Sono destinata a restare (di SchiumaNera)

Arrivati a questo punto, non ha molto senso cercare di spartirsi le colpe. 

Diciamo che abbiamo sbagliato entrambi. 

Tu non sei mai stato in grado di andare oltre la pelle dei problemi. 

Non fa per te, ficcare le mani nella carne di un problema. Probabilmente, non avrei dovuto nasconderli sotto strati di vestiti; avrei dovuto fare la prima mossa: schiudere con due dita la pelle e mostrarti la massa rossa e pulsante delle cose che stavano andando male. 

Invece di parlartene, tacevo. 

E più tacevo, più le cose andavano male e i problemi si moltiplicavano, riproducendosi come parassiti sotto la pelle. 

Non so accettare le mie debolezze. 

Lo sai. 

Credo, anzi, che sia l’unica cosa che sai di me. Voglio dire: l’unica cosa che sai davvero di me.

Odio sentirmi debole. Ed è una straordinaria idiosincrasia, questa: dopotutto la fragilità è la mia caratteristica principale. È l’osso della mia psiche. È quello che ti ha fatto innamorare di me. Lo hai accarezzato e accudito.

Per questo ho deciso di andarmene. 

Perché tu sai quell’unica cosa di me che ha il potere di farmi star male. Eppure non hai mai avuto il coraggio, o la voglia, di capirmi più a fondo. Di andare oltre il mio odio per me stessa. Di affondare mani e braccia nelle viscere del problema. Ti bastava sapere che ero io, tenendo i polsini bene allacciati e immacolati. Lasciandomi sola a lottare contro quelle cose che, giorno dopo giorno, mi divoravano dall’interno. Non lo sapevi. Certo. Ma questo non ti assolve del tutto.

Ripeto: abbiamo sbagliato entrambi. E credo sia arrivato il momento di interrompere il circolo vizioso dell’errore.

È tempo di dirsi addio.

 

Ultimamente faccio sempre lo stesso sogno. Ghiaccio. Quello che sogno è una distesa di ghiaccio. È un sogno freddo che mi ruba l’aria. 

Il mal di testa mi preme sulle tempie. Afferro il blister di analgesico sul comodino e inghiotto due pasticche, senz’acqua.

Tre cerchi illuminano il soffitto. Spengo la sveglia: oggi è il grande giorno.

Non ho bisogno di affacciarmi alla finestra della mansarda per sapere che le ciminiere della Orpheo sono già attive. 

Mi è bastato sentire il verso d’anatra della sirena della nave per avvertire un brivido scivolarmi lungo le vertebre. Il primo avviso dei sette previsti, prima della partenza. 

È l’ultima nave autorizzata a lasciare questo pianeta in necrosi. 

Devo prenderla.

Quando scendo dal letto l’analgesico ha iniziato a fare effetto e la sensazione di gelo lasciata dal sogno si è dissipata. 

Il caffè è freddo e sa di metallo bruciato. È repellente. Ma è l’unico caffè in circolazione. Ci si fa l’abitudine, dopo un po’. Ci si abitua a tante cose, col tempo.

La lettera è ancora sul tavolo, ripiegata in quattro parti, il destinatario scritto a penna. La sfioro con l’indice e il senso di nausea riappare. Meglio che la lasci stare. Do un’occhiata alla valigia, pronta per essere imbarcata. Non ho molto da portare via. Né di abiti, né di ricordi.

Il secondo avviso avvolge la mansarda con il suo grido quieto e cupo.

Getto la tazzina nel lavello, consapevole che nessuno la laverà. Una breve preghiera per una tazzina destinata a morire sporca di caffè cattivo. Ma non ho tempo per mettermi a fare le pulizie di primavera.

Ho meno di dodici ore prima che la Orpheo parta.

 

L’appuntamento è al Golconda. 

In bagno mi infilo sotto la doccia. L’acqua è fredda, salmastra, pizzica la pelle. I depuratori hanno smesso di funzionare da un pezzo. E le pastiglie di cloro, al mercato nero, hanno raggiunto prezzi spropositati. Va bene lo stesso, l’importante è avere ancora dell’acqua a disposizione. Acqua corrente, perlomeno.

Quella potabile è appannaggio per ricchi. E tra breve anche loro saranno un soffio sulla memoria del pianeta. Se ne andranno con la Orpheo. Loro e le ultime riserve di acqua potabile.

Meglio arrangiarsi con quello che si ha: acqua corrente e un bollitore.

E tenere pronto un raccoglitore di acqua piovana per la settimana delle piogge. E un fucile, nel caso qualcuno tenti di fregartelo.

Sì, si sopravvive. Né troppo bene né troppo male. Galleggiamo come tappi di sughero sulle acque stagnanti di un pozzo nero. 

L’importante è tenersi in vita.

Davanti allo specchio controllo che il neo sul labbro superiore non abbia cambiato aspetto. Poi mi preparo.

Non so nulla del mio contatto, tranne le poche cose che lui ha voluto dirmi e quello che ho capito parlandogli al telefono: è un uomo, ha una missione per me e un biglietto, l’ultimo biglietto rimasto, per l’Orpheo.

 

Per fortuna c’è una cosa che non è cambiata. Nonostante la guerra e tutto il resto. Tette. Sono ancora il lasciapassare ideale da queste parti.

Schiudono le porte meglio di un qualsiasi passepartout. 

Non ho bisogno di presentarmi al gorilla che mi prende le misure dallo spioncino del locale. Né di recitare qualche parola segreta. La mia formula magica è “tette”. E le porte si aprono.

«Entra pure, splendore.»

L’atmosfera che trasuda dal Golconda mi assalta appena attraverso la soglia del locale. Odore di corpi non proprio puliti affogati nell’olio di cipresso; olezzo di bevande dolciastre e poi la musica sparata dagli altoparlanti disseminati per il locale. E muffa e polvere che si sollevano dai divanetti sparpagliati nel locale. Per terra è un brulicare di animaletti in fuga, affamati, striscianti. 

È la prima volta che metto piede qui dentro. Devo abituarmi, prendere confidenza con l’ambiente. Sopportare l’odore. Stare attenta alle occhiate delle cameriere strafatte di canfora che mi sfiorano; a quelle orecchie pronte a trasformarsi in lingue troppo lunghe. Decisamente troppo lunghe.

Il locale è pieno e, a naso, direi che tra le cose che si fanno qua dentro, una è lo spaccio di acqua pura. 

Respiro e mi faccio strada tra i tavolini, facendo attenzione agli avventori: facce, gesti, T-gun pronte a far fuoco.

Non dovrebbero esserci problemi, ma meglio essere prudenti in locali come questo. 

E, cosa più importante, devo trovare il mio uomo. 

Qualcuno di diverso dal tizio seduto al tavolino nell’angolo remoto, tanto per capirci. Tanto varrebbe che si mettesse un sombrero in testa e iniziasse a ballare sui tavoli cantando a squarciagola. 

Il mio uomo deve essere un tipo ordinario. Uno che, se lo incontri e poi ti volti, hai già dimenticato che aspetto abbia. Anzi. Hai proprio dimenticato di averlo incontrato.

Il barista mi fa l’occhiolino. Una cameriera quasi mi travolge e mi manda a fanculo.

Mi guardo intorno e del mio uomo non c’è traccia: la cosa inizia a infastidirmi. 

E intanto è suonata anche la quarta sirena dell’Orpheo. Merda.

«Trovati un posto a sedere tesoro.»

Mi fermo. 

La voce è quella giusta; molle come crema e con la “erre” blesa. Ma quando mi volto a fissarmi  è una donna. Una donna, per così dire, “polifunzionale”.

«Cosa c’è: invidia del pene?», fa lei, infilando l’unghia nello spazio tra i due incisivi.

«Può darsi. Al giorno d’oggi è sempre bene avere a portata di mano un’alternativa.»

«Ben detto.»

Le siedo accanto. È una mold. Una mold vecchio tipo: una miscela generosa di elementi maschili e femminili frullati assieme, un po’ a caso. Mi piacciono i molded, ma è decisamente l’opposto del tipo che avevo immaginato.

Ma forse il modo migliore per passare inosservati è davvero quello di mettersi a ballare sui tavoli vestiti di paillettes e con un sombrero in testa.

«Mi piacerebbe scambiare quattro chiacchiere. Peccato che in questo mondo il tempo sia una cosa dannatamente fuggevole», dico. Mancano solo tre suoni della sirena ormai.

Mi lancia un’occhiata che è come il bisturi di un medico legale: mi scruta dentro. «Non ho dimenticato che hai fretta. Ne ho anch’io.»

«I vostri drink.»

Guardo il barista che si è intromesso e sorride con tutti e trentadue i suoi denti falsi. Spinge verso di me un tumbler che lascia una patina umida sul bancone; venature rossastre si muovono come lombrichi al suo interno.

«Non ho ordinato nulla»¸ replico, mentre la lingua mi si fa deserto e il desiderio di bere qualcosa che non sappia di urina bollita mi fa contrarre l’esofago. La mia cliente nel frattempo ha già preso il suo bicchiere, scolandone metà. Alla faccia della cautela.

«Succo di melograno per lei, glielo offre quell’uomo laggiù.»

Quando mi volto, l’angolo dov’era il cavaliere oscuro è vuoto. Il barista fa spallucce.

Al diavolo. Ho sete.

«Hai il biglietto?», le domando, non appena le orecchie del barista spariscono dall’orizzonte. Bevo metà del mio drink. E se fosse avvelenato? Peccato, penso, la domanda è giunta in ritardo.

Lei annuisce e me ne mostra un lembo. Almeno in questo è prudente. Finisco il mio succo e osservo con tristezza il bicchiere vuoto. Forse è l’ultima volta che bevo una roba del genere.

«Il nome», faccio, allontanando il bicchiere.

«Calpurnia», sussurra lei.

Il tempo si ferma. È come se tutti gli orologi del mondo stessero trattenendo il respiro. Non l’ha detto. Non può averlo detto.

La fisso per un lungo spazio di tempo. Non sta scherzando: è seria. L’ha detto davvero.

«Sei fuori di testa», le dico.

Lei si passa la mano sulla parrucca gonfia, scatenando una pioggia di brillantini. 

«È una richiesta ragionevole, considerato cosa ti offro in cambio.»

Lo è, in proporzione. Ma è ugualmente una follia.

Calpurnia.

Anche solo pronunciarne il nome è un suicidio.

«Devi odiarla molto.»

«Perché, c’è qualcuno su questo pianeta che non la odi?»

In effetti…

«Devo pensarci.»

«Sicura di averne tempo?»

Il quinto richiamo della Orpheo mi dice che no. Non ho tempo. 

 

Non mi interessano le ragioni dei miei clienti. Loro dicono un nome, io faccio quello per cui sono stata ingaggiata. Funziona così. Chiaro, semplice, immediato. Non ho mai fallito, mai. È per questo che sono così richiesta. Perché sono brava in quello che faccio. E perché sono concisa. È un mondo in rapido disfacimento, questo. Occorre essere rapidi. 

Ma Calpurnia, cazzo.

Ci ripenso mentre mi avvicino all’E-zidif.

Calpurnia. Colei-Che-Si-Tace.

C’è da dire che quella mold ha uno sprone più che valido per spingermi in quella che ha la forma e la consistenza di un’azione suicida. Quel cavolo di biglietto per l’Orpheo. Il mio biglietto di addio a questo mondo.

Sorrido. 

Beh, in un modo o in un altro, oggi lascerò questo pianeta.

E poi, senza motivo, mi chiedo se lui ha già letto la lettera. Se quando se n’è andato ha chiuso la porta della mansarda. Se ha lavato la tazzina sporca di caffè, prima di andarsene. 

In bocca ho ancora il sapore del succo di melograno. Dolce, continua a rotolarmi in bocca, come una caramella fantasma.

Calpurnia.

Maledizione.

Quando arrivo vicino allo E-dizif rallento. Ho il cuore in gola, le orecchie tese verso il porto, nel tentativo di captare il penultimo grido della sirena dell’Orpheo. Sono deconcentrata e non va bene. Respiro. Mi fermo.

Cerco pateticamente di convincermi che non è diverso dalle altre volte.

Oh, lo è. Eccome se lo è. Hai una missione. E la tua missione è uccidere dio. Fa un po’ tu.

Al diavolo.

Entrare nell’E-dizif non è difficile.

Tutti, prima o poi, hanno bisogno di Calpurnia. Tutti, prima o poi, peregrinano da lei. Non è difficile entrare nell’E-dizif, affatto. Il difficile è uscirne.  

Così i cenobiti non fanno quasi caso a me mentre penetro nel santuario. 

Mentre l’ascensore mi porta in cima all’E-dizif, sento anche la sesta sirena. 

Cazzo.

 

Lei è come sempre. Come la ritraggono i cartelloni pubblicitari. L’eterna bellezza di un rettile. I cavi che la avvolgono e la percorrono, le strutture unicellulari riprogrammate che le scivolano fuori e dentro la superficie non ne alterano lo splendore, anzi. Colei-Che-Si-Tace è l’infinito plasmato e fatto carne. Colei-Che-Si-Tace è il nucleo del pianeta. 

Non mi stupisce quando mi chiama per nome. 

«Persefone.»

Sa chi sono. Sa perché sono qui. 

Probabilmente ha avvertito il pericolo appena la mia cliente ha pronunciato il suo nome, giù al Golconda.

Eppure mi ha lasciata salire. 

A meno che non ci siano un paio dei suoi sacerdoti appostati dietro le colonne dell’ipogeo, con le T-gun pronte a tranciarmi in due.

Non abbasso le difese, mi sfilo lentamente il guanto mentre lei continua a fissarmi con i suoi occhi di vetro.

«Ho scelto te perché sei la migliore. La migliore dei Doppelgänger», sussurra. 

Il suo sorriso mi gela la faccia.

«Pensavi davvero che una mold avesse il denaro sufficiente per un biglietto per l’Orpheo?», ride. È proprio come sentir ridere una nidiata di serpenti a sonagli. Un flash di luci le gorgoglia sotto e sopra la pelle. 

«Questo mondo sta morendo. Come sto morendo io. E l’unica cosa che non posso fare è fuggire. Ma anche se potessi… Il mio potere è qui. E qui sta scomparendo. Il mondo muore perché io muoio.»

Mi avvicino. Lei mi tende un braccio e il mignolo della mano cede e, cadendo, si sparpaglia in polvere di gesso sul pavimento.

«Vedi?», sospira.

Annuisco. Vedo, sì. Vedo che anche l’eternità è destinata a una fine. Quel mignolo inerte sul pavimento mi mette addosso un’intensa malinconia. Faccio scorrere le dita l’una contro l’altra. 

«Quindi… sei tu che mi hai ingaggiata», dico, tanto per ribadire l’ovvio.

Il cigolio è irritante quando muove il collo. Altra polvere di gesso si libera nell’aria.

«E cosa vuoi che faccia?», devo chiederglielo. Anche se so già cosa mi risponderà. 

Le mie dita sono a pochi centimetri dalle sue. 

Ma la risposta che mi da, non è quella che mi aspettavo.

«Prendi il mio posto», dice. Un secondo dopo avermi afferrato la mano.

Non è affatto quella che mi aspettavo.

Maledizione.

 

Ad uno ad uno, i brandelli del biglietto si sparpagliano nel vento di propulsione sollevato dalla nave.

La Orpheo saluta la banchina con un ultimo grido della sirena. I reattori creano un’onda d’aria calda che mi brucia gli occhi. 

«Questo è davvero un addio», dice una voce alle mie spalle. Sospiro. 

Ha letto la lettera, l’ha ripiegata. Ha lavato la tazzina e l’ha asciugata. Ha chiuso la porta della mansarda. 

Ed è tornato da me. 

E io non posso andarmene da lui. Non posso più andarmene da nessuna parte.

Sono destinata a restare.

Faccio scorrere le dita l’una contro l’altra. È sgradevole, ma dovrò farci l’abitudine: dovrò abituarmi all’assenza del mignolo da ora in avanti. 

«Sai, è meglio così: non sarà un bel viaggio. E non sarà un viaggio molto lungo», dico. Ho gli occhi rivolti verso la stella che è ormai la prua dell’Orpheo, ma quello che vedo sono capsule di salvataggio alla deriva; capsule stipate dei corpi ibernati dei passeggeri della nave. 

Non moriranno mai. Non vivranno più.

Preveggenza. Un altro dono di Calpurnia.

«A proposito: buono il melograno», gli dico.

«Sapevi che ero io, nel bar?», domanda. Un po’ deluso.

Mi mancava la sua voce. È come ritrovare un vecchio amico. È come affondare in un abbraccio. È rassicurante.

«Chi altri, se non Ade, poteva offrire del succo di melograno a Persefone?», sorrido e mi volto.  

Mi tende la mano.

Camminiamo lungo la banchina, mentre l’Orpheo scompare dall’atmosfera. Per un po’ restiamo in silenzio.

Dopo aver inglobato l’anima di Calpurnia sono tornati anche brandelli di ricordi. 

È tornata la memoria del passato che fa di me un doppelgänger. “Gatti di Schroedinger”, ci chiamano, non a caso. Siamo noi che teniamo quel gatto vivo e morto nella scatola.

«Avevo dimenticato di averlo già fatto. È sempre la stessa lettera?», gli chiedo. Ricordo molto, ma non tutto.

«Sempre. Le stesse parole. Ai doppelgänger succede spesso. A te… più spesso degli altri. Ma va bene.»

«E come l’ho fatto? Come sono morta?»

«Annegata. Buffo, date le attuali circostanze, non trovi?»

«Già.»

Qualcosa ricordo. Era fredda quell’acqua. Gelida. Ma sapeva di sale, e di sabbia bagnata. Di pesce marcito. Mi bastava che fosse acqua libera, acqua che scioglieva l’orizzonte. Increspata dalla pigrizia delle onde. 

«Hai perso un pezzo», mi dice, toccando il vuoto del guanto, all’altezza del mignolo.

«Incerti del mestiere.»

Restiamo a guardarci a lungo, in silenzio. 

Abbiamo tutta l’eternità davanti, per cercare di capirci.

Almeno finché questo mondo non sarà morto del tutto. 

Commenti

Ritratto di Vic

Tutto bellissimo. Dall'analgesico, alla doccia, fino al Golconda. Il caro, vecchio stile asciutto, potente ed ironico, che ti solleva mezzo metro da terra, tipo pugno dritto allo stomaco. Dopo ti ho un po' perso/a. Sarà la terza birra, sarà il grappino, sarà che mi sei diventato/a più spirituale, non so....comunque va bene così

Ritratto di LaPiccolaVolante

Uoh! Bello il soggetto e la gestione. Tutto quello che disegna la "foto" è quello che nella foto non può essere disegnato: profumi, suoni... credo che un gioco dopo l'altro stia approdando al genere tuo.

È un bell'esempio del come non occorra per forza riempire una pagina di bulloni, cristalli liquidi e spade laser per raccontare fantascienza!

 

Ritratto di masmas

Proprio bello, evocativo, scritto bene e originale. Da molti spunti con poco. Brava!
Volendo, non c'è un po' di descrizione del Golconda, che si potrebbe anche togliere?

Ritratto di Borderline

Mi è piaciuto molto. L'atmosfera ovattata e un po' decadente di questo mondo che potrebbe essere un altro pianeta così come un ipotetico futuro. Anche la scenta dei nomi dà un senso di mistico (e poi, giuda ballerino, sono un amante dei dylan dog 1-100), insomma far fantascienza senza tecno-follie non è facile ma direi che ci sei riuscita! Per il resto lo sai :)

Ritratto di Kriash

Soffice.

È un racconto soffice come una nuvola ma di quelle un po' velate di pioggia. Che sembra che esplodano. Molto poetico. Unica nota stonata è l'inizio che ho trovato un po' lento ma nel proseguimento si è aggiustato il ritmo. Alcune descrizioni ci sono, poche e (forse) necessarie per quel particolare momento. Brava :)

Ritratto di quatipua

"È tornata la memoria del passato che fa di me un doppelgänger. “Gatti di Schroedinger”, ci chiamano, non a caso. Siamo noi che teniamo quel gatto vivo e morto nella scatola."

molto bello, ci sono descrizioni che portano questo giocostoria un pelino fuori tema, ma la storia è struggente e si fa perdonare :)

Ritratto di grilloz

Bella l'attmosfera e ben riuscito il personaggio, e poi a me piace il genere, forse avrebbe meritato di essere sviluppato un po' di piu' nel finale, anzi, direi che proprio il personaggio meriterebbe uno sviluppo maggiore, una storia piu' estesa, caso mai stessi pensando a scrivere una storia piu' lunga sappi che hai un lettore ;)

Ritratto di samy.

Stile asciutto, coinvolgente dall'inizio alla fine. 

Abbiamo tutta l’eternità davanti, per cercare di capirci.

Almeno finché questo mondo non sarà morto del tutto. 

Ritratto di Ali

Bello, bello! Sono entrata a capofitto nel racconto fin dalle primissime righe e l'ho trovato coinvolgente e davvero ben scritto. Complimenti!