Ora sei uno di noi (di SamanthaTerrasi)

Si era rintanato nell’unico posto che conosceva. Doveva sbrigarsi o sarebbe stato troppo tardi. La ferita bruciava come il tradimento e una mosca continuava a ronzargli intorno come fosse una danza. La luce artificiale che arrivava non era sufficiente a capire cosa stesse succedendo quando qualcosa rotolò verso di lui. Dal nulla. Dal buio del suo nascondiglio. L’aria uscì dalle narici in un solo getto, sollevando la polvere. Gli occhi si fecero stretti. Era pronto a farlo di nuovo. Non avrebbe aspettato questa volta, ma il sasso continuò a rotolare, fermandosi a un passo dal suo zoccolo.

Un foglio di lino pressato era legato con cura. Lo lasciò lì, fermo. In attesa che qualcuno comparisse dal buio, ma solo la mosca continuò a ronzare nel poco spazio disponibile. Gli girava intorno alla testa. Alle orecchie. Compariva alla luce per poi scomparire nel buio.

Qualcuno forse lo stava aiutando a ritrovarla? Non si fidava, ma non aveva altra scelta. Allungò la mano come se stesse per rubare qualcosa e la ritrasse veloce come un predatore verso la tana.

Il foglio era una mappa dettagliata della città. I cunicoli sotto le grotte, i palazzi dei freaks artigiani, la valle delle pazzie e quelle casupole basse che partorivano mostri. Orrori dati in pasto ad altri mostri. Non vinceva il più forte, no. Il gioco era spietato. Una volta usciti dalle Porte di Rame i freaks venivano lasciati liberi e non ricordavano nulla della loro vita precedente. Lui era l’unica eccezione.

 

Si toccò la ferita. Non si sarebbe rimarginata in fretta, ma non era così dolorosa come il ricordo dell’uscita da quella Porta. La piazza accoglieva dieci mostri alla volta. Lui era uscito per ultimo. Le cicatrici tiravano. Non riusciva a camminare. Era caduto e lunghe vibrisse con occhi famelici si erano gettate su di lui. Il collo si era gonfiato e le corna avevano sfidato quei lunghi artigli.

Ora doveva sbrigarsi e cercare una maniera per strisciare via senza essere visto. Il tendone del circo era stato già montato. Lei era stata catturata, qualcuno aveva forse tradito anche lei? Doveva assolutamente portarla via, ma trovarla era la parte più difficile. Sapevano nasconderla bene. La luce artificiale stava calando. Riusciva a malapena a fiutare il suo odore, ora che era ferito e debole. Ormai erano mesi che era sulle sue tracce. Si era solo avvicinato e ogni volta quando pensava di essere riuscito, aveva trovato solo una pozza di acqua putrida.

 

La mappa riportava un corridoio nuovo che girava intorno al circo. Magari avevano scavato una grotta solo per lei. Nella luce notò i lampi blu. Erano le ore di ronda. Aveva fame, una dannatissima fame, ma doveva resistere o l’avrebbero catturato e reso schiavo. Si toccò le gambe tozzi e deformi. Le mani erano un accavallarsi di pelle e nervi. La lingua rasposa e umida passò tra i denti scheggiati e la mosca danzò un ultimo giro di valzer intorno alle sue orecchie.

Rimase nella testa il ronzio, ma era solo la percezione distorta della sua rabbia. Il viso affusolato e teso percepì un cambiamento. La luce artificiale si stava smorzando ben presto sarebbe calata quella gialla e densa. I freaks si nascondevano in quel bagliore come fosse un abito. Era giunta l’ora.

Strofinò l’ultimo straccio imbevuto di benzina sulla ferita e si alzò. Le corna luccicavano anche al buio. Strinse la mappa e la ripose nella sacca di pelo e pelle dove teneva le carogne. Non c’era neanche un verme, ma non era il momento di pensare al cibo. Avrebbe mangiato. Dopo.

 

I palazzi erano come bambole decapitate. Scrostati e pericolanti. Il tendone del circo era al centro della città e il vento metallico ed elettrico faceva traballare la copertura a strisce rosse. Portava odori, messaggi, scie chimiche che il Tarros aveva imparato ad assaggiare. L’abilità di un mostro si costruiva con il tempo ed era diventata per lui l’unica strada per trovarla. Doveva agire in fretta. Il tempo era l’unica cosa che non aveva.

Barcollò tra un muro e l’altro, trovando riparo nella luce gialla. L’apertura del grande cunicolo era solo a pochi passi. Quando lo trovò non si guardò indietro. Cominciò a correre per le grotte sotto la città. Non c’era nessuno, ma avvertì chiaramente un refolo d’aria pura. Quella che passa attraverso i grandi alberi oltre la valle della pazzia. La cosa lo insospettì. In quel posto avrebbe dovuto esserci solo tanfo di fogna. Qualcuno aveva scavato di recente, collegando la superficie ai nascondigli dei freaks fuggitivi?

Solo un mostro poteva farlo, ma la ferita riprese a sanguinare e il dolore distolse i pensieri. Il respiro divenne come il ronzio della mosca. Non sapeva dove fosse quando ad un tratto sentì delle voci provenire da troppo vicino. Era sotto al Circo degli Orrori. Doveva nascondersi o l’avrebbero trovato. Tastò il muro, era bagnato di una sostanza gelatinosa.

Girò l’angolo, trovandosi di fronte una porta. L’aprì senza pensarci due volte mentre passi lenti e striscianti si stavano avvicinando. Rimase dietro la porta semichiusa. Non c’era luce, solo suoni di latta e odore di alghe. Lei era stata lì. Non avrebbe resistito lassù alle luci del circo.

Avrebbe voluto strapparsi la gamba a morsi, ma l’aria portò un odore nuovo e quell’immagine di lei dentro l’acqua, bianca, diafana. Sembrava senza vita. Quando l’aveva vista era inciampato. Ora era troppo tardi per ricordare. Quando si girò per scappare, la porta si chiuse e qualcosa gli si incollò al corpo.

– Chi sei? – urlò, sbuffando aria dalle narici.

– Finalmente ci incontriamo.

– Chi sei. – cercando di capire di chi fosse quel corpo attaccato alla sua gamba.

– Non mi conosci. Ma io so chi sei tu. Ti chiamano il Tarros. E sei ferito.

– Vattene, lasciami. – cercando di togliere quella cosa dalla sua gamba, ma più si muoveva più si attorcigliava. Gli occhi non riuscivano a vedere niente, ma l’aria trasportava lampi metallici come se un esercito infinito si stesse formando sotto i suoi zoccoli.

-No. Ora sei mio.

Non riusciva a muoversi. Quella cosa gli si era avvinghiata alla ferita. Aveva una voce come il vento incastrato tra tubi di ferro arrugginito. Produceva un sibilo fastidioso. Una distorsione delle parole che pungeva la carne. Sentiva il dolore arrivare fino al collo. Si gettò con tutte le forze che gli erano rimaste verso il muro o quello che pensava fosse un muro. Batté la testa come attirato da un lenzuolo rosso verso una superficie dura e liscia. Fredda. Umida. Batté ancora per liberarsi di quelle serpe.

– Chi sei, maledetto mostro. Lasciami.

Arpioni duri e lunghi lo stavano lacerando. Lo zoccolo perdeva presa sul terreno e continuava a sbattere la testa per liberarsi dal dolore. Finché non sentì un crack. Un debole crack. Gli ricordò tanto quel bicchiere che da bambino gli era scivolato dalle mani, incrinandosi.

Poggiò la faccia sulla superficie. C’era come una cucitura, no era come la sua cicatrice, ma non riusciva a distinguere niente. Qualcosa si muoveva sotto, qualcosa di cui non sentiva l’odore perché il dolore troppo forte gli annebbiava i sensi.

– Volevi forse fuggire?

– Cosa vuoi da me?

– Trovarti. Mancavi solo tu.

– Lasciami.

– Sapevo che saresti venuto.

Il Tarros continuava a leccare quella superficie umida. Non riusciva a vedere niente, si sentiva come sua sorella Galatea. Cieco.

-Cosa vuoi da me?

-Hai già ucciso per cui…

L’aveva riconosciuta quel giorno uscendo dalle Porte di Rame, per quel segno sul braccio che si erano tatuati da bambini.

– Io non sarò mai uno di voi… Mai!

– Il tuo destino sta per compiersi.

– Quando sei uscita dalle case?

– Non è importante.

Era come se tante piccole uova si stessero sgretolando e qualcosa stesse per uscire. Spingeva verso di lui quando comparve una luce bluastra. Dapprima rischiarava solo il terreno vicino a lui. Era troppo debole e i suoi occhi non era fatti per passare dal buio alla luce. Voleva vedere chi si era avvinghiato alla sua gamba quando notò delle ossa sporgenti. Il brillare dei suoi denti. Jim cosa ci faceva Jim lì? Avevano catturato anche lui?

Sorrideva e la luce lo attraversava come acqua nelle rete.

-Jim aiutami, amico.

Non riusciva a girarsi per vederlo bene, ma Jim non fece nulla. Poi notò quattro segni sul terreno. No, erano gambe lunghe e pelose. Sembrava un ragno ricurvo pronto per scattare. La luce si fece più intensa. C’erano freaks tutti intorno a lui. Ognuno aveva qualcosa in mano, ma non riusciva a capire cosa fosse. Attaccata alla sua gamba invece c’era una serpe informe. Avvinghiata con un lungo velo bianco. Lo zoccolo era ormai rosso. Mano a mano che la luce si faceva più intensa il Tarros riuscì a capire dove fosse. La porta era solo un trappola. Anche la mappa era una trappola.

– Dov’è Galatea? Sono venuto per lei.

– Troppo tardi.

La luce illuminò una parte della superficie fredda e umida. Era la casa di Galatea. La sua boccia. L’acqua fuoriusciva come il sangue dalla sua ferita. Ormai era rimasto solo un piccolo spazio dove poter nuotare e lei era rannicchiata in un angolo, boccheggiando.

– Non l’avevi riconosciuta vero?

– Maledetto orrore di menti malate.

La serpe si staccò poggiandosi ai piedi della donna Giraffa. Quel lungo collo che senza gli anelli si sarebbe spezzato.

– Mi chiamano Sibilia e la tua Galatea ti ha portato fino a noi.

– Non è vero, lei è…

– Lei ora è una di noi.

– Non è vero.

– Dovevi dimenticare la tua vita precedente e invece c’è stato un errore.

La afferrò per il collo quando una cascata di pietre si abbatté sulla vasca, mandandola in frantumi. Pietre acuminate che scendevano come pioggia. Tutte insieme. Non riuscì a fermare nessun colpo. Le mani di tutti rimasero aperte, alzate. Galatea era distesa in terra con la bocca spalancata, cercando l’ossigeno. Era viscida e fredda. Non riusciva a toccarla. La luce blu le disegnava i contorni del viso quando da tenue si tramutò in una luce bianca, accecante. Diretta solo sul suo corpo.

Galatea emise un fischio acuto che penetrò dentro la pelle di tutti. La sabbia era diventata una poltiglia. Faceva fatica a rimanere in piedi. Sembrava il ventre del mare svuotato. Le mani di Galatea rantolarono come un verso nell’aria, cercando un appiglio che nessuno voleva darle. Il Tarros la afferrò quando il respiro divenne uno sbavo di acqua salata.

Sibilia allora si gettò sul corpo del Tarros. Lo avvinghiò di nuovo.

– Maledetta, tu sapevi.

Caricò forte mentre le corna toccava entrambi i corpi. Non aveva più niente da perdere. La spinse verso il muro, verso i milioni di pezzi di vetro frantumati.

– Sei in trappola.

Le labbra strette di Sibilia pronunciarono suoni contorti e striduli.

Il corpo della sirena era come un relitto abbandonato nelle braccia di chi doveva proteggerla. Gli occhi bianchi, girati. Le mani come rami ormai secchi esposti all’inverno. Non era riuscita a salvarla. La rabbia stava montando, gli occhi rossi. I passi dei freaks si avvicinarono. Sentiva i loro fiati puzzolenti. I rumori dei loro corpi mostruosi che si muovevano sgretolando l’aria.

– Ora sei uno di noi.

Il respirò si condensò sulle lacrime nere di Sibilia. La Donna Giraffa lo guardava dall’alto.

– Divorala.

E le luci del Circo degli orrori si accesero tutte insieme.

 

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Commenti

Ritratto di Kriash

Un poema epico con sfumature horror. Come utilizzo dell'ambientazione è quello che si distanzia maggiormente dagli altri ma non per questo non meno gradevole... anzi. Hai lanciato molti spunti per un'ambientazione più ampia, un vero e proprio mondo freaks che non fosse itinerante. Ho faticato un po' nella parte iniziale, un po' più "piena" ma poi scorre molto bene. Brava!

Ritratto di masmas

Bello. Bello stile, similitudini evocative. Storia che tenta di coinvolgere tutti, in una ambientazione particolare. A me la storia non è rimasta chiarissima, non in tutti i dettagli, anche se in un racconto breve è normale. Comunque gradevole.

Ritratto di Tosher

La prima cosa che mi è venuta in mente alla fine del racconto è: "ouch". Una storia dolorosa dentro. Come è già stato sottolineato, non tutti i passaggi sono chiarissimi; forse snodare alcuni punti, prendersi qualche parola in più, potrebbe contribuire al pathos, anzichè rovinarlo. È sicuramente un racconto che comunica tutto il dolore del personaggio, e per questo è potente. 

Ritratto di samy.

Vorrei sapere cosa c'è di poco chiaro.

Grazie

Ritratto di Tosher

Volentieri. Personalmente, mi sono un po' persa questi passaggi: lasciano andare tutti, ad un certo punto, e tutti dimenticano, tranne lui, quindi cercano di riportarlo indietro. Ma poi si parla di una sua fuga. Scappato o lasciato andare? Poi, nella scena dentro al labirinto sotterraneo si sovrappongono diverse immagini. Si parla di un innominato mostro che scava, di un mostro che si avvinghia al Tarros, di Galatea, e di una "lei" che però è un altro mostro ancora, credo. L'ho trovato un po' difficile da seguire. Le immagini sovrapposte sono una bella idea, mi piace sia leggerle che scriverle, il trucco è tenerne bene il filo: l'importante è che siano chiare per il lettore. Personalmente, in genere risolvo mettendo per iscritto i fatti nudi e crudi - anche quelli che non dirò per filo e per segno - in un foglio a parte, così ce li ho chiari io; scrivo la sequenza; poi arpiono una vittima (qualunque sventurato di passaggio, meglio un/a amico/a) e glielo metto sotto il naso: se è chiaro a loro, vuol dire che funziona! Altrimenti, ritocco. Come ho detto, la storia del Tarros è potente e trovo il finale davvero molto bello. Non c'è bisogno di troppe parole, giusto una o due per sciogliere i nodi, e si va a valorizzare un bellissimo racconto. 

Ritratto di samy.

Grazie Tosher. 

Ritratto di grilloz

Mi piace l'atomosfera oscura e angosciante che sei riuscita a mantenere dall'inizio alla fine. Forse personaggi e ambienti avrebbero meritato descrizioni più ampie. Lascia un po' l'idea di poter appartenere ad un opera più ampia, anche se il finale è assolutamente conclusivo e perfetto.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Raccontato bene. Belle immagini e bel soggetto. Sì, Tosher ha ragione. Credo e ricordo comunque che si gioca sulle brevi distanze e l'esigenza di sbrogliare questo genere di nodi delle volte muore a caccia di un soggetto. Però mettiamo in bagaglio i consigli di Tosh, perché a questo servono i giochi. :)
Grazie Tosh, Grazie Sam.
A me mi piaSce vedervi chiacchierare (e rubare un poco) hihihi! Sì, a me mi! :)
 

Ritratto di samy.

E a me piace molto scrivere e imparare, si c'erano un paio di pistole che meritavano due parole di più. A volte ho tutto troppo in testa ma mi piacerebbe che ne venisse un racconto più lungo, magari scritto a quattro mani. Che ne dite? Mi sono affezzionata  questi mostri e al Circo degli orrori. 

Ritratto di Borderline

Più che un grottesco, questo è un vero e proprio fantasy, per le ambientazioni con i cunicoli e il mondo di sotto che risponde al nome delle Porte di Rame (molto bello davvero). Anche io ho trovato una piccola discrepanza fra la fuga o il "rilascio" ma nel complesso è un bel racconto, interessante e con un personaggio accattivante e tormentato. I fauni hanno sempre il loro fascino ;)