Cento bocche (di RossanaCorti)

Una salita, stracarichi, sotto un sole rovente : il massimo della fatica con una stanchezza di mille anni addosso. Intorno, le solite distese di terra coltivata, di ruderi e di piante spinose. E il silenzio, rotto solo dai versi degli uccelli e degli insetti. Non era la sua casa, quel posto distante da tutto ciò che era la sua dimensione lavorativa. Ma a volte ci si deve adattare, non avendo scelta migliore. E nell’entrare in una realtà che non ci è propria, per necessità, si finisce per andare incontro a molto altro… che forse ci aspettava da sempre. Per trasformarci.

 

Il buio, in quel luogo. Incredibilmente profondo, Così denso e impenetrabile, da richiedere uno sforzo fisico per essere attraversato, annaspando come se ci mancasse l’aria e avendo la costante sensazione di essere seguiti e osservati. Un’oscurità che ingoia, come se cento bocche si aprissero su di noi, da ogni parte, a ogni nostro passo, dandoci la sensazione di precipitare in un baratro da cui si riemerge con l’incertezza di essere ancora interi. Se non puoi prendere le misure del mondo intorno a te, perché tutto ha perso i contorni, tu sei solo. Con tutte le tue paure, con tutto ciò che sei stato, con tutti i tuoi vuoti. Ma ogni passo che compi, nel buio, ti dà la misura di ciò che sei nel profondo. Di quanto sei forte. Di quello che puoi superare. E la paura si trasforma in un’avventura, in cui ti ritrovi a raccontare all’invisibile delle storie, impastate di sogni e di memorie, di rabbia e di speranze. Ed è come guadagnarsi il passo, dando un tributo a un racconto più vasto, in cui altri hanno depositato parole nel corso dei decenni… mentre attraversavano quello spazio, nelle tenebre, sempre da soli, diretti verso qualcosa.

 

Sotto il sole accecante parrebbe difficile pensare al buio… Ma ci sono luoghi dove tutto è presente, contemporaneamente. E dato che la salita è interminabile e la fatica rallenta i passi e l’oscurità affiora, attraverso le aperture dei ruderi, inizi a raccontare storie anche alla luce… Cominci scandendole con le labbra e poi le prosegui con la voce nella mente. Tanto ciò che attende, ascolta.

 

C’era una fine, al principio di quella storia. La chiusura del tempo delle abitudini tranquille, in cambio dell’incertezza e del continuo andare. La storia si dipanava in una città d’ombra, dove chi non proveniva dal fianco di qualcuno era calpestabile e divorabile. Dove si andava a lezione di verità attraverso la menzogna, imparando ad ascoltare le parole non dette e le distanze, tra le labbra atteggiate al sorriso e gli sguardi spenti o gelidi come lame. E si entrava in contatto con la congrega dei devoti adepti della facciata sociale, religione sempiterna in cui tutto ciò che lucra grazia proviene dall’agire secondo ciò che conviene, fingendo di essere. Ma quella città era fatta anche di pieghe di realtà, dove potevi incontrare fantasmi di tempi passati, creature meravigliose e nascondigli. Utili per salvarsi l’anima. Gli spettri erano racchiusi nelle pietre dei palazzi e delle strade, perfino negli alberi più vecchi e tra le pagine dei libri. Interi mondi perduti erano conservati in una forma apparentemente muta che tratteneva in sé il respiro del tempo e le storie. E dentro quelle memorie potevi scoprirti filo tra i molti fili, parte del loro tessuto, perché i tuoi avi avevano contribuito a costruire o a ferire i luoghi che ora attraversavi, vi avevano concepito progetti, amori, fortune. C’era quel saggio del 1918 di Herbert George Welles per esempio, scritto alla fine della Grande Guerra quando l’impero tedesco pareva

distrutto, in cui lo scrittore osava affermare che il mondo avrebbe dovuto guardarsi dalla sua prossima risurrezione e dei lettori suoi contemporanei avevano scritto i loro commenti, schierandosi a favore o contro quell’asserzione. E il tempo aveva confermato la fama sibillina del suo autore. Che si definiva semplice osservatore dei fatti… Perché ogni elemento era già a disposizione per chi era capace di comprendere il sistema delle interdipendenze. E poi c’era la meraviglia… nel vedere per davvero le piccole creature che popolano il mondo che gli uomini vogliono dominare. I linguaggi usati dalle diverse colonie feline... la smisurata passione delle cornacchie per l’osservazione… la capacità di ogni creatura di sintonizzarsi sulla frequenza dei suoni interiori degli esseri umani, mostrando a volte di comprendere del loro essere più di quanto essi stessi vorrebbero mai sapere. E poi, nella città d’ombra, c’erano i nascondigli… dove potevi ritrovarti sottraendoti allo sguardo degli altri. Per piangere, da invisibili, nulla di meglio di un bus colmo di viaggiatori. Per ascoltare se stessi e riposarsi nei propri sogni ad occhi aperti, ecco l’utilità di un luogo privo di comodità e in stato di abbandono o di un tratto di bosco ormai dimenticato perché non “ordinato”. In uno di quei nascondigli era stato rinvenuto anche il tesoro di un gioco che prometteva di liberare dai vincoli della Terza Dimensione passando attraverso i simboli di un simbolo. Che noi stessi potevamo creare. La nostra personale porta per saltare da una vita a mille altre possibili, senza sentirci mai costretti a restare conclusi in nessuna di esse. Ma a una condizione: bisognava voler essere, autenticamente. Il gioco ricordava che tutti, salvo quelli che non lo vogliono, possono aprire varchi che gli consentano di percepire le possibilità. E spiegava che un simbolo è sempre una forma in cui racchiudiamo un potere. Alcuni li apprendiamo da piccini, altri li scopriamo nel mondo che ci circonda , ma i più importanti li costruiamo attingendo alla nostra vera storia. E hanno potere su di noi perché li sentiamo veri ed è grazie a questa certezza che ci permettono di scrivere i mutamenti dentro e intorno a noi. Il gioco non indicava né tempistiche né ordini altrui da rispettare. C’era soltanto la condizione di voler essere, autenticamente. E questo senza presupporre che si sia tutti simili in un afflato di bontà comune… E un’ osservazione: nessuna scelta di vita è indenne da conseguenze, perché tutto ciò che esiste e, al contempo, è esistito ed esisterà, è collegato. E tutto ciò che si muove, mutando nel vivere, genera cambiamenti. Nel gioco erano allegati sette fogli con su scritte lettere accostate le une alle altre senza senso, ma che formavano un quadrato al cui centro si nascondeva un’unica parola ebraica: “Timshel”. Gli iniziati usavano dire che esistevano lingue sacre capaci di attivare l’energia creatrice che pervade il tutto… e che l’ebraico era tra queste. Ma “Timshel” era comunque quel “Tu puoi”, che tutto apre alla possibilità ( anche di redenzione ), che Dio disse a Caino fresco dell’assassinio di suo fratello Abele.

 

Quel gioco fu iniziato. I simboli propri furono creati e la vita non più incatenata a una sola strada. Vi era un inconveniente non menzionato nel gioco : si poteva andare incontro a dei disordini mnemonici, come se ogni vita superata entrasse a far parte di una dimensione parallela, in cui restava cristallizzata all’interno di una bolla, dando al suo attore la sensazione di non aver davvero vissuto altro dal suo nuovo presente, se non in forma di sogno o di fantasticheria. Probabilmente si trattava di una forma di auto-protezione, per evitare un sovraccarico emozionale.

 

Ecco di nuovo e sempre la salita... ma d’improvviso senza più il calore ardente del sole... con il buio che si addensa dinanzi a sé e poi ci ingoia, con il nostro pesante fardello. Distinguere la strada è impossibile, non si vedono le forme ad un solo passo. Ma si procede, un passo dopo l’altro, perché è necessario rientrare a casa per riposarsi dalla stanchezza di mille anni.

 

Finalmente appaiono delle luci attenuate e l’oscurità si apre dinanzi a una via di città, su cui si affacciano palazzine signorili dai balconi adorni di vasi e di rampicanti fioriti, circondate da giardini curati protetti da cancelli di pietra e di ferro.. Qualche auto parcheggiata, altre che percorrono le strade intorno. Casa! Finalmente! Ci sono i gradini di marmo da superare, la serratura del portone da far scattare e poi si è accolti dagli odori tanto amati, dal lieve tocco di una coda pelosa e dal profumo invitante di una cena preparata con amore. Appaiono anche gli altri amori della nostra vita, con espressioni buffe : fanno finta di essere arrabbiati per il ritardo. Perché hai davvero impiegato tanto tempo a tornare da loro. Ma c’era il lavoro da terminare e chissà perché, avevi scelto di muoverti usando soltanto il “cavallo di San Francesco”… E con il peso dei faldoni, la stanchezza accumulata e il buio, di certo i tuoi piedi non avevevano guadagnato in velocità. Meraviglioso riabbracciare la propria famiglia e sedersi a tavola per mangiare con loro. La pastina col sugo a formare disegni sul viso del bambino e intorno a lui e uno sformato di verdure e formaggio da spartirsi tra i grandi. Ora tutto era a posto. Ed è già tempo di riposare, perché domani si va in studio e si decide a quali progetti dare la priorità. Vuoi avere del tempo da ( non ) perdere restando insieme alla tua famiglia in pace, senza più urgenze. Che meraviglia il proprio letto e il corpo del tuo amore insieme al tuo…! Di nuovo buio, mentre gli occhi si chiudono.

 

Apri gli occhi e sei per terra, in una stanza dalla luce accesa, in una posizione scomposta. I gatti sono paralizzati dal terrore, intorno a te, immobili e tremanti, senza il coraggio di guardarti. Il cuore ti ha dato una fitta lancinante e poi… il buio ti ha ingoiato. E ora ti rialzi con fatica e ti trascini fino alla tua stanza e al tuo letto. Terrificante non essere padroni del proprio corpo… sentirsi inermi. È necessario chiedere aiuto e d’improvviso ci sfuggono i contorni del nostro corpo e dello spazio all’intorno e ci pare di precipitare ancora. Attraverso le gole di cento bocche oscure . Mentre cadi, senza voce né forze, dentro di te stai urlando disperatamente : È reale ciò che vivi? Perché sta succedendo? Arriverai da qualche parte? E chi sei veramente?

 

E all’improvviso non cadi più. Sei di nuovo sotto il sole cocente, a metà di quella salita in mezzo alla campagna e ai ruderi dalle aperture oscure. Il buio è racchiuso tutto lì, ancora non si è impossessato di quella terra. Tu hai con te un carico eccessivo e la stanchezza di mille anni. Ma ricordi. Sei chi ha voluto essere, ricominciando una nuova storia, dinanzi alle chiusure della precedente. Tutte le tue vite sono reali, anche se appartengono a diverse sfere temporali. Tu le stai sovrapponendo perché il calore del sole ti ha offuscato le percezioni. Sai perfettamente dove stai andando : verso una casa che non è la tua, ma che ti è necessaria. E sai che vuoi andare altrove…anche se ignori ancora dove si trovi… Intanto hai superato l’erta e ora hai dinanzi a te la casa che non è la tua. Ma in qualche modo… fa parte di te. Ti muovi verso quel luogo, una villa immersa in un giardino circondato da un alto muro.

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Aaallora.
Non si può dire che sia scritto male. Anzi!
Quindi una levatina di cappello la dedico volentieri. Ma, io personalmente, non adoro gli "eccessivi grappoli di note". L'intimismo molto spinto ha sacrificato una linea narrativa, una Storia, una trama ed è un peccato perché i mezzi per raccontarla li hai. Una lettura che non è sgradevole ripeto, eppure la mira è sfasata. Certo, è una questione di contesto: qui cerchiamo storie, ed è solo il contesto a rendere "mancata" quella meta, ma sì, una eccessiva attenzione introspettiva per queste arene. Il colore è un poco mancato, ma è proprio una conseguenza dello scopo per cui hai scritto (bello, ma fuori contesto). Io però vorrei vederti alle prese con una Storia, i mezzi ci sono, e a settembre riapriamo le arene.

:)

Il Capitano

Ritratto di Nemesio

Ben scritto, ma lo ho trovato un po' troppo filosofico. Amo le storie intrise di metafisica, richiami teosofici, antri mentali che diventano universali, ma mi sembra si sia ecceduto a discapito della storia. Per poterla rendere più viva, come ho scritto per il racconto 'à plombe' e forse vale anche per me, si potrebbero aggiungere ricordi, racconti, esempi, analogie con la vita del personaggio, in modo da rendere il disegno di un mondo in racconto. In igni caso, ben giocato.

Ritratto di Seme Nero

Mi trovo in linea con i commenti precedenti, quindi non sto a ripetere.

È scritto bene ma è di difficile immedesimazione: ci viene svelato poco del protagonista al di fuori, e poco dell'ambientazione. Anche qui, come per "à plombe", trovo che manchi la storia, il susseguirsi di eventi, ma considerala un'opinione personale. Insomma, credo vada a gusti.

Più che a un colore specifico, mi viene da pensare a una dicotomia tra luce e buio, tra presenza e assenza di colore.

Ritratto di masmas

Scusa ma... non ci ho capito un razzo. Notoriamente sono un semplicione, e nella prima metà mi sono perso. Certo la tua scrittura, valida, mi ha avviluppato e coinvolto, per cui è stata una lettura piacevole. Ma se devo dire di cosa parla, posso solo affidarmi alla seconda parte, in cui ho percepito una sorta di stato alterato, forse più di un sogno, che accade al protagonista (che poi siamo noi?) a fronte dei momenti di vita comune.

Ritratto di Bjorn

Tralasciando la questione "colore", io non capisco cosa succede.

Sicuramente padrona del linguaggio e dei modi dello scrivere, ma: la storia dov'è. Ho riletto più volte pensando di essere incapace di scorgere uno svolgimento di fatti, un continuum di avvenimenti, ma non ci sono riuscito. È un viaggio talmente onirico, anche quando descrive situazioni del vissuto, che non sono stato capace di trovare il bandolo della matassa.

Spiegatemi.

Ritratto di Borderline

L'incedere della narrazione è molto surreale e mistico, anche l'uso del si impersonale o del tu generico, che rende difficile capire quale sia il protagonista, se ce ne sia uno. O probabilmente l'intenzione era rivolgersi all'umanità intera, ma in questo modo si rischia sempre troppo e il gioco non vale la candela. Forse il colore dovrebbe essere il nero, ma ci sono delle parti bianche, magari è una suggestione per delle descrizioni di Genesi. Alcune parti sono più incisive di altre, spero di rileggerti anche in altri giochi :)
 

Ritratto di Rossana Corti

"Cento Bocche", come scrissi al Capitano prima di inviare il mio testo, era, è, un racconto abbastanza strano, dicasi pure un viaggio nel delirio... Mi aspettavo insulti, sono schietta. Quindi... vi ringrazio e di cuore per i commenti assolutamente lusinghieri sulla qualità della mia scrittura, sono un rinforzo emotivo serio :) E' un'emozione pazzesca leggere Masmas che dice di esser stato avviluppato e coinvolto. E lo scappellamento del Capitano. Avete ragione : manca l'approfondimento sui "personaggi" e la storia è una specie di... eco da mondi possibili. O esistenti. Decisamente onirica. Sì Seme Nero, il colore è da intendersi come dicotomia tra Luce e Tenebre. Grazie a Tutti e la prossima volta sarà una storia con capo e coda :)