Unapimilla & C. (di MasMas)

Nel salone nero dentro il mastio centrale la testa pelata coi baffoni è seduta al tavolo coperto di quarti di robot. La voce cavernosa: “Cosa dovremmo inventarci?”

Invece quella minuta, pallida e con la bombetta, stride: “Non lo so, non lo so! Venire qui? Chi?”

La testa di latta coi capelli di trucciolo si avvicina al tavolo. Il corpicino alza le pinze a forma di mano, appoggia le due formiche di metallo e polpa, inerti: “Dai papini, ve la siete sempre cavata, ce la farete di nuovo.” Li guarda con gli occhi a fanale.

Il corpo poderoso col grembiule nero la guarda: “Ah! Piccola sciagura!” e batte un pugno sul tavolo. Poi prende una formica e la mette in un incavo che diventa brillante.

Il corpo in giacca amaranto con bombetta e bastone si avvicina e volteggia l’altra mano: “Calma. Calma. Mandiamo un ricognitore. Puoi adattare un Elitottero Tirittero?”

Papà Franchistano estrae dal bordo del tavolo una pulsantiera. Armeggia con tasti, leve e rotelle: “Certo.” Il centro del tavolo si apre ed esce un aeroplanino giallo a stelline blu. Prende cacciavite e pinza e ci armeggia sotto.

Papà Villivonca toglie la bombetta e va alla vetrata sull’unico muro non percorso da intrichi di canne d’ottone. Fuori, oltre le mura da cui spuntano le otto torri, la collina scende verso il paese. Il cielo è velato dai fumi industriali.

L'Elitottero decolla ed esce da una botola sul soffitto. Sfreccia lungo la strada.

Papà Fra preme un tasto e da in mezzo ai tubi esce uno schermo. Le immagini volno fino a una folla all’inizio della strada, al limitare del villaggio. Brandiscono bastoni, spranghe e lame, c’è qualche pistola. Molti inveiscono, sguardi deformati dalla brama di sangue.

Papà Vil si gira: “Vengono qui! Che possiamo fare?”

Fra stringe i denti: “Mi sembra di essere tornato indietro di dieci anni.”

“Difenderci!” Vil lancia le mani in aria mentre cammina intorno: “Dobbiamo difenderci!” I passi amaranto si fanno circolo: “Potresti, per esempio, convertire la produzione. E macchine avanti tutta!”

“Potrei provare.”

“E ricondizionare le scorte, armarle.”

Fra sorride sghembo: “Sì, è un’idea. E poi ci sono…” Batte la mano sull’incavo: “Dove sono le formiche?”

Vil si gira, Unappimilla si avvicina: “Erano lì.”

“Ma non ci sono più.”

“Beh, erano due formiche.”

Fra preme dei tasti: dal tavolo esce un foglio d’ottone, su cui è inciso un profilo dell’animale, e un intrico di linee e schemi. Lo studia: “Credo fossero ben di più. Interessante, sì, proveremo. Si può fare!”

Unappimilla allunga il collo: “Cosa si può fare?”

Fra la guarda scuro: “Poi ci sei tu.”

 

Nelle viscere del castello, ragni meccanici di pinze e cacciaviti corrono tra le stanze. Sulle porte scritte come: “Macchinablù Balo Balù”, “Bambolò Bacini Baciò” o “Orsottotto Dolcin Dolciotto”.

Nastri trasportatori e carrelli automatici portano pezzi e materiali. Sbuffare di presse e forni, ribollire di brodi biologici e incubatrici istantanee.

 

Il sole scende sulla strada. I passi armati di forche sono man mano ingrossati, alimentati dall’invisibile lavoro di minuscoli sobillatori entomologici.

La folla sbraitante arriva alle mura, davanti al portone di ferro nero; in bassorilievo la linguaccia di un pagliaccio. Volti sformati dall’ira, fuoco di torce, bastoni, forconi. Battono sul metallo: “Uscite, o verremo a prendervi!” “Aprite!” Un puntino nero sale sulla spalla del fabbro dal braccio a stantuffo, la cui bocca amplifica il sibilo nell’orecchio: “Al rogo! Al rogo!”

Recuperano da una macchia più indietro un tronco caduto, e comincia il battito: bum! Bum!

 

Nel salone nero, Unappimilla guarda fuori da seduta sul banco da lavoro. Parti divelte di robot buttate intorno, sul pavimento. Dondola le gambine e sorride: “Sono proprio arrabbiati!”

Vil porta una mano alla bocca, ancora più pallido: “Così lo sfonderanno! Lo sfonderanno!”

Dal tavolo anche Fra guarda, fronte rugosa. Torna a premere sulla tastiera: “È il momento.”

Vil si gira, gli occhi chiari sbarrati. “E allora via.”

Indossa una maschera da cui penzolano cavi e tubicini. Poi due grossi guanti, anch’essi collegati al terreno.

Fra sospira poi preme tasti e ruota manopole.

Unappimilla batte le manine, gli occhi lampeggiano.

Alla base del mastio, un portone si solleva. Un concerto di sbuffare, gracchiare di ingranaggi e stantuffare annuncia l’uscita di un esercito di giocattoli. I paraurti di latta delle Macchinablù Balo Balù hanno lame saldate. Dal petto delle Coccolina Baciabbraccio dalle gote rosse escono chiodi. In aria, gli Elitottero Tirittero portano agganviate sfere d’acciaio.

Dentro il salone, Vil muove mani e testa guardando cose che sono altrove. La voce è rotta: “Avanti figlioli! Vittoria o morte!”

Dietro, Fra armeggia sulla tastiera, gira una grande rotella: “Forza!”

Fuori dal portone i booom! si fermano quando un grosso clang annuncia l’apertura del portone.

Un coro di “Ieee!” accompagna le forche nel cortile. Sulla spalla del fabbro la macchia nera sfrega le zampine.

La massa entra, rallenta e si ferma; torce e spranghe confrontano il mare di latta. Il generale insetto sussurra all’orecchio del fabbro, poi scende. Il gracchiare metallico viene coperto dall’urlo: “Carica!” e le due onde si scontrano.

Gente qualunque, gonne e corpetti, grembiuli e giacche, lentiggini e bretelle, sfogano violenza su giocattoli che usano loro stessi come armi. Cadono corpi, gridano pietà. Volano pezzi, tacciono motori.

 

Dietro gli umani la terra è punteggiata di nero, in schemi ordinati. Al centro, due esserini accanto; formiche d’organico e platino.

“Generale Punch, i miei complimenti: da una tale accozzaglia è riuscito a trarre un esercito efficace.”

“Grazie generale Jarl. La sconfitta di quei due inventori sembra vicina. Un ultimo sforzo e avremo i loro corpi mutilati da riportare, come da ordini. Come da destino.”

“Giusto. Questi umani hanno fatto fin troppo, per quanto la loro razza è primitiva. Quei due, e quella loro bambina, hanno colpito due dei miei. Ora tocca alla mia vendetta.” Alza la zampina. Dietro, migliaia di zampette scattano al lato della testa. “Corpo d’armata CCLXIV, alla guerra!”

 

Nel salone nero, Vil grida: “Sì piccoli miei! Di là voi, su quei quattro isolati! Senza pietà! Sì!” Si agita, sudato: “Non conoscevo l’ebrezza della guerra, della vittoria!”

Uniappimilla è attenta, ma incurva in su il taglio nella faccia: “Vedete che…”

“Non stiamo ancora vincendo.” Fra è a testa china, controlla spie e regola manometri, torvo. “Però adesso…”

Interrompe sé stesso e schiaccia un pulsante.

 

La battaglia è in stallo, ma qualcosa inizia a succedere. Un cavallino meccanico cade prima di colpire col suo unicorno. Un orsetto dai denti di tagliola scivola e cade, inerte. Tra piedi e ruote, il generale Jarl grida ordini, ma sorride.

Poi, un uomo con una giacca borchiata si irrigidisce, spalanca gli occhi e grida, poi cade a terra.

Il generale Jarl lo nota: “Sergente Cobriant, lei e i suoi con me!” Puntini neri si avvicinano al corpo. Arrivato ai piedi della massa di carne, Jarl si immobilizza: “E quello…”

Dal corpo scende una formica, grossa. Il carapace è molle ma ingabbiato in lamine di metallo. La testa ha occhi di rubino, che trasudano gel biancastro. Le fauci ringhiano suoni gutturali. Eppure: “Ma tu sei… Stanev’ev! Che ti hanno fatto?”

La bestia si contorce, a malapena parla: “Ge-ne-ral.”

Jarl indietreggia. Dal corpo scendono altri e altri come quello.

Cobriant si avvicina, gli tocca una zampa. Jarl lo guarda, osserva un’ultima volta quello che era Stanev’ev, poi fuggono.

 

Un minuto dopo, Jarl è accanto a Punch: “Il plotone, e la compagnia ricreata dalle regine. L’hanno soggiogata. Capisce?”

“Incredibile. Degli umani arretrati hanno potuto tanto.”

“Sì. Sconfitto. Sono stato sconfitto. La nostra razza è stata sconfitta.”

“Non dica così. È uno smacco, vero. Ma non possiamo mollare. Abbiamo degli ordini.”

“E cosa dovrei fare? Non io, ma i miei uomini: dovrei ordinargli di combattere contro i loro fratelli? Contro loro stessi? Quei mostri sono degli Stanev’ev, e da qualche parte, ci saranno le Olga.”

A voler osare, si potrebbe dire i suoi occhi fossero bagnati.

“Quindi cosa intende fare?”

“Non posso, non posso più comandare. Scioglierò il corpo d’armata e mi immolerò contro quelle bestialità.”

Quattro zampe di Punch su quattro spalle di Jarl.

Un minuto ancora dopo, l’esercito di uomini sembra perdere terreno.

Le formiche sono tutte davanti a Jarl, salito su un bullone. Termina il discorso: “Di fronte a queste bassezze, non posso far altro che sciogliere il corpo d'armata CCLXIV.” Si permette un brusio. “Il mio ultimo ordine è questo: in libertà!”

Torna silenzio. Qualcuno accenna, muove un piede, ma nessuno ha il coraggio di andare. Poi da lontano arriva una voce: “Signore!”

“Che c’è soldato?”

“Non ho capito dove devo attaccare, signore!”

“Come? Ti ho detto che sei in libertà. Vai via.”

Grida più forte: “Signore! Non ho capito dove devo attaccare, signore!”

“Ti ho detto…”

Ancora di più: “Dove devo attaccare! Signore!” Il soldato impettito, Jarl lo guarda muto. Poi un altro soldato: “Dove devo attaccare, signore!” E un altro, e un altro.

Jarl spalanca la bocca, ascolta, guarda gli occhi di uno, di un  altro, e ancora. Poi gonfia il petto: “Soldati!” Un istante ed è silenzio: “Mi state dicendo che siete disposti a combattere contro i vostri stessi fratelli?”

È un coro: “Sì!”

“Contro voi stessi tramutati in bestie immonde?”

“Sì!”

“Alzerete i vostri cuori al di sopra di questo orrore, oltre le nefandezze del nemico, per portare la vostra gloria più in alto, fosse anche dentro il Valhalla?”

“Sì!”

“E allora seguitemi, per la guerra, l’onore e la gloria!”

“Sì!”

Sussurra: “Saremo inarrestabili.”

 

Sul campo di battaglia sono passati tre minuti di tempo umano. Le forze paesane subiscono gli attacchi dei piccoli mostri. Decine di mandibole scavano, pungono, lacerano.

Poi l’onda ordinata ritorna, si sovrappone a quella aberrante. In minuscoli campi di battaglia si consumano migliaia di fratricidi. Si versano liquidi corporei, fluidi oleodinamici, e lacrime.

L’ondata degli uomini smette di vacillare, e l’onda di latta inizia a indietreggiare.

Dietro, il generale Punch porta le zampine alla tesa del cappello: “Onore a voi Jarl.”

 

Nel salone nero, la maschera e i guanti si agitano, la pelle chiara è madida: “No, i Cucciollotti cicciollotti perduti!” si gira dietro senza vedere: “Rinforzi! Servono rinforzi!”

Dal tavolo, Fra ha le mani incrociate sotto il mento: “Rinforzi.” poi sospira e riprende a lavorare sulla tastiera.

Unappimilla si avvicina: “E adesso cosa facciamo, papi?” Gli occhi lampeggiano alternandosi.

L’uomo la guarda: “Speriamo.”

Lei torna a guardare l’altro padre muoversi, e nel cortile l’esercito di latta occupare sempre meno spazio.

“Ah!” le due teste guardano quella avvolta nella maschera. Scatta verso l’alto in uno spasmo, toglie i guanti, strappa via il visore, si tiene il volto con le mani.

Unappimilla gli corre accanto: “Cosa succede?”

“Ah! I miei occhi! Hanno colpito i ricevitori, c’è stato un ritorno di fiamma.”

“E adesso?” si gira verso Fra, che li guarda: “Non ci voleva. Adesso, è finita.”

“Ma non è possibile, dovete inventarvi qualcosa. Un’arma segreta!”

Il pugno batte sul tavolo: “Le formiche dovevano esserlo, ma vedi da te come sta andando. I giocattoli sono in difficoltà, e adesso, uno in meno che li guida.”

“Però…” Vil alza la testa, gli occhi chiusi, la pelle rossa dalle ustioni: “Un’ultima carta ce l’abbiamo.”

Unappimilla lampeggia gli occhi: “Quale?”

“Tu.”

“Ah!” Fra sbotta e distoglie lo sguardo.

“Mio caro, lo sai che potrebbe essere risolutiva. Conosco i suoi schemi, ha la potenza di…”

“Tu sei pazzo! Non vedi? E solo una bambina.”

“È il momento che cresca allora.” Vil prende Unappimilla per le spalle: “Piccola, te la sentiresti? Anche se fosse andare a combattere là fuori?”

Lei lampeggia gli occhi: “Sì. Vi salverò.”

“Caro, dobbiamo farlo.”

Fra guarda il marito: “È una bambina, è una follia.”

“Ma è l'unico modo.”

“È mia figlia, non è giusto, ma… Attiviamo la produzione automatica, prenderò io il coordinamento dell’esercito, e così sia.”

 

Nel cortile i giocattoli ripiegano, i paesani gridano esultanza. Le formiche cyborg colpiscono, ma l’esercito di Jarl e Punch riesce a contenerle sempre meglio.

Sulla terrazza davanti la vetrata del mastio brillano due luci azzurre: sono archi voltaici negli occhi di una bambina di latta.

Il generale Jarl punta il binocolo: “Che mi venga…”

In quel momento, gli archi negli occhi della bambina si uniscono in una scarica più forte. Allarga le braccia. Dalle mura, dalle poche nuvole grigie, dai banchi di vapore, lampi azzurri saettano alle sue mani. Poi lei guarda un punto e un fulmine si scarica tra la gente. Tre uomini colpiti, cadono gridando. Gli altri ammutoliscono.

Jarl impreca, e guarda.

Il colonnello O’briant è accanto a lui: “Dannazione! Questo è un colpo basso, signore.”

Jarl non lo sente.

La bambina lancia un’altra scarica. Altri due a terra, insieme al morale degli gli altri. Un colpo di pistola, delle poche presenti, ma non la centra. Unappimilla si nasconde dietro un angolo, esce il tempo di colpire e torna al coperto.

O’briant ancora: “Lassù temo sia irraggiungibile, dietro le linee nemiche. Così, in breve la battaglia sarà persa! Signore, che facciamo?”

“Facciamo che lei mi trova una lampada per il morse, in fretta!”

Due minuti di formica dopo, O’briant arriva con un soldato delle comunicazioni.

Jarl indica la bambina: “Punti il fanale verso quel bersaglio e invii: qui generale Jarl. Stop. Esercito qui, impegnato in battaglia. Stop. Vi stiamo osservando. Stop. Siete il soldato Stanev'ev? Stop. Confermare.”

Un momento, poi: “È vero! Là c’è Stanev'ev, sulla spalla di quell’aggeggio. Ma allora, quelle formiche cyborg non sono i nostri che hanno plagiato. Trasmetta: cosa ci fate là? Dov’è la regina Olga?”

Passano diversi secondi, il sorriso di Jarl si allarga sempre più: “O’briant! Stanev'ev è arrivato con Olga sulla bambina, con l’ordine iniziale di pensare a lei. Ignora quel che è successo dopo. Subito, Olga ha attivato la procedura di moltiplicazione d’emergenza, così adesso dentro il castello ci sono migliaia dei nostri. O’birant, annunciate il contrattacco.”

 

Nel salone nero Vil è seduto al tavolo, accanto a Fra, che sta lavorando alla tastiera, mentre parla: “Mio caro, la nostra bambina sta facendo stragi. Sono commosso, rivedo me da giovane. I fulmini stanno mietendo vittime, le sorti si stanno ribaltando, forse…” si interrompe, armeggia ancora: “Che succede?” Preme tasti, gira manopole, una volta, ritenta. Tira una levetta, ma fa resistenza; tira più forte, e clac, salta via.

Vil aggrotta la fronte: “Che c’è? Perché non parli? Che c’è?”

Sulla tastiera un tasto vibra, poi viene inghiottito dal metallo. E un altro. Fra spalanca la bocca: “Non capisco. Ci dev’essere…” Una manopola gira da sola, fino a svitarsi.

Intanto fuori Unappimilla carica un fulmine mentre parla al comunicatore: “Papà, qual’è il prossimo bersaglio?” il segnale non arriva. C’è un gracchiare, poi: “Unappimilla… tornare… pericolo… salvare…”

Rilascia il fulmine su alcuni villani, poi si avvicina alla vetrata: “Papà!”

Dentro, Fra sta lavorando sulla tastiera. Ha tolto il piano, guarda e spalanca gli occhi.

Lei chiama ancora: “Papà!” mentre comincia a sentire dolore al condotto auricolare.

Suo padre spazza con la mano dentro la tastiera. Anche Vil spazza via dalla giacca.

Il dolore aumenta, porta la mano all’orecchio. Qualcosa sta scavando nei circuiti: “Ah!” Non sente più il suo grido.

Guarda sotto di lei, l’esercito di latta sta di nuovo ripiegando.

Suo padre aggiusta con un cacciavite nella tastiera, ma qualcosa gli fa scivolare l’attrezzo e infila le mani. Tira, spinge e buuum: un’esplosione. Vola indietro, sul pavimento. Lei grida: “No!” Vorrebbe entrare, ma il dolore le offusca la mente, il corpo non risponde.

Suo padre si contorce a terra. Riesce appena a girarsi a guardarla. Tagli e sangue lo coprono, entrambe le braccia amputate sopra il gomito.

Poi la vista si oscura, ma sente qualcosa nelle orecchie: “Sono la regina Olga, prendo possesso di questo mechanoide da battaglia nel nome del CCLXIV corpo d’armata del generale Jarl.”

 

Commenti

Ritratto di Borderline

Posto che la mia preferita è Unapimilla anche se a quanto pare sta dalla parte dei cattivoni (ma lei è innocente, non è mica colpa sua se è nata là ;)) le formiche sono davvero cazzutissime e la battaglia è epica! Buon equilibrio narrativo, in alcune parti si può allungare con immagini ancor più polverose e chippose, ma di questo parleremo prossimamente. Un'ottima prova!

Ritratto di LaPiccolaVolante

In modi e tentativi questo è un buon gioco. Davvero. Bella l'idea di concentrare il sequel della trattativa sulla battaglia. Ma ci sarebbe un bel da giocarci intorno a tutto. ;)

Ritratto di Kriash

... ci dai con la pazzia, eh?! :D
Bello epico in un giusto mix tra dialogo e descrizioni.
Sapevo come l'avresti fatto ma non immaginavo così.
E nel finale hai giocato la carta dell'infiltrazione, cosa che senza farlo apposta sarebbe perfetta nel gruppo di Solanos.
Mi ha ricordato la battaglia finale di Toys o i combattimenti di Yattaman :D
Un grande!

Ritratto di grilloz

Mi sono perso un po' all'inizion coi nomi dei personaggi, però le battaglie sono ben riuscite, epiche e grottesche, ironiche e sanguinarie, anche a me hanno ricordato il mitico Yattaman , però con più ruggine e più vapore.

Ritratto di Borderline

E comunque pure a me è venuto in mente Yattaman! Siamo peggio dei cani di Pavlov, bastano dei giocattolini robot che escono da un portone ed è fatta! arf arf

Ritratto di Bjorn

La battaglia è davvero bella. Bellissima l'idea dei giocattoli armati e ben reso lo scontro. ADORO l'uso delle onomatopeiche, BOOM! Una figata esplosiva!

Mi piacciono molto anche le formiche.

Lasci molto vago il rapporto tra i due "papà"... la fantasia mi spinge verso un'indagine del loro rapporto, del lato umano al dilà della battaglia in corso, ma non ci sono abbastanza appigli per farsi un'idea concreta.

Mi è piaciuto molto.