7 - Nei miei ricordi (di PolverediGhiaccio) - FC

“Stringi la mia mano, non lasciarla. Non lasciarla! Ti tengo io, non temere, ce la faremo! Resisti! Guardami. Mi senti? Non chiudere gli occhi! Non farlo, resta sveglia con me. Non ti lascio andare! Non ti lascio...”

Seconda Terra, anno 122 dalla fondazione. Terza stagione.

Il tavolo metallico scintillava sotto la luce del faro. Era notte, si gelava e i bisbigli si diffondevano in tutta l’area. Alitavo sulle mani e battevo i piedi mentre la fila cominciava a muoversi e i primi oggetti andavano a occupare il loro posto.
“Che roba è?”
Papà aveva la voce severa, non era soddisfatto e non posò accanto agli altri l’oggetto che aveva in mano. Respirò a fondo, l’aria entrò nella gola e gli allargò il petto.
“È una ruota termica.”
La voce di Irina era tremula.
“E cosa me ne faccio, cosa ce ne facciamo tutti noi di una ruota termica dato che è rotta? Sei così miope, piccolo ratto pallido, da non notarlo?”
Le lacrime riempivano gli occhi di Irina ma il suono dei singhiozzi venne coperto dalle risate degli altri ragazzi.
La fila avanzava, il rumore metallico si ripeteva. Sentivo la voce di papà sempre più vicina, ero arrivata tardi e mi trovavo nel secondo gruppo. I primi cento avevano consegnato la merce e stavano mangiando la loro razione di cibo. Dovevo farcela.
Sulla mia testa era buio, oltre la luce del faro qualcosa di nero e malato ci opprimeva, anche se non potevo vederlo.
Papà finalmente posò i suoi occhi su di me.
Allungai le braccia e appoggiai la testa sul tavolo.
“Trovi i pezzi migliori. Brava.”
Arrossii. Sapevo che gli altri mi fissavano.
“Guardate che bella testa di cane, pensate possa servire a qualcosa?”
Il mio cuore si fermò di colpo. Il silenzio mi riempì le orecchie.
“È in buone condizioni papà, guarda com’è lucida.”
“La sola cosa buona di questa testa è che non va portata a spasso per pisciare!”
Deglutivo in cerca di parole.
“L’ho trovata alla discarica, forse funziona ancora.”
“Al massimo questo rottame può abbaiare il suo nome!”
Papà prese la testa, tirò alcuni cavi che spuntavano dal collo e li osservò con attenzione. Dalla cintura degli attrezzi legata alla vita prese i suoi strumenti e tagliò le guaine dei cavi. Armeggiò fino a collegare gli spezzoni con una batteria.
I globi oculari dell’animale si illuminarono.
“Ecco il tuo utilissimo tesoro.”
Il cane aprì le fauci, dai microfoni laterali emerse un brusio e poi una voce:
“Dov’è mia figlia? Ginevra, dove sei? Ridatemi la mia bambina! Ginevra!”
Mormorii e sussulti si convertirono all’improvviso in risate e ululati che coprirono le parole del cane. Papà era nervoso, afferrò la testa e me la buttò tra le braccia.
“Fila, prima che mi arrabbi sul serio!”
Non avevo scelta. Ingoiai le scuse che affioravano nei miei pensieri e mi allontanai. Non avevo diritto a partecipare alla mensa. Era la seconda volta quella settimana.
Camminai nella direzione opposta alla luce del faro. Alle mie spalle lasciai la piattaforma con i tavoli e le due torri da cui si accedeva ai dormitori sotterranei. Davanti a me l’oscurità senza astri, la strada che conduceva alla discarica e nulla più. Guardai indietro. Nessuno mi seguiva.
Accelerai il passo finché non mi sentii pronta a correre, sfilai dalla tasca della tuta una torcia e la tenni puntata a terra. Stringevo la testa canina col braccio sinistro.
Virai a destra, dietro la collina, verso le rovine della base. Mi fermai.
I miei occhi fissavano il nero appena schiarito dalla luce artificiale dei fari e le mie orecchie si sforzavano di captare qualunque rumore. Poggiai la testa a terra. Mi inginocchiai accanto a una catasta di lamine metalliche e le sollevai, sotto spostai una rete piena di cavi bruciati che non cessavano mai di rilasciare il loro odore acre. Smossi la terra, la accumulai da parte mentre scavavo fino a toccare la superficie liscia della scatola.
“Così poco.” Guardai i tre biscotti che custodiva e mi sfuggì un sospiro.
Sedetti e mangiai quello che restava delle mie scorte.
Avevo i brividi, faceva freddo, ma non era solo quello. Mi formicolavano i peli sulla nuca, mi girai verso la discarica. Avevo i muscoli rigidi, lo stomaco contratto.
La luce era comparsa all’improvviso, un alone rosso che vibrò alcune volte vicino al vecchio hangar militare prima di attenuarsi fino a svanire.
“Ma cos’è?”
Mi alzai e presi la testa. Puntando la torcia verso la discarica mi avvicinai al punto in cui avevo notato il bagliore.
Vidi la figura muoversi un istante prima che si buttasse su di me. Caddi all’indietro, strillai. Il corpo premeva sul mio schiacciando la testa di cane tra di noi.
“Dov’è mia sorella? Dove sono? Tu lo sai dove sono? Dov’è Julka?”
Non respiravo, il cuore batteva forte e mi ronzavano le orecchie.
“Lasciami stare!”
Tirai un pugno alla cieca e fui libera. Sentivo dei singhiozzi che divennero un pianto.
“Ti prego non farmi prendere!”
“Io non lo so di cosa parli. Non ti conosco!”
La illuminavo con la torcia, indossava dei calzoncini e un reggiseno giallo. Era sporca, aveva graffi sul corpo e i capelli le coprivano la faccia.
“Mi sono allontanata dai binari, ho fatto una pazzia.”
Piangeva forte, tremava.
“Qui fa freddo, non puoi stare così.”
Sollevò la testa e buttò i capelli all’indietro.
“Dove sono?”
“Alla discarica.”
“Quale discarica?” Si raddrizzò.
Scrollai le spalle e illuminai velocemente i dintorni.
“La discarica. C’è solo questa, è grande quanto una città. Anzi, era una città, così dicono, ma non lo so se è vero.”
“Ma tu chi sei?”
“Mi chiamo Calista.”
“Quali binari controlli?”
“Non ci sono binari. Io non so di che parli.”
Mi fissava. Si sfregò la faccia con le mani e rabbrividì.
“Mi state osservando? Volete che vi porti ai villaggi e alle scorte. Non lo farò mai!”
“Sei pazza? Non so chi sei e non so a cosa ti riferisci. Qui vicino c’è solo l’Avamposto 3 e i villaggi non esistono più da un pezzo!”
I suoi occhi mi studiavano.
“Mi chiamo Malo, allora mi sono persa? Non credevo di essermi allontanata tanto.”
“Da dove ti sei allontanata? Le distanze tra gli Avamposti non sono percorribili a piedi, non con l’escursione termica di questa stagione e comunque senza permesso non si possono usare le capsule.”
“Siamo in estate? Perché fa così freddo?”
“Siamo nella terza stagione. Che cos’è l’estate?”
Mi guardò e si gettò di nuovo contro di me.
“Dimmi la verità, maledetta bugiarda!”
Mi graffiava la faccia e tenevo gli occhi chiusi per paura me li cavasse.
“Smettila, mi fai male!”
“Dimmi da che parte si trova il mio villaggio! Dov’è mia sorella?”
Piangevamo entrambe. Io di dolore e lei di disperazione.
All’improvviso smise di picchiarmi, eravamo esauste. La testa di cane vibrava e il ronzio che avevo sentito quando papà l’aveva accesa era ricominciato.
“Quest’affare scotta!” Strillai.
“Dove l’hai presa? Ne ho vista una...”
La vibrazione cresceva d’intensità e avvertivo fitte alla testa. Anche Malo sentiva dolore, aveva portato le mani alle tempie e urlava. Si accasciò al mio fianco. Ero stordita, volevo alzarmi ma non avevo il controllo sul mio corpo. Le ombre attorno a noi si muovevano, avevo perso la torcia e la luce diventava più chiara. Vedevo contorni nuovi, forme diverse da quelle che conoscevo, cambiava anche la temperatura.
Mi lacrimavano gli occhi e li chiusi. La nausea mi rivoltò lo stomaco.
Vomitai e svenni.
* * *

“Sono a casa!”
Le urla di Malo mi riportarono alla realtà.
“Che posto è questo?”
“Sei stata tu? Mi hai accompagnata?”
“Ero svenuta come te! Come potevo portarti in giro? E poi mi hai guardata bene?”
Malo mi fissava coi suoi occhi magnetici. Sorrise.
“Non so come ma ora è tutto apposto.”
Mi alzai in piedi.
“Che dici? Ma non hai capito che io non c’entro con le tue stranezze? Mi hai trascinata con te e ora sono io a non sapere dove mi trovo!”
“Magari abbiamo camminato nel sonno. Alcuni possono farlo.”
“Idiota!”
“Non parlarmi così! Non sei mia sorella!”
“Dov’è il cane?”
“Lì per terra, dietro di te.”
Presi la testa. I miei occhi stanchi fissavano i globi spenti.
“Sono nei guai, papà si infurierà.”
“Digli che ti sei persa. Inventa una scusa, io lo faccio sempre e funziona.”
“Non gli importa se mi perdo, gli importa se mancando all’appello dovrà sborsare una penale per la mia assenza! Sono stata affidata a lui dall’amministrazione!”
“Nemmeno io ti seguo tanto, sai?”
Presi la testa. Il brusio non era cessato ma aveva ridotto l’intensità.
Malo si avvicinò.
“Ne avevo trovata una simile. O forse è la stessa, non so.”
“In questo posto? E l’hai presa?”
“Non me lo ricordo, forse l’ho toccata. Mi pare di avere preso la scossa. Non abbiamo aggeggi meccanici così strani qui.”
“Nel posto in cui abito è un rottame obsoleto. Roba vecchia e superata. Quando l’abbiamo accesa si è messa a parlare di una bambina, Ginevra.”
“Con me non ha parlato. O sarei morta di paura.”
Scossi la testa, battevo con le nocche sui microfoni. I globi si illuminarono un poco. Il brusio era leggero, si spalancarono le fauci.
Malo si allontanò di alcuni passi.
“Dov’è mia sorella? Dove sono? Tu lo sai dove sono? Dov’è Julka?”
“Ha ripetuto le tue parole, quando mi hai aggredita.”
“Allora è un registratore?”
“Non lo so.” Sbuffai. “Papà stavolta si è sbagliato, doveva controllare meglio! Ora non sarei qui! Dannazione!”
“Non preoccuparti. Se troviamo i binari e raggiungiamo uno dei villaggi lungo le rotaie ti aiuteranno a capire cosa fare.”
“Io voglio tornare indietro, non posso vagare in questo deserto! Inoltre ho fame.”
Malo scavò il terreno intorno a una pianta e tirò le radici.
“Crude non sono buone, vuoi provare lo stesso’”
“Che roba è? Non possiamo mangiare una pianta, è pericoloso!”
“Non è velenosa.”
“Le piante sono tossiche, hanno assorbito le sostanze rilasciate dall’inquinamento tecnologico. Moriremo se le mangiamo!”
Malo diede un morso alla radice davanti a me.
“No, non sono avvelenate. Forse dove abiti, ma qui si mangia tutto, o si fa la fame.”
“Noi mangiamo solo le razioni controllate dai sensori d’inquinamento.”
“Non li abbiamo.”
Masticava e ingoiava i bocconi. Il mio stomaco brontolava. Allungai la mano.
“E va bene. Dammela.”
Esitava, i suoi occhi si erano allontanati da me per fissare un punto alle mie spalle. Abbassai il braccio e mi voltai.
“Che succede? Altre stranezze?”
“Lucertole.”
La testa vibrava, aveva ricominciato più forte.
“Spegnila, mi fa male!”
“Non dipende da me. E poi l’hai trovata tu, falla smettere no?”
Il colore del metallo era scurito, emanava calore e il fumo usciva dai meccanismi.
“Esploderà! Buttala via!”
“Non posso, se mi servisse per tornare a casa? Non capisci come funziona? Devo tornare da mio padre! Non posso seguirti, voglio andarmene da qui!”
Malo le diede un calcio. La scintilla illuminò la suola della sua scarpa e riempì i nostri occhi. Crebbe fino ad abbagliarci.
“Non vedo! Calista aiutami!”
Tesi la mano. Buio.
La strada che portava alla discarica era davanti a me. La testa del cane era tra le mie mani, tiepida e ronzante. Gli occhi aperti e spenti mi fissavano.
“Malo?”
Mi guardai attorno. Nessuno.
Non vedevo con chiarezza e cercai di tornare alla piattaforma senza perdermi.
La luce del faro finalmente era davanti a me. Accelerai i passi.
“Papà!”
C’erano pochissimi ragazzi attorno ai tavoli. Raggiunsi il gruppo, avevo corso tanto che mi mancava il fiato e non riuscivo a parlare.
“Papà!” Ansimai.
Lui si voltò a fissarmi.
Smisi di respirare.
“Papà?”
“Calista?”
I suoi occhi spalancati erano cerchiati dalle rughe, la testa calva era coperta di macchie e tutto il suo corpo, che ricordavo imponente, si era ridotto, consumato, quasi non mangiasse abbastanza.
“Che hai fatto papà?”
“Calista?”
“Sono io papà. Che cosa ti è successo?”
I ragazzi li attorno ci fissavano. Non ne riconobbi nessuno.
“Non sei cresciuta.” Bisbigliò allungando la mano verso di me.
“Che dici? Sembri vecchio e consumato.”
“Dove sei stata in questi anni? Dove ti hanno portata?”
Mi si chiuse la gola, le lacrime mi bruciavano gli occhi.
“Che ho fatto papà? È colpa mia, non dovevo prenderla!”
Singhiozzavo guardando la testa di cane che riprendeva calore e vibrava forte tra le mie mani. Spalancò le fauci, i globi oculari pieni di luce.
“Devo tornare da mio padre! Non posso seguirti, voglio andarmene da qui!”
Chiusi gli occhi. E urlai.

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Commenti

Ritratto di Schiumanera

Non avrei mai pensato a fare di una testa di cane una macchina dimensionale, per questo, forse, non mi convince molto. Il resto della storia, invece, mi è piaciuto. Sarà che ultimamente sto riscoprendo l'interesse per la fantascienza e poi i rapporti tra personaggi ti riescono sempre molto bene. Bello bello.

Ritratto di Kriash

I dialoghi sono molto belli, non banali e forzati. Ottima la storia e l'ambientazione. Un futuro abbastanza decadente e sporco... qualcosa che mi ha ricordato il fumetto Alita nella sua prima parte.

Brava come sempre :)

Ritratto di masmas

Sì l'idea della testa macchina del tempo è strana, ma non mi ha dato fastidio. Diciamo che ho assunto che nel continuo del libro ci sarà una spiegazione. Che poi dopo che hanno fatto Lost non è più necessario, spiegare...

Io ho però trovato un po' di difficoltà a capire chi stava parlando, in alcuni punti. Magari dalla seconda battuta si capisce, ma questo mi ha costretto a tornare indietro, mentalmente, e riconsiderare la situazione; spezzando un po' la lettura.

Del resto evviva Malo, il racconto scorre bene, le situazioni si susseguono con ritmo, trascina. Ben scritto, piacevole.

 

Ritratto di Borderline

Non mi sarei aspettata di trovare Malo e le rotaie del gioco degli incipit. Molto figo. Anche perché finalmente ci hai dato modo di capire più o meno dove fosse finita Malo. Più che un fantascientifico prende i contorni di un urban fantasy e c'è ancora tanto da scoprire sulle proprietà della strana testa di cane che connette pianeti e piani temporali!

Ritratto di grilloz

Ben scritto ma mi sono un po' perso, forse perchè seguivo la testa di cane invece che le due ragazze.

Ritratto di samy.

ben scritto, narrazione fluida. I dialoghi non sono forzati, ma a volte ci si perde chi parla, ma io dico sempre è questione di allenamento perchè anche io a volte ho tutto in testa e dmentico di inserire chi parla.

Samy