5 - The final cut (di Creattiva)

Gli risero in faccia. Non avrebbe corso più veloce del tempo, dicevano. E ridevano. Lui, che nella sua vita aveva imparato solo a correre, non lo sopportò. cominciò a correre e la gente rideva dell'uomo che correva dietro al tempo. E più ridevano e più piangeva, più piangeva più andava veloce e quando il tempo lo vide superarlo si arrabbiò come non mai. Questa è la storia del tempo che prendeva forme orrende per dar la caccia all'uomo che lo umiliò.

Ed ora sono nascosto qui, dove so che non potrà più prendermi. La sua sconfitta era diventata la mia maledizione infinita, finchè non giunsi qui. Nelle mie gambe ci sarebbe l’energia per attraversare le terre e sorvolare i mari, ma mi riparo qui, dove Crono non penserebbe mai di trovarmi. Oramai si è persa l’origine di questa gara che sembrava impari, anche se sembra iniziata con il mio concepimento, mio padre, infatti, raccontava che iniziai a correre da quando ero nella pancia di mia mamma, lei morì alla mia nascita, per una banale infezione, questa la spiegazione del medico alle lacrime di papà. Il primo ricordo di me piccolo piccolo, un corridoio immensamente lungo attraversato di corsa, ma soprattutto una immagine stampata nella testa, avrò avuto tre o quattro anni, siamo in un posto all’aperto, verde ed alberi, spazi grandi, corro guardando dietro, papà che mi insegue, sta giocando con me, all’improvviso lo scontro con un grosso tronco. L’immagine tattile è la gran botta in faccia e lo stordimento successivo, l’immagine sonora il mio urlo e il mio pianto e le rassicurazioni di mio padre. La botta e il dolore mi fermarono solo un attimo, poi ripresi a correre, capendo che dovevo guardare sempre avanti, sia nella corsa che nella vita.

 

Il rude amore di mio padre crebbe un ragazzino timido e solitario che preferiva che gli altri si accorgessero poco o niente della sua presenza. Iniziai a frequentare la scuola occupando sempre gli angoli più nascosti e lontani dalla cattedra, mai banchi da due. Alle medie c’era un professore di ginnastica che teneva ai ragazzi e organizzava gare di corsa per farci socializzare. All’inizio dovette obbligarmi a scendere in palestra, correvamo uno alla volta e lui prendeva i tempi. Ero veloce, mi piaceva e mi dava soddisfazione battere gli altri, così ci presi gusto. Li fregavo tutti quegli stronzetti figli di papà, io che ero un mezzo poveraccio, solitario e sfigato. Dalla palestra uscimmo sul campo sportivo della città e cominciammo a fare le prove anche nel pomeriggio. Io non studiavo quasi mai e arrivavo al campo prima degli altri, cominciai a volere di più dal mio fisico e il professore contento mi assecondava.

Al termine delle scuole medie passai con un vero allenatore, era la squadra blasonata della città che partecipava alle gare di zona e a qualche regionale, anche lì ero più bravo di tutti i miei compagni, ma i risultati scarseggiavano. Il mio primo allenatore ci sapeva fare di più ed io soffrivo la sua mancanza, così lo ricontattai, il padrone del supermercato si offrì come sponsor e con la maglietta della Supercarni ricominciammo. Vincevo sempre, vincevo tutto. Mettevo l’amore nelle gambe perché mi riscattavano dal mondo in cui vivevo, il mio quartiere di falliti e spacciatori dove la sera tornavo a casa di mio padre, che nel frattempo si era messo insieme ad un’altra fallita che mi odiava perché io ero di un’altra pasta, lavoravo e ottenevo ciò in cui credevo. Solo la pista mi era compagna e amica, gli altri erano spariti, semmai ci fossero mai stati.

Gli anni, correndo anche loro, mi cambiarono il fisico, lasciandomi solo lo sguardo torvo sotto il ciuffo lungo dei capelli, a nascondere occhi e pensieri. Un giorno l’allenatore mi parlò più seriamente del solito.

 

- Hai troppo vantaggio su tutti i ragazzi della tua fascia di età ed anche su tutti quelli poco più grandi, devi cominciare a gareggiare con gli adulti, te la senti?

 

Risposi che si, era ciò che volevo, e che mi avrebbe divertito di più, confrontarmi con tempi diversi, più brevi, più competitivi. Ero felice. L’allenatore mi stava di nuovo assecondando, avendo capito la mia natura riusciva addirittura ad anticiparmi. Avevo solo lui. Mio padre, preso dalla sua nuova famiglia, non mi chiedeva neanche più i risultati delle gare, era oramai scontato che vincessi.

La mia gioia si spense la settimana successiva quando la giuria ci comunicò che quel passaggio di categoria non era ammissibile, perché ero ancora troppo giovane e potevo rischiare la vita. Bastardi invidiosi, volevano mettermi i bastoni tra le ruote.

Decisi allora di battermi col Tempo, solo superandolo avrei potuto gareggiare con gli adulti.

Raccontai subito il mio piano all’allenatore. Sorrise pensando che volessi prenderlo in giro, ma il mio sguardo serio e gli occhi vitrei che lo fissavano gli fecero capire che la mia intenzione era seria, scoprii allora che era troppo legato alla polvere del mondo per assecondarmi anche stavolta e dandomi dell’esaltato scoppiò in una fragorosa risata che mi umiliò profondamente. Lo mandai affanculo e non volli vederlo più.

Iniziai ad allenarmi da solo. Giri su giri di campo e raccoglievo i miei tempi. Ogni sera meglio. A scuola non andavo più, ero troppo preso dal mio obiettivo primario, in più presi a fare tanti piccoli lavoretti per pagarmi le scarpe e mangiare. Per questo cominciai a correre anche e soprattutto di notte, mi ero aperto un varco nella rete del campo, il mio passaggio segreto al buio. Passavo e correvo. Il buio inghiottiva le mie gambe finchè non cadevo stremato a terra e mi mettevo a dormire nella saletta del massaggiatore.

Secondi, minuti accumulati a mio vantaggio. Somme che arrivavano a ore, a giorni, a mesi. Finché una notte illuminata da una luna grande, enorme incredibile, feci un balzo, durante quello che, avevo deciso sarebbe stato l’ultimo giro, e superai la mia ombra. All’improvviso un soffio forte, come un respiro di animale inseguito, mi trapassò le orecchie e me lo lasciai dietro, non decelerai, come pensavo di fare, ma anzi, misi ancora più forza nelle gambe e via, via e via, finchè al successivo giro, capii che lo avevo superato. Caddi a terra felice.

 

Da allora per me non ci fu più tregua né nascondiglio. Crono furioso non poteva sottomettersi a questa sconfitta. Me lo sentivo addosso ogni minuto. Il mio sguardo e la pelle accusarono la rabbia del tempo. Iniziai a invecchiare, rapidamente. Capii che voleva ingoiarmi. La paura attraversava ogni singola viscera del mio corpo. Non ero mai tranquillo, da solo nello spogliatoio, o al centro di una piazza gremita di gente.

Una mattina gelida avvertii vicina la presenza del tempo a venire, ero risucchiato da una forza invincibile, come un pezzo di ferro in un campo magnetico.

 

C’era nella mia città una enorme stazione, bellissima, vi si accedeva con una maestosa scalinata di marmo bianco, l’intera struttura era di marmo. Imponente ed elegante, come una antica regina. Quella gelida mattina trovai ritrovo nell’atrio di quella grande stazione, volevo fuggire dal tempo, e ingenuo, pensavo che potessi sfuggire prendendo un treno, come se un mezzo di trasporto non fosse esso stesso figlio del tempo.

 

Sentii l’ombra sempre più sul mio collo. Mi guardavo intorno terrorizzato, senza vedere nulla di concreto, ma con la paura sotto pelle. La gente intorno me completamente ignara, si muoveva svelta persa nei propri impegni. Nessuno mi badava. Avevo lo stomaco stretto e volevo gridare. Mi avrebbero preso per pazzo. Nessuno vedeva nulla, nessuno sentiva nulla, provava nulla se non io. Nessuno poteva capire, perché ero io che avevo sfidato il Tempo vincendo la gara. Forse l’ultima.

Salii le scale e raggiunsi il piano superiore che si affacciava a quello sottostante con una balaustra, al centro del piano una finta colonna contenente una scala a chiocciola stretta, entrai e chiusi la porticina. Il freddo di quella giornata invernale era rimasto fuori, un tepore particolarmente accogliente mi avvolgeva, non era solo fisico, legato al luogo chiuso, era un tepore vivo. Sentivo finalmente di non essere più in pericolo, ma era come se non si fosse esaurito il pericolo, ma io mi sentissi protetto da una entità dentro cui ero finito per caso. Salii la scala a chiocciola. Arrivai ad un piano superiore. In lontananza, eppure vicino, attutito, potevo ascoltare un rumore ricorsivo a coppia. Una finestrella mi permise di capire. Ero dentro l’orologio della stazione. Le pareti di quel ripostiglio sembravano un tessuto umano, così spesso da poter proteggere l’uomo che si era nascosto lì. Come un feto in un utero. Quel ticchettio, era il rumore dell’orologio, ma poteva essere un cuore, il cuore del corpo che mi ospitava in quel momento. Decisi di rimanere lì, per quanto sarebbe stato non lo sapevo. Rimasi.

 

Dove finì quell'uomo nessuno lo seppe, perchè tutti rimasero a guardare dietro al culo del tempo.

 

 

 

 

 

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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

:)
Ok c'erano soggetti, stavolta, complicati da gestire. questo era uno di loro.
Avrei giocato molto di più sul "personaggio" Tempo, era un'occasione mica frequente di dar una voce, un tono, una faccia al tempo! Lo so che creare ciò che neanche la fisica sa spiegare perfettamente non è facile, ma chissà che mai sarebbe venuto fuori a dar corpo al tempo e a fargli dimenticare di scorrere per tutti uguale, accecato dal rancore!

Così come hai fatto, mi da l'impressione di assistere a un supereroe che non rivali sulla terra! hihihi

:)
 

Ritratto di Schiumanera

Ho trovato la lettura piacevole, ma la storia incompleta. Mi spiego: il ragazzo ha battuto il Tempo, tralasciando il pretesto che lo porta alla sfida (leggendo l'inizio si ha l'impressione che il protagonista sia di per sé un soggetto straordinario, quindi la "fuga dal tempo" sarebbe potuta accadere per caso, rendendo meno artificiosa la faccenda) quest'evento strano e fantastico viene quasi dato per scontato, come se fosse usuale per qualcuno correre più veloce del tempo. Così, come lettore, non riesco a sentire la tensione dell'inseguimento, di questo tempo che gli mangia minuti e secondi mentre corre dietro di lui, e le ore rimpiccioliscono, i giorni finiscono appena dopo l'alba e le lancette di un orologio smettono improvvisamente di scattare. Buono, ma manca la carica emotiva.

Ritratto di Kriash

Hai dato una svolta molto più umana a un incipit che poteva sfociare in qualcosa di fantascientifico. E probabilmente hai avuto ragione tu. Trasformarlo in qualcosa di surreale sarebbe stato fin troppo facile mentre qui leggo una storia molto più terra terra. Ok, l'idea è comunque "fantastica" ma l'hai gestita senza strafare. A me è piaciuto il ritmo e questo senso di mistero finale... non l'ho trovata una storia incompleta.

Ritratto di Creattività

Io al contrario del protagonista, non andavo correndo per il foglio, volevo che rimanesse sospeso, se non avessi capito che poteva sembrare incompleto, voleva dire che era meglio che mi mettessi a fare altro quel giorno. Può non piacere, ed infatti non è piaciuto, ma le situazioni fantastiche o anche "normali" non debbono necessariamente chiudere con un the end e secondo me questa era da fare così, o meglio la mia fantasia mi ha detto questo, altrimenti sarebbe stato un fantasy, una favola. Il tempo il personaggio principale? Lo è sempre! Nostro signore e padrone! Ho preferito soffermarmi sul ragazzetto che prova a fregarlo, ma che poi ne ha paura (i supereroi non hanno paura) e si rifugia in un posto buono, più buono di quello che simula la madre ? forse non c'è... Ogni volta che si scrive ci possono capire o no, ma anche gli incipit si possono leggere in ogni modo .... o no? 

sorrido ... grazie per le indicazioni....

Ritratto di LaPiccolaVolante

:) assolutamente si! Ma figuriamoci! Non è l'esecuzione degli sconfitti, questa!
Ognuno infila un proprio pensiero della cesta dell'altro, così da appesantirlo di munizioni alla prossima battaglia!
:)
 

Ritratto di masmas

Dico una cosa: per me questo soggetto era difficile da gestire. Mette al fuoco tanta carne che... non avrei saputo da che parte farmi. Per cui tanto più mertio per averci sapito tirre fuori una storia carina, con un bel finale, anche se l'eredità del soggetto complesso un po' si sente. La scrittura secondo me si potrebbe liberare di qualche locuzione di troppo, semplificare in alcuni punti, ma scorre bene.

Dai carino.

Ritratto di Creattività

grazie.

il tagliare e la semplificazioni sono i miei punti deboli, cose che a volte mi rimangono "complicate" da fare... ma con un po' di pazienza...

Elvira

Ritratto di grilloz

Dall'incipit mi sarei aspettato qualcosa di più filosofico o surreale, ma anche così la storia ci può stare. L'ho trovato un po' troppo raccontato e spiegato.

Ritratto di samy.

soggetto difficile da gestire e da rendere, quindi non facile. Si poteva rendere meglio, ma quale storia non si può rendere meglio? C'è da lavorare, tagliare, sforbiciare, ma chi non lo deve fare ? Quindi vento in poppa e pronti a partire.

Samy

Ritratto di Biola71

L'uomo che batte il tempo :-)

Ma lo svolgimento mi lascia perplesso e non ho capito il finale...
Purtroppo non amo le scritture che dicono e non mostrano, faccio fatica a entrare nella situazione e nel personaggio

Ritratto di Borderline

Non era facile creare un racconto di formazione da questo incipit ma ne sei uscita bene :). Ogni persona è chiaramente influenzata dalle letture che preferisce e quando scrivi si vede tanto che il lato intimo è sempre presente, come se l'azione fosse un'indicazione del pensiero, in questo modo la trama si inviluppa e spesso è difficile trovare spunti per andare avanti, come nella vita :). Brava Creat ma adesso aspettiamo ti cimenti in altri "generi" perché siamo un po' cattivelli :)!

Ritratto di Creattività

Si... ho anche incontrato persone a cui non piacciono le letture che mostrano e non dicono, perchè la fantasia viene troppo guidata... il mondo è pieno di differenze...di cose che piacciono e non piacciono...

 

Per la Capitana si... hai ragione... sarebbe da  provare... sarei contenta anche io... purchè possano anche essere un po' meno favolistici... sporcarmi con la realtà mi riesce meglio.. però... al buon cuore...a quando il prossimo gioco?

 

Ritratto di piccola mela

L'idea mi è piaciuta molto e credo che tu abbia saputo gestirla bene. Anch'io mi sarei aspettata una caratterizzazione di Crono, ma secondo me sei riuscita comunque a rendere l'affanno e l'ambizione del personaggio. Visto il soggetto piuttosto difficile, sei stata molto brava.
 

Ritratto di Creattività

piccola mela, il tuo commento nel finale ha portato un po' di leggerezza e sprone.

 

Elvira