11 - La terra sotto i piedi (di Schiumanera)

“Niente”, dice Ernest, aggrappandosi alla chiglia. Un rametto di salicornia gli pende desolato da una spalla. Celine è la prima a notarlo. Lo afferra e lo divora lanciando occhiate minacciose al resto del gruppo. Belizabeth si stringe nelle spalle. “Tanto”, soffia, “non sono le alghe che ci mancano”. Scruta la superficie immobile dell'acqua, appena increspata dalla risalita di Ernest. “Vorrei poter dire la stessa cosa dell'acqua”, aggiunge.

L'esplosione li raggiunge attutita e lontana, come se un batuffolo di cotone avesse preso improvvisamente fuoco. Sul promontorio si solleva appena uno sbuffo di polvere rugginosa.

“Non possiamo...?”, chiede timido Tobia. Ernest scrolla la testa liberando un centinaio di minuscoli cristalli d'acqua.

“Pensavo...”

“È meglio di no”, taglia corto Ernest, accovacciandosi nell'angolino libero a prua. La pelle si tende, mentre piccole ferite si fanno largo tra le dita delle mani e dei piedi a mano a mano che l'acqua evapora.

Si volta alla ricerca dell'orizzonte. Una linea sottile, sfumata, così lontana e irraggiungibile. Il sole sta calando. Presto farà notte. Arriverà il freddo. E l'angoscia.

Non c'è soluzione, si dice Ernest.

Non è andato troppo lontano, non si è spinto fin sulla terraferma. Non aveva abbastanza forze né coraggio. Ma ha nuotato finché se l'è sentita, forzando un po' i muscoli delle gambe che l'inattività obbligata ha reso deboli.

Si gratta il dorso di una mano: piccole pustole sono comparse attorno a una ferita che gli si è aperta sulla pelle, mostrando all'interno una carne rossastra, anemica. Gli ricorda la carne della megattera, quel retaggio della sesta grande estinzione che si sono lasciati alle spalle chissà quanti giorni prima.

Avevano tentato, come ogni tanto accadeva, di manovrare la barca usando le mani come remi. E lo scafo li aveva trascinati all'imbocco di un'insenatura all'interno del mare piccolo, dove specie diverse di bestie marine, morendo e risalendo in superficie, si erano ammassate.

Sulla carogna grossi vermi bianchi si muovevano lenti, penetrando e riaffiorando nella carne purulenta e grigiastra. Carne che era meglio non mangiare, anche se la fame era feroce.

 

Raccoglie a coppa le mani attorno al pene e ingoia con rabbia l'urina ancora calda. Le scorte di acqua potabile, centellinate al millilitro, sono ormai alla fine e non piove da settimane. Solo Serena ne riceve un po' di più. Ma non durerà a lungo. Presto la tentazione di bere l'acqua di mare sarà troppo forte per resisterle.

 

Erano stati vicino a quel carnaio maleodorante per giorni. Ingoiando aria che sapeva di urina inacidita, di uova marce che ti si scioglievano sulla lingua. E quei vermi continuavano a divorare quello che loro fissavano con gli occhi sbarrati, trattenuti solo dall'ultimo briciolo di istinto di sopravvivenza. A turno si erano tuffati, stando attenti a restare in acqua pochi minuti, raccattando dal fondale rami spessi di salicornia.

Finché, un giorno, Celine era riemersa stringendo tra le mani una delle larve biancastre. L'aveva condivisa solo per timore che fosse tossica, Ernest lo sapeva, tuttavia l'avevano divorata, ciascuno un pezzettino. La carne del verme era pastosa, aveva il sapore del pesce putrefatto, gli aveva trafitto il palato dozzine di volte. Ma gli aveva riempito lo stomaco per un po'.

Al pensiero di quel pasto, sente le viscere contrarsi.

 

Piano piano, il sole annega.

Come ogni sera, Serena si porta le mani sul ventre e geme. Belizabeth le si avvicina, la stringe tra le braccia, le canta una canzone. Poco meno di un sussurro. Ernest chiude gli occhi e si lascia cullare da quella nenia mormorante.

 

Non sa quanto tempo sia passato, quando sente qualcuno frusciargli vicino. Centinaia di migliaia di piccole pietre luminose incastonate nella notte senza rumori gli riempiono la vista. La luna si riflette, giallognola e appassita, sull'acqua immobile e scura, torbida come petrolio.

“Serena ha bisogno di scendere da qui”, dice Belizabeth. Ernest non la guarda. Si limita a grattare le pustole sulla mano. Non avrei dovuto immergermi, pensa. L'infezione ha già mangiato la gamba di Rob. Prima o poi dovranno decidersi a buttarlo in acqua. Il pensiero lo fa rabbrividire. Il pensiero che lui potrebbe essere il prossimo. Certo, ancora nessuno ha proposto di ucciderlo, ma l'odore che emana, quel puzzo di morte che ogni giorno si fa più forte, li rende isterici, nevrotici, come cani di fronte alla carogna di un lupo. Prima o poi qualcuno getterà Rob a mare e tutti si tapperanno le orecchie, finché non sarà annegato. Dovremo impedirgli di urlare, si dice, o quelli lo sentiranno e allora...

“Ernest, Serena non può partorire qui sopra. Dobbiamo portarla...”

“Dove?” sibila. La mano sembra sul punto di cadere a brandelli. Dopo Rob toccherà a lui? “Dove vuoi portarla? Non possiamo attraccare. Sai cosa succede se...”

Lo splash lo sentono tutti. Anche chi dormiva davvero si sveglia, in allerta. Celine spalanca gli occhi e l'aria le svuota il torace. Belizabeth corre di nuovo ad abbracciare Serena. Tutti trattengono il fiato. Qualcosa sta nuotando verso di loro. Qualcosa sta spingendo le zampe lunghe e flessuose in acqua, muovendo piano la barca che oscilla pigramente. La chiglia cigola. Ernest non ha bisogno di vederli per sapere che gli occhi di tutti sono puntati contro di lui, contro quello che li ha traditi, quello troppo curioso per starsene buono sulla barca, ad aspettare.

Ma davvero pensate, vorrebbe chiedere a tutti quegli occhi, a quei cervellini vibranti disappunto, davvero pensate che resisteremo a lungo qui sopra? Senza cibo, senz'acqua. Davvero credete che sopravvivere, se riusciremo in qualche modo a fare scorta d'acqua, vi basterà per il resto dei vostri giorni?

Ma non parla, trattiene il respiro, cerca di farsi silenzio, come tutti.

Non si è spinto fino alla riva, questo dovrà pur dirglielo. È rimasto in acqua, con la pelle che bruciava. È rimasto in acqua anche se la riva era così invitante, con la sabbia, i cespugli bassi e la terra, soprattutto la terra, solida, a poche bracciate di distanza. Aveva osservato da lontano tutto quello che gli era stato strappato di mano in pochissimo tempo, e aveva pianto, quasi senza accorgersene, disperato e impotente.

L'idea di raggiungere la riva e stendersi, almeno un poco, giusto qualche minuto, lo aveva ossessionato finché, da una duna, non erano comparse le sentinelle. Le aveva viste muoversi pigre e indolenti tra le macerie delle case distrutte, sollevare e scuotere pezzi di costruzioni, alla ricerca di superstiti, passare oltre. A quel punto aveva notato come la sabbia coprisse tutto, oltre la riva. Fin dove riusciva a far arrivare lo sguardo, una sabbia sottile e più grigia che gialla si adagiava su quel che rimaneva della città, la cui sagoma si intravvedeva in lontananza. E allora aveva capito che era meglio tornare sulla barca. Che, per tutto il tempo in cui era stato in acqua, non aveva fatto altro che desiderare di distendersi sui corpi di centinaia di esseri umani ridotti in cenere.

Avverte i cigolii delle giunture metalliche, le sottili e letali zampe di ragno che tastano il guscio di legno sul quale quei cinque superstiti si trovano.

Le sentinelle avrebbero pattugliato il mare piccolo, soccorso i naufraghi, custodito le coste. “Pace sociale”, così era stato soprannominato il progetto. Era stato l'unico a sollevare dei dubbi. Obiezioni. Interrogativi. Era davvero quella la soluzione? E dozzine di teste si erano alzate, avevano annuito nell'emiciclo del Consiglio di Governo. Sì. Era la migliore delle soluzioni possibili. L'alternativa sarebbe stata la guerra, la povertà, il disordine. E loro volevano solo la pace, l'ordine, la prosperità. Le sentinelle avrebbero agito senza pregiudizi, senza velleità ideologiche. Fredde e neutrali, some solo le macchine sanno essere. E così era stato. Avevano mantenuto la loro neutralità anche quando erano impazzite. Imprigionate sulla linea di confine, non erano più state in grado di riconoscere chi fosse l'intruso e da che parte venisse, cosa proteggere e da chi. Alla fine avevano deciso da sole, ed era iniziata la loro opera di pulizia. Efficienti, sì. Questo glielo riconosceva.

La cosa pungola lo scafo, emette piccoli vocalizzi. L'acqua si increspa un po' di più, ed è da così tanto tempo che il vento ha smesso di esistere che quando l'acqua si agita non sono preparati al rollio che muove lo scafo. Serena soffoca un grido, si stringe ancora di più addosso a Belizabeth, quasi volesse entrarle dentro, rifugiarsi nella sua carne come suo figlio è rifugiato in lei. Protetto e, allo stesso tempo, indifeso.

Rivede Elisa e Melissa, schiacciate contro la parete del capannone. Lui che le aspetta sul molo, mentre gli altri lo minacciano di andarsene se non si decide a salire. Il pianto strozzato, animalesco di Melissa. Le grida di Elisa. E il ronzio della sentinella che gira loro attorno.

“Devo fare pipì”, aveva detto sua figlia. E né lui né Elisa avevano avuto il coraggio di negarle quell'ultima richiesta di bambina di tre anni sballottata da settimane, nascosta, affamata, smarrita, che solo la vicinanza con i genitori rendeva meno spaventata. “Devo fare pipì, non mi piace che quelli mi guardano”, aveva pestato i piedi, decisa. Era stato lui, allora, a dire a Elisa: “Portala dietro quel capanno. Se sale sulla barca è capace di trattenerla per dispetto”. Le rivede, adesso, urlanti. Elisa che schiaccia la testa contro quella di Melissa. E la cosa che, sibilando, si avvicina a sua figlia, solleva la punta acuminata della zampa efficiente, la poggia sulla piccola tempia e trapassa il cranio di entrambe, con un unica stilettata.

Il dolore rinnovato dalla memoria lo piega a metà. Mugola strozzando i singhiozzi ma Celine gli sferra una gomitata, all'altezza delle costole. Un dito sudicio e screpolato si solleva a metà del viso. Neanche piangere gli è concesso.

La sentinella si è aggrappata allo scafo. La barca oscilla ancora più forte, come se la macchina avesse intuito l'inganno. Ernest incrocia gli occhi di Rob e intercetta uno sguardo che non gli piace affatto. Le labbra di Rob sono tese, biancastre.

Ernest si muove, ma non abbastanza veloce. Mai la barca gli è sembrata così lunga. Neanche Tobia fa in tempo ad accorgersi di quello che sta per accadere. Un secondo, forse due e Rob l'abbraccia, si sporge dal parapetto ed entrambi finiscono in acqua.

Tobia grida. Un grido acuto, l'unico suono che viola il silenzio del mare piccolo. Rob fa ancora più baccano, si agita, chiama la cosa. Belizabeth si sporge ma Serena la trattiene. Celine è troppo spaventata per se stessa per tentare anche solo di fingere un intervento. Ernest è ancora in piedi, si guarda intorno. Sotto il pelo dell'acqua la sentinella borbotta. Sentono la barca farsi più leggera, come un turacciolo che viene sospinto verso la superficie di un bicchiere d'acqua, quando la cosa si sgancia. Un fascio di luce rossiccio si fa largo dall'abisso, poi una zampa scintillante sotto il lucore della luna, fora la superficie densa del mare e trapassa Tobia. Resta appeso a mezz'aria, le gambe e le braccia che penzolano inerti, scosse solo da pochi scoordinati sussulti, come un manichino a cui abbiano tagliato da poco i fili prima di venire trascinato sott'acqua. Rob continua a chiamare la sentinella. Ernest lo sente urlarle: “La barca! La barca!”, ma quella sembra non capirlo. Lo vedono agitarsi ancora un poco, mentre le onde provocate dai movimenti della cosa li spingono sempre più lontano. Poi scompare, risucchiato anche lui. La sentinella rimane sommersa. Non hanno modo di sapere se li sta inseguendo, se si è accorta di loro. Possono solo aspettare.

Ernest torna a sedersi. Stringe le braccia attorno alle ginocchia. Rivolge le spalle alle tre donne che sono rimaste. Ultimo residuo di una specie alla deriva, osserva l'orizzonte venirgli incontro, mentre l'alba sporca di sangue la punta estrema del mare.

 

 
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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Muoiono tutti. Io lo so. Muoiono tutti!
Non sapevo neanche io cosa mettere dall'altra parte della bonaccia. Mi piace la scelta di non far accadere quasi nulla. Giusta. Un tentativo me lo aspettavo, in verità, invece c'è solo l'esigenza di resistere un'ora in più. Immobile. Bonaccia.
 

Ritratto di Schiumanera

Sono aperte le scommesse Capitano, io non lo mollo questo gruppo di residui di umanità. :P

Ritratto di masmas

Bello questo racconto. Pennella tutta la drammaticità, la disperazione della situazione. Lo stile è incisivo, adeguato. Proprio piaciuto.

Ritratto di Kriash

Mi è sembrato di vivere un racconto alternativo estrapolato dalla Guerra dei Mondi. Drammatico, teso e crudele. Dove sai che comunque vada non ci sarà un buona fine per i protagonisti. Molto bello!

Ritratto di piccola mela

Anch'io ero curiosa di leggere la tua interpretazione della bonaccia e devo dire che tu hai avuto il coraggio di tuffartici dentro e rimanere lì, godendoti l'angoscia e facendola assaporare a chi legge. Hai espresso benissimo lo scenario apocalittico e gli "sguardi" dei personaggi. Mi è piaciuto molto.

Ritratto di Zarina K.

L'attesa non-attesa che domins tutto il racconto è estremamente coinvolgente.
Ci si aspetta che cambi qualcosa, che la barca approdi da qualche parte e invece non succede nulla e il protagonista, solo con i suoi pensieri e la sua tristezza immensa, aiuta a rassegnarsi di fronte alla conclusione suggerita: moriranno tutti, ma lentamente e orribilmente.
Mi è piaciuto moltissimo.

Ritratto di Creattività

Si, bello e tosto. Voglio dire che ho iniziato ad apprezzarlo dalla metà in poi, all'inizio pensavo ad un racconto di pirati di altri tempi, poi pian piano che si è allontanato dalle nefandezze degli obblighi fisiologici e si è avvicinato a sensazioni di altri tipi, la storia e la visione della storia si è aperta e mi è piaciuto di più. Bello anche il fatto di lasciarlo così sospeso.

Elvira

 

 

 

Ritratto di samy.

molto bel riuscita l'attesa.Mi aspettavo il colpo di scena, quello che avrebbe stravolto tutto, il colpo di genio, ma è un buon racconto lo stesso. 

Samy

Ritratto di Schiumanera

Grazie Sam, è stata una scelta, tenere i piedi in barca :) Diciamo che l'idea ha preso forma proprio dal desiderio di bloccare i personaggi, costringerli a restare sulla barca, a confrontarsi con l'immobilità forzata e l'assenza di vie di fuga. Fermi. Su una barca alla deriva. Non succede niente e continuerà a non succedere niente per ore. Per giorni. Sono in trappola, eppure la costa è così vicina...

Ritratto di grilloz

Un bel racconto postapocalittico il cui quadro si dipinge man mano, nell'attesa. Forse introduci troppi elementi, ad esempio la strana malattia che li coglie alla quale non ho trovato un nesso coi robot assassini.

Ritratto di Schiumanera

Ottima osservazione. Provo a chiarire il punto: partiamo dal presupposto che racconto è un riassunto di un evento che si è svolto nel lungo periodo. Prima, qualcosa ha provocato la morte delle creature marine, trasformando il mare piccolo in un luogo contamonato. Questo stesso agente agisce sull'uomo, ma in misura diversa. Ecco qui la "malattia". I robot vengono poco dopo la sesta estinzione, sviluppati per contenere l'esodo massiccio provocato dal collasso dell'economia, dalla relativa crisi alimentare e dalle conseguenti guerre - non citate, ma ci sono - (e ancora, tutto si collega alla sesta estinzione). È una storia più lunga, condensata per necessità di gioco :)

Ritratto di grilloz

Bello :) e la storia più lunga dove si può leggere? ;)

Ritratto di Schiumanera

Quando sarà pronta te lo farò sapere ;)

Ritratto di Biola71

i finali che piacciono a me: nessuna speranza, nessuna pietà.

Bello, davvero.

* Un asterisco!

Ritratto di Borderline

L'immobilità è data anche dai periodi concisi e taglienti che hai usato, e questo rende perfettamente la situazione di bonaccia, lo stallo e la "rivoluzione" da cui sembra esser nato tutto. Un mondo senza spazi, in cui il mare è una culla tutt'altro che salvifica. Mi è piaciuto ma forse è troppo pieno di elementi e in questo modo un po' si perde la parte fantascientifica, che viene fuori come un qualcosa di onirico e non emerge abbastanza nell'intreccio.