Un topo, un cane, un uomo (di Bjorn)

Ovvero: gli improbabili accadimenti a riguardo della vendetta del panhuy Jebediah Harshow narrati, nella loro meravigliosa assurdità, da lui stesso.

***

“l’Inferno è vuoto, tutti i demoni sono qui”

La Tempesta – W. Shakespeare

.1.

Essere un demone di legno e di sangue, un panhuy, sembrerebbe una gran figata. Se mi avessero detto, a me, il povero Jebediah Harshow, che già avanti con gli anni sarei nato a questa nuova vita: avrei riso come un pazzo ed avrei continuato a bere sino a scivolare sotto il tavolo privo di sensi. Probabilmente mi sarei pisciato addosso e sarei rimasto lì fin quando, schifati, non mi avessero buttato in un vicolo dal retrobottega della bettola, una qualunque, purché malfamata.

Indossavo un vestito dignitoso e sia le macchie di sangue che i tagli sul retro del tabarro erano ben celati dal suo color ruggine. Finalmente tornavo a casa!

Eppure questa storia del panhuy non è che sia solo rose. Certo, c’era la forza fisica. Ero forte. Fortissimo. Ero istantaneamente guarito da ogni malanno, C’era quella gamba, anzi zampa, che sostituiva il mio moncherino e non era una protesi, ma spuntava dritta dalla mia carne. Un arto canino di un legno scuro, lucido come il sorbo, ma duro come l’acciaio. Ingranaggi che non necessitano di vapore, di elettricità o di carica, ma di sola volontà.

Quindi, vecchio pazzo, di cosa andavo lamentandomi? Della furia, la furia che si impossessava di me di fronte a una goccia di sangue, a una piccola minaccia o alla prospettiva di una zuffa era una contropartita non indifferente. Mentre cercavo di imparare a controllarmi, ho dovuto spostarmi da un angolo all’altro del mare per sfuggire alle conseguenze della mia mancanza di discrezione. Nel mio primo mese come panhuy ho mietuto più vite di quante ne abbia prese mio padre Isaac in una vita intera tra schiavi frustati a morte nei campi o ai remi sulle sue galee mercantili.

Nonostante la mia spettacolare mancanza di autocontrollo, sfrecciavo oltre le montagne alla guida di una lucidissima macchina a vapore, presa in prestito a tempo indeterminato nella città di Stuar, due giorni a ovest nel golfo più nordorientale da questo lato del mare. Un bestione di ferro e ottone, legno e vetro molato. Grosso, ma veloce e dotato di una conveniente riserva di legna da ardere di fronte alla sua caldaia e di un baule per trasportare le mia attrezzatura ed il frutto di tanto spargimento di sangue. Isaac Harshow, sia dannata la sua piccola anima nera, inorridirebbe di fronte alla quantità di oro e argento che ho accumulato da criminale. Lui che viveva con i sani principi di un onesto lavoro, un onesto guadagno, un onesto sfruttamento degli schiavi e un onesto profitto sulla vendita di quelli troppo giovani per lavorare sodo in un campo, che tanto un qualche tenutario di bordello della zona costiera con soldi da spendere lo si trovava sempre.

Viaggiavo carico di monete e di lettere di credito intestate a Stanislav Hardy, per servirvi, ed ero stanco. Vedere Finn mi aspettava sotto un’immensa quercia a circa un’ora di cammino dal confine della città era proprio quello che mi ci voleva per rendermi euforico.

Era esattamente come il giorno in cui ci eravamo salutati, tre mesi prima. La barba perfettamente curata, i vestiti impeccabili e gli stivali da cavallerizzo così lucidi che potevo vederci riflessa la mia brutta faccia.

“Diavolo d’un Finn” esordii scendendo dalla vettura mentre la valvola di sicurezza della caldaia ne scaricava il vapore con un fischio stridulo “sembri a tuo agio, così vestito da damerino!”

“Jeb, vecchio cagnaccio” rispose “se questa sceneggiata va avanti ancora non saprò più imprecare, né bere! Sarà un gran ridere vedere te, nelle prossime settimane”

Ah! Mi era proprio mancato Finn.

“Amico mio, è tutto pronto?” chiesi

“Tutto pronto, per come può esserlo quest’assurdità che hai programmato. Se non ci faremo ammazzare, vecchio scemo, avremo di che raccontare ai nostri figli. Ai miei almeno. Le tue palle sono così rinsecchite che dovrei prestarti il mio, di cazzo”

Simulando un’espressione di fastidio che in realtà non provavo, feci per colpirlo a un braccio. Veloce, al punto che l’occhio non riuscì a seguirne i movimenti, intercettò la mia mano a mezzaria serrandola nella sua.

“Stan, Stan… che cazzo faremmo se mi sporcassi questo bell’abito con le tue manacce? Mi toccherebbe andare a casa tua a cambiarmi, per non sconvolgere i tuoi nuovi vicini con la puzza sotto il naso” sorridemmo entrambi mentre mi lasciava andare e faceva apparire nella sua mano un anello di ferro con infilate diverse grosse chiavi.

“Ecco, capo” continuò “prendi le chiavi e il cavallo. La tua casa è quella rossa, accanto alla dimora degli Harshow. Lascia a me questo mostro rumoroso, anche perché dovrò far andare la caldaia per un’ora, prima che sia pronta a ripartire. Gli dei ti dannino per la tua incapacità”

Il cavallo era un castrone roano più adatto a una vecchia signora che ad un uomo. Aveva un passo stanco e pigro e mi stupii quando solo un’ora più tardi entrai a Hatvan da ovest, sulla collina dove sorgono le case più ricche della città, quelle dei mercanti del Consiglio Ristretto del Sindaco. Ci sarebbe stato da aspettarsi che fossero cinte di mura, ma la posizione dominante e l’arrogante tranquillità che derivava da oltre trent’anni di pace ininterrotta avevano reso i cittadini molli come il fango sulle rive del fiume. Proseguendo verso il ponte verde, che unisce la zona collinare con la conca profonda del mercato sull’altra sponda, vidi le strade farsi via via più strette e le costruzioni più piccole ed addossate le une alle altre. Finn sapeva il fatto suo, un altro cavallo avrebbe attratto ogni rubagalline e ogni farabutto del luogo

Lo legai di fronte ad una squallida pensione, in uno spicchio d’ombra nel calore infernale del pomeriggio. Pochi passi ravvicinati dopo averne varcato l’uscio ed avevo già la sensazione di voler fuggire. I lampadari d’ottone illuminavano appena la stanza, immersa nel sibilo umido della caldaia a vapore che li alimentava.

Il locandiere mi squadrò e scese dal suo sgabello dietro il banco. Dall’alto dei suoi 90 cm, scarpe, zeppe e tutto, mi disse:

“sono trenta fiorini al giorno, gli stranieri pagano anticipato. Due giorni”

Cominciamo bene, pensai. Io, i nani, li ho sempre odiati.

Sei monete cambiarono di mano e lo seguii sulle scale. La prima porta sulla sinistra sarebbe stata la mia stanza. Dal corridoio arrivava un puzzo rivoltante che in un tempo non troppo remoto molti avrebbero indicato come il mio odore caratteristico.

“quella è la latrina” disse il nano.

“Credevo fosse la stanza di tua madre” risposi solare. Lo odiavo proprio.

“e questa è la chiave” continuò sua bassezza ignorandomi “se la perdi, sono altri cinque fiorini”

Dopo averlo guardato dileguarsi, entrai nella stanza e spinsi la porta fino a sentirne lo scatto. C’era una sola sedia, ai piedi del letto, ed io mi accomodai a terra per la parte più noiosa della mia giornata: l’attesa della preda.

Si fece vedere in quella parte della notte che precede di poco l’alba, mentre i primi rumori del mercato saturavano l’aria. Circa venticinque anni, avvolto in un abito logoro, entrò silenziosamente dalla porta, incuneandosi tra la sedia ed il letto... Un attimo dopo era a terra, addormentato.

Un calcio ben assestato alle palle con la mia zampaccia di cane lo aveva buttato giù come uno straccio bagnato. Il secondo colpo lo colse in piena faccia e chiuse la faccenda. Lo legai al meglio strizzandolo nel il mio tabarro.

“pulci” grugnii all’indirizzo del nano, poi imboccai l’uscita con in spalla il mio nuovo sacco ed il suo contenuto che, ero pronto a scommetterci, stava diventanto verde e bluastro in almeno un paio di punti delicati.

 

.2.

Ero certo che avrebbe avuto risveglio di merda.

La stanza era illuminata da un lampadario elettrico, il caminetto scoppiettava e la temperatura era piacevolissima. Profumo di zenzero e di cannella nell’aria, il rumore dell’acqua e del fuoco che  ribollivano e lottavano nel samovar e nella sua teiera, biscotti e frutta candita a far bella mostra di sé su un basso tavolino alla mia sinistra.

Era legato a una sedia e con uno straccio tra i denti. Ero davvero sicuro che non avrebbe fatto troppo caso all’arredamento

“chu… mhmhm… sou…” non se la stava cavando molto bene con le parole quando lo colpii, giusto per essere certo di avere la sua attenzione.

 “ti toglierò il bavaglio, poi parleremo. Se hai capito, muovi la testa” dissi

Mosse lentamente la testa. Doveva fargli un gran male e chissà perché, ma proprio non mi sentivo in colpa.

“bene” proseguii “iniziamo con le presentazioni. Il mio nome è Stanislav Hardy. Tu invece devi essere la schiuma della latrina di questa città.”

Mi guardava con rabbia, ma non sono stato mai un tipo molto sportivo e quindi, già che c’ero, gli tirai un altro pugno prima di continuare: “possiamo farlo in due modi. Dirai quello che voglio sapere, subito, oppure lo dirai lo stesso dopo che ti avrò torturato in modi che non hai mai sentito nominare.” Sorrisi, soddisfatto del mio monologo “ho fretta di far colazione: deciditi”

“chh vh..u..?”

Continuava a cavarsela male col bavaglio, quindi glielo strappai di bocca. Ne ho, di cattive idee.

“maiale!” disse, e sputò sulla mia  giacca da camera. Sentii fremere il marchio nel palmo della mano e l’ormai consueto rombo che mi tappava le orecchie. Fu straziante, cercare di trattenermi dal cavargli gli occhi con il coltello del burro che era lì accanto, invitante, sul tavolinetto.

Invece dissi: “Ecco, quando avremo finito ricorda che ti ho dato la possibilità di collaborare. Di lasciarci ogni divergenza alle spalle.”

“Finn!” Chiamai ad alta voce. La porta della stanza si aprì davanti a lui, impeccabile nel suo costume da valletto.

“Si, padron Hardy?”

“Vorresti essere così gentile da portarmi i cavi, i morsetti e il pedale?”

Annuì e si chiuse la porta alle spalle..

“Siamo sulla collina, come forse avrai capito. Questa casa ha una caldaia a vapore tutta sua che alimenta, tra l’altro, l’alternatore che da la forza elettrica a quel lampadario sopra di te” dissi avvicinando il viso a quello del mio prigioniero e cercando di sfoderare il mio sorriso più falso. Ero stato per così tanto tempo un pezzente che recitare la spocchia e le buone maniere era sempre più difficile “Sai che con la forza elettrica possiamo divertirci insieme? Attaccherò dei morsetti alla tua carne, dove ti ho colpito alla pensione… non la faccia, non ci sperare… con dei cavi di rame li unirò alla forza elettrica della casa. Il pedale servirà a modulare la cosa, a bruciarti un pezzo alla volta, ma basta ora: non voglio rovinarti la sorpresa”

In quel momento tornò Finn.

“Faccio io, signore?”

“Grazie Finn. Io farò colazione. Se griderà, per favore, rimetti lo straccio. Non vorrei mettesse in fuga il mio appetito” dissi accomodandomi al tavolinetto e infilandomi in bocca uno spicchio di cedro candito.

“La caldaia della vettura si sta avvicinando alla pressione necessaria? Födor mi aspetta” proseguii mentre masticavo, come colto da un ripensamento.

“Si, signore” rispose Finn. Con un sorriso gioioso sul viso, non falso come i miei, raccolse da terra una pinza fissata all’estremità di un grosso cavo inguainato. La fece scattare a vuoto verso l’ospite e chiese:

“Tu, dimmi! Dove si riuniscono ladri, tagliagole e il resto della feccia che anima le notti di questa bella città?” Ah, Finn! Si lamentava tanto, ma si stava divertendo un mondo.

 

 

.3.

Ricordo vagamente alcuni mesi trascorsi nella noia di farsi strada tra la bella gente della collina di Hatvan. Giornate divise tra corruzione, adulazione e lussi durante i quali incontrai pian piano tutte le persone che avevo conosciuto da bambino. Famiglia e amici che mi avevano voltato le spalle e che oggi non mi riconoscevano. Tenere a freno il panhuy, il topo e il cane che il demone aveva posto in me, era sempre più difficile.

Il giorno di quell’ultima convocazione, un viavai indaffarato di attendenti e segretari animava l’ufficio del sindaco Födor. Dei cinque anni del suo mandato rimanevano appena due mesi.

Ad ogni nostro incontro lo avevo allisciato, coccolato, foraggiato acquistando quote delle sue imprese commerciali e, un poco alla volta, lo avevo comprato. Stava nella mia tasca, e ci stava comodo.

“Quindi Istvàn hai deciso, lo annuncerai alla festa degli Harshow il prossimo fine settimana?” chiesi “Non credi sia prudente aspettare ancora?”

Il suo sguardo, dietro le ottiche tonde erano imperscrutabile. Aveva un naso rubizzo sopra una selva di menti grassi e sudaticci e pressati dai fazzoletti da collo e ci respirava a fatica, con quel naso, quasi fosse appena scampato all’agguato di una qualche bestiaccia.

“Si Stan. Ho deciso. I criminali che passano sempre più frequentemente il ponte, la gravità delle loro azioni... ci fanno gioco. Porteranno dalla nostra parte gli Harshow e i Prèyl, oltre naturalmente ai miei. Con le nostre tre famiglie a sostenerti, tu ed io potremo dare continuità a quest’ufficio. Sarai il Sindaco Stanislav Hardy, amico mio. Quando ne abbiamo parlato per la prima volta, non ti nascondo che mi era parsa una follia”

Sorrisi. Era stato un buono strumento in quei mesi. Uno scalpello affilato nelle mie mani. Mentre continuava a respirare a quella sua maniera rumorosa chiusi gli occhi e giungi le dita. Mi sembrava giusto fare un po’ di scena, in quel momento, in fondo mi stava lasciando il suo trono in cambio di pugno di mosche.

Jeb sta dritto in una pozza di sangue scuro, i capelli sciolti e il viso trasfigurato in una maschera di furore. Ai suoi piedi giace quel che resta di un uomo, col volto, le braccia ed il busto divorati. La luce delle torce danza sulla scena rendendola ancor più surreale agli occhi dei ladri e dei tagliagole radunati in quella sala sotterranea.

“Qualcun altro vuole reclamare questo posto? No? Bene! Dunque lo sapete tutti, d’ora in poi siete miei. Miei soldati. Le vostre vite mi appartengono e non vi opporrete ai miei comandi. Per il resto: siete liberi ed incoraggiati a saccheggiare l’altro lato di Hatvan come meglio credete. Rubate, danneggiate quel che non potrete rubare. Stuprate. Portate questo nostro mondo nelle ricche case sulla collina”

Un brusio di assenso strisca tra gli astanti, pietrificati dall’orrore impossibile di cui sono stati testimoni. Topi, dannati topi, a centinaia uscivano dai muri e dal pavimento, evocati da ogni anfratto e guidati dagli stridii e dai versi gutturali di un mostro imponente. Un ratto candido, così grande da poterlo sellare, che si voltò e parve guardarli negli occhi uno ad uno. Poi la bestia parlò. Una semplice, impossibile affermazione: “ora siete ai miei ordini”. Uno s’era opposto all’assurdità ed era stato sopraffatto da quell’onda di marea fatta di code e denti, pelliccia e unghie, divorato in un turbine di grida e convulsioni. Poi, con un ultimo suono secco si erano dileguati nell’oscurità mentre Il Topo abbandonava Jeb e lui tornava alla sua forma umana.

Dritto in una pozza di sangue scuro. “siete miei” ripete ancora.

Lasciai andare il fiato con un sospiro soddisfatto, tutto si muoveva nella direzione giusta, come gli ingranaggi ben oliati di una macchina perfettamente progettata. Ognuno nei suoi gradi di libertà, interagendo con i suoi vicini in un puntuale susseguirsi di eventi apparentemente slegati. Nessuno, tranne il progettista, comprendeva il disegno nella sua interezza, nessuno poteva opporsi al fine verso cui questa macchina inesorabilmente si muoveva.

“Arrivederci alla serata dagli Harshow, amico mio!” lo salutai alzandomi.

Uscendo, la mia borsa rimase lì. Mi chiedo se avrà avuto bisogno di aiuto per spostarla nella camera blindata, era molto più pesante delle altre volte.

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Mi piace il modo, il crossover mi commuove, e il "topo" è una figura, nel bene e nel male, che mi ha sempre afffascinato da un punto di vista narrativo. il soggetto monco lascia la curiosità sarebbe una storia che non abbandonerei per curiosità quindi la costruzione in "sospeso" funziona.

Non lo so se asciugherei di più lo stile, se è troppo ricco di parole o perfetto per mantenere la sospensione. Davvero sono combattuto. sono curioso di leggere gli altri commenti.

non mi è dispiaciuto, nono. :)

Ritratto di Bjorn

Il crossover me lo hai più o meno imposto anche se, forse, non con completa consapevolezza. Gettandomi nella confusione più nera durante la giocata con la storia del pahuy. Mi sono trovato ad aggrapparmi a tutto il poco che sapevo.

L'unica traccia oltre alle pochissimi righe che mi hai lanciato era ne La Foglia Nera e quindi ho accettato per postulato che l'ambientazione fosse quella.

Però mi sono divertito. Molto. Avere dei paletti è stimolante, anche se abbiamo forse giocato troppo con Jeremia e Jebediah e quindio la narrazione era troppo ricca. Avevo in mente troppe cose per un racconto breve. A un certo punto avevo 60.000 battute. Smozzicarlo, eliminare prologo e epilogo... è stato uno strazio.

Giuro che ho provato ad "asciugare", probabilmente con l'esperienza capirò cosa avrei potuto eliminare senza storpiare la cosa, però amo i suggerimenti, quindi dammene!

Il topo piace anche a me, anche se avrei preferito evitare il flashback e usare la soggettiva. Il brodo però si allungava troppo.

Dovresti vedere il cane, altro che il topo. E' la parte che mi ha più divertito scrivere. Peccato che fosse fuori con l'accuso per le battute.

 

Ritratto di masmas

Di certo è un'introduzione, un racconto fatto per far assaggiare, ma per me è un buon tecno-noir.

Ritratto di Bjorn

Sono lusingato.

In compenso l'intenzione di dare un assaggio non c'era. Non si tratta di un vistuosismo, ma dell'incapacità di comprimere la storia nei limiti prestabiliti

Ritratto di Kriash

Io, i nani, li ho sempre odiati.

Con questa frase sono morto :D
A parte questo tuffo nei ricordi, io ci ho visto un bel western, pensa un po'...
Belle le descrizioni, molto precise e dettagliate.
Avrei voluto più dialoghi per curiosità.

Stuar e Finn... ehi, dove li ho già sentiti?! :P
Ottima prova!

Ritratto di Bjorn

Amico mio, non sai quanto sia stato forte il desiderio di farlo pure vecchio e guercio, il nano.

Stuar vedi sopra, Finn lo ho proprio rubato dai tuoi testi. In fondo, poche cose sono più tipiche di un determinato dove e quando, che i nomi.

Ti avrei dato più dialogo, ma cerca di ricordare che sono una pippa al sugo. Faro meglio col ratto del cattivo, spero.

Ritratto di Borderline

L'incedere narrativo e l'ambientazione creata con i dialoghi mi piacciono molto. Forse si confondono un po' i personaggi, tutta colpa dell'introduzione in cui si dice che gli accadimenti sono narrati in prima persona da Jebediah Harshow e poi invece il lettore trova anche altri personaggi in prima, che forse sarebbero stati meglio traslati in terza e narrati da Jeb per mantenere la coerenza promessa (mai tradire il patto col lettore!). Nel complesso mi è piaciuto molto... Anche se i panhuy, beh, loro al potere non ci pensano mica, perché si sa: da grandi poteri derivano grandi responsabilità, e loro so' regazzini in fondo ;)

Ritratto di Bjorn

Lo ho riletto. Non vedo alcun altro narratore che Jebediah/Stan. Il sindaco, Finn, il nano, l'ostaggio... nessuno è in soggettiva.

O non capisco l'appunto o ho scritto in maniera talmente contorta da non rendere comprensibile quello che volevo dire.

Mi daresti qualche indicazione in più per addrizzare il tiro?

Il patto col lettore è una cosa che mi colpisce forte e chiaro. Ci proverò sicuro, a mantenere gli impegni della prima pagina sino all'ultima.

Grazie.

Ritratto di Borderline

Capitolo 2: "“bene” proseguii “iniziamo con le presentazioni. Il mio nome è Stanislav Hardy. Tu invece devi essere la schiuma della latrina di questa città.” A me sembrava una prima persona diversa, infatti nella stanza ci sono solo lui, Finn e il prigioniero, ma magari sono io che non ho capito una cippa. Forse è la stessa persona, ma allora perché il rapporto con Finn è tanto diverso da farlo apparire un maggiordomo?

Non so, c'è qualcosa nel meccanismo narrativo che confonde in lettura, anche se nella tua testa credo sia chiaro bisogna sempre tener presente il povero lettore :D

Ritratto di Bjorn

Nel primo cap. VI capoverso Jeb parla delle sue obbligazioni intestate a Stan Hardy... Da solo non chiarisce ma, alcuni capoversi più giù incontra Finn fuori città e questi lo chiama prima Jeb e poi Stan. Allude anche a una qualche trama complicata in cui si trova a recitare una parte. Questo nella mia testa poneva il seme del dubbio: Jebediah e Stanislav sono la stessa persona?

Più avanti Jeb rapisce quello che è l'interlocutore del cap. 2

4 capoversi oltre la citazione che hai riportato: il prigioniero gli sputa e lui lamenta la fatica a trattenere una reazione da "panhuy". Quand'anche sia stato troppo libero nel dare un significato a questa cosa: nel capitolo precedente Jeb parla di questo stato come di un suo problemino. Ho pensato che la statistica dell'improbabilità che essere un panhuy fosse la pandemia più un voga al momento conferisse maggiore comprensibilità alla cosa. In ultimo poche righe più avanti Stan/Jeb avvete il prigioniero che lo torturerà dandogli corrente ai genitali. Chiarisce che lo ha colpito lui, tanto al viso quanto altrove. Il prigioniero non lo sa, ma il lettore è consapevole che il rapimento è opera di Jeb.

Questo è il filo del ragionamento, a me risulta facile seguirlo, ma perché è stato partorito dalla mia mente malata.

La causa sta, invece, nel tentativo di svelare le cose col dialogo anziché dicendole chiare e tonde dall'esterno. Un espediente ce, sono certo, richiede maggiore perizia di quella che ho saputo impiegare.

finn sta semplicemente recitando la sua parte, quando appare come un valletto. E qui sì, dovevo spiegare meglio.

Ritratto di grilloz

Mi è piaciuto molto l'incipit, come ti tira subito dentro la narrazione, e anche il modo in cui dosi gli elementi facendoli apparire man mano per tenere costante l'attenzione del lettore.

Mi sono un po' perso nel finale, come se mancasse qualche passaggio tra una parte e l'altra da riempire, ma questo fa anche parte del gioco ;)

Ritratto di Bjorn

Proverò a dare maggior comprensibilità al prossimo scritto... dove, nella parte finale, trovi che ci sia maggiormente poca uniformità e "vuoto" narrativo?
 

Ritratto di grilloz

È un po' come se tra la seconda e la terza parte mancasse qualche evento, anche se la storia fila lo stesso, ma poi ho letto il tuo commento in risposta al capitano, e forse ho capito il perchè ;)

Però se davvero non scrivevi da tanto, complimenti, un'ottima prova.

Ritratto di Bjorn

Vi ringrazio tutti di cuore. Questo racconto è per me una prima esperienza al 100% non avendo mai messo su nulla su carta che non fosse scolastico o lavorativo. Dal primo genere è passato molto tempo ed il secondo... si tratta di roba parecchio arida.

Tutti i vostri complimenti mi emozionano e mi rendono felice.

Però non vi nascondo che le critiche mi interessano anche di più. "Quando vinci: non impari nulla." Sembra una cosa banale, ma la sento come una profonda verità e quindi vi prego di massacrare allegramente le cose che ho scritto qui e quelle che sicuramente seguiranno (anche perchè per liberarsi di me servono cloroformio, un barile di metallo ed una baia profonda, oltrechè un paio di energumeni molto motivati).

Rispondo singolarmente ai commenti per non impazzire e non fare confusione.

 

Ritratto di LaPiccolaVolante

Bjorn, lo sai che ora ci deludi se non continui il percorso?

:)

Ritratto di Bjorn

se, e quanno me scollate?!

ho rapito il mio cattivo, ma per il momento non se la cava molto bene. Ne riparliamo in serata :-)