10 - La bambina delle lucciole (di Viking)

"Ehi!", gridò il vecchio.

Mi voltai senza fermarmi e quello era ancora seduto al suo posto, con l’unghia del mignolo infilata tra i gialli incisivi rimasti.

"Te ne vai così? Non hai niente da dire?"

Finì di arrotolare il tabacco nella cartina e se la mise in bocca. Quella bocca mezza sdentata. Quella camicia, troppo larga, con le maniche rimboccate. Il gilet sgualcito. Il cappello da contadino portato all’indietro, sulla testa pelata.

"Non c’é proprio niente che vuoi domandarmi?", gracchiò, con un colpo di tosse violenta.

Mi fermai, mi guardai le scarpe e feci spallucce.

"Mica ho bisogno di consigli per sbagliare. Sono già bravo da me", risposi.

Quello si mise a fumare, cantando alla luna. Infilai le mani in tasca e continuai a camminare. Una nera, morente foresta iniziava poco più avanti. Non è che non avessi paura. Mi cagavo letteralmente sotto. Ma mettersi a frignare quando le cose vanno in merda serve solo a peggiorare le cose. Avevo già i miei problemi. Non potevo star lì, perdere tempo asciugandomi il moccolo.

“Devo essermi scolato un bicchiere di troppo”, pensai, “mi sono addormentato sulla macchina da scrivere e questo è il solito incubo dove mi perdo, mi ritrovo in un posto che non conosco e devo tornare a casa. Non ci riesco mai e alla fine mi sveglio. Poi comincia l’incubo peggiore, quello da cui nessuna sveglia può salvarmi. Niente di nuovo ”.

Però era stano. Mi ricordavo di una donna che batteva i tasti al posto mio. Io non riuscivo a scrivere e lei lo faceva per me. Un sogno nel sogno, forse. Roba da far venire il mal di testa.

Lei voleva qualcosa in cambio. Non riuscivo a ricordarmi la sua faccia. Solo il vestito giallo e i sandali rossi. Mi resi conto di non ricordare nemmeno l’aspetto del vecchio. Mi voltai, ma lui non c’era più. Per un momento mi sembrò di conoscerlo.

Seguii il sentiero ed entrai nel bosco. Era buio pesto lì dentro, avevo freddo e non riuscivo a vedere un accidenti. Guardai il cielo ma non lo vidi. Solo rami neri, intrecciati come dita avvizzite. Per poco non mi slogai una caviglia, dentro una buca. Ci volle un bel po’ prima che gli occhi si abituassero al buio. Allora cominciai a vedere almeno dove mettevo i piedi. Poi una sagoma sbucò da un cespuglio, attraversò il sentiero e si nascose dietro un tronco. Rimasi pietrificato.

“Non temere”, mi ripetevo, “fallirai comunque. A che serve preoccuparsi del come?”.

Non mi fu d’aiuto. Le gambe non vollero muoversi, ero paralizzato dalla paura. Decisi di aspettare fermo dov’ero, senza fiatare. Qualcosa si affacciò da dietro l’albero. Rimase lì un istante, poi si mise a correre. Un moccioso. Era solo un fottutissimo moccioso.

“Aspetta!”, gridai. Cercai di tenergli dietro. Ma zoppicavo, avevo il fiatone e quello era sparito chissà dove. Avevo bisogno di una Winston. Frugai nelle tasche ma il pacchetto non c’era.

“Cristo, é un incubo fin troppo realistico”, conclusi tra me, “devo trovare al più presto un tabacchino”.

Una civetta strillò, da qualche parte. Per poco non mi venne un infarto. Invece mi venne da ridere. Risi. Già immaginavo il titolo sul giornale:

“Rinvenuto cadavere del presunto scrittore, L.V. , certamente alcolizzato e altrettanto fallito , stroncato da un attacco cardiaco. Uscito a comprare le sigarette, si perde nottetempo nella macchia”. E poi, tra gli annunci mortuari, in ultima pagina: “Tutti i suoi creditori lo piangono”.

Ripresi a camminare, fischiettando per farmi coraggio, ma quello si teneva alla larga da me.

Avanzai sulla terra battuta, sobbalzando per ogni grillo canterino, per ogni insetto ronzante, per ogni fruscio nei cespugli. Continuai così, finché davanti a me si aprì una radura. All’orizzonte le luci della città. Piccoli puntini tremolanti, lontani. Inutili, prevedibili, familiari. Da qualche parte, laggiù, stava la mansarda dove vivevo, in nero, con Ellen. Forse lei mi stava aspettando, seduta al tavolo della cucina. Io sarei entrato e lei mi avrebbe sorriso. Mi sentii un poco stupido.

Il sentiero proseguiva in mezzo all’erba. C’era un salice in mezzo alla via. In quel punto la strada formava un incrocio. Appoggiato al tronco stava seduto il bambino di prima. Mi avvicinai. Era una bambina. Sembrava triste e si guardava le scarpe.

“Ciao”, disse quando l’ebbi raggiunta, “sei venuto per riportarmi a casa?”.

“Credo di essermi perso”, sospirai, “Sono io che avrei bisogno di una mano per tornare a casa. Sai dove siamo?”

Lei scosse la testa e mi guardò fisso. Mi sentii un po’ a disagio. Non seppi che dire.

“E tu cosa ci fai qui?”, chiesi, ma senza convinzione.

Abbassò lo sguardo e cominciò a strappare piccoli ciuffi dal prato.

“I miei genitori non mi vogliono”, sussurrò.

Alzai gli occhi al cielo, sbuffando. Non sono bravo coi mocciosi. Forse ho paura che si accorgano di quanto gli somiglio.

“Sei scappata di casa?”

Lei scosse la testolina più forte.

“Diavolo”, pensai, “non posso mica lasciarla qui da sola”.

“Ti andrebbe di accompagnarmi? Non sono bravo a ritrovare la strada, quando mi perdo”.

Sembrava non aspettasse altro. Mi sorrise, scattò in piedi e mi strinse forte la mano.

“Andiamo!”, esclamò.

“Ok…ma dove?”

Lei guardò in tutte le direzioni. Poi puntò il dito davanti a noi, verso il sentiero che costeggiava il bosco.

“Di qua!”.

C’avviammo. Io zoppicavo. Lei saltellava. Sembrava felice.

“Come ti chiami?”, fece a un certo punto.

“Lucius”

“Piacere! Io sono Giulia. Quanti anni hai?”

“Tanti. Diciamo che potrei essere tuo padre. E tu?”

“Io ne ho otto”

“Davvero? Sembri più grande”

“E tu non sei troppo vecchio per perderti nel bosco di notte?”.

Bambini. Dicono sempre l’amara verità.

“Già, hai ragione. Ma sai…sono una frana completa. Non mi ricordo neppure perché sono qui”

“Sei simpatico”

“Grazie”

“Sei sposato?”

“No, non sono sposato. Ma sto con una ragazza”

“Le vuoi bene?”

“Si”

“E dei bambini? Ce li avete dei bambini?”

“No. Niente bambini”

“Perché?”

“E’ una lunga storia”

Mi sentii ancora un po’ più stupido. Interpretavo la parte dell’adulto e già parlavo come uno di loro.

“Anche i miei genitori si vogliono bene. Ma non ne vogliono a me”, sussurrò.

“Perché dici così?”

“Loro mi odiano”

“Non ti odiano. Ma i grandi sono bravi a complicarsi la vita”

“Anche tu te la complichi?”

“Provo a non farlo. Ma alla fine peggioro le cose”

“Perché?”

“Credo non si possa sfuggire alle regole del gioco”

“Se non puoi fuggire, resta”

“Tu la sai più lunga di me”

“E’ perché sono piccola. Ma un giorno diventerò grande,sai? Un giorno avrò dei bambini e gli vorrò bene”

“Non avere fretta”.

Lei si sporse in avanti, fissandomi.

“Sembri…triste”

“Un po’, forse”

“Perché?”

“Ho fatto un mucchio di cose di cui non vado fiero. Troppi compromessi…”

“Non devi essere triste. Tutto si aggiusta, vedrai. Ce li hai dei genitori?”

“Si”

“E gli vuoi bene?”

“Non quanto meriterebbero”

“Io, ai miei, voglio bene. Vorrei che anche loro…”

“Adesso andiamo a trovarli. Vedrai che saranno preoccupati per te”

“Dici?”

“Ne sono sicuro”

“A volte li spio di nascosto…fanno cose brutte”

“Oddio”, pensai, “speriamo non sia quello che credo…”

“Cosa…fanno?”, domandai.

“Mio papà beve e fuma tutto il giorno. Spesso si chiude in camera da solo e piange. Una volta l’ho sentito dire alla mamma che avrebbe preferito se io non fossi mai nata”

“Non ce l’ha un lavoro tuo papà?”

“No. Dice che quello che sa fare non interessa più a nessuno”

“Lui ti vuole bene. E’ solo preoccupato”

“Di cosa?”

“Ha paura di deluderti, di non riuscire a proteggerti. Ha paura di non poterti dare quello che meriti”

“Io vorrei soltanto che mi dicesse che mi vuole bene”

“Già”

“La mamma è buona con me. Però, alla fine, anche lei diventa triste e sta con lui. Io non voglio più essere sola”

“Non hai degli amici?”

La sua testolina bionda dondolò un’altra volta.

“Beh, adesso ne hai uno, se vuoi”

Sorrise con cinquantaquattro denti e io mi sentii uno stupido completo.

“Verrai a trovarmi qualche volta?”

“Certo”, mentii.

“E ci perderemo ancora nel bosco insieme?”

“Beh, magari di giorno, la prossima volta”

“Siiiii!”

“Allora è deciso”, dissi, mentre pensavo: “Idiota. Ci manca soltanto che ti accusino di pedofilia e sei apposto”.

“Guarda!”, saltò su la bambina. Mi lasciò la mano e si mise a correre. Più avanti uno stormo di lucciole lampeggiava, vorticando sul sentiero. Giulia saltellava tra loro, girando su se stessa.

“Oooooh! Mi gira la testa”, rise.

Rimasi a guardarla finché un rumore di rami spezzati fu portato dal vento. Veniva dal bosco. Accadde in fretta. Due sagome uscirono dai cespugli, correndo nell’erba, verso di lei.

“Torna qui”, gridai. Ma lei giocava e non mi sentiva. Avanzai più velocemente che potevo ma la caviglia faceva un male del diavolo. Fitte tremende. Strinsi i denti, ma le ombre erano più svelte di me. La presero. L’avvolsero nei loro mantelli, la risucchiarono.

“Fermi!”, urlai.

Prima di tornare da dov’erano venuti, uno di loro si voltò sussurrando:

“Che vuoi, adesso? Sei tu che ci hai chiamati”.

E io non la vidi mai più.

 

Il ventilatore ronzava. Voci. La tv era accesa. Aprii gli occhi. Come immaginavo: ero crollato con la testa sul tavolo della cucina. Mi tirai su e guardai l’orologio appeso sopra la macchina del caffè. Le cinque del mattino.

Il bicchiere di whisky stava lì, quasi vuoto. La macchina da scrivere mi guardava silenziosa. Al suo fianco, un plico di fogli, perfettamente impilati. Li presi e li feci scorrere tra le mani, fino all’ultima pagina, fino alla parola “fine”. Ce l’avevo fatta. Appoggiai quel malloppo e guardai la foto di mio nonno, appesa alla parete, col nastro adesivo.

Seduto sul sofà, arrotolava il tabacco nella cartina. Quella bocca mezza sdentata. Quella camicia, troppo larga, con le maniche rimboccate. Il gilet sgualcito. Il cappello da contadino portato all’indietro, sulla testa pelata. Mi alzai, attraversai la stanza ed entrai in camera. La luce della luna entrava dalla finestra senza che nessuno l’avesse invitata. Ellen dormiva. Il suo vestito giallo era piegato sullo sgabello. I sandali rossi spuntavano da sotto il letto. Tornai in cucina e presi un foglio bianco. Lo infilai nella macchina e cominciai a battere i tasti. Mancava solo un titolo. Lo scrissi:

“Il figlio rinnegato”.

Poi, a capo:

“storia di un aborto volontario”.

Sfilai il foglio e ne presi un altro. Ancora il ticchettio dei tasti.

“a mia figlia. Giulia”.

Una goccia cadde sulle ultime lettere, allargandone i bordi in una macchia d’inchiostro violaceo. Misi i due fogli sopra gli altri, allineandoli perfettamente, svuotai il bicchiere nel lavandino e tornai a sedermi, ripensando al mio sogno, alla bambina delle lucciole, mentre le lacrime mi scendevano lungo il collo, mentre speravo di sognarla ancora.

 

Tags: 

Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

A me piace come racconti.
Sai, stavolta era facile prevedere la chiusura, devo ammetterlo, ma quello che non fa il colpo di scena lo affidi alla cura dei personaggi e del loro rapporto. L'ho letto con piacere, il personaggio devastato e consapevole è proprio il tuo! C'hai un cuore punk! hihih

Non scendere dalla nave, sono curioso di rileggerti! :)
 

Ritratto di Schiumanera

Quando non sai come iniziare un commento, scrivi solo che ti è piaciuto. Che bello l'incanto onirico che hai creato, e mi piace l'intrusione dell'ironia che amplifica l'empatia con il personaggio. Mi piace il gioco sul cliché dello scrittore squattrinato e alcolista, perché non calchi la mano su quel punto e lo usi a vantaggio della tua storia. Avevo intuito il finale, e questo forse fa perdere qualcosa, ma anche privandolo del colpo di scena, è un racconto che il cuore lo conquista.

Ritratto di Tosher

Io ti leggo per la prima volta e non conosco il tuo stile, posso solo dire che ho trovato il racconto bellissimo. Mi piacciono i simboli che hai usato e ho trovato la storia commovente. Un bel lavoro! 

Ritratto di Kriash

Una storia toccante e ben scritta. Io, a differenza di altri, non avevo intuito il finale e me lo sono goduto così, con un po' di tristezza. Bello :)

Ritratto di masmas

Malinconico, ben scritto, crea empatia. Io non mi aspettavo alcun finale a sorpresa, tanto per dire la mia.

Ritratto di piccola mela

Scrivi molto bene, non c'è che dire. Mi è piaciuta l'atmosfera che hai creato nel sogno, proprio come quando si sogna, con l'idea che sia tutto vero e logico per giunta. Hai saputo gestire bene i dialoghi e a renderli credibili.

Anche secondo me il finale non era così scontato e ci si arriva emotivamente già pronti a commuoversi. Molto molto bello.

Ritratto di Zarina K.

Mi piace molto come scrivi perché nonostante ci senta qualcosa di noto riesci ugualmente a non essere banale ed a interessare sempre più chi legge.

Non avevo previsto la conclusione del racconto sino quasi alla fine, ma ammetto che ci si poteva arrivare prima e, come ti hanno già detto, è la caratterizzazione dei personaggi che rende accattivante il tuo scritto.

 

Ritratto di samy.

narrazione onirica che scivola verso il finale. Bello.

Ritratto di Creattività

un sogno, solo così poteva giocarsi ed è stato bello. 

Ritratto di grilloz

Bel racconto, molto onirico,ben scritto, forse qualche limatura potrebbe renderlo ancora migliore, magari nei dialoghi.

Ritratto di Borderline

Non so se sia lo stesso Lucius del racconto dei Freak, sicuramente gli somiglia molto e questo mi piace molto. Mi piace la tua capacità di creare atmosfere nostalgiche in cui l'ironia è sempre amara e il fondo del bicchiere sempre vuoto. A rileggerti! ps: io non avevo capito il finale, anche se avevo intuito che il sogno fosse qualcosa di più reale, e mi è piaciuta molto la chiusura.