La sirena albina (di Polveredighiaccio)

Uno

Due

Tre

Quattro

Il letto di legno. Ruvido.

Uno

Due

Tre

La sedia di ferro. Liscia.

Uno.

La vestaglia sulla spalliera. Morbida.

Uno

Due

Tre

Quattro

Cinque

Sei

Calore. Dolore.

Un passo indietro.

“Entra il sole!”

Sentiva fruscii all’esterno.

“Qualcuno venga a controllare! Lo sento, è nella tenda! Qualcuno venga!”

Passi. Borbottii. Un sospiro. La porta venne aperta.

“Che succede Gal? Perché strilli?”

“Il sole mi ha sfiorata.”

“Accidenti. C’è un buco lassù, forse un uccello ha strappato la tela. Devi avere pazienza lo faccio sistemare.”

“Presto o non posso muovermi.”

Non lo vedeva ma sapeva che aveva un’espressione perplessa.

“Lo so che è solo un raggio, Jim, sottile come un capello ma per me è come un dardo intriso di veleno.”

“Va bene Gal. Tutto quello che vuoi.”

***

 

Uno

Due

Tre...

Dieci passi.

Raggiunse la scala che portava al bordo della vasca. Sfiorò la superficie di vetro, l’acqua tiepida era stata riscaldata per lei.

Si tuffò.

Nuda. Le onde generate dai suoi movimenti l’avvolgevano.

Giunse il momento.

La porta si apriva e i passi rimbombavano sul pavimento di legno. Venivano portati fino a lei sotto forma di vibrazione, li avvertiva attraverso l’acqua. Li avvertiva sulla pelle.

Jim Stick li accolse.

“Benvenuti gentili ospiti!”

Erano tanti. Tante presenze.

“Benvenuti signori e signore! Vedo che anche alcuni ragazzini hanno ottenuto il permesso dei genitori per assistere al nostro speciale spettacolo notturno!”

Mormorii.

Avvicinò il viso al vetro, appoggiando le mani contro la lastra.

“Siamo gli unici ad avere tra i nostri artisti questa bellissima sirena!”

Emerse un istante per respirare. Poi giù, rapida, verso il fondo.

“Che cos’ha alla faccia?”

Una voce maschile.

“Oh, un sortilegio signori. Una maledizione!”

“Ma è nuda? Che indecenza!”

Una voce femminile.

Nuotava. Risaliva.

Respirava. Affondava.

I capelli si attorcigliavano ai fianchi, accarezzavano le natiche.

“Signori una creatura ultraterrena che mai vedrete altrove.”

Voci sovrapposte. Una risata.

Risaliva. Respirava.

“Che spettacolo indecoroso! Non avrei portato mia moglie se avessi immaginato questa volgarità.”

Galatea esitava, non si inabissò. Si voltò verso quella voce maschile, verso quell’uomo che palesava la propria costernazione. Non la vedeva ma sapeva che lei era al suo fianco. Lei che poche settimane prima le era stata gettata ai piedi per farne ciò che voleva.

Un altro spettacolo. Un’altra città. Un’altra notte.

La sua porta era stata aperta, le avevano presentato gli ospiti. Ospiti speciali.

Denaro.

Lui rideva, lei tremava.

Questa è mia moglie, ti dirò cosa farle. Io voglio solo guardare. Avrai molti soldi.

Sul pavimento, tra le cosce della donna, aveva guadagnato il suo compenso.

Lui tacque. Galatea si tuffò ancora.

“Sul tabellone il programma è chiaro. Questo spettacolo notturno non è per spiriti puri e delicati. Signori miei. E signore.”

L’acqua era diventata fredda.

Si avvicinò al vetro e bussò. Il segnale.

Basta. Ho freddo.

“Ebbene cari ospiti, ammirate la nostra sirena albina. Ammirate Galatea bella come una fata, terribile come uno spettro, inquieta come il mare.”

Batteva le mani.

Galatea emerse per l’ultima volta quella notte. Si arrampicò sulla scala.

Nuda.

I mormorii la accompagnavano. Le scivolavano sul corpo come le gocce.

Tina l’aspettava giù, le offrì un accappatoio e scomparve. Lei lo prese e lo infilò lentamente, una manica poi l’altra, lasciandolo aperto. Si voltava per mostrare la carne al pubblico. Il seno, le gambe, i fianchi, il bassoventre.

Poi avvolta nel telo camminò verso di loro.

Un inchino.

Un sorriso.

Le cicatrici si deformavano. La pelle tirava.

“Mamma perché la sua faccia è disegnata in quel modo?”

“Stai zitto!”

Galatea accentuò il sorriso. Piegava la testa.

“Sono le carezze del diavolo. Vuoi toccarle?”

Si passò la lingua sulle labbra.

Sapeva che l’espressione di chi si trovava davanti a lei era terribile. Avvertiva il cambiamento nel loro respiro, nei loro movimenti.

“Vuoi toccarle?” Ripeté allegra.

Ma la donna aveva afferrato il braccio del figlio e lo trascinava.

“Andiamo! È tardi! Via, a casa!”

I passi divennero rapidi. Tanti passi che si allontanavano.

Passi che incespicavano.

Passi che esitavano.

Passi che tornavano indietro.

* * *

 

“Il pubblico ci serve Gal. Non devi metterlo a disagio, provocarlo, deriderlo. Sappiamo cosa pensi della gente, ma la gente ci serve Gal. Oh sì, ci serve per vivere.”

Goffredo scivolò lungo il tessuto fino a terra.

Galatea sbuffava. O forse soffiava via la polvere che i movimenti del collega avevano sollevato. Terminò di pettinarsi e appoggiò la spazzola sulla toeletta.

“Hai ricucito lo strappo? Lo hai stretto come si deve?”

“Non mi sarei arrampicato per fare un lavoro approssimativo.”

Lei fece spallucce.

“Basta una distrazione, un attimo di leggerezza e io finisco arrosto.”

“Uno spiraglio non ti causerebbe alcun danno. O almeno nulla di che.”

“Basta una scintilla a scatenare un incendio!”

Galatea si alzò. Rapida. Distratta. Urtò il mobile.

“Peccato.” Goffredo il bello fece un inchino.

“Quando vorrai che rubi qualcosa di tuo gradimento me ne ricorderò!”

“No, mia cara, non sgridarmi! Sai che ne soffro, e poi c’è qualcosa che tu puoi fare per me e io per te. Sempre.”

Lesto raggiunse la porta.

“A prestissimo mia diletta.”

Veloce strisciò via, lontano dalle labbra imbronciate preludio di furia.

* * *

 

La zanzara era fuggita ancora una volta alle zampe tese del gatto nero. Salti e capriole non gli davano ragione, con miagolii nervosi ricadeva a terra vinto.

“Tienilo lontano! Non posso farmi graffiare, hai idea di cosa dovrei sopportare se venissi ferito dal tuo gatto?”

Pulcesecca agitava le mani che si muovevano attorno a lui simili a goffe ali. Gli insetti ronzavano producendo un rumore forte. Accalcandosi voraci sulla pelle per distillare il dolce sangue.

Galatea sventolava un ventaglio di piume blu per tenerli a bada.

“È una gatta.”

“Cosa? Che mi importa?”

“Non essere villano.”

“Scusa Gal, ma ho seri problemi in questo momento.”

Tre puntini neri si erano incollati al suo naso. Li grattò via.

“Sei inquieto. Rilassati.”

“Lo farò.” Un respiro profondo. “Ce l’hai?”

Gli occhi tumidi, le palpebre gonfie e croste ai lati del naso rendevano il suo volto deformato dai ponfi ancora più disgustoso.

Galatea si voltò verso la sponda del letto. Ai piedi aveva fatto collocare una cassapanca liberty di legno chiaro. Sbloccò il chiavistello e sollevò il coperchio. Gli inserti di vetro colorato rilucevano del riverbero delle lampade.

“Cedro lo ha preso per te.”

Tese davanti a sé la mano che stringeva un sacchetto.

Pulcesecca allargò i palmi.

“Qui! Sono qui!”

Galatea lanciò l’oggetto .

Rapido afferrò quel piccolo tesoro e lo nascose dentro le mani gonfie.

“Gli catturerò un topo!”

“Sa farlo da sola.”

“Pescherò un pesce!”

Stringeva il sacchetto contro il petto. Piangeva.

“Vattene ora, quegli insetti mi disturbano.”

Pulcesecca si inchinò e continuò a ringraziarla fino alla porta. E oltre.

* * *

 

Dopo essersi stiracchiata la gatta scese dalla sedia e andò a strusciarsi sulle gambe del nuovo ospite. Miagolava. Ronfava.

“Avete deciso di farmi visita tutti oggi?”

Galatea contava. Raggiunto l’armadio lo aprì, sfiorò il tessuto degli abiti appesi e scelse quello che voleva.

“Oh no, cara. Solo una coincidenza. Ho un ordine.”

“Ascolto.”

Lucius barcollava a ogni sfregamento della gatta.

“Potresti prenderla? Ho tanta paura di cadere.”

Galatea prese a battere la mano sulla coscia, emettendo un sibilo con le labbra socchiuse. La gatta si staccò dall’oscillante ometto e saltellò fino alla padrona.

“Sei al sicuro adesso.”

“Tante grazie cara, sai com’è.”

Ma lei non sapeva. Lei aveva altri pensieri.

“Ricordi quel tabacco pregiato che mi hai recuperato quando ci siamo esibiti mesi fa a est?” Aspirò.

“Ne ho percepito l’aroma appena messo piede nella tenda questa sera.”

Sedeva sul letto, la gatta nel grembo.

“Per l’appunto! Ho visto chi ne prendeva un pizzico da una scatola con l’inconfondibile sigillo!”

“L’altro lo hai terminato?”

Un sospiro precedette la risposta.

“È talmente buono. Mi inebria, non posso farne a meno e non posso comprarlo. Non con i soldi che tiro su con lo spettacolo.”

“Potresti impegnarti e lavorare a qualche scena nuova.”

Lucius parve persino irrigidirsi.

“Non è così facile!” Piagnucolò. “E a te basta nuotare nuda per farti un pubblico e persino qualche cliente extra con gusti stravaganti!”

Galatea si alzò in piedi. Gli occhi senza luce spalancati e torbidi.

La gatta balzò a terra e corse sotto il letto.

“Fuori!”

“No!”

Lucius fece un passo indietro, troppo veloce per i suoi arti indomabili. Scivolò sul pavimento coperto di tappeti e ululò di dolore.

“Miserabile nullità! Vieni qui a sbavare per il mio aiuto e poi mi insulti? Odio i villani. Li odio e lo sapete! Sapete tutti cosa penso delle cattive maniere!”

“Ti prego, perdonami! Ti prego! Sei così generosa, così gentile, perdona questo idiota.”

Singhiozzava e allungava le braccia nel tentativo di afferrare qualunque cosa potesse aiutarlo a rimettersi in piedi.

Galatea avanzò verso di lui costringendolo a un singulto d’angoscia.

“Cara, come sei cara!” Balbettava e tendeva la mano flaccida.

“Sei stato molto insolente.”

Galatea gli afferrò una ciocca di capelli e la torse tra le dita.

* * *

 

Cedro camminava lungo il perimetro del tendone. Popcorn e carte di caramella venivano evitati dalle zampe, veloce e tranquilla procedeva verso la fila di panche alla sinistra del palco. Si fermò ad annusare l’aria e poi guardò verso la porta da cui era sgattaiolata fuori.

Si infilò tra il pubblico.

L’uomo sedeva piegato in avanti, lo sguardo catturato dall’esibizione della Donna Giraffa. Si voltava ogni tanto a bisbigliare qualcosa nell’orecchio della moglie.

La gatta cominciò a sfregarsi contro i pantaloni di lana, ancorava la caviglia con la coda e sfregava con vigore la testa. Molti peli restavano attaccati al tessuto, altri cadevano a terra.

L’uomo gettò un’occhiata alla gatta ed emise dei sibili per cacciarla. Allontanò la gamba, la spinse via con la mano e appena le dita sfiorarono Cedro lei prese a leccarle. La saliva calda scivolava sui polpastrelli.

Dopo vari tentativi l’uomo riprese a seguire lo spettacolo e la ignorò. La moglie gli domandò qualcosa ma lui scosse la testa. Lei sussultò e abbassò il viso. Era triste.

Terminata l’esibizione si alzarono e come gli altri si avviarono all’uscita.

Cedro non lo perdeva d’occhio. Quando sparì oltre l’apertura del tendone si avviò tranquilla per la propria strada.

“Ben tornata.”

Galatea la prese tra le braccia e annusò il manto caldo.

“Hai fatto la brava?”

Le vibrisse si muovevano mentre col naso all’insù annusava le parole della padrona.

Avvolse la gatta in un panno umido e la massaggiò. Poi gettò il panno a terra.

Le grattava la pancia, le lisciava il pelo. Baciava le orecchie morbide.

Le voci la raggiunsero dopo pochi minuti.

Urla e ordini. Parole chiare e grida indefinite. Oltre la porta, nel buio.

“Gal!”

Pulcesecca spalancò la porta. Ansimava.

“Gal non ti muovere, è successo un fattaccio. Meglio se resti qui al sicuro!”

“Che accade? Perché tanto fracasso? E poi dove vado? Che sciocco sei.”

“Scusa cara, hai ragione. Non volevo parlare a sproposito. Che serata Gal. Che serata terribile! Era finito tutto, proprio oggi!”

Galatea incrociò le braccia sul petto.

“Allora che avete? Sento le vostre grida.”

Pulcesecca si asciugò la fronte sudata.

“Un brutto incidente.”

“Sento uno strano odore, sei forse tu?”

“Puzza di bruciato, tipo?”

“Sì, proprio quello. Un odore acre.”

“Ecco, è proprio questo il fatto, mia cara. Un uomo è morto. Ha preso fuoco dopo lo spettacolo. Siamo sconvolti!”

“Che evento atroce! Com’è possibile?”

“E chi lo sa? Non potrà certo dircelo!”

Galatea sbuffò.

“Oh scusa, carissima. Tornerò dopo a controllare che tu stia bene.”

“Vai pure.”

“Stai tranquilla.”

Richiuse la porta. La scia maleodorante lo seguì.

“Cedro? Vieni qui.”

Un miagolio accompagnato da un balzo.

“Hai ancora l’odore di quella polvere addosso. Dovrò farti un bagno.”

Le si era acciambellata in grembo.

“Sei stata brava.” Le baciava la testa. “I villani devono bruciare all’inferno.”

Avvicinò la mano al viso e accarezzò le tortuose vie scavate dalle lacrime.

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Commenti

Ritratto di Kriash

Bellissimo l'inizio, inquadra immediatamente la situazione e il personaggio delineandola benissimo. Mi è piaciuto molto il respiro e il ritmo che hai dato allo scritto. Forse il finale a effetto poteva guadagnarsi qualche riga in più ma è una cosa talmente soggettiva che è più una stupidata. Brava!

Ritratto di Polveredighiaccio

Il mio limite come sempre. I racconti non sono il mio forte. Mi espando sulla storia e poi quando devo elaborare il finale ormai mi restano poche battute e contraggo il tutto. Rileggo e taglio ma le sbavature si percepiscono.

Fatico a gestire scritti brevi. 

Ritratto di Tosher

La cosa che ho trovato particolarmente interessante è che, in quasi tutti gli altri racconti che l'hanno usata come personaggio, Galatea è una vittima. Nella descrizione del personaggio, effettivamente, è la vittima perfetta: cieca, nuda, vulnerabile. Poi leggi la sua storia e, bam: "I villani devono bruciare all'inferno". Per me, è il vero "quid" del racconto. 

Ritratto di masmas

La scrittura è riuscita, crea bene l'atmosfera, ha un bel ritmo. La storia è valida, il finale bello, cattivo. Forse sì, la parte di presentazione si poteva ridurre. Ma il finale non lo allungherei di moltissimo.

Ritratto di LaPiccolaVolante

Polvere è Polvere. Adorabile il contar i passi per trovar le cose. La caratterizzazione non manca mai!

Ritratto di grilloz

Mi è piaciuto molto l'inizio, i passi contati rendono l'idea della cecità, e trovo molto ben riuscito il personaggio principale. Nella trama invece mi sono un po' perso ad un certo punto e ho dovuto rileggerlo. Però bello il finale :)

Tra lo spettacolo e il finale ci sono un paio di episodi che aiutano a descrivere un po' meglio il personaggio, ma in un racconto forse sono di troppo non aggiungendo gran che alla trama.

Ritratto di samy.

il contare dei passi fa entrare nel vivo del racconto e lo inquadra subito bene. Galatea che ho utilizzato anche io, cieca e senza via d'uscita. E' bello e strepitoso come ognuno di noi si sia creato non solo un racconto ma una rete di racconti e storie nella testa per poi sceglierne una.

Ritratto di Borderline

La seconda esplosione nella città errante! Il piccolo Cedro, da bravo gatto, ha avverato il desiderio della donna il cui disprezzo non può agire né camminare. Le atmosfere sono quelle tipiche "polveredighiaccio" ma ogni tanto sarei curiosa di vedere con gli occhi dei personaggi, spesso avviluppati in loro stessi e nelle loro "sensazioni". Un soggetto bellissimo in ogni caso!