Cammelo (di MasMas)

Cammelo il camaleonte viveva tra le foglie della giungla, al limitare della palude, da quando aveva lasciato la mamma. Il tappeto d’erba e foglie era sempre fresco e la volta di alberi era tanto fitta da cambiare colore alla luce del sole. C’erano grilli e cimici e tanti insetti da mangiare, ma perfino la palude era tanto coperta di piante acquatiche da essere in tinta con l’erba.

Cammelo avrebbe voluto vedere l’arcobaleno. O almeno qualche altro colore.

La mamma gli aveva detto che loro camaleonti potevano cambiare colore, ma lui non aveva mai visto altro che foglie e erba.

Ne parlò con la rana Rossana: “Sapesti tu se fosse vero che noi cammaleonti potemmo cambiare colore?”

“Cra certo che sì, cra. Lo sanno tutti, cra.”

“Giusto fu, solo che non seppi come fare, io! Tutto qui uguale fu: foglie, bruchi, erba; perfino te, Rossella, tutta uguale fosti.”

“Cra non ti intristire, cra. Potresti andare da mia cugina Rossella, cra. Lei è raganella, cra, ha le zampe colorate, cra.”

“Bella idea mi desti, Rossana! E dove la potrei trovare?”

“Sta sugli alberi, cra, in alto.” Alzò gli occhioni verso la volta sopra.

Cammelo girò prima uno, poi l’altro: “Mi Rossana, lassù fu?”

“Sì, cra, proprio su in alto, cra. Non ci vediamo spesso, cra.”

Cammelo salutò Rossana, pensieroso. Sapeva arrampicarsi bene, ma non era veloce. Poi temeva quell’ambiente sconosciuto. Ma decise di provare lo stesso.

Cominciò la salita. Si arrampicò per tutto un giorno, e la notte dormì. Quando tornò la luce e stava per ripartire si accorse di qualcosa: aveva intorno una barriera bassa, sull’albero. Era liscia, simile a pelle. E si muoveva appena. Cominciava stretta, e finiva invece in…

“Buongiorno! Sssss!”

Cammelo fece un salto, figurato perché non sapeva saltare: “Ehi! Paura mi facesti! Chi fosti?”

La bocca lunga saettò una lingua biforcuta: “Mi chiamo Lubumba il mamba, carisssimo. E tu? Cosssa ci fa qui un camaleonte bello cicciossso come te?”

“Ciao, io Cammelo fui. Salii su quest’albero perché dovetti cercare una raganella, Rossana si chiamò. Ma questo albero enorme fu, una vita mi ci volette!”

“Oh, ssse cerchi una raganella cicciosssella come te posssso aiutarti. Cosssì poi, con te e la tua amica Rossssella, potrò fare un bel fessstino.”

“Oh grazie, molto gentile fosti!”

Il serpente si srotolò: “Ecco, sssali sssulla mia tesssta, aggrappati.”

Cammelo colse l’invito.

“Non ssstringere; e via!”

Lubumba cominciò a scalare il tronco, appoggiandosi a ogni sporgenza o rametto.

“Mi Lubumba, senza zampe fosti, ma come un fulmine salisti!”

“Eh eh, quesssti alberi sssono la mia casssa. E tu invece perché sssali quassssù a cercare una raganella? Sssi possssono fare brutti incontri sssai?”

“Perché voletti vedere dei colori diversi dal solito, sai, le foglie, l’erba, le piante; anche io e te.”

Raccontò a Lubumba l’impresa in cui si era lanciato. Intanto raggiunsero le fronde più basse. Girarono un ramo pieno di foglie e: “Assspetta, guarda dietro quella foglia, credo sssia una raganella.”

Cammelo puntò entrambi gli occhi: “Mi, avviciniamoci così il nome gli potei chiedere.”

“Sssai, meglio ssse vai tu, sssono un tipo rissservato. Io verrò poi.”

“Va bene.” Scese da Lubamba, che sparì sotto il livello delle foglie, e si avvicinò.

La raganella lo vide: “Cra, chi c’è?”

“Non ti dovesti preoccupare! Cammelo mi chiamai, mi mandò tua cugina Rossana. Rossella fosti?”

La raganella si infilò sotto una foglia, le zampe erano del colore del sole sull’orizzonte: “Sì cra. Se ti manda Rossana, cra, mi posso fidare. Sai, da queste parti, cra, ci sono un sacco di…”

Un fruscio, e dalle foglie sbucò la testa di Lubamba: “Ssserpenti, per esssempio!” Salì alta, a sovrastarli.

Cammelo fece un salto, sempre figurato: “Mi Lubumba, che facesti? Un colpo mi feci prendere.”

Rossana si accartocciò bene sotto la foglia: “Aiuto, cra! Un serpente, cra!” Occhi strizzati, zampe tremanti.

Lubumba alzò gli angoli della bocca, la lingua biforcuta saettante: “Non temere, piccola sssuccosssa raganella. Facciamo una fesssta! Sssu, guardatemi, non vedete come ballo? Avanti, indietro, dessstra, sssinistra.”

Rossella, tremante, aprì appena un occhio. Lubumba la fissava, e dondolava, di qua e di là, di qua, e di là: “Sssì, piccoletta, guardami non ssscappare. Una bella Rossssella, poi un buon Cammelo. Sssss!”

Cammelo fissò quel dondolare, quegli occhi color erba brillante di rugiada, mentre le spire si avvicinavano intorno. Lubumba aprì al bocca, mostrò due denti candidi lunghi una zampa.

Cammelo si scosse: “Ehi!” e fu un tutt’uno: caricò la lingua e colpì Lubumba all’occhio, mentre quello attaccava verso Rossella. Lo scatto rallentò una frazione di secondo: “Ah!” Le zampe di Rossella ebbero il tempo di scattare: “Ih!” La bocca sfiorò la raganella, ma poi si chiuse sull’aria. Intanto Cammelo, attaccato a Lubumba, volò in alto, poi oltre le foglie nel vuoto.

Lubumba lo guardò cadere: “Maledetto, hai rovinato la fesssta!”

Rossella saltava già lontana. Cammelo gridò: “Rossella, mi scusasse. Salutai!”

Sotto, la palude si avvicinava. Non c’era altro che in acqua. Sapeva nuotare appena.

Chiuse gli occhi, ma non ci fu uno spalsh. Ci fu invece un pom, e colpì qualcosa di duro.

Aprì gli occhi: era su una superficie del solito colore, scuro e ruvido: “Mi, che fu questo?”

Il fondo tremò, scosso dalle vibrazioni di un tuono poderoso, che veniva chissà da dove: “Fu el moo nos.”

Cammelo si strinse forte: “Mi, che fu? Qualcuno parlò? Dove fosti?”

Quella strana terra questa volta sussultò proprio: “Ho doffo: foo fullo meo bocco. Fpoftoto, cofò poss porlor.”

Cammelo guardava intorno: due promontori si schiusero rivelando due sfere grandi come lui, del colore del sole, tagliate da una fessura nera.

“Mi! Capii, aspettasse!”

Si spostò in mezzo alle sfere, su una collinetta che poi sprofondava dell’acqua.

La voce cavernosa ora era chiara: “Cofì va meglio, piccolo amico. Chi fei? Il mio nome è Pefrillo.”

Cammelo si strinse alle scaglie: “Mi! Un coccodrillo fosti!”

“Fì, ma ftai calmo. Perché tremi cofì?”

“Mi i coccodrilli le persone mangiarono, me lo disse la mamma. E anche i cammaleonti.”

“Afpetta, piccoletto. Credi che me ne farei qualcofa di una briciola come te? Non riufirei neanche a mafticarti, guarda.” La bocca lunga come un albero si sollevò, Cammelo guardò i denti sporgenti, grandi poco meno di lui. D’altra parte, tutto intorno era solo acqua coperta di vegetazione minuscola: “Quindi non mi mangeresti?”

“No. Anfi pofremmo parlare. Non parlo con tante perfone fai? Dimmi, cofa ci fai qui? Fai volare?”

“No, ma cambiare colore dovrei sapere. I colori stetti cercando, e una brutta avventura vivetti.” Cammelo raccontò delle zampe di Rossella, e di Lubumba: “E così, tra i tuoi begli occhi colorati arrivai.”

“Oh grafie. Che avventura! Fai, dovrefti vedere Martinore, l’uccello che pefca in fondo alla palude.”

“Dicetti? E come ci arrivai? Io nuotare non seppi, e qui solo acqua ci fu.”

“Ti ci porto io, faremo in un attimo.”

“Grazie! Fortunato fui a incontrare un coccodrillo buono come te.”

Dietro, affiorarono le scaglie della schiena, e poi della coda, là fin dove Cammelo vedeva. Pefrillo ondeggiò nell’acqua, e prese velocità.

Sfilarono sotto la volta che filtrava il sole. Gli occhi di Cammelo cercavano qua e là, sopra e sotto, finché non individuarono un fulmine fiondarsi nell’acqua. Un istante dopo, uno sbattere d’ali portò fuori un becco nero, una testa bianca, un petto del colore delle zampe di Rosella e una schiena e ali splendenti del brillare del cielo: “Bello!”

Pefrillo si avvicinò: “Ciao Martinore.”

L’uccello svolazzò poi planò accanto a Cammelo, con un pesce in bocca, che ingoiò: “Buongiorno, buongiorno, buongiorno! Ciao, ciao! E tu chi sei? Ciao, chi sei tu? Tu chi sei?” Saltò in aria, volò intorno, si poggiò, poi ripartì. Cammelo dovette tenergli dietro con un occhio alla volta: “Ciao, ehi, Cammelo mi chiamai. Piacere di conoscerti, sì, Martinore.”

“Martinòre, martin-pescatore. Martinòre!”

“Sì, scusa. Dei bellissimi colori avesti, sulle ali.”

Quello volò in su, fece una piroetta, si posò accanto e si pettinò le penne col becco: “Grazie, grazie. Grazie a te! A te piaceranno i colori, a te, piaceranno; i colori, piaceranno, i colori.”

“Molto. Mi lanciai in questo viaggio per cercarli, e di bellissimi ne trovai. Come le tue ali, le zampe delle raganelle e gli occhi dei coccodrilli.”

“Grazie.” “Grazie.” “Grazie.”

Martinore non aveva parlato, Cammelo guardò il pelo dell’acqua: tante palline gialle si avvicinavano, a coppie.

Pefrillo rombò: “Ciao piccoli!”

Tante bocche in miniatura risposero con una vocina sottile: “Ciao mamma.”

“I tuoi figli furono?”

Martinore prese il volo e piroettò veloce.

Cammelo non lo seguiva più: “Ehi, ferma! Agitare non ti dovesti. Pefrillo la bocca troppo grande per mangiarci ebbe.”

“Pefrillo certo, Pefrillo. Certo, Pefrillo certo, ma i suoi figli; ma i suoi, di figli, i suoi no, no, i suoi. No!”

Cammelo guardò quelle bocche grandi giuste per azzannargli la testa. Un occhio andò a un bulbo oculare di Pefrillo: “Mi, i tuoi ragazzi un po’ paura mi fecero.”

“Fapete, io da giovane mangiavo molti camaleonti. Fono nufrienti e faporiti.”

“Mi Pefrillo,ma che dicesti!”

“I miei ragaffi devono mangiare folo cofe naturali e genuine.”

Le bocce schioccavano: “Certo mamma!” Cammelo si rattrappì tra i due occhioni. Pefrillo scosse la testa: “Fciendi dai!”

Cammelo si aggrappò alle scaglie: “Aiuto!”

Martinore schizzava qua e là: “Aiuto, chi aiuto? Aiuto, chi, chi?” Rimase fermo in area, poi piombò su Cammelo: “Io, io, io!” L’agguantò per la schiena, gli artigli nella pelle.

Cammelo fece il suo salto figurato: “Ehi…” Poi si rese conto, e si lasciò andare: “Sì!”

Le alucce sbatterono, il corpo si tese, il becco puntò al cielo: “Ghh, ghh, ghh!” Le ali divennero un unico ventaglio color del cielo d’estate. Cammelo si alzò, dondolò sotto Martinore, il duo si spostò, pian piano: “Dai dai, più su!”

“Più su, più su. Sì, più su! Sì sì!”

Raggiunsero l’acqua. Le bocche sotto si accalcarono, occhi in alto, poi uno saltò: sgnam!

“Più su!”

“Più su, sì più su…” Le ali vibravano ma la quota non saliva: “Più forte, su. Forte, sì, ma io no, forte, sì, ma io no, ma io no.” La traiettoria cominciò a flettere.

“No, ti prego!”

Un piccolo si caricò per mordere quando qualcosa oscurò la luce, poi uno schiaffo di vento; un colpo addosso, una stretta, uno strappo e un volo nell’aria.

A Cammelo girò tutto, poi si riprese: era penzoloni schiacciato in un becco, lungo tre volte lui. Volavano alti e veloci. Oltre il becco un collo lungo e due ali: lame stese a fendere il vento, del colore del cielo al tramonto. Cammelo aveva male ai fianchi, la stretta era potente.

Martinore sfrecciò, attorno a quel grande corpo, e sotto le zampe lunghe, e poi accanto alla testa: “Ciao ciao, Ermione, ciao Ermione. Ermione!”

L’occhio affilato guardò Cammelo: “Mavtinove, cosa stavi pescando di gvazia? Questo non è un pesce.”

“No no, è un camaleonte, no, un camaleonte, camaleonte, uno.”

Cammelo girò gli occhi: “Salve signora, sì, cammaleonte fui. Cammelo mi chiamai. Ringraziarla dovetti, salvato mi aveste. Però, se potei, di allentare un po’ la stretta vi chiederei.”

L’occhio sottile lo fissò: “Bvutto affave mi hai fatto fave, Mavtinove. Tanta fatica per vubavti questo animalaccio. Che me ne faccio?”

Martinore non replicò. Ermione Guardò Cammelo, poi allentò un po’ la presa.

Lui tornò a respirare: “Grazie. Vede, Martinore salvando mi stette. Mi spiace lei a bocca asciutta rimase, ma ormai, lasciarmi sulla terraferma potrebbe. Sa, in viaggio alla ricerca del colore fui.” Raccontò di Rossella, di Pefrillo, di Martinore e, adesso, delle sue ali, di Ermione.

L’airone l’aveva guardato senza battere ciglio: “Ebbene? Mi pave pvopvio una stovia stupida, degna di un bifolco.”

Cammelo deglutì: “Ma…”

“Pevò, se pvopvio ci tieni, posso povtavti dove potvesti tvovave un altvo colove.” Ermione allargò gli angoli di pelle ai lati del becco: “E magavi il tuo destino.”

Cammelo sorrise: “Oh grazie!”

Ermione volò per un poco, sorvolando un’ansa della palude sotto la volta arborea. Poi cabrò verso alcuni rami, rallentò e si posò. Lasciò cadere Cammelo: “Ecco, qui tvovevai qualcosa di speciale, piccolo stolto. Addio.” Aprì le ali e planò giù, le zampe affondarono nel fango erboso.

Marinore si posò a su volta: “Speciale? Speciale, sì. Sì! Speciale.”

Cammelo, libero, sgranchì le zampe: “Oh, finalmente.” Poi roteò gli occhi intorno. Due passi avanti, altri due. Fogliame, denso, ovunque. Poi fruscii, lungo un ramo, avanti.

Lento, arrivò una zampa, poi un’altra e una testa, con tre corni e due occhi che guardavano uno di qua e uno di là.

Cammelo spalancò la bocca: “Un cugino!”

Dall’altro ramo si spostò sul suo, grosso il doppio. Non era del colore delle foglie, né di quello di Rossella, di Pefrillo, di Martinore o Ermione. Gli occhi lo puntarono entrambi: “Precisamente. Il mio nome inizia esattamente con il colore che indosso, e termina puntualmente come la nostra razza: mi chiamo Visconte.”

“Io Cammelo mi chiamai. Contento fui di trovare un cammaleonte come voi. Mi, un colore potente avete.”

“Bello e sorprendente. Un tale colore si vede raramente su altri animali, difficilemente si scorge perfino al limitare dell’arcobaleno. E tu non mi pare che indossi alcun colore in grado di competergli minimamente.”

“Io di cambiare colore capace non fui. Per questo viaggiai, per imparare, e vedere l’arcobaleno. Tu lo vedesti mai?”

Visconte si avvicinava, puntava i corni sporgenti: “Quale storia malauguratamente triste è la tua? Tutti i camaleonti sanno cambiare istintivamente colore. Basta concentrarsi sufficientemente.”

Cammelo indietreggiò: “Dici? Allora provare dovrei. Ma che facesti? Perché mi spingesti?”

“Perché, mio caro impertinente, non credo alla tua storiella, minimamente. Se un camaleonte viene da Visconte, l’animale dalla colorazione più splendente della palude, è per sfidarlo, indubbiamente!”

La testa scattò in avanti, il corno sfiorò la guancia di Cammelo: “Ehi! No! Io non…” Un altro affondo lo mancò appena.

Dal ramo sopra Martinore spiccò una piroetta: “Ehi, allora, ehi, allora fai vedere, fai vedere di che colori sei, allora, di che colori, ehi, sei. Fai vedere di che colori sei!”

Cammelo indietreggiava sul ramo, sempre più sottile: “Che facesti, no! Io non volli…”

“Da una sfida tra camaleonti non si scappa assolutamente. Sei salito sul mio ramo, mi hai sfidato formalmente. Vediamo come farai a splendere più ardentemente di re Visconte!”

Cammelo vacillava. Martinore schizzava in aria e atterrava: “Forza, concentrati, tutti i colori che hai visto! Forza, i colori, concentrati, che hai visto. I colori, che hai visto, concentrati. Forza!”

“Provare potrei: questo davanti lo ebbi, questo…” Cammelo tese tutto il corpo, quasi vibrava. E la punta della coda, piano, divenne del colore di Visconte.

Le corna affondarono ancora: “Ah! Allora sfoderi qualche arma, timidamente! Ma se riesci a colorarti solo così parzialmente, non ti basterà un solo colore, certamente.”

Cammelo si guardò, solo mezza coda era colorata, il tono pastello.

Martinore schizzava intorno: “Certamente, parzialmente, ovviamente!”

Cammelo strinse i denti: “Poi il colore di Ermione provammo!” Dal punto in cui la coda non era più colorata, la pelle cominciò a mutare nel colore del cielo di sera, fino alle zampe di dietro.

Visconte affondò ancora: “Quindi due colori li sai fare, indubbiamente. Due è più difficile, certamente, ma per battermi ti servirà l’arcobaleno, esattamente sette colori, non uno di meno.”

Cammelo smise di indietreggiare: “E allora, questo fu il tuo aiuto Martinore.” Le zampe sfumarono dal colore del cielo di sera a quello della limpida estate. “E gli occhi di Pefrillo.” Dalla pancia color foglia, salì una sfumatura color del sole. “Fino alle zampe di Rossella.” Le spalle furono il sole al tramonto.

Visconte affondò ancora: “Sorprendente! Sei colori, pochi li sanno gestire. Ma sette, sono solo leggenda. Cedi il passo, inesorabilmente!”

Da intorno venne il cinguettare: “Sei, sei erano, erano sei! Erano.”

Il corno colpì Cammelo alla fronte: “Ahi!” Si aprì un taglio. Calore gli invase l’occhio: “Sette colori? Quale mancò? Nessun altro ne vidi!”

“Sette, sette? Sette!”

“Hai perso, certamente!”

Cammelo strinse i denti, poi gli venne in mente mamma. Ma non sapeva più cosa fare. Abbassò lo sguardo. E: “Ma, questo colore fu!”

Gocce dalla fronte cadute su una zampa. Più caldo del sole di sera, più denso del fuoco. Alzò lo sguardo, e la testa. Il colore delle spalle virò al colore della sua vita sgocciolata, su fino alla punta del muso.

“No! Leggenda, è leggenda indubbiamente!” Visconte si irrigidì: “Leggenda, sorprendente, vincente, abbagliante!” Staccò le zampe davanti e si coprì gli occhi.

Cammelo scosse di colpo il ramo. Visconte, precario, scivolò: “Ah!” e sparì tra le foglie sotto.

Martinore danzava già intorno: “Il re, il re dell’arcobaleno! Cammelo il re, dell’arcobaleno!”

Commenti

Ritratto di Nemesio

Bello, scritto bene e pur essendo un irrimediabile cagac***o non trovo nulla da ridire. Lo immaginato corredato di disegni che illustrano la storia. Hai un'ottima padronanza dei dialoghi, io sono proprio una cippa, non ci riesco proprio e non so da dove iniziare. Ancora complimenti, una bellissima avventura alla ricerca dei colori, ma ricorda, ne basta solo uno che tutti li contiene, il nero ;-)

Ritratto di Seme Nero

"Cammelo. C'è un errore, voleva scrivere cammello. Sì, è così. Aspetta... forse si legge... Ah, ok, è un racconto di MasMas XD"

Ecco cos'ho pensato, giuro, e quando ho letto il tuo nome mi sono fatto una risata.

Per non sbagliare li hai messi tutti i colori, con la consueta abilità e padronanza della scena a cui mi hai abituato, una caratterizzazione da morire dal ridere dei vari personaggi e... che altro? Bravo!

Forse solo uno scivolone: ti è scappato un "bianco", ma lo si può anche intendere come assenza di colore.

Ritratto di masmas

Miii, bianco e nero scrissi! Proprio fetuso fui!
Grazie dei commenti.
E volevo chiedere scusa per l'uso di dialetti e accenti vari e quant'altro in maniera indegna.

Ritratto di Bjorn

Sei il mio eroe, che te lo dico a fa'?

Ritratto di Borderline

Come già ti hanno detto e già sai, la forza tua nei dialoghi fusse. Questo Cammelo è simpatico, non brilla in perspicacia ma d'altronde quelle persone lì nei racconti comici risultano antipatiche come Topolino quindi va bene che sia così :). Anche se la Tinta Unita toppasti ;).