolario per equilibrare una trama definita. Io l'ho trovato piacevole.
 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Ah, Seme, Quel "covata" è improprio per gli opossum a meno che non sia un accenno a una mutazione che ha coinvolto la specie o la famiglia di questi marsupiali.

 

Ritratto di Seme Nero

Sono onestamente convinto che avrei potuto fare meglio, è vero. Mi scoccia ammettere che avevo fretta di consegnarvelo, insomma, sono cose che non si fanno con i racconti. Il lapsus di "covata" non so da dove mi è uscito, nidiata dovrebbe essere più corretto, ma grazie per la precisazione.

Mi sarebbe piaciuto dare una connotazione più "grigia" anche agli umori, alle personalità, alcuni richiami a cui ho pensato non avrei potuto usarli, non sapevo come introdurli in modo sensato.

L'importante è crescere :)

Ritratto di Nemesio

Maledette furono le nuvole plumbee se il colore che hai scelto è il grigio. Ma preferisco vederlo o come svista, o come non sinonimo, vista che il racconto lo trovo ben scritto e organizzato. Riesci a rendere molto bene il parlato (forse devo uscire di più per capire come si svolgono i dialoghi nella vita reale e poterli inserire nel racconto, sono proprio un bel muro da superare per me '-.- ). Complimenti.

Ritratto di Seme Nero

L'idea era di richiamare al piombo, più che usare un sinonimo di grigio, ma è vero che ho usato l'aggettivo in modo improprio. "Cielo plumbeo" era più corretto, probabilmente. (Mi sa che ho cambiato la frase per non inserire un'espressione banale, ma vai a ricordarti!).

Grazie mille :)

Devo essere uno scrittore masochista, sono contento che mi trovate le magagne! XD

Ritratto di masmas

Bella storia, scritta bene e incalzante. Ambientazione cupa, protagonisti gli opossum... forte!
L'umanizzazione spinta è strana ma divertente. In un paio di punti, però, forse proverei a non usare termini non propri, credo, alle conoscenze animali (asfalto, e qualcos'altro prima). Così come idea. Però hai scritto verde. :P
E che dire di Phallhout? :)

Ritratto di Seme Nero

Caduto in fallo! Parlando di qualcosa che nemmeno c'è! Sob... grazie MasMas

Ritratto di masmas

Ma verde in questo caso ci sta benissimo. In questo mondo bruciato e morto la profezia della speranza ha l'unico colore nominato nel racconto, ed è il colore della natura. Al bacio.

Ritratto di Bjorn

Che storia fighissima! Davvero, ne avrei lette altre 300 pagine senza problemi.

Ritratto di Seme Nero

Ritratto di Borderline

Mi piace molto questo esodo di opossum. Anche perché non siamo abituati a vedere questi simpatici puzzosi esserini in veste tragica, di solito sono presi sempre in veste comica. Anche la scrittura è equilibrata, rende bene con le immagini ciò che accade e i dialoghi non sembrano forzati anche se impostati per essere a tratti solenni. Sei stato attento a non nominare i colori, anche se qualcosa, come già ti hanno scritto, è rimasto. Mi piacciono i narrastorie quindi spero rimarrai con noi anche per altri giochi! A rileggerti :)

Ritratto di Seme Nero

L'idea è quella di restare in giro per un pezzo ;)
Grazie