On Last Legs (di Rugio)

"Dicono che tutto passa, tutto diventa obsoleto, che prima o poi ogni oggetto diventerà inutile; ucciso dalla tecnologia che evolve, avanza, ingoia, fuma, ingrigisce ogni spicchio di sole. Sono l'uomo più antico di questa civiltà avanzata. Lo ero, almeno. Ma la superficie non la scorgo più da tempo. Dalle ultime due gambe recuperate. Ma ora queste che ho cominciano a disfarsi. Presto dovrò risalire a cercarne di nuove, cercare qualcuno a cui non servano o per cui non valga la pena farsi scrupoli. Sono Gregor Locomotik, noto e ricercato sulla superficie come Pennywise. Vivo sotto la pelle metallica e fumosa di Indastria. Persi le mie prima gambe in un incidente al blocco caldaie del distretto settantacinque. Vivo con poco, qui sotto la gente manda di tutto ma l'unica mia luce è uno zippo d'argento del 1976. Alla faccia degli oggetti obsoleti."

 

“Chi va là?”

La voce veniva dal buio. Era tremolante, insicura. Sottolineava la paura di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Il buio non era di certo dalla mia parte. Non mi permetteva di vederci bene, ma dal timbro vocale percepivo che si trattava di un ragazzo sulla trentina.

Avevo fatto troppo baccano, in effetti. Era da molto tempo che non salivo in superficie, e non pensavo di non essere più capace di arrivare in silenzio alle spalle della gente. In quel momento mi resi conto di essere ormai troppo vecchio. Ero cosciente di essere l'uomo più antico di questa civiltà, ma non credevo di non saperci più fare, con le imboscate.

Ci avevo messo tanto tempo ad imparare. Lo stesso tempo che mi aveva aiutato ad affinare la mia tecnica, il mio metodo, in quel momento mi si ritorceva contro, inesorabilmente cominciavo a perdere colpi.

Se fossi riuscito a prenderle, quelle sarebbero state le mie ultime gambe.

 

“C'è qualcuno?”

La voce del ragazzo si faceva più nervosa. Sapeva che in quel posto, a quell'ora, nel buio più totale, stava correndo un grosso rischio. Il distretto settantacinque era il distretto di Pennywise, lo sapeva bene. Di recente, nessuno aveva più sentito quel nome così sinistro (qualche voce insistente lo dava anche per defunto) e probabilmente il ragazzo non era propenso a verificare, proprio in quel momento, la veridicità delle leggende metropolitane sul suo conto. Pennywise era un pericoloso ricercato, un crudele assassino, e si vociferava che strappasse le gambe alle sue vittime. Da vent'anni gli davano la caccia su tutta la superficie. Nessuno avrebbe mai voluto incontrarlo.

La gente ci teneva, alle proprie gambe.

Avevo fatto l'ennesimo rumore, e la sua era diventata una certezza: oltre a lui, in quella buia strada del distretto, c'era qualcun altro. Anche io ero nervoso. Non mi piaceva quello che avrei dovuto fare.

“Gregor, ci puoi riuscire,” mi dicevo. “Forse sarà l'ultima volta.” Non mi piaceva l'idea di dover rubare un paio di gambe ad un ragazzo. Avevo da tempo deciso di non farlo più. Le ultime le avevo acquistate - così come le precedenti - nel distretto ventisette. Laggiù, si poteva trovare questo ed altro. La gente non aveva scrupoli, potevi chiedere qualsiasi cosa ti venisse in mente, qualsiasi cosa di cui avessi bisogno. Anche un paio di gambe, fresche di taglio, vendute da squallidi ricettatori, o dal legittimo proprietario. Vendute, o barattate per qualcosa di prezioso.

 

In tempi recenti, il distretto ventisette era diventato troppo lontano per me e le mie gambe, troppo pericoloso arrivarci (restando troppo a lungo in superficie, correvo il rischio di essere individuato) e troppo inquinato e malsano.

Dalla superficie alla mia dimora - i cunicoli sotterranei del distretto settantacinque - non arrivavano più cose da barattare, cose preziose gettate via dai cittadini, stufi dei loro oggetti ammalati di una precoce obsolescenza. Ma sapevo che presto, in qualche modo, avrei avuto bisogno di procurare due gambe nuove, anche non avendo più nulla da barattare in cambio.

Fu proprio quella notte, che attraverso i cunicoli bui di Indastria mi ritrovai alle spalle di un ragazzo con l'intenzione di sottrargli i suoi preziosi strumenti di locomozione.

 

Feci un altro passo nella direzione del ragazzo. Ma ciò produsse l'ennesimo rumore. Avevo schiacciato del vetro, forse il display di qualche strumento di svago gettato via a causa della sua prematura inutilità. Tutto il pavimento, in realtà, doveva essere ricoperto da oggetti come quello. La Fossilizzazione Degli Oggetti aveva raggiunto livelli sconcertanti già da molti anni, ma in quel momento percepii che la superficie di Indastria era ben più sporca di come la ricordavo.

 

Il rumore che feci permise al ragazzo di orientarsi nel buio, di capire a quale distanza e in quale direzione mi trovassi rispetto a lui, e di fuggire immediatamente nella direzione opposta. Mi voltai e mi misi ad inseguirlo d'istinto, ma in un attimo capii che il mio corpo non stava andando da nessuna parte, non stava rispondendo ai miei comandi. In una frazione di secondi udii uno schiocco sordo, qualcosa si era spezzato. Le gambe cedettero immediatamente, e con mia estrema sorpresa mi ritrovai ad assaporare la polvere di cristalli liquidi di cui il pavimento era ricoperto.

 

La testa mi girava. “E' finita l'era di Gregor Locomotik?” Mi chiedevo. Era giunto il mio tempo? Credevo che sarei rimasto lì, a marcire nella polvere assieme a tutta la tecnologia fatiscente che mi circondava, inghiottito dal buio della notte senza luna e senza stelle di quella città dall'aria irrespirabile e ammorbante. La fine dell'era di Pennywise.

 

Aprii gli occhi. Dovevo essere svenuto, o dovevo essere morto. Non distinguevo bene le due cose, il nulla mi circondava e non avevo punti di riferimento. Provai a tirarmi su. Potevo reggermi sulle braccia, ma le gambe non sembravano voler rispondere ai comandi, non più. Anche se da tempo avevo constatato che avevano lentamente iniziato a sfaldarsi, non credevo che mi avrebbero abbandonato così presto. Ero a terra, disorientato. Sudavo freddo. Cercai di tornare lucido, di ragionare. Ero vivo, ma senza l'ausilio delle ultime gambe che avevo installato su di me. Se avessi provato a sistemarle, magari sarei riuscito a farle funzionare nuovamente, almeno per poco. Forse avevo il necessario per ripararle provvisoriamente. Ma dovevo tornare nei cunicoli sotterranei, per poter tentare di aggiustare le mie gambe. E dovevo farlo trascinandomi sulle braccia.

 

Dov'era l'ingresso dei sotterranei? Dovevo trovare il grosso tombino nero, ovvero l'accesso al labirinto di cunicoli che si dipanava sotto Indastria. Avevo bisogno di luce. Così infilai la mano in una tasca dei pantaloni, ed estrassi un piccolo oggetto metallico, freddo al tatto, di forma rettangolare e dalla superficie liscia ma a tratti irregolare. Era un vecchio Zippo d'argento. Risaliva all'anno 1976, era molto, molto antico. Ma nonostante l'età, con un solo schiocco l'accendino si accese ed illuminò la strada dinanzi a me.

Mi guardai intorno, non ero abituato a vedere così bene quello che mi circondava, e quello che vedevo non era per niente piacevole. Una nebbia sottile, fetida, fatta di micro-particelle di metalli pesanti, avvolgeva ciò che un tempo era una città ultramoderna. Ormai in declino, era stata abbandonata da coloro che l'avevano costruita ed abitata. Una città morta, e per via della coltre di polveri che oscuravano il sole, non era possibile vedere le cime dei grattacieli neanche di giorno. Così come non si poteva vedere il pavimento a causa dello strato di immondizie tecnologiche che ne ricoprivano la superficie.

 

Vidi il tombino poco più avanti, sapevo che doveva essere nei paraggi. Mi trascinai sulle braccia in quella direzione, faticosamente, sentivo le schegge dei detriti sui gomiti e sull'addome. Lentamente mi avvicinavo all'imboccatura della tubazione sotterranea.

Una volta arrivato al tombino, constatai che era aperto.

L'avevo lasciato chiuso, quand'ero salito in superficie.

Trattenni il respiro. Deglutii. Tutto ad un tratto, sulla faccia mi si dipinse un sorriso. Non accadeva ormai da tempo. Avevo la sensazione che il ragazzo fosse andato a nascondersi proprio là sotto, nei miei cunicoli, nel regno di Pennywise.

 

Spensi nuovamente la fiammella dell'accendino ed entrai nella stretta tubazione. Il buio era mio alleato. Mi agganciavo con le mani negli appigli che ben conoscevo, scendendo in verticale. Le gambe mi seguivano. Non producevo nessun rumore.

Laggiù ero molto più silenzioso.

 

Sapevo cos'avrei dovuto fare. Seguire i cunicoli fino alle caldaie, l'unico luogo dove ci si sarebbe potuti nascondere con sicurezza. Sapevo che il ragazzo si sarebbe nascosto laggiù.

Il blocco caldaie. Una volta lavoravo lì, ed è lì che persi le mie prime due gambe. Non ricordavo più in che modo, forse in un incidente, era tutto così nebbioso, lontano ed indistinto. In realtà, non ricordavo molto del mio passato, solo pochi elementi, tutti avvolti da una fitta coltre di nebbia. Nella mia mente, ogni immagine era come una foto mossa, sfocata ed ingiallita. Forse quel buio aveva inghiottito anche i miei ricordi.

 

Trascinandomi sulle braccia, percorsi la via più breve per arrivare alle caldaie. Conoscevo ogni anfratto di quei luoghi. Sorridevo. Stavo per portare a termine la caccia, stavo andando a stanare la preda che era caduta in una trappola mentre pensava di essere al sicuro.

 

Mi avvicinavo all'obiettivo pensando a come fare. Il buio era un'arma che avrei sfruttato a mio vantaggio. Al momento opportuno avrei acceso il mio Zippo. Un vecchio accendino che chiunque in quei tempi avrebbe definito più che inutile, sarebbe diventato un'arma letale. Avrei abbacinato la mia preda prima di saltargli addosso.

 

Ormai ero alle porte del blocco caldaie. Nell'avvicinarmi, cominciavo a percepire il respiro affannoso di una persona. Era il ragazzo, era lì, proprio lui. Era nascosto, ed era terrorizzato.

Feci per recuperare l'accendino, ma non feci in tempo a mettere in atto il mio piano. Un'altra luce, molto più potente, abbagliò me, e mi colse di sorpresa.

 

“Pennywise!!”

 

Mi voltai verso la voce, per istinto tirai fuori la mano dalla tasca, che stava recuperando l'accendino. E sentii un suono assordante che rimbombò nella sala caldaie.

 

Sentii il freddo concentrarsi in un punto gelido al centro della mia schiena. Un proiettile, in una frazione di secondo mi aveva trapassato da parte a parte. Il tempo sembrava essersi bloccato al suono dell'esplosione dell'arma da fuoco. Mentre il gelo circondava il foro del proiettile, le mie mani diventavano più calde, una sensazione di tepore cominciava ad avvolgermi, mentre cadevo lentamente verso il pavimento.

 

“Ispettore Locomotik! Finalmente ce l'abbiamo fatta!”

“Abbiamo preso Pennywise!!”

 

Fu allora che ricordai. Ricordai l'incidente di trenta anni prima, al blocco caldaie. Ricordai che io non fui l'unica vittima. Lara, mia moglie, morì a causa di una mia negligenza nel controllare la pressione delle tubazioni. Ricordai il suo viso sorridente, una luce dal passato. Ma ricordai anche anche il suo sguardo inanimato rigato di sangue.

 

Trent'anni fa, badare alla manutenzione e al controllo della pressione del vapore era il mio lavoro. Ma le cose in quel periodo stavano andando male. Vivere 24 ore al giorno sottoterra, 365 giorni all'anno, per badare agli impianti sotterranei che permettevano alle cose in superficie di funzionare, era diventato distruttivo, logorante. La mia mente era diventata lugubre a causa della ripetitività dei movimenti, il passare dei giorni tutti uguali, il buio e i fumi che mi riempivano i polmoni. Ero cambiato, l'umore sempre nero, una volta ero arrivato anche a picchiare Lara. E lei sopportava, resisteva, mi amava. In fondo, un anno prima, aveva dato alla luce mio figlio, Lukas.

Persi entrambi nell'incidente. Lei morì a causa della violenza dell'esplosione. Lukas mi venne sottratto dai servizi socio-assistenziali di superficie. Indastria mi aveva preso tutto, mi aveva preso la vita, aveva rubato i miei cari, mi aveva rubato le gambe. Venni licenziato, e da allora mi isolai, vivendo nascosto negli spazi più remoti e bui dei sotterranei sotto al distretto settantacinque. Col tempo, ed in seguito alle mie losche azioni compiute in superficie, persi il nome Gregor Locomotik, e acquisii quello di Pennywise, colui che è capace di strapparti via le gambe.

 

Un suono sordo, e arrivai al pavimento.

“Sì, ormai è finita,” disse l'ispettore.

Il ragazzo che avevo seguito, che mi aveva teso una trappola, l'ispettore Locomotik, era Lukas, era mio figlio. Non so se lo sapesse. Forse era solo un altro essere umano che faceva solo il suo lavoro con dedizione. O forse sapeva. In un modo o nell'altro, mi aveva finalmente liberato. Finalmente i ricordi erano di nuovo vividi, potevo rivedere colei che avevo amato, potevo rivedere la sua faccia, un ultima volta, con l'ultimo alito di vita che mi era rimasto in corpo.

 

Un ultimo saluto prima di morire.

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Commenti

Ritratto di LaPiccolaVolante

Mi piace. Certo, io l'avrei disegnato con meno rimorsi, ma mi piace.
Solo una cosa: quando l'attenzione si concentra su un oggetto o una destinazione, non occorre ripetere continuamente il nome di quell'elemento. È chiaro che la narrazione ci orbita intorno e non è utile se non al raggiungimento del numero di battute, ripeterlo. Alla lunga può risultare fastidioso.
Quindi a meno che non compaiano nuovi elementi che potrebbero confondere (ma non è questo il caso), continuate tranquilli evitando troppe ripetizioni.

 

Ritratto di Creattività

L'ho trovato molto bello e secondo me è a parimerito con gli altri, ma ho dovuto fare una scelta e l'ho fatta diversa. 

L'atmosfera e l'ambientazione ti spinge a seguire il filo del racconto e ti accompagnano. A me poi piacciono le storie che si chiudono circolarmente, sembra che tutto vada in ordine, o quasi.

bello.. molto.

Elvira

Ritratto di Beki Road

La prima é l'ultima parte mi sono piaciute moltissimo! La parte centrale l'ho trovata più lenta ma nel complesso...ottimo lavoro ;)

Ritratto di quatipua

Mi è piaciuto molto, anche se sembra strano un "cattivo" con ricordi così sentimentali, ma forse è bello proprio per questo...
 

 

Ritratto di Borderline

A me è piaciuto, mi è piaciuto che anche nelle parti descrittive si respiri comunque il pensiero del personaggio principale. Creare un mondo non è semplice, e questo immenso mare di oggetti tecnologici ma inutili è un buon inizio. Forse il finale è un po' scontato, o forse lo dico perché tifavo per Pennywise, in ogni caso spero di ritrovarti fra i partecipanti ai nuovi giochi!

Ritratto di scartabella

MI è piaciuto molto e ancor di più mi sarebbe piaciuto se il cattivo Pennywise tu l'avessi disegnato ancora più cattivo, anzi di una cattiveria odiosa e assolutamente gratuita. Le "spiegazioni" e i rimorsi mi sono sembrati un po' posticci, comunque bravo e rilancia.

Ritratto di Krypto

bello, complimenti, molto intenso... l'ambientazione è una figata! il personaggio è ben descritto e il finale è ben scelto! 

Ritratto di Krypto

* mi è piaciuta molto l'atmosfera underground, si respirava un mondo al limite tra lo steam e il dark! Bravo Ruggio!

Ritratto di Kriash

L'ambientazione e il finale mi sono piaciuti moltissimo.

Personaggio azzeccato. Forse come dice Borderline è un po' telefonata la parte finale ma nulla di preoccupante. Hai creato bene il clima e l'intensità che si respira.

Parte centrale un po' più dispersiva.

Bravo in ogni caso! :)

Ritratto di Polveredighiaccio

Il soggetto non è male, malinconico e cupo.

Andrebbe ripulito il testo, quel "ragazzo" ripetuto tante volte è fastidioso. Soprattutto nella parte centrale appesantisce il testo.

Una frase che mi ha disturbato molto è "Dal timbro vocale percepivo che si trattava di un ragazzo sulla trentina". Preveggenza? Fin troppo spesso nei libri si usa segnalare l'età con frasi di questo tipo, ma sono davvero fuori luogo e fasulle. :)

Ovviamente il mio gusto è quello di una lettrice, quindi soggettivo.

Ritratto di ambrous

Ciao il racconto è piacevole, l'unica cosa che mi sento di dire è lo spiegometro finale, che avrei condensato in due righe, il finale "a sorpresa" manca leggermente di suspance e di macabro (ma magari è un gusto tutto mio). Nel complesso mi è piaciuto.