L'ultima caccia (di Grilloz)

Braccato. Aveva percorso centinaia di miglia senza meta. Fuggendo da nemici di cui non conosceva il volto, ma ne conosceva l’odio. Di giorno avanzava senza sosta, di notte dormiva semi-vigile, attento ad ogni segnale. Era stanco. Non fisicamente, non avrebbe potuto, nel suo petto respiravano i polmoni di un dio, dono maledetto di quel mercante che l’aveva condannato all’esilio perpetuo. Era stanca la sua mente, concentrata sulla fuga, attenta ad ogni pericolo. Era stanco il suo cuore, oppresso dalle parole che non cessavano di rincorrersi nei suoi ricordi: Questa è la tua ultima caccia, e sarai tu la preda. Non ci sarà vittoria per te se non consumando il sacrificio supremo.

La fine della caccia era vicina. Se lo sentiva nelle ossa. Era giunto alla foresta fossile. Gli alti fusti di antiche conifere carbonizzate circondavano la piccola radura in cui si era fermato. Gli scarponi affondavano in uno strato di torba e catrame. Dall’alto cadevano vorticando come piume nere particelle di cenere. Dalle sue spalle una voce profonda lo richiamò:

«Ti ho raggiunto, finalmente».

Gathor si voltò. Il cacciatore era il doppio di lui, coperto di muscoli e cicatrici. Dagli occhi sottili fiottava odio. Al posto del braccio destro amputato portava una bipenne ancorata alla sua spalla da un omero artificiale e articolata da un gomito cardanico. Il braccio sinistro possente era il gemello del destro attaccato alla spalla di Gathor, il braccio che il mercante gli aveva venduto al prezzo di quella lotta. La fronte del cacciatore grondava sudore e testosterone. Gathor strinse e rilasciò il pugno possente.

«Lurido bastardo, ti sei lasciato alle spalle così tante tracce che sembra di seguire la scia bavosa di una lumaca».

«Cosa ti fa pensare che non le abbia lasciate di proposito?»

«Oltre che un bastardo sei pure un idiota!»

E iniziò ad avanzare un passo deciso e attento verso il pirata.

«Un idiota morto!»

Un altro passo e poi si avventò contro Gathor con la bipenne alzata sopra la testa. Era quasi sul punto di sferrare il suo fendente quando un boato squassò l'aria e alla sua spalla restò attaccato solo un moncherino di omero d'acciaio. Non ebbe neppure il tempo di voltarsi per vedere in faccia chi gli aveva sparato che un secondo boato gli divelse la gamba destra all'altezza del femore. Dalla ferita alla gamba lo arpionò l’intenso dolore che non aveva potuto sentire dal braccio artificiale.

Prima che cadesse a terra la mano destra di Gathor lo afferrò per il collo e con la forza delle sue gambe meccaniche lo trattenne in aria sbattendolo contro la nera superficie di un tronco.

«Che effetto fa essere uccisi dalla propria stessa mano?»

Il cacciatore con un urlo bestiale afferrò il polso del pirata tentando invano di liberarsi dalla presa. Due mani dotate della stessa forza si affrontarono in una lotta fratricida. Nello stallo Gathor aumentò la pressione sulla carotide. Bava calda colò dalle labbra cianotiche del cacciatore inzozzandogli le dita e dalla sua gola scaturì il fetore della morte. Attese che gli occhi sbarrati dell'uomo si spegnessero alla vita. Poi lasciò cadere il corpo al suolo e si voltò. Il braccio iniziò a formicolargli, come se morto il suo padrone stesse andando in cancrena.

Alle sue spalle si era avvicinata una donna minuta, vestita di stracci e col volto coperto da un cappuccio. Oscillava sulle gambe tremanti alla ricerca di un punto di equilibrio sotto il peso dell'enorme pistola a vapore che portava con entrambe le mani.

Le carezzò il volto coi polpastrelli, la sensazione di toccarla con un corpo estraneo lo pervase. Avrebbe voluto avere ancora la sua mano, donarle un ultimo tenero gesto.

Prese la pistola dalle mani della donna e aprì il tamburo. C'erano ancora tre colpi, l'ultimo portava il suo nome. Uno scatto secco lo richiuse.

«Andiamo», disse, «la caccia non è finita».

E presala per il polso si immerse nel profondo del bosco.

Gathor aveva visto nei suoi incubi notturni il luogo della profezia del mercante. Era vicino, ne sentiva l’odore con tutti i sensi. Si infilò in quella caverna artificiale, percorsa da due file di rotaie arrugginite. Dalle profondità della roccia gli giungeva il clangore dei pistoni, lo sferragliare delle bielle, il ruggire delle caldaie, la voce delle macchine che davano vita a quel luogo. Guidato dall’istinto percorse cunicoli e gallerie, alla fine giunse come veleno nel cuore della montagna dove era stato scavato il tempio del dio delle valvole.

La sala del tempio era circolare. Quattro portali rivolti in direzione dei punti cardinali. Ognuno aveva nel timpano il simbolo di un elemento alchemico: acqua, aria, terra e fuoco. Le pareti coperte di muschi e muffe trasudavano un’umidità oleosa. Gathor, tenendo per mano la donna che amava, entrò dal portale sud, quello dell'aria. Sul pavimento di pietra erano incisi i dodici simboli dello zodiaco. Al centro della sala un altare di pietra divelto. I passi metallici di Gathor rimbombarono nella sala in un eco che pareva non spegnersi mai.

Nella penombra l'uomo e la donna si guardarono attorno circospetti. Attesero. Lì avrebbe avuto termine la caccia.

Il dio entrò dal portale nord. Nudo dalla cintola in su, il corpo tatuato con simboli arcani luccicava di un sottile strato di sudore. Il volto perfetto, impassibile. Lunghi capelli neri a coprirgli le spalle.

«Finalmente!»

Spalancò le ali nere. Un nugolo di piume corvine volò per la sala in una macabra danza. Gathor non attese e sparò. La sfera d'acciaio percorse tre quarti della distanza tra lui e il dio, accompagnata da un boato e da uno sbuffo violento di vapore, e lì si arrestò, a mezz’aria.

Il dio esplose in una fragorosa risata mentre il proiettile cadeva e rotolava tintinnando fin sotto il suo piede.

«Ti facevo più sveglio pirata».

Gathor sentì la pistola viva contorcersi nella sua mano; strinse la presa fin quando non poté più trattenerla. L'arma volò attraverso la stanza fino a raggiungere il dio che l'afferrò con la destra.

«Davvero pensavi che fosse così semplice uccidere un dio?»

No, volevo solo che prendessi la pistola. Ma Gathor non disse nulla, si limitò a fissare con odio la canna puntata contro la sua testa.

Mentre i loro sguardi si fronteggiavano nel silenzio mistico della sala dal portale est entrò l'assassino. Mantello nero, testa coperta da un cappuccio e il volto nascosto da una bruna maschera ghignante.

Fissò Gathor, poi il dio, poi ancora Gathor. La maschera copriva la sua espressione di odio e trionfo. La sua arma era nelle mani del dio, la pistola vivente con la quale era in simbiosi. Avrebbe trattato, trovato un compromesso, ma prima ci sarebbe stato tempo per la vendetta.

Con un ampio svolazzo il mantello si aprì mostrando una grossa spingarda, il cane già armato, il tubo del vapore fremente come una serpe pronta ad addentare la preda.

«Maledetto pirata, ho attraversato tutto il mondo conosciuto per assaporare questo momento».

Lo scoppio della polvere e il getto del vapore saturarono l'aria, ma in quell'istante il dio alzo la sinistra aprendo il palmo e il proiettile cadde tintinnando a terra prima di raggiungere la sua vittima.

Gathor inizio a ridere, una risata folle e nervosa.

«Bello essere protetti dallo stesso dio che brama la tua morte».

Senza smettere di ridere fissò il dio che digrignava i denti, poi tornò a guardare l'assassino.

«Porto nel petto i polmoni di questo dio. Se tu mi uccidessi diverrebbero necrotici. No, non può permettere che tu mi uccida, deve estirparmeli finché sono in vita».

L'assassino in un brivido di terrore si voltò verso il dio alzando la spingarda per un secondo disperato colpo, ma non fece in tempo neanche ad alzare il cane. La sua testa esplose sporcando di sangue e cervello le pareti alle sue spalle. Il corpo inerme cadde al suolo, ucciso dalla sua stessa pistola.

Il dio abbassò l'arma dalla cui canna usciva ancora un sottile filo di vapore, poi la puntò su Gathor.

«Lega la donna all'altare».

«No, non lo farò. Sei qui per me, non per lei».

«Era da tempo, pirata, che non mi divertivo in una caccia così avvincente. Sei stato un’abile avversario, voglio darti una seconda possibilità. Io posso ancora respirare attraverso i polmoni che porti nel tuo petto, ma non sarebbe lo stesso per te, tu moriresti»

Sorrise sardonico.

« Ma questa donna ha degli ottimi polmoni freschi, sacrifica lei, tu avrai i suoi polmoni e io riavrò i miei».

Gathor si affacciò sul terrore negli occhi della donna, le teneva stretto il polso mentre lei paralizzata tendeva i muscoli della schiena e del collo.

«Lo so pirata che sei più legato alla tua vita che a questa donna, non ti sei mai illuso che l’amore potesse salvare qualcuno».

Fissò il dio, in faccia, e per una frazione di secondo il tempo divenne cristallo, limpido e fragile, e s'infranse in una miriade di schegge.

«Pare che tu mi conosca meglio di quanto mi conosca io stesso. E sia!», ghignò, «prendi lei».

E la trascino a forza verso l'altare sotto lo sguardo compiaciuto del dio.

«No! Ti prego! Ti scongiuro! Noooooo!»

Ma il pirata non si voltò, fissando gli arcani incisi nella pietra avanzò ignorando gli strepiti disperati della ragazza.

«Non ti fidare di lui, ti prego! Ti prego! Ti sta ingannando! Ci ucciderà entrambi».

Con tutta la forza del possente braccio del cacciatore trattenne la donna contro la pietra, mentre il braccio destro meccanico le legava i polsi con le stringhe di cuoio già pronte per il rituale, cinghie che avrebbero dovuto cingere i suoi polsi.

«Ora torna al tuo angolo, grigio!»

Seguì i passi di Gathor con lo sguardo e esplose in una fragorosa risata. Quando sì voltò Gathor vide che il dio puntava la pistola verso la donna legata.

«Aspetta! Non è così…»

«Sei sempre convinto di sacrificarla? Pensavo l’amassi. Ahahahaha».

«Mi hai ingannato!»

«Ingannato, no, non usare parole così vili. Sto solo accelerando un po’ i tempi, miseri esseri mortali».

Con un ghigno sardonico il dio prese la mira sulla testa della donna e sparò. Il proiettile attraversò parte della distanza verso il bersaglio, poi deviò, percorse un'ampia curva come seguendo la linea tracciata sul pavimento del tempio e raggiunse Gathor al petto, squassandolo.

Il dio si voltò con gli occhi sbarrati. In apnea, come se un cappio gli cingesse la trachea.

Gathor sputò sul pavimento un grumo di alveoli sanguinolenti e si mise a ridere.

«Non potevi sapere che su quel proiettile era inciso il mio nome», si pulì la bocca col dorso della mano, «e quella pistola è viva, per questo non sbaglia mai un colpo».

«Bastardo!», sputò tra i denti il dio.

«Non avevo altro modo di uccidere un dio se non facendo in modo che fosse lui stesso a darsi la morte».

Gathor cadde sulle ginocchia. Il sangue fiottava imbrattando il pavimento di pietra. Rivoli rossi scorrevano nelle scanalature incise sulla roccia tingendo di porpora gli arcani simboli. Per un lungo ultimo attimo il suo sguardo si intrecciò a quello della ragazza irrorato di lacrime.

Il dio tentò di fare un passo verso di lui, ma le gambe cedettero e cadde in ginocchio. I suoi polmoni stavano collassando nel corpo del pirata, riempendosi di sangue. Con tutta la sua forza cercò di ispirare. Invano. Un rivolo di sangue gli uscì dalle labbra e dal naso. Sputò rosso.

«Grigio... Grigio… Lo sai di chi sei figlio tu?»

Poggiò entrambe le mani sulla roccia guardando il suo nemico per l'ultima volta.

«Sei il figlio di una grandissima puttaaaahhh...»

 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Un esercizio per Gathor, che, siori e siore, non svanirà in questo episodio. ehehe
Questo era un modo. Questo modo non poteva che annodare di fretta le vicende rincorso dagli spazi limitati dal gioco.

E c'era un altro modo: concentrarsi sulla intricata relazione tra i quattro contendenti senza portarli a un incontro. Avrebbe preteso un vuoto, nella conclusione, ma saresti stato costretto a aprire una porta nuova, quella della caccia. Quella dei gesti, della descrizione di intelligenze differenti. L'intuito, il calcolo, l'impeto, la lucidità...

Un teatro molto più impegnativo, lo so, ma va bene anche così. perché l'esercizio è anche questo, utile anche solo a aprire nuove porte. Mi piace molto l'uso crescente di utilizzare i giochi per lo studio dei personaggi confermati.

Grazie Grilloz.

 

Ritratto di grilloz

Avrei potuto, lo so, solo che appena Jeremia mi ha rifilato quei polmoni mi è venuto in mente il finale, quindi lì l'ho portato :P E mi sono divertito un casino a portarcelo :D

P.S. si vede che sono cresciuto a pane e western? ;)

Ritratto di masmas

Veloce, magari un pelo troppo, ma una bella trama concentrata in tanta azione, una bella cavalcata fino al finale.

Ritratto di grilloz

Grazie Mas, figurati che in rilettura ho anche provato a rallentarlo un po' allungando le descrizioni, immagina cosa era all'inizio :D

Ritratto di Kriash

Un bel racconto dinamico e azzeccato. Non è facile descrivere azioni del genere senza perdersi.
Questa era molto cinematografica, molto reale.
Attendo di rileggere di questo Gathor, allora :)

Ritratto di grilloz

Grazie Kriash, devo darmi da fare ;)

Ritratto di Borderline

Confesso che non mi aspettavo affatto che il dio finale fosse Sergio Leone :°D. La storia regge e rende anche l'inganno, come dice il capitano Jeremia voleva godersi la caccia e invece s'è beccato l'azione, ma sì sa, i pirati fanno quello che vogliono, in barba anche a Jeremia. Una panoramica ulteriore sull'atmosfera, sui colori e sugli odori presenti in sala avrebbe giovato, forse, ma le battute son quelle che sono ;). Buona prova!

Ritratto di grilloz

Ahahaha ma Sergio Leone è un dio, no? ;) Mi stavo domandando se qualcuno avesse notato la citazione nel finale ;)

In realtà di battute ne avanzavano ancora un po', mi è mancato un po' il tempo e la fantasia anche se sapevo che quella parte avrebbe meritato di essere curata un po' di più e magari anche l'inizio, per creare un po' di tensione da "caccia"

Ritratto di masmas

Ecco perché quelle ultime frasi mi dicevano qualcosa! :) 

Ritratto di grilloz

:D

Ritratto di Bjorn

Io lo ho apprezzato molto.

La velocità non è necessariamente un difetto, anche se avrei voluto un po' più assassino e un po' più donzella. Lei è proprio un elemento d'arredo frignante.

Però è una questione di gusto personale e non di qualità dello scritto, che ripeto: ho molto apprezzato proprio per la dinamicità quasi "video".

 

Ritratto di grilloz

Sì, hai ragione, la donzella è solo un elemento d'arredo, andrebbe valorizzata, visto che in fondo tutto avviene per lei ;)

Un po' più di assasinio? Ho ammazzato tutti, chi altro avrei potuto assassinare? :P